.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


27 settembre 2011

Valutare la ricerca?

L’università italiana cambia. Una serie di interventi legislativi ha ridisegnato l’organizzazione interna dell’università pubblica, mutandone profondamente la governance. Sono state modificate anche le procedure per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori. Inoltre, un sistema di valutazione dovrebbe presto entrare in funzione a pieno regime, introducendo novità significative, che avranno conseguenze per il reclutamento, le progressioni di carriera e il finanziamento degli atenei. Si tratta di provvedimenti che riprendono in parte spunti emersi in decenni di dibattito sui difetti dell’università pubblica italiana. Il modo in cui tali interventi sono stati concepiti e portati avanti dall’attuale governo non ne inficia taluni aspetti positivi: occorre infatti ripristinare la capacità di tener fede alla propria missione istituzionale da parte degli atenei del paese, così come l’immagine dell’Università italiana all’interno del paese stesso. Tuttavia, un giudizio sulle buone intenzioni del cuoco non garantisce affatto che tutte le pietanze che prepara siano ugualmente ben riuscite. Ce ne saranno di buone e di meno buone, e non si può escludere che qualcuna si riveli, con il tempo, nociva per la salute di chi se ne ciba. Non c’è dubbio che il progredire della ricerca costituisca un fattore fondamentale per la crescita del paese e più in generale per il suo sviluppo sociale e culturale. La corretta allocazione delle risorse e l’eliminazione di sacche di inefficienza attraverso corrette procedure di valutazione sono dunque esiti auspicabili di un processo di riforma; sarebbe perciò opportuno che la comunità accademica vi partecipasse attivamente con proposte e suggerimenti propri, onde evitare che – secondo un costume tipico del nostro paese – vengano tardivamente importate metodologie di valutazione dall’estero, proprio quando, là dove esse sono state applicate, se ne auspica la revisione. Ad esempio, i sistemi di valutazione della ricerca introdotti nel Regno Unito sono stati sottoposti a critiche severe perché – come ha sostenuto di recente il filosofo della scienza Donald Gillies – essi potrebbero impoverire la produzione scientifica, favorendo principalmente la ricerca mainstream, scoraggiando di conseguenza l’innovazione intellettuale e il progresso scientifico. Vi è poi il problema di escogitare strumenti di valutazione che possano applicarsi anche a quegli ambiti disciplinari che per loro natura mal si prestano a essere esaminati solo sotto il profilo quantitativo.

La ragione per cui poniamo questo problema è che nell’università lavoriamo, e vorremmo continuare a fare il nostro lavoro nel modo migliore a lungo. Infatti, contrariamente a quel che certe campagne di stampa vorrebbero far credere, l’università italiana non è fatta solo di “precari” e “baroni”. Ci sono migliaia di ricercatori e professori nella fascia d’età tra i trentacinque e i cinquanta anni. Preparati, spesso con esperienze di ricerca all’estero, e con pubblicazioni internazionali. Persone che hanno investito e vogliono continuare a investire tempo e passione nell’università di questo paese, le cui voci fino ad ora hanno trovato ben poco accoglienza da parte degli organi di stampa, faticando a raggiungere l’opinione pubblica.

Per questo abbiamo ritenuto utile promuovere un incontro che si terrà all’università di Milano (il 30 settembre, aula 420 di via Festa del Perdono, ore 11.00) per discutere delle pietanze che stanno per esserci servite, cominciando dalla valutazione della ricerca individuale e dall’impatto che essa avrà sul reclutamento e sulla carriera di docenti e ricercatori. Invitiamo chi è interessato a partecipare e, se ritiene, a portare il proprio contributo di idee per aiutarci a capire se ci sono aspetti del sistema di valutazione che si prospetta che potrebbero essere migliorati.


18 settembre 2009

Intervista a Giorgio Israel

Giorgio Israel è uno storico della matematica. Studioso di fama internazionale, di recente uno dei siti web che raccolgono gli umori della protesta contro la Gelmini lo ha descritto come il “puparo” del ministro della pubblica istruzione. L’espressione poco benevola – e il riferimento a Marco Biagi che la segue nello stesso post – rivelano un atteggiamento preoccupante da parte di alcuni contestatori nei confronti di un intellettuale libero, che in questi anni ha molto riflettuto sui problemi della scuola e dell’università. Proprio di università abbiamo parlato con Israel, per avere la sua opinione su alcuni dei punti toccati dal decreto in preparazione.

Professor Israel, secondo le anticipazioni, il decreto sull’università che il ministro Gelmini sta per proporre dovrebbe diminuire drasticamente il ricorso a docenti a contratto. Perché si è reso necessario questo provvedimento?

La situazione non è omogenea. Vi sono università o facoltà che ricorrono poco o niente ai contratti d’insegnamento. Al contrario, altre vi fanno ampio ricorso. È noto che in certi casi si bandisce un gran numero di contratti pagati vergognosamente poco: fino a poche centinaia di euro lordi per un corso di sessanta ore. Ciò rappresenta comunque uno sperpero inaccettabile di denaro al solo scopo di tenere in piedi un gran numero di lauree, sfruttando le speranze di chi si illude che facendo un corso universitario acquisirà un titolo di benemerenza per un posto fisso. È un malcostume che deve essere stroncato. La riduzione dei corsi di laurea è necessaria e salutare, e spesso può essere indolore in quanto realizzata col semplice taglio dei contratti di insegnamento.

Nei giorni scorsi il ministro ha affermato che il 3 + 2 è fallito e che bisogna eliminarlo. Eppure c’è chi sostiene che il problema non è la formula adottata, che ha funzionato e funziona bene altrove, ma il modo in cui è stata distorta dalle università. Oltretutto, queste avevano a che fare, a loro volta, con datori di lavoro, in particolare le stesse pubbliche amministrazioni, che non hanno capito il senso e l’utilità delle lauree brevi. Forse era il caso di aspettare ancora prima di dichiarare fallimento. Non è presto per tornare indietro?

Su questa questione sovrasta una grande bugia che si riassume nello slogan: «ce lo ha chiesto l’Europa». Non è vero. Le indicazioni di Bologna e di Lisbona, evocate quando si tratta di affermare l’assoluta necessità di certe innovazioni – come l’introduzione della terna conoscenze/competenze/abilità – sono iniziative unilaterali e “private”, destituita di qualsiasi valore normativo. Noi abbiamo scelto di aderire all’indicazione del 3 + 2 (laurea triennale seguita dalla laurea specialistica, ora magistrale). Potevamo non farlo, come non lo hanno fatto altri paesi. Penso che sia difficile trovare qualcuno disposto a difendere il 3 + 2, salvo chi l’ha introdotto. Vorrei ricordare che, in precedenza, si pensò di introdurre un diploma biennale, che sarebbe stata un’ottima soluzione per un profilo professionale pratico di ambizioni realistiche. Si è scelta un’altra strada. La laurea triennale è una via di mezzo che non corrisponde a quasi nessuno sbocco professionale, non ha senso e non è utile. Chi farebbe costruire un ponte a un laureato triennale, gli affiderebbe una causa o ne farebbe un insegnante? Persino per fare il farmacista non si ritiene sufficiente la laurea triennale. Il risultato è che quasi tutti gli studenti proseguono con la specialistica e conseguono alla fine una preparazione che è al più uguale a quella che si otteneva con la quadriennale, spesso è inferiore, pagando il prezzo di un anno in più. Difatti, mentre con la quadriennale si seguivano corsi annuali o semestrali che consentivano una preparazione approfondita e solida, ora tutto si disperde in una miriade di corsi al più trimestrali, talora di poche ore, il che porta lo studente a un agitarsi isterico di esame in esame senza riuscire ad assimilare niente altro che spolverature di nozioni. Finita la triennale, un buon pezzo della specialistica (o magistrale) serve e colmare le carenze pregresse, col risultato che si perde un anno per ottenere meno di quel che si otteneva con quattro. Questo lo sanno tutti, è vox populi. Che poi alcune università si siano comportate male, moltiplicando lauree e corsi e frammentandoli, è vero. Ma anche nei casi in cui questo non è stato fatto gli inconvenienti sono rimasti, e potrei fare esempi. Peraltro quel malcostume è stato stimolato da una formula strutturalmente sbagliato e condita dal perverso sistema dei crediti che hanno trasformato i corsi e gli esami in un autentico mercato delle vacche («vengo al suo seminario se lei mi da tot crediti»). Tornare indietro? Se si chiedesse ai professori universitari cosa pensano del 3 + 2 la risposta maggioritaria sarebbe «ne penso male», se si chiedesse loro di tornare indietro la risposta unanime sarebbe «mai e poi mai». Chi ha voglia di rimettere mano a tutto il sistema dopo aver passato anni a impazzire dietro la costruzione di lauree, a calcolare crediti, a definire percorsi e corsi? Anche questo – aver costretto ai docenti a un avvilente lavoro da burocrati distogliendoli dalle loro funzioni prioritarie – è stato una delle imperdonabili colpe di questo sistema che ha fatto emergere i peggiori – quelli che hanno la voluttà della “gestione” – a scapito dei migliori, quelli che vogliono soprattutto insegnare e far ricerca.

