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il blog di Mario Ricciardi


Diario


2 gennaio 2011

Su Michael Oakeshott

La condizione civile

Michael Oakeshott distingue due forme di associazione tra esseri umani, quella di impresa (enterprise association) e quella civile (civil association). Nel primo caso le persone si associano per realizzare uno scopo in comune. Nel secondo, invece, l’associazione non viene posta in essere in vista di uno scopo. Essa consiste nel mutuo riconoscimento della propria posizione in quanto esseri intelligenti e liberi che perseguono ciascuno i propri scopi da parte delle persone che si associano. In entrambi i casi un ruolo cruciale è svolto dalle regole che le governano. Tuttavia, mentre nell’associazione di impresa le regole sono orientate al soddisfacimento dell’obiettivo che definisce l’oggetto dell’attività comune, in quella civile esse non hanno lo stesso tipo di finalità. Le regole dell’associazione civile sono costitutive, nel senso che esse pongono condizioni da soddisfare nello svolgimento delle diverse attività cui esseri intelligenti e liberi possono scegliere di dedicarsi, ma non determinano il comportamento perché non prevedono prestazioni specifiche.

 

Messa in questi termini la distinzione può apparire oscura, ma un esempio potrebbe chiarirne il senso. Si pensi a quel che accade quando due persone concludono un contratto. Stipulare un contratto comporta entrare in una forma di associazione con un’altra persona. Di solito, ciascuna delle parti ha motivi per concludere il contratto, che non sono necessariamente dello stesso tipo. In ogni caso, possiamo assumere che entrambi i contraenti abbiano uno scopo che sperano di realizzare attraverso la conclusione del contratto. In una compravendita, lo scambio di un bene contro il pagamento di un prezzo illustra questo tipo di relazione. Chi compra vuole procurarsi il bene, mentre il venditore aspira a realizzare un guadagno. Sulla base di questa caratterizzazione si potrebbe concludere che un contratto è semplicemente una forma di associazione attraverso la quale due persone realizzano i propri interessi. Pur essendo una descrizione che cattura quel che normalmente accade quando si conclude un contratto, quella che abbiamo proposto ha però un difetto, che ne segnala la parzialità. L’esperienza ci dice, infatti, che è possibile che il contratto non soddisfi effettivamente gli interessi di una delle parti, o non li soddisfi del tutto. Ci sono circostanze in cui l’associazione che è stata posta in essere dalle parti risulta in seguito non conveniente, eppure questa non è una ragione sufficiente per sottrarsi ad essa. Ciò dipende dal fatto che la conclusione di un contratto presuppone sullo sfondo un’associazione civile tra persone. Sottrarsi a un impegno assunto liberamente non è accettabile perché tale comportamento negherebbe le condizioni che le parti accettano in quanto partecipanti a questo tipo di associazione. In effetti, ciò che distingue un contratto come relazione giuridica da uno scambio è proprio il mutuo riconoscimento tra le parti che accettano, concludendo l’accordo, di assumere ciascuna lo stesso atteggiamento nei confronti dell’altra.

 

L’esempio è utile anche per illustrare un’altra caratteristica della tesi di Oakeshott. Le due modalità di relazione sono mutuamente esclusive solo sul piano concettuale. Su quello concreto il rapporto tra persone può partecipare della natura di entrambe. Ciò, avviene non solo nel caso di un contratto, ma anche in quello delle associazioni politiche.

 

Lo Stato moderno deve la sua distintiva ambiguità, per Oakeshott, proprio al fatto che in esso sono presenti entrambi i motivi. Da un lato lo Stato viene concepito come uno strumento attraverso il quale realizzare degli obiettivi, dall’altro esso costituisce una forma distintiva di relazione tra persone. Dal prevalere dell’una o dell’altra modalità possono discendere dunque conseguenze di grande rilievo. Se prevale la dimensione dell’agire strumentale su quella dello stare insieme disinteressato, viene negata la dimensione morale dell’azione che è resa possibile dal soddisfacimento delle condizioni poste dall’associazione civile.

 

Per distinguere le regole dell’associazione civile Oakeshott utilizza il termine latino ‘lex’ proprio per chiarire che esse non coincidono con il diritto di fatto applicato dalle corti. L’uso di questo termine, e in generale la tendenza di Oakeshott a impiegare parole non di uso comune, ha dato luogo però a fraintendimenti e alienato diversi lettori. Ritornando su questi temi nel suo ultimo lavoro filosofico sul diritto, pubblicato per la prima volta nel 1983 e poi ristampato nella raccolta On History and Other Essays (Liberty Press, Indianapolis 1999) curata da Timothy Fuller, Oakeshott cerca di superare questo problema impiegando invece l’espressione inglese “rule of law” per descrivere il tipo di rapporto tra regole e azione delle persone che è tipico dell’associazione civile. Così facendo, egli si riallaccia implicitamente a una delle tradizioni del pensiero liberale, che vede appunto nella supremazia del diritto la caratteristica di una comunità politica nella quale la sottomissione all’autorità non comporta la negazione della libertà individuale.

