.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


25 gennaio 2011

The Rich and The Rest

A margine del Lingotto

Per una curiosa coincidenza, nelle stesse ore in cui Walter Veltroni faceva il suo appello per restituire slancio al Partito Democratico rilanciandone la capacità di attrarre alleati politici e potenziali elettori – che di recente è piuttosto scarsa sia verso i primi sia verso i secondi – arrivava nelle edicole l’ultimo numero dell’Economist, con una bella copertina su cui si vedono in controluce due persone. La prima guarda la seconda dall’alto in basso (da un’altezza considerevole), con un atteggiamento che si intuisce piuttosto rilassato. La seconda, che sta sotto, ha con sé una scala, ma non è in condizione di usarla per raggiungere l’altra persona, che la osserva dalla sommità di una colonna, perché è troppo corta. A sinistra c’è il titolo, The Rich and Rest, che ci fa capire che l’autorevole settimanale britannico in questo numero si occupa di disuguaglianza.

 

Infatti, nelle pagine interne troviamo un interessante “special report” sulla “global elite”, ovvero sui pochi che sono in condizione di influenzare le vite dei molti perché hanno accesso a una porzione più ampia di opportunità e risorse. Nell’editoriale che presenta il dossier e ne riassume le conclusioni si dice che la crisi finanziaria e i tagli di spesa, che sono destinati a colpire soprattutto chi sta peggio, rendono il vecchio (verrebbe da dire “classico”) tema dell’eguaglianza politica nuovamente centrale nella discussione pubblica. A testimoniarlo ci sarebbero recenti interventi di figure che per il resto hanno ben poco in comune come David Cameron, Hu Jintao, Warren Buffett e Dominique Strauss-Kahn.

 

La coincidenza tra il discorso di Veltroni e la pubblicazione del dossier dell’Economist è significativa perché ci mette in condizione di fare un raffronto tra l’agenda del dibattito pubblico nel nostro paese e quella del resto del mondo, con uno sguardo particolare ai paesi occidentali. Traendone qualche spunto di riflessione.

 

Con una battuta, si potrebbe dire che Veltroni è riuscito a farsi scavalcare a sinistra dall’House Organ del liberalismo economico. In realtà, le cose non stanno proprio in questo modo. Leggendo con attenzione l’editoriale e il dossier pubblicati dall’Economist  si scopre che i cantori del libero mercato non si sono affatto convertiti al socialismo. La ricetta che essi propongono rimane saldamente nel solco della tradizione liberale, e fa perno soprattutto sull’idea di ampliare le opportunità liberando energie e talenti. L’idea di fondo è che solo attraverso il rilancio dell’economia, e l’aumento nella produzione della ricchezza, che si può davvero ridurre la distanza tra chi ha tanto e chi ha poco (o quasi nulla). Livellare verso il basso non è un’opzione accettabile. Una conclusione che probabilmente sarebbe condivisa anche da Veltroni. Tuttavia, tra i difensori del capitalismo di Londra e il leader politico italiano c’è una differenza importante, che mi pare andrebbe sottolineata. Nell’intervento di Veltroni al Lingotto l’eguaglianza non ha affatto la centralità che la rivista britannica le attribuisce e che, secondo gli autori del rapporto, diversi osservatori qualificati e policy makers sono concordi nel riconoscerle.

 

Si badi bene, non intendo dire che le cose di cui Veltroni ha parlato con l’eguaglianza non abbiano nulla a che fare. Basterebbe ricordare i passaggi sui rapporti di lavoro o sulla necessità di restaurare in questo estenuato paese il senso di appartenenza a una comunità liberale, con il significativo richiamo che Veltroni ha fatto a Ronald Dworkin.

 

Ciò che mancava al Lingotto era un’idea forte che tenesse insieme tutte quelle cose. Quale idea migliore, per un partito democratico, dell’eguaglianza? Eguaglianza davanti alla legge, equa eguaglianza di opportunità, eguaglianza di rispetto, non sono queste le cose che evidentemente mancano in Italia e che ci stanno portando al disastro?