Sempre leggendo le anticipazioni relative ai contenuti del decreto si ha l’impressione che si prospetti un sistema centralizzato, in cui il ministero controlla, programma, autorizza e decide cosa è meglio per ciascuno. Nei paesi che hanno le università migliori del mondo le cose non funzionano in questo modo. Come mai qui è necessario tornare a un sistema che sembra ispirato da una concezione paternalista piuttosto che liberale della società?

Di quali paesi parliamo? Tutti i sistemi europei sono in prevalenza statali e talora funzionano ancora bene. Gli Stati Uniti sono un altro mondo e ogni confronto è impossibile. Va anche detto – tanto per uscire dai luoghi comuni politicamente corretti – che storicamente i sistemi pubblici e statali hanno dato ottimi risultati. Le università americane non potevano neppure lontanamente competere con quelle europee fino alla Seconda guerra mondiale e la scuola secondaria americana ancora è a un livello molto più basso di quella francese o italiana. Si dimentica che lo sfascio del sistema universitario italiano – e di quello scolastico – ha un’origine precisa: la trasformazione della figura del docente in un impiegato sindacalizzato, l’ingresso dei sindacati nella struttura con la pretesa di voler persino determinare carriere e modalità dell’insegnamento, i giganteschi ope legis dagli anni settanta in poi, alternati con concorsi e idoneità che erano altrettante ope legis, l’uso del sistema dell’istruzione come ammortizzatore sociale attraverso assunzioni di massa, e via dicendo. Da allora l’università non è più un luogo di formazione, di ricerca e di cultura. È forse soltanto colpa degli universitari se da quasi quarant’anni si parla soltanto di stato giuridico dei docenti e le uniche riforme della didattica che sono state funzionali a problematiche del mercato del lavoro (peraltro mal comprese, come nel caso del 3 + 2)? Questi sono i veri nodi. Per il resto, se si auspica la privatizzazione del sistema universitario italiano si deve capire che questo è possibile soltanto in modo molto graduale, a meno che qualcuno non voglia chiudere tutto e abbandonarsi alla spontaneità degli “animal spirits”. Nel frattempo, il controllo centrale degli standard e dei livelli non può che competere a una struttura centrale.

…e l’abolizione del valore legale del titolo di studio?

