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il blog di Mario Ricciardi


Diario


7 febbraio 2010

Gli europei e la guerra

The Monopoly of Violence

«Le grandi potenze del nostro tempo sono come viaggiatori che non si conoscono tra loro e si trovano per caso nella stessa carrozza. Si osservano l’un l’altro e, quando uno mette la mano in tasca, i vicini preparano il proprio revolver per essere pronti a sparare il primo colpo». Questa era, secondo il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, la situazione degli europei alla fine del diciannovesimo secolo. Una visione per niente rassicurante, ma non priva di realismo. Poco più di trent’anni dopo la conversazione in cui l’uomo politico tedesco espose a un diplomatico russo la sua idea dei rapporti tra gli europei, le nazioni del continente erano in guerra. Un conflitto preparato da interessi economici e strategici in contrasto, ma reso a un certo punto inevitabile dalla diffidenza reciproca.

Oggi pensiamo poco a quella guerra. La miopia della nostra cultura le impedisce di vedere oltre il fascismo. Eppure è proprio dalla “grande guerra europea” che distrusse definitivamente le illusioni di chi aveva creduto nel “concerto tra le nazioni” che si mette in moto la catena di eventi di cui il fascismo non è che un anello. La fine di tre imperi, la decimazione di una generazione, lo sfinimento economico e morale dei vinti come dei vincitori. Tutto questo pone le premesse di un’instabilità politica da cui l’Europa esce con la caduta del muro di Berlino.

La frase di Bismarck è il punto di partenza di un libro di James Sheehan, uno storico dell’università di Stanford, che si intitola The Monopoly of Violence. Why Europeans Hate Going to War (Faber and Faber, Londra 2007). Si tratta di un lavoro di grande interesse, che illustra la capacità della storia di entrare nel vivo del presente, gettando luce negli angoli oscuri, costringendoci a guardare ciò che non avevamo alcuna voglia di vedere. Sheehan ricostruisce la genesi di uno straordinario cambiamento culturale avvenuto dopo il 1945. Gli stessi popoli che per decenni avevano tenuto il dito sul grilletto, e che poi hanno combattuto due guerre devastanti nel giro di trenta anni, si impegnano nella costruzione di un nuovo ordine continentale, promosso da comuni interessi economici. Un progetto che muove i primi passi nel segno di esigenze industriali e di commercio, ma che finisce per aprire la strada a disegni politici di unificazione sempre più ambiziosi.

L’Unione Europea, per Sheehan, si fonda essenzialmente sull’impegno largamente diffuso tra gli europei di lasciarsi definitivamente alle spalle gli antagonismi distruttivi del passato, di uscire dallo “stato di natura” descritto da Bismarck. In questo senso, la costruzione dell’Europa unita è stata fino ad ora un successo straordinario. Che ci ha dato, come si usa dire, il più lungo periodo di pace che il continente abbia mai conosciuto. Lasciando da parte le statistiche, c’è un aspetto di questo processo che probabilmente non era prevedibile del tutto nel 1945, e ha mutato radicalmente il modo in cui la maggioranza degli abitanti dei paesi che aderiscono all’Unione vede la politica internazionale. Gli europei hanno progressivamente rimosso la guerra dal proprio orizzonte intellettuale. Rifiutano di ammettere che sia mai necessaria o giusta. Respingono anche solo l’idea di doverne combattere una nel futuro. Un cambiamento straordinario per un continente che per buona parte della sua lunga storia non solo ha fatto decine di guerre, ma ha “pensato la guerra”. Ne ha fatto la chiave di lettura del mondo, uno strumento indispensabile della politica.

Sheehan impiega l’espressione “Civilian State” (lo Stato dei civili) – introdotta dallo scienziato della politica Harold Lasswell – per caratterizzare la peculiare natura politica dell’Unione Europea e la cultura che la alimenta. Ispirata dal desiderio di distinguersi dai “Garrison State” (gli Stati guarnigione) del proprio passato recente, la nuova comunità politica degli europei cresce con un’inedita concezione della cittadinanza basata su «diritti e privilegi, non obbligazioni e impegni». Priva di un’identità nazionale, essa non tenta neppure di forgiarla. Le abitudini, i rituali, le istituzioni che tradizionalmente avevano anche lo scopo di rinforzare la lealtà dei cittadini in parte sopravvivono, ma non trovano una propria collocazione nel nuovo discorso pubblico. L’esempio più emblematico di questo cambiamento, su cui Sheehan si sofferma a lungo nel libro, è proprio l’esercito. Un tempo manifestazione primaria dell’unità della nazione, destinatario di attenzione per i governanti e motivo di orgoglio per i governati, oggi esso appare a molti europei qualcosa di cui si può fare a meno, o che andrebbe ridotto al minimo. Nonostante lo straordinario benessere economico – sostiene Sheehan – l’Europa non è diventata e non diventerà una superpotenza.

A una settimana dalla deposizione di Tony Blair davanti alla commissione di inchiesta sulla guerra in Iraq – e mentre da più parti si segnala l’incapacità delle istituzioni europee di esprimere una politica comune quando sono in gioco gli interessi nazionali, come sta avvenendo in questi giorni, a fronte della tensione innescata dalle notizie sul deficit di alcuni paesi membri – la lettura del libro di Sheehan offre qualche spunto di riflessione. Viene da chiedersi se è concepibile un’entità politica che pretende di aver bisogno «solo di consumatori e produttori, che riconoscono che la comunità serve i loro interessi e ne promuove il benessere». In un mondo che, fuori dai confini dell’Unione, non è molto diverso da quello che aveva in mente Bismarck parlando degli stranieri che si trovano sulla stessa carrozza, la forma di società politica immaginata dai fautori del Civilian State europeo potrebbe rivelarsi un’illusione.

Pubblicato su Il Riformista il 7 febbraio 2010


17 gennaio 2010

Giudizio storico e morale

 

In una lettera a Mendell Creighton, Lord Acton riassume la propria concezione del giudizio storico in un modo che non lascia spazio a equivoci: «non posso accettare il suo canone che noi dobbiamo giudicare Papa e Re in modo diverso dagli altri uomini, con una presunzione favorevole che essi non commettono errore. Se c’è una presunzione è nel senso contrario contro chi detiene il potere, crescente mano a mano che cresce il potere. La responsabilità storica deve compensare l’assenza di responsabilità giuridica. Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente. I grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi, anche quando essi esercitano influenza e non autorità: ancora di più quando si aggiunge la tendenza o la certezza della corruzione provocata dall’autorità. Non c’è eresia peggiore di quella che l’officio santifica chi lo occupa». L’oggetto del contendere erano due volumi di una storia del papato ai tempi della riforma che Creighton, l’autore dell’opera, aveva chiesto a Lord Acton di recensire. Lo storico aveva accettato, ma la recensione era così aggressiva da lasciare interdetto il recensito. Di qui la corrispondenza.

 

L’opinione di Lord Acton esemplifica l’atteggiamento di chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e giudizio morale. Invocando il giudizio della storia non si fa appello a considerazioni diverse da quelle rilevanti per valutare moralmente le azioni di una persona. Acton era un cattolico, e la sua concezione del potere e della capacità che esso ha di corrompere le persone è ispirata dalle sue convinzioni religiose. Col passare del tempo, il suo rigorismo lo spinse ad assumere una posizione sempre più critica nei confronti della Chiesa di Roma e del Papa che in quegli anni – la lettera che abbiamo letto è del 1887 – era stato privato del potere temporale ma non aveva rinunciato a esercitare la propria influenza politica. Per Acton, nel giudicare l’operato dei potenti, lo storico non deve ammettere altre scuse o giustificazioni rispetto a quelle che accetterebbe da parte di qualunque essere umano. Se la morale condanna, la storia non assolve.

 

Un’opinione molto diversa viene espressa da Benedetto Croce. Ne La storia come pensiero e come azione – un’opera pubblicata nel 1938 – il filosofo scrive: «[c]oloro che, assumendo di narrare storie, si affannano a far giustizia, condannando e assolvendo, perché stimano che questo sia l’uffizio della storia, e prendono in senso materiale il suo metaforico tribunale, sono concordemente riconosciuti manchevoli di senso storico; e si chiamino pure Alessandro Manzoni». Vale la pena di sottolineare questa allusione al modo di fare storia del grande scrittore. La sensibilità morale di Manzoni è infatti permeata da un rigorismo religioso che ha molto in comune con quello di Lord Acton. Per Croce, i potenti di cui si occupa lo storico non sono «responsabili dinanzi a nessun nuovo tribunale appunto perché, uomini del passato, e come tali oggetto solamente di storia, non sopportano altro giudizio che quello che penetra nello spirito dell’opera loro e li comprende». Sovrapporre considerazioni morali al giudizio storico è dunque un errore categoriale.

 

Prese insieme, la posizione di Lord Acton e quella di Benedetto Croce illustrano un’opposizione che emerge quasi sempre quando si discute di un personaggio del passato. Da un lato, c’è chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e morale. Dall’altro, c’è chi ritiene che invece i due vanno tenuti distinti. La morale assolve o condanna, la storia tenta di comprendere. A chi obietta che il secondo modo di intendere il giudizio storico avvalorerebbe il motto “tout comprendre c’est tout pardonner”, Croce replicava che gli uomini del passato ormai stanno «di là dalla severità e dall’indulgenza come dal biasimo e dalla lode». Una visione della storia severa e austera, che non è affatto meno esigente di quella permeata di moralità di Lord Acton.

 

Per chi coltiva il “senso della realtà” non c’è dubbio che la posizione espressa da Croce appare più persuasiva. Effettivamente c’è qualcosa che disturba nella foga di certa “storiografia tribunalizia” – l’espressione è del filosofo napoletano – che non aspira ad altro se non ad assolvere o a condannare. Tuttavia, proprio il “senso della realtà” ci spinge a mettere in questione l’austerità della concezione del giudizio storico di Croce. Lo spunto ci viene dagli scritti di Isaiah Berlin, un filosofo che ha riflettuto su molti dei temi che appassionavano Lord Acton e Croce e che ben conosceva gli scritti di entrambi sulla storia. Berlin osserva che per comprendere le azioni di un personaggio storico dobbiamo necessariamente metterci in una prospettiva morale, perché non abbiamo altre categorie – se non quelle che impieghiamo normalmente per valutare l’azione di una persona – da impiegare per ricostruirne le vicende. Nella storia, come nella vita quotidiana, descrivere e valutare si intrecciano in modo indissolubile. Certo questo non vuol dire affatto che compito dello storico sia condannare o assolvere una persona. Ma ciò non dipende dalle peculiarità della storia rispetto alla morale, che pure ci sono come giustamente rilevava Croce.

 

Nemmeno la morale prevede tribunali. Giudicare moralmente l’azione di una persona comporta prendere in considerazione le ragioni che essa aveva per agire come ha fatto, e valutarne il peso e la cogenza in una prospettiva – per quanto possibile – impersonale. Nella gran parte dei casi, uno sguardo attento alle sfumature dell’agire rivela ragioni in conflitto che non ammettono composizione. Adempiere a un’obbligazione a volte impone di trascurarne altre. Berlin chiama questa posizione “pluralismo dei valori”. Biasimo e lode vengono distribuite lungo diverse dimensioni dal giudizio morale che in questo è ben diverso da una sentenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 17 gennaio 2010

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