 

Mi rendo perfettamente conto che proporre l’eguale libertà come orizzonte per un partito politico può sembrare anacronistico quando si dice che bisogna andare oltre le ideologie per parlare anche agli elettori moderati. Tuttavia, mi chiedo se non stiamo facendo un torto ai moderati di questo paese pensando che non siano persone in grado di apprezzare un partito che piuttosto di disperdersi in un pulviscolo di proposte per non scontentare nessuno abbia il coraggio di dare un nome alla propria motivazione. Invitando chi deve votare a scegliere qualcosa che sia riconoscibilmente diverso dalle minestrine riscaldate che hanno avuto in pasto dagli ultimi governi di centrosinistra, ma che sia allo stesso tempo riconoscibilmente distante da una politica di destra che non si cura dei deboli. In fondo, il Partito Democratico era nato anche per questo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 gennaio 2011


18 giugno 2009

Postcomunisti



Un tempo dell’Italia si diceva che era il paese occidentale con il più grande partito comunista. Un primato che, a seconda di chi lo evocava, assumeva il valore di una rivendicazione orgogliosa o di una constatazione sconfortante. Ancora oggi – quasi venti anni dopo lo scioglimento del PCI, e in seguito a due elezioni nazionali in cui le liste che si richiamavano, almeno nominalmente, a quella esperienza sono state duramente sconfitte – c’è chi ritiene che la falce e il martello dovrebbero avere un posto di rilievo tra i simboli di riferimento dell’immaginario politico della sinistra italiana, o di quel che ne rimane. Incuranti di quelle che Bobbio chiamava le “dure repliche della storia” questi odierni epigoni del comunismo non sono turbati neppure dal fatto che, quando il Partito Comunista si è autodissolto per dare vita al Partito Democratico della Sinistra, gli elementi per valutarne la vicenda, sia sul piano nazionale sia su quello internazionale, erano da tempo di dominio pubblico, a disposizione di chiunque volesse farsi un’idea e formulare un giudizio.

Anzi, a ben vedere, le due cose sono probabilmente collegate. Credo infatti che sia proprio il modo in cui la generazione del gruppo dirigente del PCI che ha voluto la svolta che ha portato allo scioglimento del partito l’ha gestita che consente di spiegare come mai nel nostro paese il comunismo, pur avendo assunto ormai contorni così sfumati da essere quasi inconsistente, continui a esercitare un certo fascino su chi vuole distinguersi dalla sinistra riformista.

Su un piatto della bilancia c’era la storia di un partito che aveva dato un contributo innegabile, e per molti versi decisivo, alla lotta antifascista e alla nascita della repubblica italiana. Una forza politica che aveva partecipato ai primi governi repubblicani e che, anche quando ne era stata estromessa in seguito alle pressioni degli Stati Uniti, aveva continuato a svolgere il proprio ruolo di opposizione nel contesto di una normale dialettica parlamentare. Quello italiano è stato un partito comunista anomalo che, pur mantenendo per decenni un forte legame con l’Unione Sovietica, aveva progressivamente mutato la propria natura acquisendo un innegabile profilo riformista. Anche se il ritorno vero e proprio dei comunisti al governo avviene nel nostro paese quando ormai il partito ha mutato la sua denominazione, nessuno può negare che la stessa cultura che ha a lungo orientato le politiche del PCI nelle “regioni rosse” del centro ha contribuito in modo determinante a dare sostanza alle diverse esperienze di governo di centro-sinistra dopo l’ottantanove.

Tuttavia, l’altro piatto della bilancia portava alla fine degli anni ottanta un peso che si è ben presto rivelato maggiore, tale da mettere in dubbio la possibilità stessa di una sopravvivenza positiva dell’eredità del PCI una volta che il complesso equilibrio di ideali e interessi su cui si reggeva la prima repubblica è entrato irrimediabilmente in crisi. Le rimozioni storiche e teoriche che hanno caratterizzato la lunga e sofferta transizione del PCI verso una cultura compiutamente riformista hanno lasciato un segno indelebile nell’ambiguità di una generazione di giovani dirigenti che, dopo la svolta voluta da Occhetto, ha tentato un’operazione di conversione ardita ma irrimediabilmente destinata al fallimento, quella di traghettare il partito fuori dalle secche del comunismo come movimento politico, per intraprendere immediatamente una nuova navigazione la cui meta finale era avvolta nelle nebbie della confusione teorica se non addirittura dell’ipocrisia. La storia è ben nota. Liquidato rapidamente il comunismo, questi “compagni di scuola” – per riprendere la felice espressione di Andra Romano – hanno tentato di andare anche oltre i confini del riformismo socialista, come si era evoluto nelle socialdemocrazie e nel laburismo europeo, per dar vita a qualcosa di nuovo che forse non era nemmeno più sinistra in alcun senso riconoscibile. Lungo questa marcia a tappe forzate quel gruppo di dirigenti, che ancora oggi hanno un ruolo centrale nel Partito Democratico, ha fatto di tutto per liberarsi del peso morto dell’ideologia, ma così facendo ha in buona parte abdicato a qualsiasi tentativo di indicare un orizzonte di principi che rendesse conto della ragion d’essere del riformismo, proponendosi come i depositari di una cultura di governo che fa della propria affidabilità democratica e della propria competenza l’unico segno distintivo.

