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il blog di Mario Ricciardi


Diario


23 maggio 2010

Democrazia e rigore

L'Europa e la crisi

Sono giorni difficili per le cancellerie europee. Alle prese con una crisi economica di cui non si vede ancora la fine, e con turbolenze finanziarie e valutarie che potrebbero persino mettere a rischio la sopravvivenza della moneta unica, i governanti dell’Unione si interrogano su come venir fuori dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Nel breve periodo, c’è da reperire le risorse per mettere al sicuro la Grecia e gli altri paesi che sono in bilico. Nel medio periodo, invece, il problema è come fare in modo che una situazione come quella in cui ci troviamo non si ripeta. Entrambi gli obiettivi non sono affatto semplici da realizzare. Nel primo caso, quello delle risorse, la soluzione è che i paesi che non sono immediatamente a rischio mettano mano alla borsa per aiutare quelli che si trovano in difficoltà. Impresa non da poco, visto che i problemi di bilancio della Grecia e degli altri partner in difficoltà dell’Unione sono in parte dovuti alla negligenza – per non dir peggio – di governi e parlamenti che hanno assecondato la tendenza dei cittadini a vivere al di sopra dei propri mezzi. Angela Merkel sta avendo in queste ore i suoi dispiaceri per far digerire ai tedeschi il fatto che devono pagare per gli errori commessi dai greci o dai portoghesi. Non aiuta certamente la circostanza che le cicale europee sono quasi tutte nell’area mediterranea. Con l’eccezione dell’Irlanda, che però ha una cultura pubblica ben diversa da quella dei paesi protestanti del nord Europa. Ai signori Schmidt, van den Brink o Andersen comprensibilmente scoccia pagare per l’incoscienza di un signor Teodorakis o Martinez. Comunque, anche dando per scontato che le risorse si trovino, e risultino sufficienti per uscire dall’emergenza, le prospettive per il futuro non sono rosee.

 

Basta sfogliare la stampa internazionale per rendersi conto che le misure di cui si parla per prevenire il ripetersi di situazioni come quella attuale sono ispirate dallo stesso atteggiamento mentale che ha facilitato l’insorgere di problemi come quelli che abbiamo oggi. Si pensi, tanto per fare un esempio, all’idea di sottoporre i bilanci dei paesi membri  a un controllo preventivo da parte degli organismi dell’Unione prima dell’approvazione nei parlamenti nazionali. Ponendo le premesse per nuove, e potenzialmente ancor più drammatiche, tensioni tra organi rappresentativi che rispondono direttamente ai propri elettori e istanze sovranazionali  che – al netto delle chiacchiere – hanno una legittimazione democratica almeno discutibile. Tra l’altro, c’è una cosa che non è chiara nel modo in cui dovrebbero funzionare questi controlli preventivi. Facciamo il caso della Grecia. In queste settimane si è detto più volte che i conti pubblici dei nostri vicini ellenici non erano del tutto trasparenti, che tra le pieghe dei bilanci si nascondevano voci di spesa pubblica del tutto irragionevoli. Questo lascia supporre che i partner europei hanno sbagliato a fidarsi di ciò che gli esponenti del governo greco hanno dichiarato nella fase di adesione alla moneta unica. Come facciamo a evitare che casi del genere si verifichino di nuovo? Gli imprenditori sanno bene che c’è solo un modo affidabile per impedire che un partner in affari presenti “carte false” nel corso di una trattativa: controllare che ciò che dichiara corrisponde a verità. Per questo prima di una fusione si fanno le “due diligence”. Ora il problema della “due diligence” quando oggetto di ispezione non sono i conti di un privato ma quelli di un ente sovrano che ha le proprie strutture di deliberazione e controllo democratico si presenta come molto più spinoso di quel che alcuni vorrebbero farci credere.

 

Difficile immaginare che una cosa del genere sia possibile senza attribuire ai controllori poteri di ispezione piuttosto ampi. Siamo sicuri che una cosa del genere sia politicamente praticabile? Che regga anche nei periodi di “vacche magre” e non solo quando l’economia tira e tutti sono ragionevolmente contenti e non fanno troppe domande? Mi permetto una certa dose di scetticismo. Se i rimedi di medio periodo sono questi siamo messi male.

 

Immagino già la replica: “vero, ma quel che dici mostra che c’è bisogno di maggiore integrazione politica”. Obiezione alla quale rispondo che in concreto ciò non vuol dire proprio nulla se qualcuno non ci spiega come si risolve davvero il problema del grave deficit di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Quando le cose vanno male, la rappresentanza indiretta non è più sufficiente, e le persone, per tutelare i propri interessi, si rivolgono a chi hanno a portata di piede, perché sanno che, all’occorrenza, possono prenderlo a calci.

 

Tutto l’edificio dell’Unione si regge sull’illusione di Saint-Simon, ovvero che “il governo delle persone sarà sostituito dall’amministrazione delle cose”. Un’idea che risulta accattivante ai tecnocrati che hanno pilotato fino a ora il processo di unificazione. Lo abbiamo già visto in occasione dei referendum per la ratifica del Trattato di Lisbona. Come le istitutrici di una volta, i fautori di una sempre maggiore unità hanno imposto agli elettori di ripetere l’esercizio fino a quando non davano la risposta desiderata. Una curiosa concezione della sovranità popolare. Per chi oltre all’economia e al diritto ha studiato un po’ di storia, e magari anche di filosofia politica, quei referendum sono stati un campanello d’allarme. Che purtroppo ha suonato invano.

 

Pubblicato su Il Riformista il 23 maggio 2010


7 febbraio 2010

Gli europei e la guerra

The Monopoly of Violence

«Le grandi potenze del nostro tempo sono come viaggiatori che non si conoscono tra loro e si trovano per caso nella stessa carrozza. Si osservano l’un l’altro e, quando uno mette la mano in tasca, i vicini preparano il proprio revolver per essere pronti a sparare il primo colpo». Questa era, secondo il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, la situazione degli europei alla fine del diciannovesimo secolo. Una visione per niente rassicurante, ma non priva di realismo. Poco più di trent’anni dopo la conversazione in cui l’uomo politico tedesco espose a un diplomatico russo la sua idea dei rapporti tra gli europei, le nazioni del continente erano in guerra. Un conflitto preparato da interessi economici e strategici in contrasto, ma reso a un certo punto inevitabile dalla diffidenza reciproca.

Oggi pensiamo poco a quella guerra. La miopia della nostra cultura le impedisce di vedere oltre il fascismo. Eppure è proprio dalla “grande guerra europea” che distrusse definitivamente le illusioni di chi aveva creduto nel “concerto tra le nazioni” che si mette in moto la catena di eventi di cui il fascismo non è che un anello. La fine di tre imperi, la decimazione di una generazione, lo sfinimento economico e morale dei vinti come dei vincitori. Tutto questo pone le premesse di un’instabilità politica da cui l’Europa esce con la caduta del muro di Berlino.

La frase di Bismarck è il punto di partenza di un libro di James Sheehan, uno storico dell’università di Stanford, che si intitola The Monopoly of Violence. Why Europeans Hate Going to War (Faber and Faber, Londra 2007). Si tratta di un lavoro di grande interesse, che illustra la capacità della storia di entrare nel vivo del presente, gettando luce negli angoli oscuri, costringendoci a guardare ciò che non avevamo alcuna voglia di vedere. Sheehan ricostruisce la genesi di uno straordinario cambiamento culturale avvenuto dopo il 1945. Gli stessi popoli che per decenni avevano tenuto il dito sul grilletto, e che poi hanno combattuto due guerre devastanti nel giro di trenta anni, si impegnano nella costruzione di un nuovo ordine continentale, promosso da comuni interessi economici. Un progetto che muove i primi passi nel segno di esigenze industriali e di commercio, ma che finisce per aprire la strada a disegni politici di unificazione sempre più ambiziosi.

L’Unione Europea, per Sheehan, si fonda essenzialmente sull’impegno largamente diffuso tra gli europei di lasciarsi definitivamente alle spalle gli antagonismi distruttivi del passato, di uscire dallo “stato di natura” descritto da Bismarck. In questo senso, la costruzione dell’Europa unita è stata fino ad ora un successo straordinario. Che ci ha dato, come si usa dire, il più lungo periodo di pace che il continente abbia mai conosciuto. Lasciando da parte le statistiche, c’è un aspetto di questo processo che probabilmente non era prevedibile del tutto nel 1945, e ha mutato radicalmente il modo in cui la maggioranza degli abitanti dei paesi che aderiscono all’Unione vede la politica internazionale. Gli europei hanno progressivamente rimosso la guerra dal proprio orizzonte intellettuale. Rifiutano di ammettere che sia mai necessaria o giusta. Respingono anche solo l’idea di doverne combattere una nel futuro. Un cambiamento straordinario per un continente che per buona parte della sua lunga storia non solo ha fatto decine di guerre, ma ha “pensato la guerra”. Ne ha fatto la chiave di lettura del mondo, uno strumento indispensabile della politica.

Sheehan impiega l’espressione “Civilian State” (lo Stato dei civili) – introdotta dallo scienziato della politica Harold Lasswell – per caratterizzare la peculiare natura politica dell’Unione Europea e la cultura che la alimenta. Ispirata dal desiderio di distinguersi dai “Garrison State” (gli Stati guarnigione) del proprio passato recente, la nuova comunità politica degli europei cresce con un’inedita concezione della cittadinanza basata su «diritti e privilegi, non obbligazioni e impegni». Priva di un’identità nazionale, essa non tenta neppure di forgiarla. Le abitudini, i rituali, le istituzioni che tradizionalmente avevano anche lo scopo di rinforzare la lealtà dei cittadini in parte sopravvivono, ma non trovano una propria collocazione nel nuovo discorso pubblico. L’esempio più emblematico di questo cambiamento, su cui Sheehan si sofferma a lungo nel libro, è proprio l’esercito. Un tempo manifestazione primaria dell’unità della nazione, destinatario di attenzione per i governanti e motivo di orgoglio per i governati, oggi esso appare a molti europei qualcosa di cui si può fare a meno, o che andrebbe ridotto al minimo. Nonostante lo straordinario benessere economico – sostiene Sheehan – l’Europa non è diventata e non diventerà una superpotenza.

A una settimana dalla deposizione di Tony Blair davanti alla commissione di inchiesta sulla guerra in Iraq – e mentre da più parti si segnala l’incapacità delle istituzioni europee di esprimere una politica comune quando sono in gioco gli interessi nazionali, come sta avvenendo in questi giorni, a fronte della tensione innescata dalle notizie sul deficit di alcuni paesi membri – la lettura del libro di Sheehan offre qualche spunto di riflessione. Viene da chiedersi se è concepibile un’entità politica che pretende di aver bisogno «solo di consumatori e produttori, che riconoscono che la comunità serve i loro interessi e ne promuove il benessere». In un mondo che, fuori dai confini dell’Unione, non è molto diverso da quello che aveva in mente Bismarck parlando degli stranieri che si trovano sulla stessa carrozza, la forma di società politica immaginata dai fautori del Civilian State europeo potrebbe rivelarsi un’illusione.

Pubblicato su Il Riformista il 7 febbraio 2010


1 novembre 2009

Tony Blair e l'Europa



A giudicare da quanto si legge sulla stampa internazionale la candidatura di Tony Blair alla nuova carica di Presidente prevista dal Trattato di Lisbona sta perdendo colpi. Non piace a diversi europei e non raccoglie un consenso unanime nemmeno nel Regno Unito, dove i Laburisti la sostengono con poco entusiasmo e i Conservatori la avversano. Dalle reazioni che ci sono state da quando la candidatura dell’ex Primo Ministro britannico ha cominciato a circolare si capisce che le ragioni di questa ostilità sono diverse, e niente affatto omogenee.

Cominciamo da quelle di casa. Cameron e i Conservatori sono ostili alla candidatura di Blair, ma forse lo sarebbero altrettanto a quella di qualsiasi altro uomo politico britannico. Dal punto di vista dei Conservatori – che mantengono un atteggiamento di diffidenza nei confronti dell’Unione che è in parte motivato dal tradizionale scetticismo di quel partito verso le costruzioni politiche artificiali e in parte è di principio, per via della legittimazione democratica indiretta delle istituzioni comunitarie – un Presidente europeo inglese è un problema molto serio. Renderebbe infatti difficile la posizione del governo su tutti i dossier che riguardano l’Unione, trasformando la politica estera in interna. Una cosa che un partito Conservatore che probabilmente sta per vincere le elezioni politiche non può permettersi. L’atteggiamento dei Laburisti è diverso, e non esente da una certa doppiezza. Sul piano formale, della posizione ufficiale del partito, c’è il sostegno dell’attuale Primo Ministro, Gordon Brown, alla candidatura di Blair. Un endorsement che ha il suo peso, ma che non bisogna sopravvalutare. Infatti, il sostegno di Brown al suo predecessore a Downing Street era in un certo senso obbligato sia per solidarietà di partito, sia per non riaccendere le polemiche sull’ostilità sotterranea tra i due che hanno segnato gli ultimi anni. Sostenendo Blair, l’attuale Primo Ministro britannico guadagna politicamente poco, ma non perde nulla. Ciò detto, Brown non ha completo controllo del partito, e non sono pochi tra i Laburisti a essere freddi sulla candidatura del loro ex leader. In parte, perché non gli perdonano certe scelte di politica estera, in particolare quella di partecipare alla guerra in Iraq a fianco degli Stati Uniti, e in parte perché vorrebbero che “The Boy” andasse finalmente in pensione, e non ritrovarselo a interferire con la politica britannica da un nuovo ruolo che gli darebbe una visibilità almeno pari a quella che aveva come Primo Ministro.

