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il blog di Mario Ricciardi


Diario


15 agosto 2010

Ancora sui "piazzisti della libertà"

Le virtù del politico

Saper scegliere i propri consiglieri è una delle più preziose virtù del politico. Nella stagione del declino poi, quando l’età comincia a far sentire i propri effetti sulle capacità di giudicare persone e cose, circondarsi di collaboratori di spessore può assicurare una vecchiaia tranquilla. Riflettendo sugli affanni di Silvio Berlusconi in questo movimentato ferragosto si ha la sensazione che egli non abbia coltivato questa virtù come avrebbe dovuto. Se la presa che esercita sul suo “popolo” ha indubbiamente i tratti della leadership carismatica essa ne manifesta anche i difetti. Che diventano particolarmente gravi quando il capo non riesce a dare una veste istituzionale al proprio ruolo, promuovendo l’emersione di un nuovo equilibrio costituzionale.

 

Nel caso di Berlusconi questa istituzionalizzazione del carisma non ha avuto luogo. In buona parte perché il diretto interessato non l’ha voluta. Entrato in politica per tutelare i propri interessi privati, egli ha trasportato nella sfera pubblica una concezione privata del ruolo del leader, che si addice a un proprietario piuttosto che a un “politico” nel senso classico del termine. Negli ultimi tempi questo vizio del Berlusconi capopolo si è manifestato nel modo più evidente. Probabilmente proprio in ragione dell’indebolimento del carattere che è un segno premonitore del declino. Non si tratta solo, come in passato, del ruolo – inspiegabile dal punto di vista istituzionale – attribuito al manipolo di vecchi sodali che l’hanno accompagnato nel passaggio dall’imprenditoria alla politica. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni nuove, e senza precedenti nella storia recente del paese. C’è il mondo delle feste e delle “ragazze immagine” di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Soprattutto, c’è la schiera di volti nuovi che – per via di un sistema elettorale indecente – ha fatto il proprio ingresso in parlamento passando attraverso un processo di selezione che sembra tener conto sopratutto della disponibilità a sostenere l’ego del capo rassicurandolo nei momenti difficili. Questa è la novità della terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi. Le persone che ha scelto. La classe dirigente che ci propone come modello, e di cui porta per intero la responsabilità.

 

Rispetto a quando è “sceso in campo” Berlusconi ha perso per strada buona parte delle intelligenze liberali che avevano preso sul serio il suo progetto politico. Chi si ricorda più dei “professori” di Forza Italia? Di quel gruppo di intellettuali che avevano visto nella rottura berlusconiana l’occasione per modernizzare il paese riformandone le istituzioni? Alcuni, come Lucio Colletti, non ci sono più. Altri si sono ritirati a vita privata. Altri ancora, come Antonio Martino, sono ancora impegnati in politica, ma tengono una posizione defilata. L’unico che ha ancora un ruolo di primo piano è Giulio Tremonti, che però si tiene ben lontano dalla corte del premier. L’ultima stagione del berlusconismo ha bisogno evidentemente di talenti diversi. Oggi non è più il tempo delle polemiche ideali sulle patologie della giustizia penale o sulle distorsioni del consociativismo. Ben altre sono le doti intellettuali e morali che si richiedono ai “piazzisti della libertà”.

 

In fondo, anche la vicenda della traumatica rottura con Gianfranco Fini si può leggere alla luce del cambiamento che progressivamente c’è stato tra i dirigenti del berlusconismo. Anche se in questi giorni c’è chi rintraccia i segni premonitori del “tradimento” in questa o quella scelta remota del leader di Alleanza Nazionale, mi pare difficile negare che la crisi attuale sia precipitata a causa del crescente imbarazzo che il Presidente della Camera deve aver provato per le intemperanze che hanno segnato diversi passaggi cruciali di questa legislatura. L’insofferenza che Berlusconi ha sempre manifestato nei confronti delle forme della politica si è trasformata progressivamente nel rifiuto arrogante di qualsiasi mediazione nel dar voce ai propri umori. Invece di moderare questa tendenza, che senza alcun dubbio non si addice a chi ha responsabilità istituzionali, c’è stata una gara da parte di buona parte degli esponenti più in vista della maggioranza nell’assecondarla. L’aggressione verbale sistematica nei confronti di qualunque voce critica, anche quando proveniente da ambienti niente affatto pregiudizialmente ostili al centrodestra, è diventata abituale. Solo grazie al clima generato da questo atteggiamento diffuso si può spiegare il comportamento di chi ha invocato per Fini il “trattamento Boffo” per la sua insubordinazione. In un paese in cui le parole hanno ancora un peso, e le istituzioni una dignità, un’intimidazione così grave rivolta al Presidente della Camera avrebbe suscitato reazioni indignate da parte di chiunque, e non solo dalle opposizioni. Invece nulla. Nessuno tra gli esponenti di spicco del PdL ha preso le distanze dalla dichiarazione di Giorgio Straquadanio, il deputato milanese che ha invocato per Gianfranco Fini la stessa sorte toccata a Dino Boffo. Al contrario, quando la campagna di stampa per distruggere l’immagine del Presidente della Camera è puntualmente iniziata, abbiamo assistito a una gara a chi urlava più forte nel chiederne le dimissioni. Un vociare scomposto e dai toni insolenti, il cui unico scopo sembra essere quello di mostrare al capo che la propria solerzia nel chiedere la testa del traditore non teme rivali.

 

Non si può escludere che la campagna per ridurre al silenzio Gianfranco Fini espellendolo dalla vita pubblica raggiunga il proprio obiettivo. Nonostante il Presidente della Camera per il momento appaia un obiettivo meno indifeso rispetto al povero Boffo, è difficile immaginare che esca indenne dal torrente di maldicenze, insinuazioni e accuse che gli vengono rivolte, anche se si rivelassero infondate.  Che ottenere questo risultato comporti un indebolimento complessivo della credibilità delle istituzioni democratiche del paese non è cosa di cui i “piazzisti della libertà” si diano pensiero. Nemmeno, a quanto sembra, se ne preoccupa il loro leader.

 

Comunque vadano le cose, credo che siano in molti in queste ore, anche nelle file del PdL, a chiedersi chi sarà il prossimo se Fini dovesse cadere. Un ministro? Un giudice della Corte Costituzionale? O qualcuno ancora più in alto? Quanto può reggere una democrazia se l’intimidazione del dissenziente diventa lo strumento principale di coesione della maggioranza parlamentare? Se la piaggeria e la compiacenza nei confronti del capo diventano i requisiti indispensabili per entrare nelle sue grazie e fare carriera? Credo sia arrivato il momento di mettere sul piatto della bilancia di questa terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi anche la classe dirigente che ha scelto per il paese. Sono queste le persone cui vogliamo affidare il nostro futuro?

 

 

Un versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su Il Riformista il 15 agosto 2010


8 agosto 2010

La strategia contro Fini

Berlusconi contro tutti?

Mi chiedo se qualcuno dei partecipanti alle allegre serate di Tor Crescenza trova il tempo, tra cori e barzellette, di riflettere sui risultati raggiunti fino a ora dalla campagna per riprendere il controllo del PdL. “Ghe pensi mi” aveva annunciato il capo dei “piazzisti della libertà” all’inizio di luglio, stanco delle insubordinazioni di Fini e dei suoi accoliti. Sembrava l’annuncio di una sagace strategia di riconquista, e si è rivelata invece una fanfaronata con cui il titolare della ditta ha tentato di venir fuori dalle difficoltà generate dalla sua incapacità di tenere insieme una coalizione basata su un progetto politico. Se quella che si riunisce nel maniero dalle parti della via Flaminia fosse la direzione di un partito, e non la corte di un califfato postmoderno, qualcuno a questo punto avrebbe cominciato a manifestare perplessità. Facendo notare che il maldestro tentativo di mettere alla porta il Presidente della Camera non è stata una mossa troppo brillante. A qualche settimana dal roboante proclama la maggioranza si è persa per strada un bel po’ di parlamentari – ben più di quelli che venivano accreditati come “seguaci” di Fini – e questo lascia pensare che dopo le vacanze, alla ripresa dell’attività, il governo avrà le sue difficoltà a tirare avanti.

Ora ci dicono che una nuova, ancor più sofisticata strategia, è stata messa a punto dal presidente chansonnier e dai suoi consiglieri-coristi. Presentare al parlamento una serie di provvedimenti su cui porre la fiducia. Forse cominciando proprio da quel processo breve che – come è noto – è al centro delle preoccupazioni degli italiani. Allo stato attuale non è chiaro se lo scopo di questa nuova iniziativa è rafforzare il governo o accelerarne la caduta, per poi andare alla elezioni lamentando il solito complotto della sinistra, dei “poteri forti”, dei giudici politicizzati e (perché no?) della destra per impedire a Silvio Berlusconi di governare. A giudicare da quel che si legge in questi giorni si direbbe che la seconda ipotesi è quella più probabile. Un programma minimo il cui scopo non è cercare il consenso in parlamento per una nuova maggioranza, ma assicurarsi che essa non ci sia. In modo da ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle camere e le nuove elezioni con l’attuale sistema elettorale prima che Fini metta radici sul territorio e che il PD si riprenda dallo stato vegetativo in cui si trova da mesi. Magari avendo come avversario principale un’aggregazione dominata da uno dei demagoghi che, sulla scia di Di Pietro, si affacciano all’orizzonte dell’opposizione. Chi sogna di “vincere facile” non potrebbe desiderare di meglio.

 

La prospettiva di un “Berlusconi contro tutti” che riesce a ottenere la vittoria in un plebiscito sulla propria leadership carismatica non è di quelle che lasciano dormire sonni tranquilli. Soprattutto se si ha a cuore quel che rimane del senso delle istituzioni in questo paese. Se dotato di una maggioranza significativa, un governo del Popolo della Libertà e della Lega tenterebbe probabilmente di trasformare la nostra democrazia parlamentare in un regime presidenziale privo di contropoteri e di controlli costituzionali efficaci. Una forma di governo che ci allontanerebbe definitivamente dalla tradizione delle liberaldemocrazie occidentali per avvicinarci a democrazie autoritarie come quelle che negli ultimi anni si stanno affermando in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica o nell’America del Sud. Se c’è una cosa che questa legislatura ci ha insegnato è che sono in tanti ad avere come massima ambizione nella vita quella di prender parte ai cori che allietano le serate del nostro presidente chansonnier. Un nuova vittoria elettorale farebbe aumentare ancora il numero degli aspiranti, rendendoli sempre meno disposti a tollerare chi si rifiuta di cantare all’unisono.

 

Mai nella storia recente del paese le sue sorti sono state così strettamente legate a quelle del parlamento. In quella sede si deciderà il destino della nostra forma di governo nelle prossime settimane. La speranza è che l’esempio di parlamentari del centro-destra come Chiara Moroni e Barbara Contini inneschi una reazione tra coloro che in quello schieramento credono ancora che sia possibile restituire dignità alla politica restaurando la dignità del parlamento.

 

Pubblicato su Il Riformista l'8 agosto 2010


1 agosto 2010

Sopravviveremo a Berlusconi?

Un declino lento e inesorabile

Che il rapporto personale tra Berlusconi e Fini fosse ormai incrinato in modo irrimediabile si era già capito in aprile, nell’assemblea in cui i due si scontrarono duramente alla presenza dei dirigenti del PdL e davanti alle telecamere. In quella occasione, il presidente del Consiglio ottenne dalla maggioranza dei presenti la ratifica di un nuovo modo di concepire la rappresentanza politica della destra italiana. Non partito, ma popolo. Un’aggregazione di “piazzisti della libertà” che si riconoscono nel proprio capo carismatico e sono disposti a seguirlo ovunque. Pronti ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di realizzarne la volontà. Anche contro le convenzioni costituzionali, il buon senso e la decenza. Sicuri che l’aver vinto le elezioni dia a quel leader il diritto di fare ciò che vuole. Mai sfiorati dal dubbio che egli possa sbagliare. Se questo giudizio vi sembra troppo duro, provate a fare un esperimento mentale. Vi ricordate di un’occasione in cui uno degli attuali dirigenti del PdL abbia detto in pubblico di non essere d’accordo con il capo? O almeno di avere delle caute riserve, un dubbio, una vaga perplessità? Non credo. La spiegazione è che coloro che ci hanno provato sono stati messi da parte oppure cacciati, senza tanti complimenti. Gli ultimi a essere accompagnati alla porta sono stati Gianfranco Fini e il gruppo di deputati e senatori che hanno deciso di seguirlo nell’avventura dall’avvenire incerto che hanno chiamato – con un certo ottimismo – “Futuro e Libertà”. Perché per immaginare un futuro per la libertà in un paese che l’affida ai piazzisti ci vuole davvero una straordinaria fiducia nel prossimo e anche una buona dose di temerarietà.

 

A questo punto, infatti, si aprono diversi scenari, nessuno dei quali entusiasmante. Se Berlusconi si è deciso a far precipitare la situazione – nonostante la cautela che, in privato, gli consigliavano i più responsabili tra i suoi seguaci – è perché deve avere in mente una strategia per liberarsi del fastidio che Fini gli ha dato fino all’altro ieri. Le opzioni non gli mancano. Una è quella di recuperare un po’ di voti in parlamento per rinsaldare la maggioranza. Se riuscisse a convincere qualche finiano tentennante, magari tra i ministri o i sottosegretari, oppure a reclutare parlamentari che in questo momento appartengono a altri gruppi, il Presidente del Consiglio potrebbe rimanere in sella tirando a campare ancora per qualche tempo. La speranza, in questo caso, è che la minaccia rappresentata da Fini potrebbe sgonfiarsi. Magari con l’aiuto di una campagna di stampa che lo screditi. Un Fini la cui credibilità è affievolita da uno scandalo sarebbe più facilmente messo in condizioni di non nuocere. Se questa strada risultasse impraticabile, rimane l’opzione delle elezioni anticipate. Che verrebbero ancora una volta presentate come un “giudizio di Dio”. La battaglia tra il bene e il male, e tutti gli altri spropositi con cui siamo familiari da anni.

 

D’altro canto, se invece il governo cadesse, non mi pare che la prospettiva di un esecutivo tecnico sia da salutare con entusiasmo. In primo luogo perché esso si troverebbe a far fronte alle critiche – non del tutto infondate – che si possono muovere a una soluzione di questa specie in un regime che è di fatto maggioritario, anche se di un genere piuttosto anomalo nel panorama delle democrazie occidentali. Poi perché i governi tecnici che abbiamo avuto in passato, pur avendo fatto spesso cose necessarie e perfino giuste, hanno contribuito ad alimentare lo scontento nei confronti della classe dirigente di questo paese su cui Berlusconi – quando gli fa comodo – si appoggia per sostenere di essere l’uomo nuovo, il nemico dei “poteri forti” e dell’establishment. Anche in questo caso potremmo aspettarci gesti clamorosi, dichiarazioni eccessive, dossier e campagne per mettere in cattiva luce chiunque si frappone tra il popolo e il suo capo.

 

La domanda da farsi a questo punto è sempre la stessa: quanto può reggere ancora questo paese a una fibrillazione continua che coinvolge tutte le istituzioni che appartengono alla struttura di base della società? Cosa rimarrà quando qualunque corpo intermedio, qualsiasi contrappeso, sarà stato travolto da una guerra senza esclusione di colpi? C’è chi dice che il declino di Berlusconi sarà come quello di Francisco Franco: inesorabile, ma lungo. Forse chi lo sostiene ha ragione. C’è una differenza significativa, tuttavia, che induce al pessimismo. Pur con qualche incertezza, Franco si era posto il problema della sua successione. Mentre il Caudillo prendeva lentamente congedo dalla politica e dal mondo – nel suo caso le due cose coincidevano – c’era una classe dirigente che lavorava alla transizione e che si poneva il problema della riconciliazione nazionale. In Italia a destra non si vede niente del genere. Chi ci prova – come dimostra il caso Fini – è considerato un traditore e licenziato senza preavviso. Tutto lascia pensare che, quando alla fine cadrà, Berlusconi avrà creato le condizioni per portare con sé tutto il paese.

 

Pubblicato su Il Riformista l'1 agosto 2010

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