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il blog di Mario Ricciardi


Diario


27 settembre 2011

Valutare la ricerca?

L’università italiana cambia. Una serie di interventi legislativi ha ridisegnato l’organizzazione interna dell’università pubblica, mutandone profondamente la governance. Sono state modificate anche le procedure per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori. Inoltre, un sistema di valutazione dovrebbe presto entrare in funzione a pieno regime, introducendo novità significative, che avranno conseguenze per il reclutamento, le progressioni di carriera e il finanziamento degli atenei. Si tratta di provvedimenti che riprendono in parte spunti emersi in decenni di dibattito sui difetti dell’università pubblica italiana. Il modo in cui tali interventi sono stati concepiti e portati avanti dall’attuale governo non ne inficia taluni aspetti positivi: occorre infatti ripristinare la capacità di tener fede alla propria missione istituzionale da parte degli atenei del paese, così come l’immagine dell’Università italiana all’interno del paese stesso. Tuttavia, un giudizio sulle buone intenzioni del cuoco non garantisce affatto che tutte le pietanze che prepara siano ugualmente ben riuscite. Ce ne saranno di buone e di meno buone, e non si può escludere che qualcuna si riveli, con il tempo, nociva per la salute di chi se ne ciba. Non c’è dubbio che il progredire della ricerca costituisca un fattore fondamentale per la crescita del paese e più in generale per il suo sviluppo sociale e culturale. La corretta allocazione delle risorse e l’eliminazione di sacche di inefficienza attraverso corrette procedure di valutazione sono dunque esiti auspicabili di un processo di riforma; sarebbe perciò opportuno che la comunità accademica vi partecipasse attivamente con proposte e suggerimenti propri, onde evitare che – secondo un costume tipico del nostro paese – vengano tardivamente importate metodologie di valutazione dall’estero, proprio quando, là dove esse sono state applicate, se ne auspica la revisione. Ad esempio, i sistemi di valutazione della ricerca introdotti nel Regno Unito sono stati sottoposti a critiche severe perché – come ha sostenuto di recente il filosofo della scienza Donald Gillies – essi potrebbero impoverire la produzione scientifica, favorendo principalmente la ricerca mainstream, scoraggiando di conseguenza l’innovazione intellettuale e il progresso scientifico. Vi è poi il problema di escogitare strumenti di valutazione che possano applicarsi anche a quegli ambiti disciplinari che per loro natura mal si prestano a essere esaminati solo sotto il profilo quantitativo.

La ragione per cui poniamo questo problema è che nell’università lavoriamo, e vorremmo continuare a fare il nostro lavoro nel modo migliore a lungo. Infatti, contrariamente a quel che certe campagne di stampa vorrebbero far credere, l’università italiana non è fatta solo di “precari” e “baroni”. Ci sono migliaia di ricercatori e professori nella fascia d’età tra i trentacinque e i cinquanta anni. Preparati, spesso con esperienze di ricerca all’estero, e con pubblicazioni internazionali. Persone che hanno investito e vogliono continuare a investire tempo e passione nell’università di questo paese, le cui voci fino ad ora hanno trovato ben poco accoglienza da parte degli organi di stampa, faticando a raggiungere l’opinione pubblica.

Per questo abbiamo ritenuto utile promuovere un incontro che si terrà all’università di Milano (il 30 settembre, aula 420 di via Festa del Perdono, ore 11.00) per discutere delle pietanze che stanno per esserci servite, cominciando dalla valutazione della ricerca individuale e dall’impatto che essa avrà sul reclutamento e sulla carriera di docenti e ricercatori. Invitiamo chi è interessato a partecipare e, se ritiene, a portare il proprio contributo di idee per aiutarci a capire se ci sono aspetti del sistema di valutazione che si prospetta che potrebbero essere migliorati.


15 ottobre 2010

Sulla riforma dell'università

La riforma dell’università è finita su un binario morto? C’è chi se ne duole e chi se ne compiace, ma ormai sono in tanti a pensarlo. Le voci di una fine anticipata della legislatura si fanno più insistenti da qualche giorno e – se si votasse davvero a marzo, come dicono alcuni – gli spazi di manovra per l’approvazione di un provvedimento controverso, che inciderebbe profondamente sulla vita degli atenei italiani, sarebbero esigui. In campagna elettorale si tende normalmente a sfruttare qualunque appiglio per mettere in difficoltà l’avversario, e quella cui stiamo probabilmente andando incontro potrebbe essere una delle peggiori della storia recente. Chi vuole portare a casa lo scalpo del premier ha tutto l’interesse a impedire che egli possa vantarsi di aver riformato, dopo diversi tentativi, l’università di questo paese. Persino all’interno della maggioranza potrebbe esplodere il malcontento per questa o quella scelta di fine legislatura del governo, e gli scontenti troverebbero nella riforma un bersaglio facile e vantaggioso. Anche perché, non dobbiamo dimenticarlo, essa è associata nel bene e nel male con il ministro che l’ha proposta. Se la riforma viene approvata, il peso di Maria Stella Gelmini nel PdL potrebbe crescere molto. Una prospettiva che alcuni esponenti di quella formazione, e forse anche alcuni alleati, potrebbero trovare poco attraente.

 

Dalla prova di forza con Tremonti sulla questione dei fondi da destinare all’assunzione di nuovi professori associati (in un primo tempo si era detto 9000 in 6 anni, poi 4500 in 3) la Gelmini non è uscita bene. Tra le righe della sua dichiarazione di mercoledì sera, subito dopo l’incontro di Berlusconi con il ministro dell’economia, si legge il disappunto per aver dovuto rinunciare a un provvedimento che poteva dare ossigeno alle università che corrono il rischio di trovarsi con un corpo docente ridotto dai pensionamenti e senza la possibilità di sostituire chi lascia per via delle misure prese per portare sotto controllo la spesa pubblica. Tra l’altro, vale la pena di ricordare che era stata proprio la Gelmini a intervenire a “furor di popolo” (e a concorsi già banditi) cambiando le regole per diminuire il “potere dei baroni”. Ora che, più o meno a due anni di distanza dal decreto che sospendeva le procedure di selezione, le nuove regole ci sono, l’ostacolo posto da Tremonti è una sconfitta dura da digerire, che oltretutto corre il rischio di avvalorare le critiche di chi sostiene che approvare la riforma senza lo stanziamento di nuove risorse potrebbe affossare l’università pubblica invece di aiutarla a rialzarsi e spingerla a procedere più spedita. Sui fondi per i nuovi associati la Gelmini verosimilmente contava anche per disinnescare – o almeno ridimensionare – le proteste dei ricercatori che in diversi atenei hanno scelto di astenersi dalla didattica (che, sulla base della legge attuale, non rientra tra i loro compiti, e per la quale spesso non vengono retribuiti).

 

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi se la mancata approvazione della riforma sarebbe un male o un bene. Non c’è dubbio che è necessario dare nuovo slancio all’università. Dalle procedure di reclutamento, al governo degli atenei, fino alla distribuzione delle risorse, sono molte le cose che funzionano male e vanno messe a posto per non restare indietro rispetto ai paesi più avanzati. Su questi punti centrali la riforma interviene cercando di mettere ordine. Si stabilisce un percorso di ingresso alla carriera accademica che passa attraverso contratti a tempo determinato e continua con un giudizio nazionale di idoneità al quale segue la chiamata da parte delle università dei professori, che passerebbero in questo modo al tempo indeterminato, la “tenure”. Si prevedono forme di valutazione più stringente dell’operato dei docenti, che dovrebbero essere ancorate anche a indici non soggettivi, come il numero di pubblicazioni nelle riviste più prestigiose o la partecipazione a ricerche. Nella stessa prospettiva si modifica anche il sistema del finanziamento pubblico, rendendolo più sensibile ai risultati ottenuti dalle diverse strutture, in modo da premiare i migliori. Si cambia l’organizzazione interna degli atenei riducendo le facoltà, potenziando la figura del direttore generale, che diventa un manager, e differenziando le funzioni tra senato accademico e consiglio di amministrazione, che sarebbe composto al quaranta per cento da consiglieri esterni all’università stessa. Bisogna riconoscere che la Gelmini è riuscita progressivamente a mettere insieme un disegno organico. Anche grazie ai consigli che verosimilmente devono esserle arrivati dallo stesso mondo accademico, verso il quale nel tempo il ministro sembra diventata meno diffidente, e al contributo decisivo in aula di esponenti della maggioranza come il relatore al senato Giuseppe Valditara, si è delineato un compromesso tra libertà delle università e controllo pubblico che potrebbe almeno porre fine a un lungo periodo di incertezze e estenuanti fibrillazioni che hanno profondamente logorato il clima all’interno dell’università italiana abbassando il morale di chi vi lavora.

 

Certo se si pensa al tempo medio di una procedura di reclutamento nel Regno Unito quelle disegnate dalla riforma non sembrano particolarmente spedite. Neppure sembra condivisibile l’entusiasmo un po’ eccessivo che il ministro a volte ha manifestato per l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione delle università. In un paese dove i conflitti di interesse sono endemici – e lasciano buona parte della popolazione indifferente – la presenza di persone che non hanno le idee chiare sullo scopo delle università potrebbe in certi casi rivelarsi una pessima idea. Si è avuto talvolta l’impressione che il modello che ispirava il proposito di riformare l’università, soprattutto nelle prime fasi, fosse quello di certe “Business School”. Istituzioni lodevoli di cui nessuno ha intenzione di mettere in discussione l’importanza e l’utilità, ma che sarebbe avventato prendere come paradigma cui ogni realtà accademica dovrebbe uniformarsi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2010 


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/10/2010 alle 21:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 settembre 2009

Intervista a Giorgio Israel

Giorgio Israel è uno storico della matematica. Studioso di fama internazionale, di recente uno dei siti web che raccolgono gli umori della protesta contro la Gelmini lo ha descritto come il “puparo” del ministro della pubblica istruzione. L’espressione poco benevola – e il riferimento a Marco Biagi che la segue nello stesso post – rivelano un atteggiamento preoccupante da parte di alcuni contestatori nei confronti di un intellettuale libero, che in questi anni ha molto riflettuto sui problemi della scuola e dell’università. Proprio di università abbiamo parlato con Israel, per avere la sua opinione su alcuni dei punti toccati dal decreto in preparazione.

Professor Israel, secondo le anticipazioni, il decreto sull’università che il ministro Gelmini sta per proporre dovrebbe diminuire drasticamente il ricorso a docenti a contratto. Perché si è reso necessario questo provvedimento?

La situazione non è omogenea. Vi sono università o facoltà che ricorrono poco o niente ai contratti d’insegnamento. Al contrario, altre vi fanno ampio ricorso. È noto che in certi casi si bandisce un gran numero di contratti pagati vergognosamente poco: fino a poche centinaia di euro lordi per un corso di sessanta ore. Ciò rappresenta comunque uno sperpero inaccettabile di denaro al solo scopo di tenere in piedi un gran numero di lauree, sfruttando le speranze di chi si illude che facendo un corso universitario acquisirà un titolo di benemerenza per un posto fisso. È un malcostume che deve essere stroncato. La riduzione dei corsi di laurea è necessaria e salutare, e spesso può essere indolore in quanto realizzata col semplice taglio dei contratti di insegnamento.

Nei giorni scorsi il ministro ha affermato che il 3 + 2 è fallito e che bisogna eliminarlo. Eppure c’è chi sostiene che il problema non è la formula adottata, che ha funzionato e funziona bene altrove, ma il modo in cui è stata distorta dalle università. Oltretutto, queste avevano a che fare, a loro volta, con datori di lavoro, in particolare le stesse pubbliche amministrazioni, che non hanno capito il senso e l’utilità delle lauree brevi. Forse era il caso di aspettare ancora prima di dichiarare fallimento. Non è presto per tornare indietro?

Su questa questione sovrasta una grande bugia che si riassume nello slogan: «ce lo ha chiesto l’Europa». Non è vero. Le indicazioni di Bologna e di Lisbona, evocate quando si tratta di affermare l’assoluta necessità di certe innovazioni – come l’introduzione della terna conoscenze/competenze/abilità – sono iniziative unilaterali e “private”, destituita di qualsiasi valore normativo. Noi abbiamo scelto di aderire all’indicazione del 3 + 2 (laurea triennale seguita dalla laurea specialistica, ora magistrale). Potevamo non farlo, come non lo hanno fatto altri paesi. Penso che sia difficile trovare qualcuno disposto a difendere il 3 + 2, salvo chi l’ha introdotto. Vorrei ricordare che, in precedenza, si pensò di introdurre un diploma biennale, che sarebbe stata un’ottima soluzione per un profilo professionale pratico di ambizioni realistiche. Si è scelta un’altra strada. La laurea triennale è una via di mezzo che non corrisponde a quasi nessuno sbocco professionale, non ha senso e non è utile. Chi farebbe costruire un ponte a un laureato triennale, gli affiderebbe una causa o ne farebbe un insegnante? Persino per fare il farmacista non si ritiene sufficiente la laurea triennale. Il risultato è che quasi tutti gli studenti proseguono con la specialistica e conseguono alla fine una preparazione che è al più uguale a quella che si otteneva con la quadriennale, spesso è inferiore, pagando il prezzo di un anno in più. Difatti, mentre con la quadriennale si seguivano corsi annuali o semestrali che consentivano una preparazione approfondita e solida, ora tutto si disperde in una miriade di corsi al più trimestrali, talora di poche ore, il che porta lo studente a un agitarsi isterico di esame in esame senza riuscire ad assimilare niente altro che spolverature di nozioni. Finita la triennale, un buon pezzo della specialistica (o magistrale) serve e colmare le carenze pregresse, col risultato che si perde un anno per ottenere meno di quel che si otteneva con quattro. Questo lo sanno tutti, è vox populi. Che poi alcune università si siano comportate male, moltiplicando lauree e corsi e frammentandoli, è vero. Ma anche nei casi in cui questo non è stato fatto gli inconvenienti sono rimasti, e potrei fare esempi. Peraltro quel malcostume è stato stimolato da una formula strutturalmente sbagliato e condita dal perverso sistema dei crediti che hanno trasformato i corsi e gli esami in un autentico mercato delle vacche («vengo al suo seminario se lei mi da tot crediti»). Tornare indietro? Se si chiedesse ai professori universitari cosa pensano del 3 + 2 la risposta maggioritaria sarebbe «ne penso male», se si chiedesse loro di tornare indietro la risposta unanime sarebbe «mai e poi mai». Chi ha voglia di rimettere mano a tutto il sistema dopo aver passato anni a impazzire dietro la costruzione di lauree, a calcolare crediti, a definire percorsi e corsi? Anche questo – aver costretto ai docenti a un avvilente lavoro da burocrati distogliendoli dalle loro funzioni prioritarie – è stato una delle imperdonabili colpe di questo sistema che ha fatto emergere i peggiori – quelli che hanno la voluttà della “gestione” – a scapito dei migliori, quelli che vogliono soprattutto insegnare e far ricerca.

Sempre leggendo le anticipazioni relative ai contenuti del decreto si ha l’impressione che si prospetti un sistema centralizzato, in cui il ministero controlla, programma, autorizza e decide cosa è meglio per ciascuno. Nei paesi che hanno le università migliori del mondo le cose non funzionano in questo modo. Come mai qui è necessario tornare a un sistema che sembra ispirato da una concezione paternalista piuttosto che liberale della società?

Di quali paesi parliamo? Tutti i sistemi europei sono in prevalenza statali e talora funzionano ancora bene. Gli Stati Uniti sono un altro mondo e ogni confronto è impossibile. Va anche detto – tanto per uscire dai luoghi comuni politicamente corretti – che storicamente i sistemi pubblici e statali hanno dato ottimi risultati. Le università americane non potevano neppure lontanamente competere con quelle europee fino alla Seconda guerra mondiale e la scuola secondaria americana ancora è a un livello molto più basso di quella francese o italiana. Si dimentica che lo sfascio del sistema universitario italiano – e di quello scolastico – ha un’origine precisa: la trasformazione della figura del docente in un impiegato sindacalizzato, l’ingresso dei sindacati nella struttura con la pretesa di voler persino determinare carriere e modalità dell’insegnamento, i giganteschi ope legis dagli anni settanta in poi, alternati con concorsi e idoneità che erano altrettante ope legis, l’uso del sistema dell’istruzione come ammortizzatore sociale attraverso assunzioni di massa, e via dicendo. Da allora l’università non è più un luogo di formazione, di ricerca e di cultura. È forse soltanto colpa degli universitari se da quasi quarant’anni si parla soltanto di stato giuridico dei docenti e le uniche riforme della didattica che sono state funzionali a problematiche del mercato del lavoro (peraltro mal comprese, come nel caso del 3 + 2)? Questi sono i veri nodi. Per il resto, se si auspica la privatizzazione del sistema universitario italiano si deve capire che questo è possibile soltanto in modo molto graduale, a meno che qualcuno non voglia chiudere tutto e abbandonarsi alla spontaneità degli “animal spirits”. Nel frattempo, il controllo centrale degli standard e dei livelli non può che competere a una struttura centrale.

…e l’abolizione del valore legale del titolo di studio?

Anche qui non è bene intrattenersi con i sogni. Tanti parlano di abolizione del valore legale del titolo di studio. In teoria è l’uovo di Colombo. Soltanto che non basta dare una schiacciatina all’uovo per farlo stare in piedi. Molti sanno, ma preferiscono non dirlo ad alta voce, che un simile provvedimento implicherebbe un’opera di delegificazione di portata epocale, difficile persino da prevedere. Invece di porsi obbiettivi belli da dire e quasi impossibili da realizzare sarebbe meglio procedere concretamente: per esempio, concedendo alle università la libertà di definire il livello delle tasse e pagare il prezzo della concorrenza che si creerebbe. Queste sono forme di liberalizzazione attuabili e che possono portare a un risanamento del sistema, fermo restando che la ricerca di base deve essere difesa, pena la decadenza del paese a livelli irrecuperabili.

Un ruolo molto importante nel modello di università proposto dal ministro Gelmini ha l’idea di un sistema di valutazione nazionale. Tuttavia, molti sostengono che tale sistema può funzionare bene solo per le discipline in cui la comunità scientifica può adoperare standard internazionali. Per il diritto, o per la letteratura, la faccenda è più complicata. Come si può rispondere a questa obiezione?

Sulla questione della valutazione ritengo che si debba andare con i piedi di piombo. La valutazione della ricerca non l’abbiamo scoperta oggi: è stata inventata nel Settecento. Il problema è che oggi la massa dei prodotti della ricerca è tale che è difficile usare l’unico sistema sensato, e cioè la valutazione qualitativa, verbale, specifica, basata su un’analisi approfondita dei risultati e delle pubblicazioni da parte di esperti del settore, e non più anonima, perché ormai dietro l’anonimato si celano regolamenti di conti tra fazioni. Ma la tentazione è di affidarsi a meccanismi numerici basati su algoritmi che tengono conto di una serie di parametri che rinviano sempre da un giudizio a un altro che gli sta dietro, col rischio che, di passo in passo, un giudizio non ci sia mai, bensì soltanto pregiudizi (pubblicare all’estero è meglio, questa rivista è meglio di quella quindi l’articolo è migliore, ecc.). Si afferma che questi metodi sono oggettivi, ma questo è ridicolo perché, in fin dei conti, essi debbono basarsi su giudizi emesso da qualcuno, fosse anche soltanto sulla qualità della rivista su cui è pubblicato un articolo. Inoltre, gli algoritmi, i parametri e i metodi di valutazione sono spesso definiti da “ditte” private composte da esperti che ragionano in termini manageriali astratti senza avere la minima idea di cosa sia realmente la ricerca scientifica. Quindi, la necessità di valutare in massa e rapidamente può congiurare in modo perverso con l’interesse di gruppi che mirano soltanto a fare affari. Non mi stancherò di ricordare – a costo di passare per rimbecillito – che alcuni mesi fa è uscito un autorevolissimo rapporto della International Mathematical Union, dell’International Council of Industrial and Applied Mathematics a dell’Institute of Mathematical Statistics (le massime autorità in materia di numeri!) che smantella certi sistemi di valutazione, come il citation index, afferma che «i numeri non sono di per sé superiori ai giudizi ponderati» e che la ricerca di metodi «oggettivi», di «standard», è un’«illusione». Si denuncia il rischio enorme che la ricerca di base – proprio quella che costituisce la colonna portante di tutto il sistema della ricerca – venga colpita duramente da questi sistemi. Vogliamo adottarli affrettatamente proprio mentre altrove ci si interroga sui guasti che rischiano di produrre? Quanto alle materie umanistiche è del tutto evidente che il ricorso a parametri ISI o al citation index ne costituiscono la pietra tombale. Inoltre, come ha osservato Cesare Segre, per questa via si sottrae la valutazione ai soli competenti, mettendola in mano a tecnocrati che usano schemi preformati sottratti ad ogni valutazione (talora si assiste a un uso francamente ridicolo di certe tecniche statistiche). L’unica valutazione seria della ricerca è l’autovalutazione della comunità scientifica, in forme che debbono essere rese stabili, obbligatorie e regolamentate, ma non possono e non debbono fare a meno di entrare nel merito dei contenuti della ricerca.

Pubblicato su Il Riformista il 18 settembre 2009


11 novembre 2008

Chi ha paura del sorteggio?

Chi ha paura del sorteggio? Secondo Francesco Giavazzi "i professori che si erano divisi i 6000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari". Io direi piuttosto che dovrebbero averla tutti, visto che il sorteggio dei commissari non garantisce in alcun modo che i candidati che alla fine riceveranno le idoneità siano i più bravi. In alcuni casi questo potrebbe accadere, in altri no, perché il sorteggio si limita a inserire un elemento casuale nella scelta dei commissari  (la randomizza direbbe un economista).  Come poi questi ultimi decideranno rimane affidato alla loro coscienza e giudizio.

Su questo punto non secondario Giavazzi nel suo nuovo intervento - non meno concitato del primo - sorvola. Tuttavia, avendo avuto una settimana di tempo per pensarci, qualche dubbio sul fatto che il sorteggio sia una buona idea deve averlo anche lui, perché in questo nuovo intervento allude alle "anime belle" che lo hanno criticato citando - senza nominare l'autore - un brano in cui si dice che "in Gran Bretagna, dove l'università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso". Poi aggiunge, fulmineo: "lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude". Che è indubbiamente vero, ma non si capisce che rapporto abbia con il sorteggio dei commissari. Tuttavia, per Giavazzi un rapporto deve esserci, perché continua: "se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (...) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell'università". A questo punto, anche il lettore ben disposto ha l'impressione che Giavazzi stia menando il can per l'aia.

Infatti, non si capisce bene in che senso chi critica il sorteggio come metodo arbitrario e insensibile al merito dovrebbe - per coerenza - sostenere anche le altre cose di cui parla Giavazzi. Tra l'altro, alcune delle "anime belle" che hanno criticato il sorteggio hanno argomentato in passato proprio in favore di alcune delle cose che Giavazzi li sfida oggi ad accettare. Per esempio, Marco Santambrogio lo ha fatto in Chi ha paura del numero chiuso? - un libro pubblicato nel 1997 - e in diversi altri interventi pubblicati in seguito. Quindi Giavazzi, come si dice, sfonda una porta aperta. Dietro quella porta c'è un problema di cui molti di noi si sono resi conto in questi anni, e cioè che non è chiaro in che modo si possa abolire il valore legale del titolo di studio. C'è chi sostiene, infatti, che questo in un certo senso non esiste nemmeno nel nostro paese, e che il vero problema è il modo puramente formale in cui funziona la valutazione dei titoli nei concorsi pubblici (ma questa, come si dice, è un'altra storia).

Rimane il fatto che, anche ammettendo che bisogna abolire il valore legale del titolo di studio - qualunque cosa voglia dire - e che i dipartimenti scadenti devono chiudere, non si capisce perché si dovrebbero rimandare i concorsi in attesa di una riforma dell'università. Avevamo un sistema di selezione imperfetto e aperto all'arbitrio. Grazie all'intervento di Giavazzi e al decreto del governo ne abbiamo uno almeno altrettanto imperfetto e aperto all'arbitrio. Perché mai le università che hanno deliberato in piena autonomia di chiedere concorsi dovrebbero rinunciarvi? Per aspettare poi cosa? Che Giavazzi immagini la procedura concorsuale perfetta? Un piccolo contributo in questa direzione c'è già nell'intervento di questa settimana. Scrive Giavazzi: "vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati tra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero (...) pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica. Poiché esistono diversi criteri (l'impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi".

In poco più di un mese? e poi, non si erano già divisi i posti i professori italiani? Ovviamente, Giavazzi non è così ingenuo da credere che essi agiranno spontaneamente in modo virtuoso, quindi li avverte: "si vedrà, sia quali discipline avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti". Insomma, state in campana! Anche in questo caso, Giavazzi glissa su una questione non trascurabile. In alcune discipline gli indici di cui lui parla non ci sono. Costruirli in modo affidabile richiederebbe tempo. Talvolta andrebbe fatto solo per le pubblicazioni in lingua italiana, e questo pone problemi di non facile soluzione. Comunque, essi darebbero al massimo un indice quantitativo. Da prendere sul serio, nessuno vuole negarlo, ma anche con una certa cautela.

Allora forse la soluzione è davvero quella di sospendere i concorsi mentre Giavazzi immagina la procedura concorsuale perfetta. Magari, visto che ci siamo, potremmo sospendere anche le elezioni politiche in attesa che lo stesso Giavazzi o qualche altro economista immagini anche in quel caso un metodo di selezione perfetto. Oppure mettere tutti gli italiani sotto tutela, e privarli della libertà di scegliere, perché alcuni fanno sciocchezze o si comportano in modo scorretto. Dopo aver scoperto che il liberismo è di sinistra, potremmo anche scoprire che il paternalismo è liberista.   


5 novembre 2008

L'appello di Martinotti, Moscati e Rositi

Guido Martinotti, Roberto Moscati e Franco Rositi hanno scritto un appello in cui spiegano perché l'idea di Giavazzi è destinata a fare danni seri senza contribuire in alcun modo a migliorare la nostra università.

L'appello si trova all'indirizzo:

http://sosatenei.wordpress.com/fermiamo-la-mano/


5 novembre 2008

Ancora su Giavazzi

Oggi Francesco Giavazzi ritorna sulla sua proposta di cambiare le regole dei concorsi già banditi. Tra l'altro, scrive che "centinaia di baroni universitari hanno accuratamente organizzato i voti, hanno usato la perversione delle doppie idoneità (due vincitori per un posto) per costruire solide maggioranze, insomma hanno truccato i concorsi. Se questi venissero modificati tutti i loro progetti andrebbero a gambe all'aria". Ora, a parte il fatto che non è vero che ci sono due vincitori per un posto perché le idoneità non comportano necessariamente l'assunzione, vorrei richiamare l'attenzione sull'argomento usato da Giavazzi. Non che cambiare le regole aumenterebbe la possibilità che vinca il migliore, ma che disturba i progetti di quelli che lui chiama "baroni". Insomma, Giavazzi è un buontempone che vuole che il governo faccia un bello scherzo ai suoi colleghi! Mi chiedo come si possa prendere sul serio cose del genere.



3 novembre 2008

Giavazzi sui concorsi

L'ultima proposta sui concorsi universitari l'ha fatta Francesco Giavazzi che - in un intervento dal tono un po' concitato - invoca una serie di provvedimenti di urgenza. Tra questi, la sostituzione del sorteggio all'elezione come metodo per nominare i membri delle commissioni di concorso.

 

Sembra una grande idea, ma in realtà si tratta di un metodo che è già stato provato in passato - a quanto mi dicono - senza risultati brillanti. La spiegazione risiede probabilmente nel fatto che il sorteggio si limita a garantire le pari opportunità tra i possibili commissari, ma non è in alcun modo in grado di assicurare, o anche di rendere più probabile, la selezione dei candidati migliori. Infatti, in assenza di sanzioni istituzionali adeguate per chi sceglie candidati di scarso valore ciò che accade è che il sorteggiato si trova a questo punto ad avere un bargaining power che tenta di convertire in un vantaggio personale. Nessuno gli impedisce, in un sistema accademico strutturato come quello italiano, di scegliere chi gli pare. Anche perché si rende ben conto che ha scarse possibilità di far parte nuovamente di una commissione nel breve periodo.


Personalmente rimango convinto che l'unica proposta sensata sui concorsi è abolirli, concentrando invece gli sforzi di riforma sui meccanismi istituzionali che riguardano la distribuzione delle risorse e il legame che essa deve avere con la valutazione delle università.



Qui trovate una critica di Dino Cofrancesco al pezzo di Giavazzi


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 3/11/2008 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 ottobre 2008

Mobilità accademica

Tra le tante critiche che in questi giorni vengono mosse al nostro ceto accademico c'è quella che è poco mobile. Si dice che, nei paesi che dovremmo prendere a esempio, ricercatori e docenti cambiano sede diverse volte nel corso della propria carriera, mentre da noi molti non si sono mai mossi dal luogo in cui si sono laureati. Non ho a disposizione dati, ma credo che ci sia qualcosa di vero nel fatto che nell'università italiana ci sia una minore mobilità rispetto a quella che c'è negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Tuttavia, non sono sicuro che l'interpretazione dei fatti che viene proposta sia del tutto corretta. Cominciamo da qui. Perché un giovane studioso americano all'inizio della carriera decide di spostarsi dal luogo dove ha conseguito la laurea? In linea di massima - escludendo quelli che lo fanno per motivi personali - le spiegazione sono due. La prima è che non c'è posto disponibile dove ha studiato. La seconda, che andare altrove può essere utile per la propria carriera. Se sono laureato in un'università poco prestigiosa del mid-west tentare di fare il dottorato a Princeton o a Harvard mi conviene perché aumenta le mie chances di avere un buon lavoro nel lungo periodo. Inoltre, in un ambiente che privilegia - giustamente - la specializzazione, si tende a muoversi verso i luoghi dove è possibile specializzarsi, perché anche questa è una buona strategia.

Quindi il nostro giovane collega americano non si muove perché il movimento è cosa buona in quanto tale, ma perché muoversi è un mezzo per uno scopo. Tra l'altro, vale la pena di sottolineare che se il movimento fosse da Princeton all'università di provincia, non verrebbe affatto considerato buon segno per le prospettive di carriera del futuro PhD.

Bisogna poi fare attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze. La forte mobilità dipende in larga misura dalla competitività e dalla scarsità relativa dei posti a disposizione nelle migliori università. Se uno ha la fortuna di poter proseguire la propria carriera nella stessa prestigiosa università dove si è laureato, nessuno lo biasimerà solo per questo. Ci sono diversi esempi di illustri studiosi che non hanno mai cambiato università nella vita, e questo non ha certo danneggiato il loro lavoro. Al contrario, in alcuni casi li ha messi nelle migliori condizioni per proseguirlo con successo.

Per quel che riguarda il nostro paese, poi, non si capisce bene quale sia il rimedio proposto. Ascoltando alcuni commenti in questi giorni si ha l'impressione che sia sempre il solito: fare una legge. Si dice che dovrebbe essere vietato fare il dottorato dove si è conseguita la laurea, o diventare ordinari dove si è stati associati. Insomma, il "wandering scholar" per decreto.

Si tratta ovviamente di un'assurdità, che probabilmente sarebbe destinata a non conseguire l'effetto desiderato. Un po' come i marinai borbonici - per apparire efficienti - saremmo tutti costretti a "fare ammuina" muovendoci da prua a poppa senza costrutto, solo perché così daremmo l'impressione di fare quel che i nostri colleghi americani o inglesi fanno spontaneamente quando ritengono necessario o utile farlo. Davvero una trovata geniale.


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 16/10/2008 alle 9:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 ottobre 2008

L'occupazione che non c'è

La notizia l’ho avuta ieri mattina dalla prima pagina del principale quotidiano nazionale: sono partite le occupazioni a Roma e a Milano. La cosa mi incuriosisce. Nell’università lavoro da più di dieci anni, di cui una parte felicemente trascorsi proprio alla Statale di Milano, dove attualmente insegno teoria generale del diritto. Naturale, dunque, l’interesse. Oltretutto, nel pomeriggio avrei lezione. A giudicare da quel che leggo, c’è stata un’occupazione del rettorato lunedì, nel corso della quale un gruppo di studenti avrebbe tentato di ottenere dal rettore la firma di un documento che “condanna la legge Gelmini” (sic). La minaccia è di quelle da far tremare i polsi a una persona che è responsabile di un ateneo frequentato da più di sessantamila iscritti: “o firmi questa lettera o blocchiamo le lezioni”. Nonostante il tono perentorio, il rettore Decleva non cede e rifiuta di firmare. Quel che segue non è molto chiaro. Secondo l’articolo i dimostranti hanno occupato il rettorato, esposto uno striscione e improvvisato “un corteonei chiostri della Statale”.

A questo punto, devo confessare che ho cominciato ad avere qualche perplessità. Non sulla veridicità del racconto, di cui non ho ragione di dubitare, ma sull’entità dell’episodio. L’altro ieri, infatti, ero anch’io in università, e non mi sono accorto di nulla. Sono arrivato nel primo pomeriggio, mentre l’assalto al rettorato c’è stato alla undici. Tuttavia, l’atmosfera era quella di un giorno normale. Anche a lezione non ho notato nulla di insolito. Le stesse facce che vedo da qualche settimana. Nessuna protesta, nemmeno un’allusione all’occupazione.

In effetti, secondo le cronache, gli occupanti sarebbero “quasi un centinaio”. Un altro quotidiano nazionale dice settanta. Sul numero complessivo degli iscritti a questo ateneo non si può certo dire che si tratti di una percentuale significativa. Oltretutto, i manifestanti sarebbero esponenti dei collettivi della Statale, della Bicocca, del Politecnico e dell’Accademia di Brera. Che tradotto in cifre non equivale a una partecipazione di massa alla protesta. Comunque, rimane un problema. Non ho capito se il rettorato è occupato. Non mi rimane che andare a controllare di persona, anche perché nel pomeriggio avrei di nuovo lezione. Nella tarda mattinata di martedì l’unico segno di qualcosa di diverso dal solito è la porta del rettorato chiusa. Chiedo al custode, che mi risponde che anche lui ha letto sul giornale che il rettorato è occupato, ma degli occupanti all’interno non c’è traccia. Interrogo i colleghi, chiedo a qualche studente, ma nessuno sembra essersi accorto di nulla. C’è qualcuno che è al corrente del malcontento per i provvedimenti del governo e – soprattutto tra docenti e ricercatori – manifesta apprensione. Ma del “nuovo sessantotto” di cui parlavano i giornali di ieri nessuna traccia. Nemmeno la più piccola. La situazione si è rianimata soltanto nel pomeriggio, quando un gruppo non molto più numeroso di dimostranti, ha stretto d’assedio il senato accademico riunito in seduta, anche in questo caso chiedendo l’adesione a un documento contro gli ultimi provvedimenti del governo. Anche in questo caso con scarsi risultati.

La cronaca di questi primi due giorni del nuovo “autunno caldo” dell’università italiana vista dal cortile della Statale di Milano assomiglia a una fiction televisiva. Gli attori sono pochi, una gran parte recita male, i dialoghi sono prevedibili e mostrano, più di ogni altra cosa, che gli autori sono in una drammatica crisi di idee. Tutto questo mentre l’università italiana – come scrive Roberto Perotti nel suo saggio L’università truccata, appena pubblicato da Einaudi – è alla deriva. L’analisi di Perotti, basata su una solida ricerca, mostra che una buona parte delle affermazioni fatte da chi ha inscenato le proteste di questi giorni è destituita di fondamento. Un confronto con quella britannica, anch’essa pubblica, mostra che il problema dell’università italiana non è tanto l’entità del finanziamento pubblico, che non è molto inferiore rispetto a quello erogato nel Regno Unito, quanto piuttosto la qualità della ricerca. Un risultato che non si spiega con uno scarso intervento pubblico, ma al contrario con un funzionamento distorto delle istituzioni che impediscono una reale competizione tra gli atenei e di promuovere chi – ricercatori e docenti – lavora nel modo migliore.

La ricetta proposta da Perotti non è più intervento pubblico, ma più autonomia. In particolare, più libertà da parte degli atenei di fissare il prezzo dei propri servizi, facendone pagare i costi a chi dovrebbe trarne beneficio, ovvero gli stessi studenti. Solo in questo modo, sostiene l’economista della Bocconi, è possibile creare le condizioni per un reale controllo della qualità. Saranno infatti gli stessi studenti, e le loro famiglie che spesso li sovvenzionano, a esigere che il titolo di studio abbia un valore reale – che si trasformi cioè in concrete opportunità di lavoro – e non soltanto uno legale, come avviene in questo momento. Non è difficile immaginare che le tesi di Perotti sono destinate a essere impopolari in un paese che si è abituato a considerare il conseguimento della laurea un diritto umano fondamentale. Tuttavia, solo il superamento di questo pregiudizio potrebbe consentire di riprendere la discussione sull’università su nuove basi, per avvicinarci a un sistema che coniughi finalmente l’efficienza e l’equità e non generi, come quello attuale, il massimo dell’inefficienza rendendo al contempo quasi impossibile la mobilità sociale.

In tale prospettiva sarebbe possibile per l’opposizione mettere in campo argomenti credibili per contrastare gli aspetti più discutibili delle misure proposte dal governo Berlusconi. Un esempio, tra gli altri, vale la pena di essere richiamato. In questi giorni si stanno levando grida di dolore da ogni parte del paese contro la norma che prevede la possibilità di trasformare le università in fondazioni. Anche il PD si è unito al coro delle proteste, dimenticando che la stessa proposta era stata presentata nella precedente legislatura da Nicola Rossi, senatore di quel partito. In realtà, come configurato nella proposta di Rossi, il cambiamento di regime giuridico era concepito come un’opportunità per le università – e ce ne sono – che sarebbero in grado di contare su un territorio in cui ci sono le risorse private su cui far leva, approfittando delle possibilità che una regolamentazione più agile offre sul piano dello sviluppo. D’altro canto, è difficile immaginare che questa opportunità sia alla portata di tutte le università italiane, nonostante quel che sembra pensare il ministro Gelmini. Rimane allora da chiedersi cosa dovrebbe fare chi non è in condizione di fare il salto verso una gestione “privatistica”. Chiudere? Continuare a fare affidamento esclusivamente sul finanziamento pubblico? Ripartito in che modo? L’opposizione “senza se e senza ma” che si annuncia nel cortile della Statale di Milano in questi giorni non risponde a queste domande.

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2008


 


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9 agosto 2007

Lauree Honoris Causa

 

Gregorio Peces Barba, chi era costui? C’è da chiedersi se nelle stanze del ministero dell’Università qualcuno si è posto l’imbarazzante interrogativo prima di prendere il provvedimento che blocca le procedure di assegnazione delle lauree “honoris causa”. Se lo avessero fatto, avrebbero scoperto che lo studioso spagnolo non è semplicemente uno dei più illustri filosofi del diritto europei, ma anche una figura eminente dell’opposizione antifranchista e uno dei padri della costituzione democratica spagnola. Rifiutargli, anche provvisoriamente, il riconoscimento che l’Università del Piemonte Orientale intendeva conferirgli non è certo un segnale incoraggiante. Più o meno è come se un’università straniera avesse a suo tempo sospeso la procedura di assegnazione della laurea “honoris causa” a Norberto Bobbio o a Sandro Pertini. La cosa lascia ancora più perplessi, e non è destinata a migliorare l’opinione che del sistema educativo italiano è diffusa all’estero, quando si apprende che il mancato riconoscimento a Peces Barba è frutto della classica mentalità burocratica del nostro paese. Per impedire a qualcuno di prendere un’iniziativa discutibile il pubblico potere decide di emettere un provvedimento generale, che inibisca tutte le iniziative dello stesso tipo, pur se virtuose. Anche se all’apparenza quella delle lauree “honoris causa” è una vicenda minore, la cui importanza appare trascurabile se confrontata con i problemi del paese, la decisione del ministro Mussi è un esempio della concezione irrimediabilmente dirigista che la classe politica italiana, sia di destra sia di sinistra, ha dell’università e più in generale dell’istruzione.

Da alcuni anni si fa un gran parlare in questi settori di autonomia. Tuttavia, c’è una resistenza caparbia da parte del ceto politico e della burocrazia nei confronti del correlato necessario dell’autonomia, ovvero la responsabilità per le proprie scelte. Invece di lasciare, come sarebbe giusto e efficiente, al pubblico il giudizio sulla serietà di un’università che conferisce diplomi onorari a figure discutibili, la reazione del ministero è quella di sospendere l’autonomia, cioè la libertà di scelta, per tutti, in attesa di nuovo ordine. Che poi non è difficile immaginare quale sia. Una nuova prescrizione “legale” dei requisiti per l’assegnazione di una laurea “honoris causa”, compilata nella neolingua dei ministeri, con formulazioni che appaiono stringenti al comune cittadino, ma che difficilmente reggeranno all’estro interpretativo di chi voglia sostenere che il tal imprenditore, o il talaltro uomo di spettacolo, meriti il prezioso riconoscimento accademico.

Sottoposta ad autorizzazione preventiva, l’autonomia perde il suo valore e diventa niente altro che un altro passaggio nella catena delle autorizzazioni al cui vertice c’è un’entità benigna e impalpabile, che per impedire a qualcuno di fare una sciocchezza, proibisce a tutti gli altri di usare nel modo migliore le proprie risorse. Vale la pena di sottolineare che quel che accade oggi per le lauree “honoris causa” è già avvenuto in passato per il sistema di reclutamento dei docenti. Spaventati dalle possibili distorsioni dell’autonomia, che indubbiamente ci sono state, gli araldi del paternalismo hanno richiamato a gran voce il ritorno al “concorso nazionale”, una mostruosità che non conosce eguale nei paesi che sono all’avanguardia nella ricerca. Nessuno sembra essere stato sfiorato dal dubbio che gli italiani sono perfettamente in grado di distinguere un’università prestigiosa da una che non lo è, tanto è vero che sempre più spesso, quelli che possono, mandano i propri figli a studiare, almeno per l’alta formazione, negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Chi preferisce frequentare l’università sotto casa, anche se ha dato una laurea “honoris causa” a un calciatore, non lo fa perché non sia in grado di percepire la differenza rispetto a Cambridge o Yale, ma solo perché il valore legale del titolo di studio comporta che questo sia ancora un investimento conveniente.

Gli italiani amano immaginarsi furbi, ma la somma delle furbizie individuali produce stupidità collettiva. L’unico modo di porre rimedio a questo fenomeno, che ci sta progressivamente spingendo ai margini nel campo della ricerca e dell’innovazione, è liberare le risorse individuali, non mortificarle. Consentire gli errori, se questo è il prezzo per liberare il talento. Ammettere che l’istruzione ha un costo, che in parte deve essere pagato da chi ne riceve i benefici. Attribuire alle singole università la facoltà di regolarsi come credono rendendo più facile il finanziamento privato e liberalizzando la retribuzione dei docenti. Concentrare le risorse pubbliche esclusivamente sul piano degli incentivi, premiando i risultati nella ricerca e promuovendo gli sforzi degli studenti meno abbienti. Nei paesi in cui l’università è davvero autonoma, dare una laurea “honoris causa” o reclutare un docente vuol dire, per i responsabili dell’istituzione, giocarsi la reputazione. Una perdita che nessun provvedimento ministeriale, nessun “valore legale”, è in grado di sostituire.

Pubblicato su Il Riformista del 9 agosto 2007


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