 

Pubblicato su Il Riformista il 2 gennaio 2011


1 maggio 2009

C'è un giudice a Londra



L’assoluzione delle tre persone sospettate di aver aiutato gli attentatori che – nel luglio del 2005 – hanno colpito duramente Londra e i suoi abitanti ha destato una certa sorpresa fuori dal Regno Unito. In effetti, il comportamento e la storia personale dei tre imputati, tutti provenienti da Leeds, lasciava all’accusa pochi dubbi sulla loro responsabilità. Waheed Ali, Sadeer Saleem e Mohammed Shakil avevano infatti ammesso di conoscere i responsabili degli attacchi di luglio e di condividerne la militanza fondamentalista al punto di aver deciso di frequentare un campo di addestramento per jihadisti in Pakistan. Inoltre, anche se avevano negato ogni coinvolgimento nella preparazione degli attentati, essi erano stati a Londra prima degli attacchi, e questo era apparso agli accusatori sufficiente a provarne la complicità con i terroristi.

Ciò nonostante, in questo secondo processo – nel primo la giuria non aveva raggiunto un verdetto – gli imputati sono stati condannati solo per aver “cospirato” per frequentare un campo di addestramento per terroristi, ma non per complicità con gli attentatori del luglio 2005. Per la giuria del secondo processo, le visite a Londra da sole non dimostrano affatto che gli imputati fossero impegnati in un’attività di esplorazione di possibili obiettivi per conto degli attentatori. In mancanza di riscontri oggettivi, il semplice fatto di passare nei luoghi dove ci sarebbero stati in seguito gli attentati è stato ritenuto dai giurati del tutto compatibile con le spiegazioni fornite dagli accusati (essi avevano detto di essersi recati a salutare la sorella di uno dei tre prima di partire per il Pakistan). Oltretutto, pur essendo militanti fondamentalisti, i tre islamici avevano dichiarato durante gli interrogatori di essere ideologicamente contrari agli attacchi suicidi.

L’esito di questo processo mostra che, nonostante nel Regno Unito la preoccupazione per la minaccia del terrorismo fondamentalista sia ancora forte, ciò non ha eroso la tradizionale cultura della prova incorporata dalle regole del processo accusatorio britannico. In particolare, l’idea che in mancanza di riscontri di fatto incontrovertibili (la c.d. “smoking gun”) non si possa essere considerati colpevoli di un reato. Andare in giro per Londra, per quanto sospetto, non prova nulla. La cosa è particolarmente significativa perché stiamo parlando di un paese che – sia pure con qualche perplessità – è stato nella sostanza solidale con l’agenda della lotta al terrorismo dell’amministrazione Bush, fino al punto da inserire nuove figure di reato nel proprio diritto penale. Tuttavia, la partecipazione convinta alla “guerra al terrore” non si è spinta affatto, come stava per accadere negli Stati Uniti, fino al punto da mettere in discussione la divisione dei ruoli tra pubblica sicurezza e amministrazione della giustizia oppure l’equilibrio tra le parti nel processo.

C’è una lezione anche per noi nell’assoluzione di Waheed Ali, Sadeer Saleem e Mohammed Shakil. Nel corso del dibattimento, l’avvocato difensore degli imputati ha sostenuto che i tre correvano il rischio di essere condannati per “guilt by association” un’espressione che designa la situazione in cui si viene ritenuti colpevoli senza prove soltanto perché si è associati con persone che sono colpevoli. La cosa può apparire sorprendente, ma per la cultura giuridica del Regno Unito l’aver avuto a che fare con un terrorista, e al limite il condividerne l’ideologia, non è affatto un elemento conclusivo per stabilire la colpevolezza di un imputato in quanto complice di un reato violento. Nessuno dubita che i tre imputati siano dei fanatici, ma questo per la corte che li ha giudicati non prova che essi siano anche i complici di uno dei peggiori attentati della storia del paese. Credo che si possa dire che il comprensibile desiderio di contrastare le criminalità organizzate ha invece provocato da noi una pericolosa tendenza a estendere oltre il ragionevole i limiti della nozione di “associazione”, che in molti casi può condurre a vedere responsabilità accertate anche in comportamenti che invece sarebbero ambigui, e quindi potrebbero essere interpretati in modo diverso. La sentenza britannica mostra che un paese che abbia fiducia nell’autonomia delle proprie istituzioni giudiziarie e nell’efficacia della propria polizia può permettersi di mantenere al minimo le deviazioni dalla concezione liberale della colpa che considera la responsabilità del reato come tipicamente individuale.

Pubblicato su Il Riformista il 1 maggio 2009


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 1/5/2009 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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