Evidentemente troppo poco per reggere l’urto dei grandi cambiamenti in atto nella società e nella politica italiana. Tutto ciò, oltretutto, avveniva senza che fosse recisa del tutto la continuità con alcuni tratti dell’eredità culturale del PCI che precludono ai principali esponenti di quel partito che hanno avuto un ruolo di primo piano dopo la sua dissoluzione di essere candidati credibili per la guida del paese. Pur avendo messo da parte in un batter d’occhio decenni di riflessione sul marxismo e la sua crisi i postcomunisti hanno continuato infatti a pensare la politica essenzialmente nei termini di quella che è l’unica vera “ideologia italiana”: il realismo politico. Eredi di Machiavelli, Croce e Gramsci più che di Bernstein o Rosselli essi hanno adottato – più o meno tacitamente – una lettura pessimista della democrazia italiana, che esclude la possibilità che essa riesca a sopportare riforme genuinamente liberali e egalitarie senza innescare reazioni contrarie sia da destra sia da sinistra. Un paese in fondo senza speranze, che può essere amministrato ma non governato, la cui unica possibilità di resistere al declino risiede nell’influenza benigna dell’Europa.

Declinata nella versione stoica alla D’Alema o in quella escapista alla Veltroni questa diagnosi dello stato del paese era troppo negativa per imporsi a un’opinione pubblica che vedeva nella fine della prima repubblica l’occasione per uscire da decenni di stagnazione politica e morale. Privi di una lettura in positivo della crisi istituzionale i postcomunisti sono apparsi incapaci di indicare una prospettiva che non fosse quella di governi tecnici o semitecnici dal profilo politico incomprensibile per elettori che invece stavano assaporando per la prima volta dopo decenni il piacere di scelte che – almeno all’apparenza – si presentavano nette come quelle possibili in altre democrazie occidentali. Questa incapacità di offrire una via d’uscita che non fosse quella di un’affidabile amministrazione di condominio è apparsa ancora più inadeguata al confronto con la capacità di trasformare il lessico e la pratica della politica delle nuove formazioni e dei leader emersi dalla crisi della prima repubblica. La straordinaria abilità che – in modi diversi – Berlusconi, Fini e Bossi hanno mostrato di entrare in sintonia come gli umori profondi della maggioranza del paese ha ridotto ancora di più i margini di iniziativa dei superstiti del PCI. Oggi, invecchiati precocemente, i “compagni di scuola” segnano il passo da tutti i punti di vista. Nella migliore delle ipotesi cercano di accreditarsi come “risorse” di cui la repubblica avrà bisogno quando l’ennesima – finale? – crisi dell’egemonia berlusconiana potrebbe richiedere una nuovo governo istituzionale.

Oltretutto, la scelta di mettere tacitamente da parte qualunque tentativo di dare una riposta alla domanda su cosa voglia dire essere di sinistra ha lasciato uno spazio vuoto che è stato colmato da diverse personalità e formazioni che – di volta in volta – hanno rivendicato il simbolo e l’eredità del PCI nel contesto di operazioni politiche che oscillano tra la nostalgia e il velleitarismo, il cui effetto complessivo è stato quello di far regredire in maniera impressionante il livello di ciò che un tempo si chiamava “critica del capitalismo”. Incantati dalle mitologie del progresso divulgate da certi apologeti del mercato nel corso degli anni novanta i postcomunisti italiani si sono trovati completamente impreparati all’appuntamento della crisi finanziaria in corso, finendo per accreditare Giulio Tremonti come il proprio pensatore di riferimento.

Una storia di “molte svolte e poche spiegazioni” – come ha scritto sempre Andrea Romano – è forse giunta negli ultimi mesi al proprio approdo finale, che si annuncia inferiore anche alla più pessimistiche aspettative sul ruolo che i postcomunisti avrebbero giocato nella politica italiana dopo l’ottantanove. Con un Partito Democratico dall’identità ancora poco chiara, e fortemente penalizzato nel consenso elettorale, i reduci di quello che fu il più grande partito comunista di un paese occidentale si avviano allo stesso destino di certi notabili liberali dopo il fascismo. Figure cui si riconosce esperienza e prestigio ma alle quali sempre meno si potrebbe pensare di affidare il proprio futuro. Per i nuovi dirigenti che cominciano a farsi strada l’eredità del PCI vuol dire poco, e spesso non è affatto interpretata in senso positivo. Un esito deludente, che non si può certo spiegare soltanto con la solita giaculatoria sugli italiani che sarebbero un popolo irrimediabilmente di destra che è tanto in voga anche tra alcuni degli osservatori più lucidi della politica del nostro paese. Non si capisce infatti su quale evidenza empirica sarebbe basata questa ricostruzione degli umori profondi degli elettori quando, dalla fine degli anni ottanta, chi avrebbe dovuto farlo non è stato in grado – o non ha voluto – indicare una prospettiva coerente e praticabile per una sinistra riformista.

