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il blog di Mario Ricciardi


Diario


22 febbraio 2011

Sulla libertà di non studiare

Uno spunto da Paola Mastrocola

“Dare un’opportunità a ciascuno e privilegiare chi ha talento”. Questo principio dovrebbe essere scritto sulla bandiera di un partito dell’eguale libertà che volesse riformare le nostre scuole. In primo luogo, esso impone che si metta a disposizione di tutti i bambini e di tutti gli adolescenti – indipendentemente dalla loro estrazione sociale e dai mezzi economici di cui dispongono i loro i genitori – la migliore istruzione possibile a titolo gratuito. Per “istruzione” in questo caso non si dovrebbe intendere qualcosa di eccessivamente sofisticato. Lasciamo perdere l’ossessione della “rilevanza”. Avere un’istruzione significa almeno essere in grado di  ragionare su qualità e quantità, distinguere il bene dal male, e valutare progetti di vita alternativi. Fare di più potrebbe essere una buona cosa, ma non si dovrebbe mai perdere di vista l’essenziale per andare dietro alla smania del superfluo. Dopo la fase iniziale, in cui si ricevono i rudimenti – si impara a leggere, scrivere e far di conto – si dovrebbe privilegiare la profondità piuttosto che enfatizzare l’estensione delle conoscenze impartite. Meglio aver letto tre libri che sei, se la lettura è stata approfondita, se c’è stato modo di discuterne i contenuti in classe, e di riflettere sui problemi che essi sollevano. Meglio, molto meglio, conoscere i lineamenti della storia italiana piuttosto che avere la testa confusa e le radici in nessun luogo.

A questo proposito, c’è un’obiezione “cosmopolita” che viene spesso sollevata contro chi sostiene che a scuola si dovrebbe insegnare bene almeno la storia nazionale. Tale obiezione di solito viene formulata affermando che non si può affrontare solo la storia del nostro paese perché ormai viviamo in un mondo globalizzato, e quindi i nostri bambini e i nostri adolescenti dovrebbero conoscere la storia globale. Ci sono diverse cose che non funzionano in questo argomento. In primo luogo, c’è un problema di implementazione dell’obiettivo. Avendo a disposizione poco tempo è difficile immaginare che si possano trasmettere conoscenze così articolate come quelle auspicate dai sostenitori di un’educazione cosmopolita. Poi, c’è un problema di carattere morale. Un’educazione cosmopolita superficiale e confusa è molto peggio di un’educazione che assuma il punto di vista di una nazione facendone la chiave per affrontare alcune delle principali vicende della storia mondiale. Si riesce più facilmente a legare ciò che si apprende in classe con ciò che si può vedere sul territorio, si promuove un salutare interesse per il luogo in cui si vive, si stimolano gli studenti a staccare gli occhi dagli schermi di televisori e computer per fare qualche incursione nel mondo reale. Che, tra l’altro, nel caso dell’Italia offre un certo numero di occasioni preziose per riflettere sulle cause dell’ascesa e del declino delle civiltà, un tema che dovrebbe essere ben presente a persone che saranno chiamate nel giro di qualche anno a esercitare i propri diritti politici. Infine, il mondo globalizzato che tanto piace ai cosmopoliti è stato edificato in larga misura da persone che avevano un’educazione nazionale, con risultati talvolta apprezzabili. Da quando la globalizzazione è passata nelle mani di coloro che non hanno un punto di vista nazionale le cose non vanno meglio.

Si potrebbe discutere su quanto lungo debba essere il periodo dedicato a questa istruzione essenziale. Oggi la maggior parte delle persone risponderebbero probabilmente diciotto anni. Ma c’è anche chi, in controtendenza rispetto all’opinione della maggioranza, ipotizza un percorso più breve. La proposta di Paola Mastrocola di interromperlo a quattordici anni, lasciando agli studenti la scelta di continuare – se vogliono – gli studi, seguendo percorsi differenziati (una scuola per il lavoro, una per la comunicazione e una per lo studio) non è priva di attrattive. Tuttavia, mi pare che essa può essere accettata da chi crede nell’eguale libertà soltanto se i quattordicenni hanno ricevuto il meglio che la scuola riesce a dar loro. Tenendo conto che le esigenze di ciascuno saranno sensibilmente diverse e le capacità di apprendimento potrebbero non essere uniformi.

Una volta soddisfatta la prima condizione, quella dell’eguaglianza dei punti di partenza, il principio che ho proposto all’inizio di queste mie considerazioni lascia le persone che hanno portato a termine la parte iniziale del proprio percorso formativo libere di scegliere se e in che modo proseguire negli studi, nella consapevolezza che il nuovo periodo di formazione cui vanno incontro privilegia l’impegno e il talento nella distribuzione delle scarse risorse disponibili. Nella sua seconda parte, il principio disegna un percorso educativo che promuove il talento e cerca di valorizzarlo. Come avveniva nel Regno Unito prima delle sciagurate riforme degli ultimi anni, volute sia dai conservatori sia dai laburisti, che hanno quasi distrutto un sistema scolastico e universitario che era invidiato in tutto il mondo. Un sistema che – come ha scritto Tony Judt nelle sue memorie, recentemente pubblicate a pochi mesi dalla prematura scomparsa dell’autore – selezionava i più abili tra gli studenti e li educava alle proprie abilità, rendendo possibile in questo modo la circolazione delle elites. Parole di un uomo di sinistra cui l’ideologia non ha mai impedito di ragionare liberamente.

 

Pubblicato su Il Riformista il 22 febbraio 2011


4 aprile 2010

Sull'ultimo libro di Tony Judt

Ill Fares the Land

«Ill fares the land, to hastening ills a prey, where wealth accumulates, and man decay». Questi versi da The Deserted Village di Oliver Goldsmith (1770), hanno suggerito a Tony Judt, uno dei più autorevoli storici contemporanei, che  insegna alla New York University dove dirige il Remarque Institute, il titolo del suo ultimo lavoro. Ill Fares the Land. A Treatise on Our Present Discontents (Allen Lane, London 2010) è un libro che si legge d’un fiato. In poco più di duecento pagine l’autore condensa un bilancio dell’esperienza di quasi cento anni di promozione dell’eguaglianza attraverso l’intervento pubblico, spiegando perché questa tendenza politica rallenta, e infine si interrompe, alla fine del ventesimo secolo. Con il collasso dell’Unione Sovietica anche le socialdemocrazie entrano in crisi. Da un lato, sembrano aver realizzato i propri scopi, dall’altro, hanno progressivamente perso i propri riferimenti sociali. Gli anni dal 1989 al 2009, scrive Judt, sono “consumati dalle locuste” che segnano l’ascesa di un nuovo senso comune. L’individualismo prende il sopravvento sull’eguaglianza. Si afferma l’idea che il perseguimento del proprio interesse materiale sia una virtù, l’unica a dare un senso di direzione collettiva a persone che conoscono il prezzo di ogni cosa, ma ne ignorano il valore. Ecco perché “la ricchezza si accumula, e gli uomini vanno in rovina”.

 

Come ben sanno i lettori dei suoi libri e degli interventi che scrive per la New York Review of Books, Judt può essere eloquente e suggestivo. Tuttavia, questo non è un libro che fa leva solo sull’indignazione che molti provano per lo stato presente dei nostri costumi. Tutt’altro. Grazie alla sua straordinaria competenza di storico della contemporaneità, Judt mette insieme dati economici e idee politiche, trasformazioni sociali e della cultura, in un quadro affascinante e pieno di spunti di riflessione. Riprendendo la tesi di Richard Wilkinson e Kate Pickett – gli autori di The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better, London, Allen Lane 2009 – egli sostiene che «l’ineguaglianza è corrosiva. Fa marcire la società dall’interno. L’impatto delle differenze materiali ci mette un po’ per mostrarsi: ma col passare del tempo la competizione per lo status e per i beni cresce; le persone sentono un crescente senso di superiorità (o di inferiorità) per via dei propri averi; i pregiudizi nei confronti di chi occupa i gradi più bassi della scala sociale diventano più radicati; il crimine si diffonde e le patologie che dipendono dallo svantaggio sociale diventano più marcate. L’eredità della ricchezza senza regole è davvero amara».

 

Oltretutto, la situazione in cui ci troviamo dipende in larga misura da una distorsione concettuale, frutto dell’illusione che sia possibile edificare una scienza economica priva di presupposti morali. Come in altri libri usciti negli ultimi mesi, anche in questo c’è una rivalutazione del pensiero di John Maynard Keynes, che viene contrapposto ai difensori delle capacità di autoregolazione dei mercati. Per Judt, gli ultimi venti anni mostrano che non è affatto vero che, lasciato completamente libero, il capitalismo genera sempre maggiore ricchezza, che andrà a vantaggio di tutti. Al contrario, anche se la percezione della diseguaglianza è in molti casi diminuita, ciò non vuol dire che in termini reali le persone siano oggi più vicine di quanto lo fossero negli anni settanta, al culmine della grande stagione delle socialdemocrazie e del riformismo liberale. Non c’è dubbio che i liberali di sinistra che in questi anni hanno sostenuto che è possibile coniugare la libertà e l’eguaglianza devono una risposta a quei critici, come Judt, che li accusano di aver commesso un grave errore.

 

La crisi economica ha reso nuovamente palese la straordinaria diseguaglianza che c’è nelle società occidentali. Per questo Judt propone per la sinistra un ritorno alla socialdemocrazia, ma nello spirito di una “socialdemocracy of fear” (l’espressione è ispirata da quella impiegata da Judith Shklar per caratterizzare la prima fase del liberalismo europeo). Una socialdemocrazia consapevole di muoversi in un mondo ostile, che deve recuperare il terreno perduto mettendo in primo piano l’esigenza di restaurare la stabilità e la sicurezza per le generazioni future in una società che altrimenti sarebbe destinata a un conflitto sociale crescente. Una proposta su cui vale la pena di riflettere, anche alla luce di quel che è successo nelle ultime elezioni.

 

Pubblicato su Il Riformista il 4 aprile 2010

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