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il blog di Mario Ricciardi


Diario


8 novembre 2009

Ancora sulle opinioni dissenzienti

Tra gli effetti indiretti della sentenza della Corte Costituzionale sul “lodo Alfano” c’è stata la riapertura del dibattito sulle “opinioni dissenzienti”. All’indomani della decisione della Corte siamo stati tra i primi a parlarne su queste pagine, riprendendo uno spunto di Beniamino Caravita di Toritto. Nei giorni seguenti ci sono state diverse reazioni e interventi favorevoli alla proposta. Da ultimo sul tema si è pronunciato anche Paolo Maria Napolitano, che è in questo momento uno dei giudici che compongono la Consulta. Sembra che l’idea cominci a prender piede. Tuttavia, il consenso non è affatto unanime. Per esempio, Luciano Violante, intervistato dallo stesso quotidiano che ha raccolto l’opinione del giudice Napolitano, ha affermato che sarebbe favorevole all’introduzione delle opinioni dissenzienti, ma «in una società pacificata, da noi rischia di acuire ancora di più lo scontro politico». Una preoccupazione analoga è stata espressa anche da Piero Alberto Capotosti, un ex presidente della Corte Costituzionale, che ha osservato che introducendo questa modifica «le opinioni dei giudici sarebbero interpretate come espressioni politiche di destra o di sinistra». Si tratta di perplessità che non sono affatto prive di fondamento e che ci spingono a ritornare sul tema per approfondire la questione, a partire dal ragionamento iniziato nelle scorse settimane.

Abbiamo detto che le opinioni dissenzienti e – sia pure in misura minore – quelle concorrenti aiuterebbero il pubblico a comprendere la natura e i compiti della giurisdizione costituzionale. Ciò che avevamo in mente è ben illustrato dall’esperienza statunitense come è stata descritta da Ronald Dworkin, uno dei più autorevoli filosofi del diritto e giuristi d’oltre oceano. Per Dworkin, il controllo giurisdizionale della legislazione svolto da un giudice costituzionale «assicura che le questioni più fondamentali di moralità politica alla fine saranno esposte e discusse come questioni di principio e non solamente di potere politico, una trasformazione che può non riuscire, ad ogni modo non pienamente, all’interno del corpo legislativo stesso. Questo è importante al di là dell’importanza delle decisioni effettive raggiunte». In altre parole, per Dworkin, la giurisdizione costituzionale ha l’effetto di migliorare la qualità del dibattito all’interno di una democrazia parlamentare, favorendo la riformulazione delle questioni che dividono l’opinione pubblica e le forze politiche in termini dei principi costituzionali e della loro migliore interpretazione. Si tratta di un effetto pervasivo al punto da costringere il dibattito politico a «includere argomenti intorno a principi, non solo quando un caso giunge davanti alla Corte ma anche molto tempo prima e molto tempo dopo». Credo che la trasformazione che la giurisdizione della Corte Suprema ha prodotto nella qualità della democrazia statunitense sia indubbiamente positiva. Una premessa essenziale per il buon esito di questo processo di articolazione del dibattito politico in termini di principi costituzionali è data dalla possibilità, per i giudici che non condividono l’opinione della maggioranza della Corte, di scrivere un’opinione dissenziente. In tal modo, infatti, le ragioni di una possibile lettura alternativa del testo costituzionale vengono rese pubbliche, e difese. Certo c’è un prezzo da pagare nella perdita dell’unanimità, ma si guadagna indiscutibilmente dal punto di vista della trasparenza degli argomenti a favore e contro la soluzione adottata dalla maggioranza dei giudici.

Si tenga conto che, come osserva Dworkin, il conseguimento del consenso non è affatto essenziale al valore della giurisdizione costituzionale. Diverse decisioni della Corte Suprema sono state profondamente controverse, e hanno spesso suscitato perplessità tra gli stessi funzionari pubblici che avevano il compito di assicurarsi che esse venissero eseguite. Ciò nonostante, quegli stessi funzionari, «non sarebbero così sensibili alle questioni di principio senza la cultura giuridica e politica di cui il controllo giurisdizionale è il cuore. Neppure il pubblico che essi rappresentano leggerebbe e penserebbe e discuterebbe e forse nemmeno voterebbe come fa senza quella cultura». Un terreno comune del dibattito politico è più importante del consenso per la stabilità di una democrazia parlamentare, e il ruolo dei giudici costituzionali è in tal senso preziosissimo. Ma per svolgerlo appieno, come avviene negli Stati Uniti, essi devono abbandonare la finzione di essere bocche della legge che applicano algoritmi di decisione neutrali e prendersi invece la responsabilità di essere fino in fondo interpreti di principi sui quali un disaccordo ragionevole è sempre possibile.

Pubblicato su Il Riformista l'8 novembre 2009

Qui trovate il pezzo precedente su questo tema


19 dicembre 2008

Sacralità della vita

Con un atto di indirizzo che non poteva mancare di suscitare polemiche il ministro Sacconi ha impresso una nuova svolta alla drammatica vicenda di Eluana Englaro. Con questo provvedimento, infatti, il ministro del Welfare impedisce alle strutture che appartengono al – o sono convenzionate col – servizio sanitario nazionale di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale di pazienti che si trovano in stato vegetativo. Anche se l’atto di indirizzo non riguarda direttamente Eluana, è evidente che la sua applicazione è destinata inevitabilmente a interferire con l’esecuzione delle sentenze che hanno aperto la strada alla sospensione dei trattamenti cui la donna è sottoposta da più di quindici anni per mantenerla in vita. Senza renderlo impossibile, l’iniziativa del governo ostacola seriamente l’esercizio di un diritto da parte di un privato. Una scelta che potrebbe creare un pericoloso precedente nei rapporti tra esecutivo e giudiziario.

Anche se ispirato dalle migliori intenzioni, l’intervento del governo mostra – casomai ce ne fosse bisogno – che il nostro paese ha bisogno di una legge che stabilisca se, e sotto quali condizioni, una persona può chiedere di non essere sottoposta a trattamenti sanitari che la tengano in vita quando ciò è contrario alle sue convinzioni. Appare chiaro che il principio enunciato dall’art. 32 della Costituzione non è sufficiente per fornire una guida affidabile e che quindi esso deve essere integrato dalla legislazione ordinaria. Tuttavia, l’approvazione di una legge si scontra con una difficoltà da non sottovalutare. In questo momento, nel parlamento italiano – e probabilmente anche nella società civile – non c’è un consenso sulla questione di fondo se le persone abbiano o meno il diritto di decidere dei modi e dei tempi della propria morte. In altre parole, gli italiani sono divisi sull’esistenza o meno di un diritto naturale di disporre della propria vita che giustificherebbe l’attribuzione a ciascuno della facoltà di compiere i passi necessari per porle fine.

 Si tratta di una divisione che in parte è indipendente dalle convinzioni religiose delle persone e che dunque sarebbe meglio affrontare lasciandosi alle spalle distinzioni – come quella tra laici e cattolici – che ostacolano, piuttosto che favorire, il dialogo. Non c’è dubbio che per molti la vita umana è sacra, e che ciò vuol dire che essa è inviolabile. Si badi bene, l’inviolabilità non comporta che essa non possa mai essere distrutta. Quando preservarla è incompatibile con la difesa di qualcosa di altrettanto sacro, come la vita di un innocente ingiustamente minacciata, si può accettare il rischio di porle fine. Questa è la giustificazione tradizionale della legittima difesa accettata da filosofi sia non credenti sia credenti di diverse denominazioni. Sulla base dello stesso argomento i cattolici giustificano l’aborto quando esso sia necessario per salvare la madre.

Tuttavia, sull’interpretazione della sacralità della vita emergono nel dibattito contemporaneo dissensi che talvolta sono motivati dalla fede. Per il filosofo Ronald Dworkin, ad esempio, la sacralità della vita richiede che una persona abbia il diritto di disporre della propria vita e possa porle fine, o disporre che ciò avvenga, se non si è in condizione di farlo in modo autonomo, quando la sopravvivenza continuerebbe a dispetto delle proprie meditate convinzioni sulla dignità umana. Se sopravvivere indefinitamente privi di coscienza per un intervento artificiale è contrario alla propria idea di una vita dignitosa si ha il diritto di chiedere che ciò sia impedito e di pretendere che la propria volontà venga rispettata anche qualora non si è più in condizione di esercitarla.

Per i credenti questa interpretazione della sacralità della vita è insostenibile perché assume la disponibilità di qualcosa su cui gli esseri umani non possono vantare la proprietà, ma solo una gestione fiduciaria. In tale prospettiva la vita è un dono che non è possibile rifiutare o restituire, che si ha l’onere di custodire fino a quando essa non si estingue naturalmente. Ciò spiega perché sono esclusi sia l’accanimento terapeutico sia l’intervento diretto a por fine alla vita, il primo perché futile e inutilmente oneroso il secondo perché contrario alla proibizione assoluta di uccidere l’innocente. Si tratta di un’interpretazione alternativa della sacralità della vita che è indubbiamente coerente. Tuttavia, essa non può essere condivisa da chi non accetta la premessa dell’argomento, che riposa su salde convinzioni teologiche che sfuggono alla dimostrazione. La volontà di Dio, per dirla con Rawls, non è una ragione pubblica e quindi non può essere presa in considerazione come considerazione rilevante di un accordo che riguarda principi politici.

Da questo dato – che anche diversi credenti riconoscono – bisogna partire per discutere della legge. Senza cercare di aggirarlo o di negarlo.
           