Lo stesso ceto politico che sorrideva compiaciuto quando Asor Rosa liquidava come un’idiozia il contrattualismo – di cui si riprendeva a discutere dopo la pubblicazione della teoria della giustizia di John Rawls – ha bruciato in venti anni tutti i modelli possibili, senza fermarsi un momento per riflettere seriamente su pregi e limiti di nessuno di essi. Di volta in volta si è detto che bisognava fare come Clinton, come Blair o come Zapatero, sorvolando sulla distanza che separava ciascuna di queste ipotesi dalle altre, e sull’assurdità di pretendere di trapiantarle in Italia senza pagare il prezzo che un profondo rinnovamento della propria cultura politica comporta. L’ultimo passaggio di questa ricorsa schizofrenica per raggiungere il carro di quello che appare come l’ultimo vincitore è stato lo “yes we can” di Veltroni. Fallito miseramente come gli altri tentativi. Le omissioni dei postcomunisti, invece di chiudere in modo dignitoso la storia del PCI, hanno aperto la strada alla proliferazione dei partiti che ne rivendicano l’eredità. Difficile immaginare che su questa base sia possibile rimettere insieme i pezzi di una sinistra di governo nel prossimo futuro.

Pubblicato su Mondoperaio giugno 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. postcomunisti D'Alema Veltroni

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 18/6/2009 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 febbraio 2009

Sul dopo Veltroni

 

Nel finale di uno dei romanzi di Joseph Roth il protagonista cerca sollievo dalla costernazione in cui l’ha gettato il crollo dell’impero austro-ungarico rifugiandosi nella cripta dei cappuccini, il luogo dove sono sepolti gli Asburgo. Certo, la disfatta elettorale in Sardegna non è la finis Austriae, ma se per i democratici c’è qualcosa come una cripta dei cappuccini deve essere in queste ore piuttosto affollata. Speriamo bene. Infatti, a cercar consolazione tra le tombe degli antenati si corre il rischio di farsi prendere dalla nostalgia, e questo è uno dei pericoli più gravi che corre il Partito Democratico.

Chi accusava Walter Veltroni di aver puntato solo sull’immagine potrebbe avere la tentazione di forzare la mano per un ritorno al passato. Se non a Prodi, a qualcuno che gli assomigli. Un politico con un curriculum da tecnocrate e la fama di essere un tipo concreto. Magari anche in grado di interloquire in modo autorevole con gli imprenditori e con i sindacati. Tra gli attuali dirigenti del partito ce ne sono diversi che si avvicinano a questo a profilo. Alcuni sono indiscutibilmente in gamba e destinati a giocare un ruolo importante anche in futuro. Tuttavia – spero – non come segretario del partito. Sono convinto, e non da oggi, che l’intuizione di fondo che ha ispirato Walter Veltroni nel tentativo di plasmare il “suo” Partito Democratico fosse corretta. Senza un’immagine che sia in grado di parlare al cuore del paese non si arriva da nessuna parte. La stagione degli amministratori di condominio è finita. Un partito che aspira a essere maggioranza nel paese ha bisogno di un leader carismatico e di una leadership capace di motivare gli elettori.


L’errore di Veltroni è stato semmai quello di non rendersi conto che l’immagine è condizione necessaria ma non sufficiente del successo politico. Come mostra il caso di Berlusconi, la comunicazione aiuta molto a prevalere nei confronti elettorali e a coltivare il consenso, ma sono i contenuti che garantiscono la sopravvivenza nel lungo periodo di una forza politica.

Ieri Claudia Mancina ha analizzato in modo persuasivo i “contenuti” che spiegano il successo di Berlusconi. Personalmente, sono tra quelli che non trovano questi contenuti attraenti e sarei felice di poter dire che c’è la possibilità di un progetto coerente alternativo a quello del centrodestra. Quel progetto che in questi mesi Walter Veltroni non è riuscito a esprimere, finendo per dare l’impressione che il PD fosse come “facebook”. Un luogo virtuale dove può entrare chiunque per fare nuovi amici.

Se si riparte, è per costruire un partito progressista con una leadership nuova, che riesca a parlare agli elettori. Un partito che sia finalmente in grado di scegliere se vuole essere qualcosa di più e di meglio di una coalizione di ex comunisti e ex democristiani invecchiati male e che indichi al paese una via d’uscita dallo stato di prostrazione in cui si trova.

Pubblicato su Il Riformista il 19 febbraio 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. prodi pd veltroni

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 19/2/2009 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA