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il blog di Mario Ricciardi


Diario


25 giugno 2010

Un filosofo conservatore

Su Lord Quinton

L’ultima volta che ho incontrato Lord Quinton fu nel marzo del 2002. Da qualche tempo stavo lavorando a una ricerca sulla formazione di H.L.A. Hart nella Oxford degli anni trenta, e sul ruolo che egli ebbe – con J.L. Austin, Isaiah Berlin, Stuart Hampshire e altri – nella nascita di quella che diventerà nota nel dopoguerra come “Oxford Philosophy”. Lord Quinton non era in senso stretto parte di quel gruppo. Quando nel 1937 cominciarono le discussioni nelle stanze di Berlin a All Souls da cui sarebbe nata la filosofia di Oxford, Anthony Quinton aveva dodici anni. Di li a poco, nel 1939, sarebbe stato ammesso a Stowe, una delle public school più prestigiose del Regno Unito. A Oxford si affaccerà per la prima volta durante la guerra, nel 1942, per sostenere gli esami per una borsa di studio. Quelli della guerra sono anni difficili per la famiglia Quinton. La morte del padre, un chirurgo della marina, lascia madre e figlio soli in uno dei momenti più drammatici della storia britannica recente. Allo scoppio delle ostilità la signora Quinton decide di portare il figlio quindicenne in Canada, al sicuro dai bombardamenti nazisti. Durante la navigazione la nave su cui sono imbarcati viene colpita e affondata da un U-boat. Madre e figlio si trovano per venti ore in balia dei flutti su una scialuppa di salvataggio. Per via del freddo solo otto dei ventitre naufraghi sopravvivono. Tra questi i Quinton. A distanza di molti anni Anthony ricorderà in uno scritto autobiografico che fu costretto a buttare in mare, uno dopo l’altro, i cadaveri dei suoi compagni di sventura. Quando stanno per cedere, la salvezza si materializza attraverso un vascello della Royal Navy, che li riporta in patria. Terminati gli studi, e ottenuta l’ammissione a Oxford, Quinton trascorre un breve periodo all’università prima di arruolarsi nella RAF e partecipare all’ultima parte della guerra.

 

Con il ritorno alla vita civile e all’università comincia una brillante carriera accademica, che sarebbe culminata in una serie di incarichi di grande prestigio. Quinton si afferma come uno dei filosofi più acuti della sua generazione. Nel corso di poco più di un trentennio escono alcuni dei suoi lavori più importanti. Una serie di articoli, diversi dei quali sono letti e discussi ancora oggi, e poi tre libri particolarmente significativi. Nel 1973 The Nature of Things e Utilitarian Ethics, e nel 1978 The Politics of Imperfection, che è tuttora la migliore introduzione al pensiero conservatore in circolazione. Nascono amicizie durature, come quella con Berlin. Fellow di All Souls e poi di New College, presidente di Trinity, vice presidente della British Academy e infine presidente del Board della British Library, di cui cura il trasferimento nella nuova sede.

 

Nella vita pubblica Quinton porta le stesse doti che sono state apprezzate in quella accademica. Grande simpatia umana, praticità, senso dell’umorismo. Insofferenza per la pomposità e spirito di servizio. Nell’amministrazione della cosa pubblica egli rivela di essere ben lontano dallo stereotipo del filosofo con la testa tra le nuvole. Al contrario, di lui si diceva che fosse l’unico accademico che, se avesse lasciato l’università, non avrebbe fatto fatica a trovare un impiego come amministratore di una società.

 

Nel 1982 Margaret Thatcher, che lo conosce e ne apprezza le qualità, ne vuole l’ingresso nella House of Lords. Così Anthony Meredith Quinton diventa Baron Quinton of Holywell. Quella mattina del 2002 Lord Quinton mi diede appuntamento all’ingresso del suo club, Brook’s in St. James’s Street. Pur avendo quasi ottanta anni era ancora in ottima forma, e non aveva perso nulla della straordinaria vitalità per cui era famoso – e amato – nell’ambiente accademico. A colazione fu prodigo di consigli per la mia ricerca. La sua prodigiosa memoria una miniera di aneddoti su Hart e gli altri filosofi di Oxford. Chi sosteneva cosa e quando. L’influenza di Wittgestein e i manierismi dei suoi allievi diretti. Tutto ciò accompagnato da giudizi acuti e battute fulminanti. La più bella che ricordo quella su John Rawls. Per lo scettico conservatore il teorico della “giustizia come fairness” era il “Trollope della filosofia morale”. Un autore, cioè, il cui merito principale è stato di articolare la visione del mondo tipica del suo ambiente, quello dei liberals di Harvard. Con la morte di Lord Quinton scompare l’ultimo esponente di una grande stagione della filosofia britannica.

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 giugno 2010


9 settembre 2007

The Legacy of H.L.A. Hart

  

La commissione nominata nel 1952 per decidere chi sarebbe stato il nuovo professore di Jurisprudence dell’Università di Oxford si è trovata di fronte a un dilemma di difficile risoluzione. Tra i candidati, infatti, oltre ad alcuni giuristi dal profilo tradizionale, c’era anche un filosofo, Fellow di New College, che poteva vantare qualche anno di pratica come avvocato e la pubblicazione di alcuni articoli. Pur avendo in qualche modo a che fare con la filosofia del diritto, questi lavori erano ben lontani dall’idea della Jurisprudence che avevano i membri della facoltà giuridiche britanniche negli anni cinquanta. H.L.A. Hart, questo era il nome del candidato a quel posto di professore, faceva parte della generazione di giovani studiosi formatisi negli anni trenta cui appartenevano, tra gli altri, A.J. Ayer, J.L.Austin, Isaiah Berlin e Stuart Hampshire. Nei suoi saggi, dunque, gli esaminatori non avrebbero trovato le acute dissezioni di casi giudiziari o le innocue divagazioni sui massimi sistemi cui erano familiari dagli scritti di Arthur Goodhart, il precedente titolare della cattedra. Nei suoi primi lavori H.L.A. Hart affrontava direttamente questioni di grande spessore teoretico, come la fondazione dei diritti naturali e la natura dei giudizi di responsabilità, impiegando i risultati più recenti della filosofia del linguaggio. Vale la pena di ricordare che sono questi gli anni in cui Austin elabora la nozione di “performativo” suggerendo che parlare è un’azione capace di modificare il mondo e non solo di rispecchiarlo. Hart, che di Austin era amico e stretto collaboratore, aveva immediatamente intuito che in questo nuovo filone di studi c’erano diverse idee che potevano essere messe a frutto per chiarire, e forse risolvere, alcuni problemi tradizionali della filosofia del diritto. L’influenza di Wittgenstein a Oxford era ancora limitata, ma non avrebbe mancato di far sentire i propri effetti negli anni a venire e Hart sarebbe stato ancora una volta all’avanguardia nel comprenderne la rilevanza.

Contro le aspettative dei tradizionalisti, i membri della commissione decisero che Hart era il candidato meglio qualificato per l’incarico. Così facendo, essi segnarono una svolta nella carriera di quello che sarebbe diventato il più influente filosofo del diritto della seconda metà del ventesimo secolo. Dopo la nomina, infatti, e fino a quando si è ritirato nel 1968, Hart ha pubblicato alcuni libri considerati classici della disciplina, orientando il dibattito fino a oggi. Tra essi, il più importante è The Concept of Law (1961), uno straordinario itinerario attraverso le diverse dimensioni del concetto di diritto. Tuttavia, non si può fare a meno di ricordare anche Causation in the Law (1959) scritto insieme a Tony Honoré, e due lavori sul diritto penale e le sue dimensioni morali, Law, Liberty and Morality (1963) e Punishment and Responsibility (1968). Tratto distintivo di questi scritti è un nuovo modo di concepire la filosofia del diritto rispetto alla tradizione britannica. Grazie alla svolta impressa da Hart alcuni dei più illustri filosofi contemporanei, da Ronald Dworkin fino a John Finnis o a Joseph Raz, sono di formazione filosofi del diritto. Ritiratosi dall’insegnamento Hart non ha abbandonato la filosofia. Al contrario, si è dedicato allo studio di una sua vecchia passione, gli scritti di Jeremy Bentham sul diritto, e ha partecipato attivamente alla rinascita della filosofia politica normativa seguita alla pubblicazione di A Theory of Justice (1971) di John Rawls. In particolare, sono da ricordare le sue critiche alla formulazione di uno dei principi di giustizia che sono all’origine della revisione delle proprie idee che Rawls ha sviluppato in Political Liberalism (1993).

