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il blog di Mario Ricciardi


Diario


17 ottobre 2010

Ancora sull'Afghanistan

Verità e politica

Che verità e politica non abbiano una relazione amichevole è cosa nota da tempo. Un luogo comune, come ha osservato Hannah Arendt. Anche per questo colpisce l’invito a “dire la verità” sul nostro impegno militare in Afghanistan rivolto al governo dalla prima pagina del “Corriere della Sera” di mercoledì scorso da Franco Venturini, una delle firme più autorevoli del quotidiano milanese. Intendiamoci, nessuno si aspetta che i responsabili della politica estera e militare rivelino informazioni che potrebbero mettere in pericolo chi opera sul terreno. Non era questo il senso dell’invito. Gli italiani – ha scritto Venturini – “meritano la verità della chiarezza”. Ai cittadini si deve un dibattito serio e approfondito sulla nostra politica in Afghanistan che faccia finalmente a meno degli eufemismi, delle distinzioni speciose, delle ipocrisie rassicuranti, per andare al cuore del problema. Che in questo momento si pone qui perché sono morti soldati italiani, ma che non riguarda soltanto l’Italia e probabilmente neppure solo l’Afghanistan. Infatti, lo stesso problema potrebbe presentarsi altrove (basti pensare, per fare solo un esempio, all’Iraq, di cui in questi ultimi tempi non si parla tanto, ma solo perché la strategia militare del generale Petraeus ha, almeno per il momento, avuto un certo successo). Insomma dovremmo discutere apertamente di cosa andiamo a fare noi e i nostri alleati in paesi come l’Afghanistan. Solo in questo modo, infatti, è possibile ragionare in modo realistico sui modi e sui tempi della nostra permanenza. Procedere in senso inverso è intellettualmente disonesto perché alimenta l’illusione che si possa discutere delle modalità del nostro impegno militare e della sua durata senza aver chiare le idee sul suo scopo ultimo.

 

Ecco perché il bisogno di chiarezza segnalato da Venturini non dovrebbe essere avvertito solo in Italia o nelle altre nazioni europee, ma anche oltre l’Atlantico, nel paese che ha guidato gli interventi militari internazionali in Afghanistan e in Iraq, e che rimane la potenza egemone dell’occidente. La prima e più rilevante falsità di cui dovremmo liberarci è quella cui ha fatto ricorso l’amministrazione Bush per giustificare moralmente sia l’intervento in Afghanistan sia quello successivo in Iraq. Ovvero che l’uso della forza fosse indispensabile non solo per mettere in sicurezza quei paesi, neutralizzando regimi ostili, ma anche per promuovere la democrazia. Che si potesse fare a Kabul o a Baghdad ciò che era riuscito mezzo secolo prima a Berlino o a Roma.

 

Che l’elettorato statunitense potesse accettare questa giustificazione era prevedibile per chiunque conosca la cultura politica di quel paese. Gli Stati Uniti d’America riconducono la propria legittimità originaria a un mito politico, quello di un popolo in armi che insorge contro un potere coloniale straniero (per quanto vicino culturalmente, come poteva essere quello del Regno Unito) e lo sconfigge in una lotta per l’affermazione dei propri diritti naturali. Se un filo conduttore c’è nella politica estera statunitense del ventesimo secolo è proprio l’ostilità costante vero il vecchio colonialismo europeo, accompagnata da un’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli, da realizzare attraverso le forme del governo rappresentativo. Per questo c’è chi ha detto che gli Stati Uniti sono un “impero riluttante”. Perché hanno svolto un ruolo imperiale al quale la propria cultura politica li rendeva impreparati. Costringendoli a venire continuamente a patti con la propria coscienza di ex colonia. Eppure, per rendersi conto che l’idea che si possa instaurare la democrazia con la forza dove non c’è stato un governo democratico nel passato recente – e non ci sono le condizioni sociali perché esso emerga spontaneamente – basterebbe leggere quel classico del liberalismo che sono le Considerations on Representative Government di John Stuart Mill (pubblicate nel 1861). Nel quarto capitolo, Mill si chiede quali siano le condizioni in presenza delle quali un governo rappresentativo è inattuabile, e senza le quali l’autogoverno è quasi certamente destinato a produrre guerra civile o tirannide. Sembra di guardare un ritratto dell’Afghanistan contemporaneo. La mancanza di una chiara identità nazionale, la presenza di poteri locali disposti ad imporre la propria volontà con le armi, l’abitudine al governo dispotico che rende l’opinione pubblica incerta sull’interesse pubblico e influenzabile con le minacce o con la propaganda. In questi casi, sostiene Mill, un’amministrazione da parte di un potere esterno può essere considerata un male minore che – per quanto non privo di difetti – ha il grande vantaggio di poter operare per garantire l’ordine pubblico e il rispetto della legge, oltre che l’amministrazione corretta della cosa pubblica, che rendono nel tempo attuabile l’autogoverno. Le sole istituzioni rappresentative praticabili in tali circostanze, egli aggiunge, sono organi consultivi, che diano per quanto possibile voce alle comunità locali, affiancando l’amministrazione esterna e semplificandone il rapporto con la popolazione e con le istanze che essa esprime.