Pubblicato su Il Riformista del 18 dicembre 2008


10 dicembre 2000

Dworkin sull'eguaglianza

 

Paolo e Francesca sono due persone felici, molto felici. Se fosse possibile confrontare la felicità, cosa di cui molti dubitano, l'uno risulterebbe tanto felice quanto l'altra. Secondo una possibile interpretazione dell'eguaglianza, l'eguaglianza del benessere, la situazione in cui si trovano Paolo e Francesca soddisfa i requisiti per cui possiamo dire che essi sono uguali. Tutto bene? Non è detto. Una ulteriore indagine potrebbe portarci a scoprire che Paolo è molto povero e, come capita spesso alle persone indigenti, disposto ad accontentarsi. Col tempo le sue preferenze si sono modificate diventando adattive, come dicono gli economisti, cioè tali da aiutarlo a vivere bene con il poco che ha a disposizione. Francesca invece è ricca, tanto ricca da non essere costretta a lavorare. Così ricca che non ha idea di cosa voglia dire adattarsi perché nella vita ha sempre avuto quello che voleva.

Il caso di Paolo e Francesca illustra bene cosa c'è che non va nell'eguaglianza del benessere. Proprio questo tipo di problemi hanno spinto Ronald Dworkin a elaborare una proposta alternativa di interpretazione dell'eguaglianza, sviluppata in una serie di articoli ora raccolti in Sovereign Virtue. The Theory and Practice of Equality.

Per Dworkin, uno dei più importanti filosofi della politica e del diritto viventi, l'eguaglianza che vale la pena di realizzare non è quella del benessere, ma quella delle risorse. Ciò significa che non bisogna impegnarsi per rendere egualmente felici, ma per dare a ciascuno lo stesso quantitativo di risorse. La ragione è semplice: se ognuno riceve lo stesso quantitativo di risorse, ciascuno sarà in condizione di perseguire i propri progetti senza essere costretto a modificare le preferenze che ha per essere più felice, come accadeva nel caso di Paolo e Francesca. Una concezione dell'eguaglianza che non interferisce con il modo in cui le persone sviluppano le proprie preferenze è meglio rispetto a una che non si preoccupa del fatto che alcuni siano felici al punto giusto solo perché hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Ovviamente, anche l'eguaglianza di risorse può dare luogo a problemi. Se Paolo e Francesca hanno ricevuto lo stesso quantitativo di risorse, ma hanno capacità personali diseguali, è molto probabile che il più abile riuscirà a trarre più profitto dalle risorse che ha a disposizione. Se Francesca ha un grande talento per le relazioni con il prossimo, mentre Paolo ha un grave difetto di pronuncia, ci sono buone ragioni per ritenere che le loro vite non saranno egualmente baciate dal successo. Si tratta di fortuna, direbbe qualcuno. Ma Dworkin è convinto che questo tipo di fortuna, quella che lui chiama "fortuna bruta", dovrebbe essere corretta perché l'eguaglianza di risorse soddisfi le nostre intuizioni sulla giustizia. Una società che consente alle persone che hanno talenti naturali di avvantaggiarsene, e alle persone sfortunate di rimanere indietro nella corsa per il successo, non può essere considerata giusta. Ciò comporta che la "sfortuna bruta" deve essere compensata.

L'eguaglianza di risorse non solo richiede che tutti abbiano lo stesso quantitativo di risorse, ma anche che chi parte svantaggiato per cause indipendenti dalla propria volontà abbia diritto a ricevere di più per rimediare a quella che altrimenti sarebbe una posizione di partenza diseguale. La compensazione è dovuta però solo per gli svantaggi naturali. Se Paolo e Francesca sono ugualmente dotati, ma uno decide di investire tutti i propri beni in modo oculato, mentre l'altra li utilizza per fare speculazioni edilizie che risultano fallimentari, nessuna compensazione è dovuta dalla società. Si tratta in questo caso di "sfortuna opzionale" della quale Francesca è pienamente responsabile. Grazie a questa correzione, l'eguaglianza di risorse cattura anche alcune intuizioni relative al ruolo che il merito dovrebbe avere nell'influenzare i risultati che ciascuno riesce a ottenere.

Quest'ultimo aspetto della proposta teorica di Dworkin è il più discusso. Esso pone infatti problemi di non poco conto legati alla nozione di responsabilità. Si sarebbe portati a dire che Francesca è responsabile delle conseguenze del suo investimento avventato perché era libera di scegliere come investire i propri beni. Ma, quali sono i requisiti di una scelta libera? In questo modo la riflessione di Dworkin sull'eguaglianza porta all'attenzione dei filosofi politici problemi classici della filosofia della mente e dell'azione che non mancheranno di appassionare anche i lettori di questo impegnativo, ma stimolante, libro.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 10 dicembre 2000

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