Una testimonianza della continua rilevanza del pensiero di Hart si è avuta a luglio con una conferenza per celebrarne il centenario della nascita tenuta al Churchill College di Cambridge, cui hanno partecipato buona parte dei più importanti filosofi del diritto contemporanei. Nel corso di due giornate di straordinaria densità, organizzate con impeccabile efficienza da Matthew Kramer, si è discusso il contributo di Hart alla comprensione dei concetti di diritto, di causalità, di responsabilità e le sue riflessioni pionieristiche sulla giustizia, sulla libertà e sulla tolleranza. Nei contributi alla conferenza è emerso non solo un bilancio positivo del contributo offerto da Hart alla chiarificazione di alcuni dei problemi più importanti della filosofia, ma anche il profilo di una personalità complessa, un uomo schivo e fragile, capace di straordinaria abnegazione nel perseguire l’ideale di una “vita esaminata”. La dimensione privata di Hart è anche l’oggetto di una biografia, scritta da Nicola Lacey, che ne ricostruisce aspetti della vita fino a oggi ignoti al di fuori della cerchia degli intimi. Leggendo questa biografia si scopre quanto profondo sia stato il legame tra gli interessi intellettuali di Hart, in particolare nel campo della filosofia politica e morale, e la sua sensibilità di uomo attento alle ingiustizie e alle sofferenze, continuamente impegnato nel tentativo di proporre una visione più chiara della vita associata nella speranza di contribuire a migliorarla.

Pubblicato su Il Sole ventiquattrore il 9 settembre 2007

Nicola Lacey, A Life of H.L.A. Hart, Oxford University Press, Oxford 2004, pp. 422, £ 25.00.


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21 novembre 1999

A. J. Ayer: una breve guida alla lettura



L’anno è il 1987, il luogo è New York, e la scena si svolge a casa dello stilista Francisco Sanchez, una delle stelle dell’intimo. C’è una certa agitazione. Una donna sta chiedendo aiuto agli ospiti dicendo che la sua amica, una giovane modella alle prime armi, è sottoposta a delle attenzioni molto pesanti da parte di un energumeno in una delle camere da letto. Un signore non più giovane, vestito in abito scuro, si fa avanti e accompagna la donna nella stanza, dove trova una atterrita Naomi Campbell alle prese con un voglioso Mike Tyson. Il signore intima al pugile di fermarsi. Tyson, evidentemente seccato, ringhia: “Sai chi sono? Sono il campione mondiale dei pesi massimi”. Per nulla intimorito, il signore in abito scuro replica: “e io sono l’ex Wykeham Professor di Logica dell’Università di Oxford. Siamo entrambi delle autorità nei rispettivi campi, quindi cerchiamo di parlare di questa faccenda come delle persone razionali”. Naomi riesce a mettersi in salvo e Tyson evita guai con la legge. Il signore non più giovane che ha affrontato Tyson è Alfred J. Ayer, uno dei più noti filosofi analitici inglesi di questo secolo, e l’episodio (con l’aggiunta di qualche parolaccia) è riportato nella bella biografia a lui dedicata da Ben Rogers (A.J. Ayer. A Life, Chatto & Windus, Londra 1999).

Si tratta di una biografia singolare, dedicata a un personaggio fuori dal comune. Alfred J. Ayer, nato nel 1910, discendente di commercianti ebrei emigrati in Inghilterra alla fine del secolo scorso (la madre era una Citroën, quelli delle automobili), è stato un filosofo illustre, uno dei più accesi sostenitori del positivismo logico negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale; e un personaggio pubblico, noto per le sue partecipazioni a programmi radiofonici e televisivi. Sempre brillante, caustico, pronto ad andare contro le opinioni consolidate. Si parlasse di filosofia o di politica, di sesso o di calcio (il Tottenham era la sua grande passione); Freddie (come lo chiamavano gli amici e i colleghi) è stato per l’inglese medio una figura familiare. Una fama guadagnata molto presto. Il giovane Alfred è uno studente precoce e riesce a ottenere un borsa di studio per Eton, la scuola della classe dirigente. Di qui passa a Oxford, dove studia a Christ Church. Al termine degli studi, dopo un periodo di studio a Vienna dove assiste ad alcuni seminari del Circolo di Vienna, Ayer diventa Lecturer in filosofia presso Christ Church nel 1933, e Research Student nel 1935. Dopo la guerra, nel 1945, Ayer è Fellow e Dean a Wadham e, nel 1946, Grote Professor of the Philosophy of Mind and Logic presso lo University College di Londra, dove rimane fino al 1959, quando, in seguito al pensionamento di Henry Price, Ayer ottiene quel posto di Wykeham Professor a Oxford che gli consente di affrontare Tyson ad armi pari.

Al ritorno a Oxford come Wykeham Professor, Ayer diventa anche Fellow del New College e viene nominato “sir” nel 1970. Lasciato il posto di professore nel 1978, sir Alfred diviene poi Fellow del Wolfson College dove rimane fino al 1983. Nel corso degli anni ottanta, Ayer ha continuato a scrivere, a tenere lezioni, a essere invitato come Visiting Professor in diverse Università e a partecipare a seminari e conferenze, fino alla morte avvenuta il 27 giugno del 1987.

Si può dire che la “svolta” nella carriera di Ayer si verifica presto, con la pubblicazione, a soli venticinque anni, di Language, Truth and Logic, il manifesto che si proponeva di far conoscere le idee di Wittgenstein e del Circolo di Vienna nell’ambiente filosofico inglese. Questo agile libretto, uscito per i tipi di Gollanz (la casa editrice più in vista della sinistra inglese) nel 1935 è l’opera che consegnerà, nel bene e nel male, il nome di Alfred J. Ayer alla storia della filosofia analitica. Nel bene perché si tratta di un libro straordinariamente riuscito, limpido, conciso, aggressivo nel trattare con i nuovi strumenti dell’analisi logica del linguaggio i problemi fondamentali della filosofia. Nel male, perché si tratta di un libro, come ammetteva lo stesso autore, teoreticamente debole, che non riusciva a reggere l’esame dei lettori più attenti senza mostrare delle contraddizioni. In particolare, il principio di verificazione, l’idea, cioè, che un enunciato per avere un significato deve essere verificabile, cadde ben presto vittima delle critiche di Isaiah Berlin e di Alonso Church.

Quali sono le tesi principali di Language, Truth and Logic? Per cominciare la distinzione netta tra due tipi di proposizioni dotate di significato: (i) quelle che “hanno a che fare con i fatti” la cui verità può essere confermata (verificata) dalle osservazioni; e (ii) quelle puramente formali della logica e della matematica che non hanno nulla a che fare con i fatti perché sono solo combinazioni di simboli. Tutte le proposizioni che non rientrano in una delle due classi venivano considerate da Ayer insensate. La parte finale del libro era infatti dedicata a mostrare come molta della filosofia tradizionale, la metafisica e la teologia fossero appunto prive di senso. Un discorso diverso veniva fatto per l’etica e l’estetica, le cui proposizioni erano considerate espressione di emozioni e stati d’animo. Si tratta di quella posizione che, con il nome di “emotivismo”, ha avuto per un certo periodo una vasta popolarità nella filosofia analitica dell’etica e dell’estetica di indirizzo empirista.

Nonostante queste venissero presentate da Ayer come dottrine di Wittgenstein e del Circolo di Vienna, è più corretto dire, come lui stesso ha riconosciuto in seguito, che Language, Truth and Logic era piuttosto una brillante divulagazione di idee provenienti dalla tradizione dell’empirismo, in particolare da David Hume, e da Bertrand Russell. Per tutta la vita Ayer ha tentato di difendere il suo empirismo dagli attacchi di J.L. Austin prima, e di una intera generazione di giovani filosofi analitici dopo. Ben presto, il giovane entusiasta difensore delle nuove idee provenienti da Vienna si trovò in una posizione di retroguardia, ultimo paladino di un modello di filosofia che buona parte dei suoi contemporanei rifiutavano. Pur avendo scritto molto, Ayer è rimasto per tutta la vita legato a questa immagine di difensore dell’empirismo della tradizione di Hume e Russell contro i rinnovati attacchi degli essenzialisti (nei suoi ultimi anni era ossessionato da Kripke che, diceva, aveva fatto tornare indietro la filosofia al punto in cui era prima di Russell). Anche nel campo dell’etica, la sua difesa dell’emotivismo e poi di un utilitarismo piuttosto ingenuo furono bersagliate dalle critiche dei contemporanei, tanto da far dire a qualcuno che Ayer è un filosofo che ha sostenuto solo opinioni sbagliate.

Eppure, la biografia di Rogers mostra un intellettuale brillante, che ha praticato per tutta la vita la filosofia analitica come metodo rivolto alla chiarificazione delle questioni concettuali poste dalla scienza e dal senso comune. Proprio il ruolo dell’analisi come metodo della filosofia si accentua quando Ayer modifica le proprie posizioni per le critiche subite da Language, Truth and Logic. Il ruolo della metafisica, intesa in particolare come ontologia nel senso di Quine, diventa centrale nei lavori seguenti. Ayer è un filosofo che rimane tuttora un esempio di chiarezza e di rigore, se non di originalità. Ma la biografia ci fa scoprire anche uno scrittore abilissimo, un parlatore affascinante, un ballerino instancabile, un seduttore incorreggibile. Grazie al suo biografo, scopriamo un carattere complesso e sfuggente, un uomo che passava da un amore all’altro con leggerezza sconcertante, ma che talvolta rivelava una fragilità insospettata. Come quando diceva a un amico che, nonostante tutti i suoi successi, temeva che un giorno sarebbe stato accusato di essere un truffatore, “solo un piccolo ragazzino ebreo”. Lo spazio dedicato alle vicende personali di Ayer ha suscitato critiche da parte di alcuni recensori, che hanno trovato sconveniente che nella biografia di un filosofo si parlasse della sua vita mondana e dei suoi amori quasi più che del suo lavoro. Invece questo è il punto di forza di una narrazione onesta e divertente, che non cerca di nascondere i lati oscuri del carattere del personaggio di cui si occupa, ma in questo modo mette a disposizione dei lettori il resoconto di una vita vissuta in modo intenso e una splendida rievocazione della generazione “arrabbiata” degli anni trenta, i precursori di tante trasgressioni odierne. Del resto, iconoclasta Ayer rimase fino alla morte ed anche oltre: quando, sopravvissuto a un arresto cardiaco, sottopose ad analisi anche le confuse memorie di “suoni” e “luci” provenienti da questa esperienza “tra la vita e la morte” proponendone (contro le interpretazioni religiose) una spiegazione rigorosamente materialista. Anche davanti alla morte, Ayer è rimasto fedele ai suoi maestri Russell e Hume.

Bibliografia essenziale

Si tratta di una bibliografia selettiva che contiene solo i principali contributi teorici di Ayer e quei volumi di storia della filosofia o di carattere autobiografico che siano di particolare rilievo per lo studio del suo pensiero. La terza parte della bibliografia è dedicata invece a raccolte di saggi in onore di Ayer, che contengono i contributi di diversi filosofi su aspetti del suo lavoro e, in due casi, le sue repliche; e ad alcuni lavori dedicati alla vita o ad alcuni aspetti del suo pensiero.

1. Monografie e raccolte di saggi

A.J. Ayer, Language, Truth and Logic, Gollanz, London 1936

A.J. Ayer, The Foundations of Empirical Knowledge, MacMillan, London 1940

A.J. Ayer, Philosophical Essays, MacMillan, London 1954

Preface. vii

1. ‘Individuals’. 1

2. ‘The Identity of Indiscernibles’. 26

3. ‘Negation’. 36

4. ‘The Terminology of Sense-Data’. 66

5. ‘Basic Propositions’. 105

6. ‘Phenomenalism’. 125

7. ‘Statements About the Past’. 167

8. ‘One’s Knowledge of Other Minds’. 191

9. ‘On What There Is’. 215

10. ‘On The Analysis of Moral Judgements’. 231

11. ‘The Principle of Utility’. 250

12. ‘Freedom and Necessity’. 271

Index. 285

A.J. Ayer, The Problem of Knowledge, Pelican , London 1956

A.J. Ayer, The Concept of Person and Other Essays, MacMillan, London 1963

Preface. v

1. ‘Philosophy and Language’. 1

2. ‘Can There Be a Private Language?’. 36

3. ‘Privacy’. 52

4. ‘The Concept of a Person’. 82

5. ‘Names and Descriptions’. 129

6. ‘Truth’. 162

7. ‘Two Notes on Probability’:

(i) The Conception of Probability as a Logical Relation. 188

(ii) On the Probability of Particular Events. 198

8. ‘What is a Law of Nature?’. 209

9. ‘Fatalism’. 235

Index. 269

A.J. Ayer, The Origins of Pragmatism, MacMillan, London 1968

A.J. Ayer, Metaphysics and Common Sense, MacMillan, London 1969

Preface. ix

1. ‘On Making Philosophy Intelligible’. 1

2. ‘What is Communication?’. 19

3. ‘Meaning and Intentionality’. 35

4. ‘What Must There Be?’. 47

5. ‘Metaphysics and Common Sense’. 64

6. ‘Philosophy and Science’. 82

7. ‘Chance’. 94

8. ‘Knowledge, Belief and Evidence’. 115

9. ‘Has Austin Refuted the Sense-datum Theory?’. 126

10. ‘Professor Malcolm on Dreams’. 149

11. ‘An Appraisal of Bertrand Russell’s Philosophy’. 168

12. ‘G.E. Moore on Propositions and Facts’. 180

13. ‘Reflections on Existentialism’. 203

14. ‘Man as a Subject for Science’. 219

15. ‘Philosophy and Politics’. 240

Index. 261

A.J. Ayer, Russell and Moore. The Analytical Heritage, MacMillan, London 1971

A.J. Ayer, Probability and Evidence, MacMillan, London 1972

A.J. Ayer, Russell, Fontana, London 1972

A.J. Ayer, The Central Questions of Philosophy, Weidenfeld & Nicolson, London 1973

A.J. Ayer, Hume, Oxford University Press, Oxford 1980

A.J. Ayer, Philosophy in the Twentieth Century, Random House, New York 1982

A.J. Ayer, Freedom and Morality and Other Essays, Oxford University Press, Oxford 1984

1. ‘Freeedom and Morality’. 1

2. ‘On Causal Priority’. 51

3. ‘The Causal Theory of Perception’. 63

4. ‘On a Supposed Antinomy’. 82

5. ‘Identity and Reference’. 85

6. ‘Self-Evidence’. 107

7. ‘Wittgenstein on Certainty’. 120

8. ‘An Honest Ghost?’. 141

9. ‘The Vienna Circle’. 159

Index. 179

A.J. Ayer, Wittgenstein, Weidenfeld & Nicolson, London 1985

A.J. Ayer, Voltaire, Weidenfeld & Nicolson, London 1986

A.J. Ayer, Thomas Paine, Secker & Warburg, New York 1989

A.J. Ayer, The Meaning of Life and Other Essays, Weidenfeld & Nicolson, London 1990

Acknowledgements. vii

Introduction by Professor Ted Honderich. ix

1. ‘The Claims of Philosophy’. 1

2. ‘Logical Positivism. A Debate’. 18

3. ‘Philosophy’. 53

4. ‘The Nature of Philosophical Enquiry’. 63

5. ‘The Glass is on the Table - A Discussion’. 99

6. ‘The Concept of Freedom’. 133

7. ‘John Stuart Mill’. 142

8. ‘Bertrand Russell as a Philosopher’. 149

9. ‘The Humanist Outlook’. 172

10. ‘The Meaning of Life’. 178

11. ‘The Undiscovered Country’. 198

12. ‘Postscript to a Postmortem’. 205

Index. 209

2. Autobiografia

A.J. Ayer, Part of My Life, Oxford University Press, Oxford 1978

A.J. Ayer, More of My Life, Oxford University Press, Oxford 1985

3. Su Ayer (studi critici, discussioni, biografie)

Isaiah Berlin, ‘Verification’, Proceedings of the Aristotelian Society, vol. XXXIX (1938-39), pp. 225-48; ora ristampato in Isaiah Berlin., Concepts and Categories. Philosophical Essays, ed. by Henry Hardy, Pimlico, London 1999, pp. 12-31

John Wisdom, ‘Note on the New Edition of Professor Ayer’s Language, Truth and Logic’, Mind, vol. LVII (1948), pp. 403-419; ora ristampato in John Wisdom, Philosophy and Psycho-Analysis, Blackwell, Oxford 1953, pp. 229-247

J.L. Austin, Sense and Sensibilia, ed. by G.J. Warnock, Oxford University Press, Oxford 1962

G.F. Macdonald (ed.), Perception and Identity. Essays Presented to A.J. Ayer with his Replies to Them, MacMillan, London 1979

Introduction. Graham Macdonald. vii

1. ‘Common Sense and Physics’. Michael Dummett. 1

2. ‘Perception and Its Objects’. P.F. Strawson. 41

3. ‘A Comparison between Ayer’s Views about the Privileges of Sense-Datum Statements and the Views of Russell and Austin’. David Pears. 61

4. ‘Perception, Sense Data and Causality’. D.M. Armstrong. 84

5. ‘Sense Data Revisited’. Charles Taylor. 99

6. ‘A Defence of Induction’. J.L. Mackie. 113

7. ‘Ayer on Monism, Pluralism and Essence’. David Wiggins. 131

8. ‘In Self-Defence’. John Foster. 161

9. ‘Memory, Experiential Memory and Personal Identity’. Richard Wollheim. 186

10. ‘I Do Not Exist’. Peter Unger. 235

11. ‘Another Time, Another Palce, Another Person’. Bernard Williams. 252

12. ‘Ayer on Metaphysics’. Stephan Körner. 262

13. ‘Replies’. Alfred J. Ayer. 277

The Philosophical Works of A.J. Ayer. 334

Bibliography. 343

Notes on Contributors. 347

Index. 349

A.C. Grayling, The Refutation of Scepticism, Duckworth, London 1985

Lewis Edwin Hahn (ed.), The Philosophy of A.J. Ayer, Open Court, La Salle, Illinois, 1992

Frontispiece. iv

Introduction. vii

Founder’s General Introduction to the Library of Living Philosophers. ix

Acknowledgements. xii

Preface. xvii

Part One: Intellectual Autobiography of A.J. Ayer. 1

Facsimile of Ayer’s Handwriting. 2

A.J. Ayer. ‘My Mental Development’. 3

A.J. Ayer. ‘Still More of My Life’. 41

Part Two: Descriptive and Critical Essays on the Philosophy of A.J. Ayer, with Replies.

1. ‘Varieties of Meaning and Truth’. Evandro Agazzi. 57

2. ‘Ayer on Pragmatism’. James Campbell. 83

‘Reply to James Campbell’. 105

3. ‘On Judging Sufficiency of Evidence’. David S. Clarke jr.. 109

‘Reply to David S. Clarke jr.’. 125

4. ‘The Metaphysics of Verificationism’. Michael Dummett. 128

‘Reply to Michael Dummett’. 149

5. ‘A.J. Ayer’s Philosophical Method’. Elizabeth R. Eames. 157

‘Reply to Elizabeth R. Eames’. 175

6. ‘The Construction of the Physical World’. John Foster. 179

‘Reply to Jonh Foster’. 198

7. ‘On Sir Alfred Ayer’s Theory of Truth’. Paul Gochet. 201

‘Reply to Paul Gochet’. 220

8. ‘Man as a Subject for Social Science’. Martin Hollis. 225

‘Reply to Martin Hollis’. 237

9. ‘Causation: One Thing Just Happens After Another’. Ted Honderich. 243

‘Reply to Ted Honderich’. 271

10. ‘Ayer and the Vienna Circle’. Tscha Hung. 279

‘Reply to Tscha Hung’. 301

11. ‘Oh Boy! You Too!: Aesthetic Emotivism Reexamined’. Peter Kivy. 309

‘Reply to Peter Kivy’. 326

12. ‘Ayer on Mataphysics, a Critical Commentary by a Kind of Metaphysician’. Arne Naess. 329

‘Reply to Arne Naess’. 341

13. ‘Ayer on Free Will and Determinism’. D.J. O’Connor. 347

‘Reply to D.J. O’Connor’. 367

14. ‘Ayer Qualia and the Empiricist Heritage’. Désirée Park. 375

‘Reply to Désirée Park’. 387

15. ‘Ayer’s Views on Meaning-Rules’. David F. Pears. 393

‘Reply to David F. Pears’. 402

16. ‘Remarks on Logical Empiricism and Some of A.J. Ayer’s Achievements: Some Fifty Years Later’. Azarya Polikarov and Dimitri Ginev. 407

‘Reply to Azarya Polikarov and Dimitri Ginev. 425

17. ‘Is It Necessary That Water is H2 O?’. Hilary Putnam. 429

‘Reply to Hilary Putnam’. 455

18. ‘Ayer’s Philosophy of Logic and Mathematics’. Francisco Miró Quesada. 467

‘Reply to Francisco Miró Quesada’. 478

19. ‘Ayer and Ontology’. Anthony Quinton. 489

‘Reply to Lord Quinton’. 509

20. ‘Ayer’s Treatment of Russell’. Emanuele Riverso. 517

‘Reply to Emanuele Riverso’. 542

21. ‘Ayer on Perception and Reality’. Ernest Sosa. 545

‘Reply to Ernest Sosa’. 570

22. ‘Ayer on Other Minds’. T.L.S. Sprigge. 577

‘Reply to T.L.S. Sprigge’. 598

23. ‘Ayer’s Hume’. Barry Stroud. 609

24. ‘Ayer on Morality and Feeling: From Subjectivism to Emotivism and Back?’. David Wiggins. 633

Part Three: Bibliography of the Writings of A.J. Ayer Compiled by Mrs. Guida Crowley. 661

Index. By S.S. Rama Rao Pappu

A. Phillips Griffiths (ed.), A.J. Ayer. Memorial Essays, Cambridge University Press, Cambridge 1992

Oswald Hanfling, Ayer, Phoenix, London 1997

Michael Williams, Groundless Belief. An Essay on the Possibility of Epistemology, Second Edition, Princeton University Press, Princeton (New Jersey) 1999

John Foster, Ayer, Routledge, London 1999

Ben Rogers, A.J. Ayer. A Life, Chatto & Windus, Londra 1999


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Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



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Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

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