 

In Afghanistan questa strada, per quanto impopolare presso le opinioni pubbliche occidentali, era l’unica che poteva dare qualche prospettiva di successo. L’alternativa dell’autogoverno afgano in tempi brevi per cui invece si è optato si sta rivelando un’illusione che corre il rischio di vanificare quanto, a costo di sacrifici e perdite di vite umane, si è riuscito a realizzare fino ad ora. Su questo dovremmo avere il coraggio di essere chiari. Se si entra militarmente in Afghanistan è per rimanerci a lungo. Altrimenti è meglio non andarci affatto.

 

Pubblicato su Il Riformista il 17 ottobre 2010


2 ottobre 2010

Sul ruolo della religione nella vita pubblica

Sul Cardinal Scola

Alexis de Tocqueville ha scritto che quando una religione si unisce intimamente a un governo essa «sacrifica l’avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il proprio potere legittimo». Le osservazioni di Tocqueville mi sono tornate in mente leggendo la lunga conversazione tra Benedetto Ippolito e il Patriarca di Venezia Angelo Scola, che prende spunto dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro del Cardinale, che ha un titolo significativo: Buone ragioni per la vita in comune (Mondadori, Milano 2010). La visione del ruolo della religione nella vita pubblica che emerge dalle riflessioni del Cardinal Scola avrebbe probabilmente incontrato l’approvazione dell’aristocratico francese. Infatti, sia nell’intervista sia nel libro – dove le idee del porporato vengono presentate in dialogo con alcune delle voci più significative della filosofia e della teologia contemporanee – è evidente l’invito ai cattolici a camminare saldi sulle proprie gambe, senza appoggiarsi a quelle che Tocqueville chiamava le “potenze politiche”.

 

Intendiamoci, sfuggire all’abbraccio mortale di queste potenze terrene – che della religione si servono anche quando fanno mostra di servirla – non comporta affatto accettare una concezione della fede come esperienza esclusivamente privata. Nel libro, il Cardinal Scola richiama la peculiarità della concezione cristiana di Dio, che incarnandosi si compromette con la storia e accetta di condividere il destino delle creature. Per questo, scrive il Cardinale, la fede cristiana ha «inevitabilmente a che fare con le forme concrete con cui, anche nella società plurale di oggi, si vivono la nascita, la vita e la morte, l’amore e il dolore, il lavoro e il riposo». Insomma, proprio come i preti cattolici statunitensi lodati da Tocqueville per lo spirito “laico” con cui svolgevano la propria missione in un paese che a quei tempi era a maggioranza protestante, il Patriarca di Venezia difende un cattolicesimo che non ammette di essere messo da parte quando sono in gioco questioni morali fondamentali, quando si discute di ciò che sarebbe bene fare. Suggestive, a questo proposito sono le pagine del libro in cui si accenna alla “percezione morale” (un’espressione che il Cardinal Scola illustra con espressioni che richiamano alla mente il pensiero di un grande filosofo cattolico del novecento, Bernard Lonergan) e ai lavori di pensatori come John Finnis, Germain Grisez e Joseph Boyle, tutti autori che meriterebbero maggiore attenzione nel nostro paese.

 

Libera dal vincolo dell’identificazione con il potere politico, la Chiesa cattolica si muove in una sfera pubblica su cui è ormai consapevole di non avere controllo, e all’interno della quale forse non esercita neppure un’egemonia. Invece di ritrarsi inorridito, come fanno altri esponenti dell’episcopato, o limitarsi a una testimonianza morale attraverso le opere, il Patriarca di Venezia accetta la sfida dei tempi e prende la strada della filosofia politica.

 

Infatti, le meditazioni del Cardinal Scola nel libro appena uscito, e nella conversazione con Benedetto Ippolito  pubblicata nei giorni scorsi su questo giornale, non riguardano solo il bene, ma anche il giusto, per riprendere la distinzione di John Rawls. Questa, dal mio punto di vista di agnostico, è la parte forse più interessante delle riflessioni del porporato, che meritano di essere discusse anche dai non credenti che hanno a cuore le sorti del liberalismo. Presa contezza del fatto del pluralismo ragionevole, come lo chiamava Rawls, mi sembra che il Cardinal Scola assuma nel libro l’onere di argomentare accettando i limiti imposti dall’ideale della ragione pubblica. Ciò non comporta che egli, in quanto cattolico, debba abiurare la propria visione comprensiva del mondo e della vita, ma gli chiede di riconoscere il valore pratico indipendente di relazioni politiche rette dal principio di reciprocità. La forma della democrazia liberale, sempre secondo Rawls, non nega la fede, e nemmeno mira a opprimerla o a relegarla nella sfera privata. In questo senso il Liberalismo Politico non è affatto una concezione della convivenza che afferma un ideale di neutralità come quello promosso da certi laici francesi o italiani. Le visioni cattoliche del bene comune e della solidarietà sono ammesse dal Liberalismo Politico se esse vengono espresse nei termini adeguati a valori politici.

 

Entro questi limiti, il rinvio del Cardinale alla visione comprensiva della Chiesa Cattolica, illustrata attraverso sapienti richiami alle scritture e ai testi dottrinali, serve da alimento alla discussione in una società pluralista, non la chiude attraverso l’appello all’autorità. Soprattutto nei due capitoli dedicati alla crisi finanziaria e ai problemi dello sviluppo economico questo modo di procedere apre la strada a considerazioni interessanti sul mercato, sulla sussidiarietà, o sul ruolo dell’educazione, che potrebbero essere condivise anche da non credenti, o da persone di fedi diverse dalla cattolica. Oppure, e anche questo è un aspetto interessante del libro, che potrebbero suscitare il dissenso di altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche o del mondo cattolico.

 

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Tocqueville fu sorpreso di trovare spirito di religione e spirito di libertà intimamente uniti. Invece di procedere in direzioni diverse, come in Francia, nel nuovo mondo essi «regnavano insieme sullo stesso suolo». Un’immagine suggestiva questa di una sovranità divisa ma non conflittuale, che mi pare illustri bene anche il pensiero del Cardinal Scola sul ruolo della religione nella vita pubblica e sul compito dei cattolici.

 

Pubblicato su Il Riformista il 2 ottobre 2010


17 gennaio 2010

Giudizio storico e morale

 

In una lettera a Mendell Creighton, Lord Acton riassume la propria concezione del giudizio storico in un modo che non lascia spazio a equivoci: «non posso accettare il suo canone che noi dobbiamo giudicare Papa e Re in modo diverso dagli altri uomini, con una presunzione favorevole che essi non commettono errore. Se c’è una presunzione è nel senso contrario contro chi detiene il potere, crescente mano a mano che cresce il potere. La responsabilità storica deve compensare l’assenza di responsabilità giuridica. Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente. I grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi, anche quando essi esercitano influenza e non autorità: ancora di più quando si aggiunge la tendenza o la certezza della corruzione provocata dall’autorità. Non c’è eresia peggiore di quella che l’officio santifica chi lo occupa». L’oggetto del contendere erano due volumi di una storia del papato ai tempi della riforma che Creighton, l’autore dell’opera, aveva chiesto a Lord Acton di recensire. Lo storico aveva accettato, ma la recensione era così aggressiva da lasciare interdetto il recensito. Di qui la corrispondenza.

 

L’opinione di Lord Acton esemplifica l’atteggiamento di chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e giudizio morale. Invocando il giudizio della storia non si fa appello a considerazioni diverse da quelle rilevanti per valutare moralmente le azioni di una persona. Acton era un cattolico, e la sua concezione del potere e della capacità che esso ha di corrompere le persone è ispirata dalle sue convinzioni religiose. Col passare del tempo, il suo rigorismo lo spinse ad assumere una posizione sempre più critica nei confronti della Chiesa di Roma e del Papa che in quegli anni – la lettera che abbiamo letto è del 1887 – era stato privato del potere temporale ma non aveva rinunciato a esercitare la propria influenza politica. Per Acton, nel giudicare l’operato dei potenti, lo storico non deve ammettere altre scuse o giustificazioni rispetto a quelle che accetterebbe da parte di qualunque essere umano. Se la morale condanna, la storia non assolve.

 

Un’opinione molto diversa viene espressa da Benedetto Croce. Ne La storia come pensiero e come azione – un’opera pubblicata nel 1938 – il filosofo scrive: «[c]oloro che, assumendo di narrare storie, si affannano a far giustizia, condannando e assolvendo, perché stimano che questo sia l’uffizio della storia, e prendono in senso materiale il suo metaforico tribunale, sono concordemente riconosciuti manchevoli di senso storico; e si chiamino pure Alessandro Manzoni». Vale la pena di sottolineare questa allusione al modo di fare storia del grande scrittore. La sensibilità morale di Manzoni è infatti permeata da un rigorismo religioso che ha molto in comune con quello di Lord Acton. Per Croce, i potenti di cui si occupa lo storico non sono «responsabili dinanzi a nessun nuovo tribunale appunto perché, uomini del passato, e come tali oggetto solamente di storia, non sopportano altro giudizio che quello che penetra nello spirito dell’opera loro e li comprende». Sovrapporre considerazioni morali al giudizio storico è dunque un errore categoriale.

 

Prese insieme, la posizione di Lord Acton e quella di Benedetto Croce illustrano un’opposizione che emerge quasi sempre quando si discute di un personaggio del passato. Da un lato, c’è chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e morale. Dall’altro, c’è chi ritiene che invece i due vanno tenuti distinti. La morale assolve o condanna, la storia tenta di comprendere. A chi obietta che il secondo modo di intendere il giudizio storico avvalorerebbe il motto “tout comprendre c’est tout pardonner”, Croce replicava che gli uomini del passato ormai stanno «di là dalla severità e dall’indulgenza come dal biasimo e dalla lode». Una visione della storia severa e austera, che non è affatto meno esigente di quella permeata di moralità di Lord Acton.

 

Per chi coltiva il “senso della realtà” non c’è dubbio che la posizione espressa da Croce appare più persuasiva. Effettivamente c’è qualcosa che disturba nella foga di certa “storiografia tribunalizia” – l’espressione è del filosofo napoletano – che non aspira ad altro se non ad assolvere o a condannare. Tuttavia, proprio il “senso della realtà” ci spinge a mettere in questione l’austerità della concezione del giudizio storico di Croce. Lo spunto ci viene dagli scritti di Isaiah Berlin, un filosofo che ha riflettuto su molti dei temi che appassionavano Lord Acton e Croce e che ben conosceva gli scritti di entrambi sulla storia. Berlin osserva che per comprendere le azioni di un personaggio storico dobbiamo necessariamente metterci in una prospettiva morale, perché non abbiamo altre categorie – se non quelle che impieghiamo normalmente per valutare l’azione di una persona – da impiegare per ricostruirne le vicende. Nella storia, come nella vita quotidiana, descrivere e valutare si intrecciano in modo indissolubile. Certo questo non vuol dire affatto che compito dello storico sia condannare o assolvere una persona. Ma ciò non dipende dalle peculiarità della storia rispetto alla morale, che pure ci sono come giustamente rilevava Croce.

 

Nemmeno la morale prevede tribunali. Giudicare moralmente l’azione di una persona comporta prendere in considerazione le ragioni che essa aveva per agire come ha fatto, e valutarne il peso e la cogenza in una prospettiva – per quanto possibile – impersonale. Nella gran parte dei casi, uno sguardo attento alle sfumature dell’agire rivela ragioni in conflitto che non ammettono composizione. Adempiere a un’obbligazione a volte impone di trascurarne altre. Berlin chiama questa posizione “pluralismo dei valori”. Biasimo e lode vengono distribuite lungo diverse dimensioni dal giudizio morale che in questo è ben diverso da una sentenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 17 gennaio 2010


29 maggio 2009

The Art of Insulting

 A member of Parliament to Disraeli: “Sir, you will either die on the gallows or of some unspeakable disease”.
“That depends, Sir” – said Disraeli – “whether I embrace your policies or your mistress”.


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11 novembre 2008

A plan to resist all planning...

A plan to resist all planning may be better than its opposite, but it belongs to the same style of politics.

Michael Oakeshott, Rationalism in Politics and Other Essays, Liberty Press, Indianapolis (Ind.) 1991, p. 26.



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