La stessa ambiguità che c’è tra i Laburisti si trova anche tra i socialisti europei. Fuori del Regno Unito sono pochi a sinistra ad amare Blair. La scelta del PSE di reclamare per un proprio esponente l’altro incarico di prestigio previsto dal Trattato, quello di Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, non è certo un aiuto per l’ex premier britannico. Tra i possibili candidati a questa carica ci sono Massimo D’Alema – implicitamente sostenuto, con un lodevole gesto di ragionevolezza politica, dal governo Berlusconi – e l’attuale titolare del Foreign Office, e possibile candidato alla leadership del partito, David Miliband. Se Miliband dovesse decidere di non partecipare alla corsa per diventare il nuovo segretario dei Laburisti la sua candidatura a responsabile della politica estera europea acquisterebbe forza, a scapito di quella di Blair per la Presidenza. Tuttavia, a Miliband si potrebbero fare le stesse obiezioni che sono state rivolte a Blair, e questo ci porta alle ostilità diffuse nel continente, e non solo a sinistra, nei confronti di una candidatura britannica per l’incarico di Presidente. La battuta di José Luis Zapatero che ha auspicato “un presidente che sia un vero europeo” – oppure le perplessità manifestate da Helmut Schmidt – esprimono uno stato d’animo diffuso, sia a destra sia a sinistra dello schieramento politico. L’idea di fondo è che un candidato britannico non è adatto perché viene da un paese che sta con un piede fuori dall’Unione. Blair poi è meno adatto di qualunque altro dei suoi connazionali perché ha fatto scelte in politica estera che sono incompatibili con il “senso comune” di buona parte degli europei continentali che, a dispetto di ogni evidenza contraria, sono convinti che la guerra è stata superata dalla storia.

Per quel che riguarda il primo punto – ovvero l’ostilità nei confronti di un candidato britannico in generale – essa ha a che fare direttamente con il grande problema irrisolto dell’Unione Europea, che nel dibattito politico interno del Regno Unito è da sempre al centro della discussione. Molti leader politici continentali, e forse anche buona parte dei cittadini europei, aderiscono consapevolmente, o forse soltanto per pigrizia mentale, alla tesi che un sempre maggiore livello di integrazione politica europea sia una necessità imposta da “vaste forze impersonali” che governano la storia. Questa convinzione spiega un atteggiamento nei confronti della sovranità popolare che a molti politici e cittadini britannici appare almeno peculiare. Un buon esempio è quello dei referendum indetti in diversi paesi per confermare la ratifica del Trattato di Lisbona. Se la risposta dell’elettorato non è in armonia con lo “spirito del tempo”, come è avvenuto, si vota di nuovo, e si continua fino a quando non viene fuori la risposta giusta, come è accaduto di recente in Irlanda. Non c’è dubbio che un problema c’è, dal punto di vista dei principi, in questo atteggiamento. Questa è la ragione di fondo della freddezza di molti britannici nei confronti dell’Unione, che unita a considerazioni di interesse nazionale, spiega l’adesione selettiva alle politiche e alle istituzioni comunitarie. Ciò non vuol dire ovviamente che il Regno Unito non sia parte dell’Europa che è solo una battuta per nascondere un problema di sostanza, di cui molti europeisti si rifiutano di discutere seriamente.

Per quel che riguarda invece l’ostilità personale nei confronti di Blair, essa è in larga misura ispirata dalla diffidenza nei confronti di uno stile di Leadership che contribuirebbe a configurare un ruolo più politico e meno di mediazione per il nuovo Presidente dell’Unione. Da questo punto di vista, si può ben dire che la candidatura dell’ex Primo Ministro britannico – sia che fallisca, come ora appare più probabile, sia che abbia successo – è quella che più di ogni altra può farci capire in che direzione sta andando la nuova Europa prevista dal Trattato.

Pubblicato su Il Riformista del 1 novembre 2009

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