Anche qui non è bene intrattenersi con i sogni. Tanti parlano di abolizione del valore legale del titolo di studio. In teoria è l’uovo di Colombo. Soltanto che non basta dare una schiacciatina all’uovo per farlo stare in piedi. Molti sanno, ma preferiscono non dirlo ad alta voce, che un simile provvedimento implicherebbe un’opera di delegificazione di portata epocale, difficile persino da prevedere. Invece di porsi obbiettivi belli da dire e quasi impossibili da realizzare sarebbe meglio procedere concretamente: per esempio, concedendo alle università la libertà di definire il livello delle tasse e pagare il prezzo della concorrenza che si creerebbe. Queste sono forme di liberalizzazione attuabili e che possono portare a un risanamento del sistema, fermo restando che la ricerca di base deve essere difesa, pena la decadenza del paese a livelli irrecuperabili.

Un ruolo molto importante nel modello di università proposto dal ministro Gelmini ha l’idea di un sistema di valutazione nazionale. Tuttavia, molti sostengono che tale sistema può funzionare bene solo per le discipline in cui la comunità scientifica può adoperare standard internazionali. Per il diritto, o per la letteratura, la faccenda è più complicata. Come si può rispondere a questa obiezione?

Sulla questione della valutazione ritengo che si debba andare con i piedi di piombo. La valutazione della ricerca non l’abbiamo scoperta oggi: è stata inventata nel Settecento. Il problema è che oggi la massa dei prodotti della ricerca è tale che è difficile usare l’unico sistema sensato, e cioè la valutazione qualitativa, verbale, specifica, basata su un’analisi approfondita dei risultati e delle pubblicazioni da parte di esperti del settore, e non più anonima, perché ormai dietro l’anonimato si celano regolamenti di conti tra fazioni. Ma la tentazione è di affidarsi a meccanismi numerici basati su algoritmi che tengono conto di una serie di parametri che rinviano sempre da un giudizio a un altro che gli sta dietro, col rischio che, di passo in passo, un giudizio non ci sia mai, bensì soltanto pregiudizi (pubblicare all’estero è meglio, questa rivista è meglio di quella quindi l’articolo è migliore, ecc.). Si afferma che questi metodi sono oggettivi, ma questo è ridicolo perché, in fin dei conti, essi debbono basarsi su giudizi emesso da qualcuno, fosse anche soltanto sulla qualità della rivista su cui è pubblicato un articolo. Inoltre, gli algoritmi, i parametri e i metodi di valutazione sono spesso definiti da “ditte” private composte da esperti che ragionano in termini manageriali astratti senza avere la minima idea di cosa sia realmente la ricerca scientifica. Quindi, la necessità di valutare in massa e rapidamente può congiurare in modo perverso con l’interesse di gruppi che mirano soltanto a fare affari. Non mi stancherò di ricordare – a costo di passare per rimbecillito – che alcuni mesi fa è uscito un autorevolissimo rapporto della International Mathematical Union, dell’International Council of Industrial and Applied Mathematics a dell’Institute of Mathematical Statistics (le massime autorità in materia di numeri!) che smantella certi sistemi di valutazione, come il citation index, afferma che «i numeri non sono di per sé superiori ai giudizi ponderati» e che la ricerca di metodi «oggettivi», di «standard», è un’«illusione». Si denuncia il rischio enorme che la ricerca di base – proprio quella che costituisce la colonna portante di tutto il sistema della ricerca – venga colpita duramente da questi sistemi. Vogliamo adottarli affrettatamente proprio mentre altrove ci si interroga sui guasti che rischiano di produrre? Quanto alle materie umanistiche è del tutto evidente che il ricorso a parametri ISI o al citation index ne costituiscono la pietra tombale. Inoltre, come ha osservato Cesare Segre, per questa via si sottrae la valutazione ai soli competenti, mettendola in mano a tecnocrati che usano schemi preformati sottratti ad ogni valutazione (talora si assiste a un uso francamente ridicolo di certe tecniche statistiche). L’unica valutazione seria della ricerca è l’autovalutazione della comunità scientifica, in forme che debbono essere rese stabili, obbligatorie e regolamentate, ma non possono e non debbono fare a meno di entrare nel merito dei contenuti della ricerca.

Pubblicato su Il Riformista il 18 settembre 2009

sfoglia     marzo       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA