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il blog di Mario Ricciardi


Diario


3 maggio 2009

Le dimissioni di David H. Souter



David H. Souter è stato nominato alla Corte Suprema da George H. W. Bush nel 1990. Dal giorno in cui ha giurato, l’otto ottobre, a oggi sono passati quasi venti anni, nel corso dei quali molte cose sono cambiate, ma non le abitudini di questo scapolo del New Hampshire che ha i modi di un gentiluomo del diciannovesimo secolo. Di lui si dice che quando ha ricevuto in regalo un televisore non ha nemmeno attaccato la spina perché preferisce di gran lunga fare jogging e leggere libri di storia. Anche con il computer Souter non deve avere molta dimestichezza perché ha sempre steso le proprie opinioni con una stilografica. L’annuncio delle sue dimissioni da giudice della Corte Suprema non è una sorpresa (da tempo circolava la voce che – pur non essendo troppo anziano – egli fosse stanco dei ritmi di lavoro imposti a ciascuno dei membri da un’attività sempre crescente e desiderasse ritirarsi nella sua fattoria di Weare), ma ciò nonostante è stata accolta con grande interesse. Nominare i giudici della Corte Suprema è uno dei poteri più importanti del presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, dato che i giudici sono nove e vengono nominati a vita, non tutti i presidenti hanno l’opportunità di usarlo. Alcuni ci riescono soltanto al secondo mandato.

Da questo punto di vista, l’elezione di Obama è caduta in momento che potrebbe essere decisivo per l’evoluzione della Corte Suprema. Infatti, oltre a Souter, ci sono altri due membri di cui si dice che avrebbero intenzione di ritirarsi. Ciò darebbe al nuovo presidente la possibilità di nominare tre nuovi giudici già nel suo primo mandato, e quindi di avere l’opportunità per plasmare gli orientamenti della Corte per un periodo piuttosto lungo. In particolare se, come è avvenuto con le nomine più recenti, i prescelti fossero relativamente giovani, e dunque destinati presumibilmente a rimanere in carica a lungo. Secondo alcune voci Obama potrebbe nominare una donna, e già circolano i nomi del vice Procuratore Generale Elena Kagan, dei giudici di Corte d’Appello Sonia Sotomayor, Kim McLane Wardlaw, Sandra Lea Lynch e Diane Pamela Wood e quello di Leah Ward Sears, che preside la Corte Suprema della Georgia. Comunque, a prescindere da chi sia la prescelta – o il prescelto – una cosa è certa: con questa nomina Obama potrebbe invertire una tendenza che ha visto la Corte, negli anni in cui è stata guidata da Rehnquist e poi da Roberts, diventare sempre più conservatrice. Per i giudici di orientamento liberal gli ultimi venti anni sono stati molto difficili. Persa la leadership della Corte, essi si sono impegnati in una battaglia durissima per difendere i risultati, in particolar modo per quel che riguarda l’interpretazione dei diritti fondamentali, raggiunti dalla Corte Warren, cui si devono alcune delle pronunce più significative del ventesimo secolo.

Lo stesso Obama – che, vale la pena di ricordarlo, è stato professore di Diritto Costituzionale – è intervenuto nel corso della conferenza stampa che annunciava il ritiro di Souter, dando qualche anticipazione sul proprio orientamento nella scelta del nuovo giudice. Per il presidente, c’è bisogno di qualcuno che “comprenda che la giustizia non è una teoria giuridica astratta” ma riguarda anche il modo in cui “le leggi incidono sulla realtà quotidiana”. Una dichiarazione sibillina, che potrebbe indicare la volontà, da parte del Presidente, di evitare candidati con un’agenda intellettuale sofisticata (cioè con quella che negli Stati Uniti si chiama una “filosofia costituzionale”) per scegliere piuttosto un giurista di buon senso in grado di guardare all’impatto che l’interpretazione dei principi può avere nella vita della persone. In questo senso, il modello che egli ha in mente potrebbe essere quello di giudici come Sandra O’Connor o Stephen Breyer.

Se il presidente ha il potere di nominare i giudici, ciò non vuol dire che egli ne controlli l’attività. Al contrario, è accaduto spesso in passato che un giudice nominato sulla base del suo orientamento ideologico si riveli, una volta in carica, una persona piuttosto diversa, deludendo le aspettative del partito che ne aveva in origine sponsorizzato la scelta. Ciò è accaduto anche di recente, tra gli altri proprio nel caso di Souter. Prescelto da Bush padre in quanto conservatore, il giudice del New Hampshire si è rivelato in realtà piuttosto un libertario di tipo tradizionale, che crede fermamente nella “rule of law” e nella saggezza della regola dello “stare decisis” (che prescrive che, nel decidere un caso, le Corti devono attenersi scrupolosamente ai precedenti). In particolare negli anni della presidenza di George W. Bush, Souter è stato progressivamente scavalcato a destra da giudici come Thomas, Scalia e Alito, finendo per associarsi di frequente ai membri liberal della Corte in difesa della legalità dell’aborto e contro gli abusi commessi dall’esecutivo in nome della lotta al terrorismo. La verità è che, per quanto si tratti di un organismo di nomina politica, la Corte Suprema degli Stati Uniti non è affatto un’istituzione partigiana. Una volta prestato giuramento, un giudice risponde solo alla propria coscienza. Se ritiene che sia giusto farlo, egli può seguirla anche a costo di dare un dispiacere al partito cui apparteneva o al presidente che lo ha nominato.

Pubblicato su Il Riformista il 3 maggio 2009


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 3/5/2009 alle 18:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


22 aprile 2009

Obama e i memorandum della CIA

Nel rendere pubblico – con poche omissioni – il contenuto dei memorandum della CIA che descrivono i metodi di interrogatorio impiegati per estorcere informazioni a prigionieri sospettati di essere coinvolti in attività terroristiche, Barack Obama ha precisato che gli agenti che li hanno adoperati non saranno perseguiti. Si tratta di una scelta impopolare, che ha già suscitato reazioni vivaci, e di cui si discuterà a lungo perché alcuni esponenti del Partito Democratico non vogliono sentir parlare di quella che vedono come una ingiustificabile rinuncia a punire gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da pubblici ufficiali. Ciò nonostante, credo che sia possibile difendere la decisione di Obama sulla base di considerazioni morali, su cui vale la pena di riflettere perché hanno a che fare con alcune delle questioni più complesse dell’etica pubblica.

Non c’è bisogno di rievocare il contenuto di questi memorandum. Se ne è già parlato e non c’è altro da aggiungere. L’idea di fondo che ispirava la scelta di allentare i vincoli legali nel corso degli interrogatori di persone sospette di attività terroristiche era di spezzarne la volontà. A tale scopo, si impiegavano metodi brutali – come il waterboarding – oppure strategie di pressione psicologica che fanno leva sulle fobie, sulle credenze religiose o sul senso dell’onore dei prigionieri. Tutto ciò, ovviamente, nel contesto di una strutture di reclusione – le “prigioni segrete” – in cui possiamo immaginare che la coercizione sia la regola piuttosto che l’eccezione. Nelle intenzioni degli strateghi della “guerra al terrore” i prigionieri, privati della libertà, costretti a far cose per le quali provavano orrore o vergogna, spinti a temere per la propria vita, avrebbero finito per cedere rivelando qualunque informazione rilevante per la sicurezza nazionale di cui fossero in possesso.

Tuttavia, nel formulare un giudizio bisogna tener conto del fatto che l’introduzione di queste tecniche di interrogatorio dei sospetti di terrorismo è il risultato di scelte dell’amministrazione Bush approvate dal Congresso. Ciò non vuol dire che l’amministrazione o le camere abbiano dato istruzioni dettagliate agli agenti della CIA su come interrogare i prigionieri. Solo nei film le cose funzionano in questo modo. Quel che è successo è che l’esecutivo ha chiesto, e ottenuto, l’autorizzazione del Congresso a adottare misure eccezionali per contrastare la minaccia posta dal terrorismo. La specificazione dei dettagli dei modi più efficaci per far parlare i prigionieri è stata fatta dai professionisti della sicurezza (la CIA), che hanno chiesto il parere del Department of Justice (cioè del governo) sulla legalità dei metodi usati Nei memorandum c'è la descrizione dei metodi di interrogatorio fornita dalla CIA ai consulenti giuridici del governo per ottenere conferma del fatto che essi non violassero i nuovi, meno restrittivi, vincoli legali.

Anche gli argomenti usati dai consulenti del governo sono noti. Ce ne siamo già occupati su queste pagine in passato recensendo un libro di David Cole, uno dei costituzionalisti che si sono impegnati a fondo per confutarli. In estrema sintesi, i consulenti dell’amministrazione Bush hanno cercato di far passare una lettura più restrittiva rispetto al passato recente delle garanzie dei diritti delle persone previste dalla Costituzione, sostenendo allo stesso tempo che la situazione straordinaria di pericolo in cui si trovavano gli Stati Uniti giustificava un ampliamento dei poteri dell’esecutivo, che è in ultima analisi il responsabile della sicurezza nazionale.

Come hanno sostenuto diversi autorevoli studiosi statunitensi, l’opinione dei consulenti giuridici dell’amministrazione Bush è basata su un’interpretazione discutibile del testo Costituzionale. Nondimeno, è difficile sostenere che la CIA potesse ignorarla. Credo che ciò spiega perché Obama ha preso questa decisione così controversa. Non si può biasimare un agente operativo per aver applicato direttive la cui legalità gli è stata garantita dal Governo. Per quanto le azioni compiute dagli operativi della CIA appaiano ripugnanti dal punto di vista morale, questo deve essere stato il ragionamento del nuovo presidente e dei suoi consiglieri, sarebbe iniquo perseguirli per aver fatto qualcosa che – al momento in cui agivano – erano autorizzati a fare. Se ingiustizia c’è stata, e pochi ne dubitano, essa è avvenuta in primo luogo a livello delle istituzioni politiche. Le azioni ingiuste sono state una conseguenza di un difetto nelle regole.

Vale la pena di sottolineare che il presidente Obama non ha affatto escluso la possibilità di perseguire individui, qualora si dimostrasse in giudizio che essi hanno agito oltre i limiti indicati dal Governo e indirettamente approvati dalle camere. Anche in questo caso una scelta coraggiosa, che mostra una chiara consapevolezza dei vincoli posti dai principi costituzionali all’accettabilità della giustificazione di aver agito immoralmente obbedendo alla legge.

Pubblicato su Il Riformista il 22 aprile 2009


25 gennaio 2009

Obama e la Corte Suprema

 



La cerimonia del giuramento di Barack Obama ha avuto un fuori programma amplificato dalla presenza delle telecamere. John G. Roberts jr. – il Chief Justice della Corte Suprema, cui spetta il compito di guidare il nuovo presidente nel pronunciare la formula di rito – ha invertito l’ordine delle parole. Obama ha tentato di porre rimedio all’errore, ma l’effetto finale è stato piuttosto comico.

La tentazione di leggere questo inconveniente procedurale come un presagio delle difficoltà di comunicazione tra il nuovo presidente e l’attuale Chief Justice della Corte Suprema è molto forte. John G. Roberts jr. è stato nominato da George W. Bush come successore di William H. Rehnquist nel 2005. La scelta di questo cinquantenne come capo di una delle istituzioni fondamentali della democrazia statunitense è stata ispirata, come avviene in questi casi, anche dal profilo ideologico del prescelto. Pur avendo sempre evitato di lasciarsi coinvolgere nelle controversie più accese della politica americana, Roberts è infatti un conservatore (scherzando qualcuno dice che la G. del suo nome sta per “God”) che ha ricoperto incarichi di prestigio sotto diverse amministrazioni repubblicane. In qualità di Deputy Solicitor General ai tempi di Bush padre, egli è stato l’autore di un documento in cui si chiedeva ai giudici della Corte Suprema di rivedere la sentenza Roe vs. Wade che tutela il diritto delle donne di abortire. Naturale che un presidente – ex professore di diritto costituzionale – che invece ha dichiarato senza mezzi termini che la decisione nel caso Roe è stata giusta, non guardi di buon occhio a una Corte presieduta da Roberts, in cui buona parte dei membri sono stati nominati da presidenti repubblicani, e nella quale siedono conservatori radicali come Alito, Thomas e Scalia. Tra l’altro, la diffidenza (per non dir peggio) è probabilmente ricambiata. Nella campagna elettorale, Obama ha dichiarato che lui non avrebbe mai nominato giudici Scalia e Thomas, aggiungendo che il secondo non ha la statura intellettuale adeguata a un ruolo così importante.


Insomma, apparentemente ci sarebbero le premesse per una difficile convivenza tra il presidente e una Corte Suprema dove i conservatori hanno così tanto peso.

In realtà, le cose potrebbero andare diversamente. Se ci sono pochi dubbi che il nuovo presidente sia “pro-choice”, non è detto che la Corte abbia intenzione di dargli gravi dispiaceri. La battaglia per la revisione di Roe è cominciata ai tempi della presidenza Reagan, ma non ha ottenuto i risultati sperati dalla destra cristiana perché nel recente passato i giudici della Corte si sono rivelati meno sensibili agli argomenti delle chiese di quanto il loro profilo ideologico lasciasse supporre. Ciò è accaduto, ad esempio, con Sandra O’Connor. Nominata da Reagan, la O’Connor era stata senatore del partito repubblicano. Ciò nonostante, per un lungo periodo il suo è stato il voto decisivo in difesa di Roe in molte cause di alto profilo riguardanti l’aborto – prima tra tutte quella sul caso Casey.


Non è affatto detto, dunque, che un uomo accorto come Roberts abbia intenzione di promuovere l’attacco frontale al diritto delle donne di scegliere se abortire che i conservatori auspicano. Anche perché, e questo è un aspetto da non sottovalutare, Obama potrebbe avere alcune carte da giocare nella partita costituzionale. Diversi osservatori ritengono infatti che John Paul Stevens, Ruth Bader Ginsburg e David Souter potrebbero ritirarsi presto, lasciando al presidente in carica un’opportunità senza precedenti dai tempi di Reagan, quella di nominare ben tre giudici della Corte nel corso del suo primo mandato.

Le nomine non modificherebbero sulla carta l’equilibrio all’interno della Corte perché due dei dimissionari sono conservatori moderati e la terza è una liberal. Tuttavia, esse potrebbero avere un effetto se tra i nuovi giudici (tra gli altri si fa il nome di Cass R. Sunstein) ci fosse qualcuno con il carisma sufficiente per fare da contrappeso ai giudici più conservatori.

C’è da dubitare che Roberts voglia aprire le ostilità con la Casa Bianca su Roe. Soprattutto se, come è probabile, la posizione di Obama non sarà alla fine diversa da quella di Clinton, che la riassumeva dicendo che l’aborto deve essere “legale, sicuro e raro”.

 
Pubblicato su Il Riformista del 25 gennaio 2008
                                     


23 novembre 2008

Justice at War

 In questi giorni Barack Obama ha un’agenda fitta di impegni, che prevede incontri per mettere a punto la squadra di governo e il programma. La crisi economica è destinata ad avere uno spazio importante in questi colloqui. Tuttavia, non è difficile immaginare che la questione della sicurezza – e in particolare della minaccia terroristica – è tra quelle che richiederanno approfondimento da parte del nuovo presidente. Nel bene e nel male – molti ritengono soprattutto nel male – i due mandati di George W. Bush passeranno alla storia come condizionati in maniera determinante dall’attentato dell’undici settembre 2001 e dall’impatto che ha avuto sui cittadini degli Stati Uniti. Bush ha plasmato la propria immagine come quella del “comandante supremo” di una nazione minacciata. Su questa scelta di fondo, e sulla sua dimensione simbolica, ha giocato le proprie carte con l’opinione pubblica. Con questo modello Obama è chiamato a misurarsi.

L’esito della sfida non è per niente scontato. Nonostante ciò che si dice tra Monteverde e Trastevere, una parte dell’elettorato statunitense lo attende alla prova dei fatti. Come reagirà Obama al prossimo attacco terroristico? Come si comporterà nei confronti di quei paesi che, in modi diversi, sostengono o incoraggiano il terrorismo? Forse qualche indicazione potrebbe venire dalla lettura dell’ultimo di libro di David Cole, professore della Georgetown University, che è stato tra i giuristi più impegnati contro le politiche dell’amministrazione Bush in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. Si tratta di una raccolta di scritti, pubblicati in origine su la New York Review of Books, che delineano un profilo degli uomini e delle idee che hanno modellato la guerra americana contro il terrorismo dopo l’undici settembre del 2001. Rispetto ad altri lavori simili, questo di David Cole si segnala per la prospettiva dell’autore che è essenzialmente quella di un costituzionalista. Non abbiamo a che fare dunque con un’inchiesta giornalistica – anche se i fatti non mancano e sono spesso di grande interesse – ma con un saggio che contesta radicalmente la concezione della giustizia e del diritto che in questi anni ha ispirato, talvolta in modo surrettizio, le iniziative dell’amministrazione Bush. Per questo Justice at War è stato in queste settimane tra le letture di diversi commentatori politici, e non sarei sorpreso di scoprire che lo stesso presidente abbia trovato modo di sfogliarlo.

Si tratta pur sempre del lavoro di un collega. Infatti, vale la pena di sottolinearlo, Barack Obama ha insegnato per più dieci anni proprio diritto costituzionale alla Law School dell’università di Chicago. Cass Sunstein, uno dei più noti giuristi americani, ha segnalato questa come una delle caratteristiche più significative del nuovo presidente. Nel corso di un’intervista con un quotidiano dell’Illinois, Sunstein ha affermato “non mi pare che abbiamo mai avuto un presidente che sappia quanto lui sulla Costituzione”. Questa familiarità con il testo fondamentale della tradizione politica americana – la carta che ha dato forma alle aspirazioni morali dei “padri fondatori” degli Stati Uniti – dovrebbe rendere Obama particolarmente sensibile agli argomenti di David Cole. Per lo studioso, l’approccio dell’amministrazione Bush al diritto si può riassumere dicendo che la legge è stata concepita come ostacolo al lavoro del governo. Dato che la Costituzione è la legge suprema, quella che pone i vincoli più stringenti all’operato dell’esecutivo, essa è l’ostacolo più formidabile di cui liberarsi. A tale compito si sono dedicati uomini come l’Attorney General John Ashcroft, il consulente della Casa Bianca Alberto Gonzales e quello del dipartimento della giustizia John Yoo. Cole descrive le strategie impiegate da questi e da altri esponenti dell’amministrazione uscente per eludere il dettato costituzionale in ogni area che avesse a che fare, anche in modo indiretto, con la sicurezza nazionale. Lo schema di fondo è sempre lo stesso: “interpretare le leggi, preferibilmente in segreto, per permettere ciò che esse, secondo ogni lettura normale, proibirebbero. Quando queste interpretazioni divengono pubbliche, difenderle in modo aggressivo, indipendentemente dal merito, sostenendo che, in ultima analisi, le azioni sono state compiute per prevenire un altro attacco terroristico”.

Questo modo di procedere si lega direttamente all’immagine del presidente come “comandante supremo” di una nazione in guerra. Proprio alla guerra, e alle esigenze che essa impone, si richiamano tutti i tentativi di giustificare le iniziative dell’amministrazione che appaiono più evidentemente incompatibili con la Costituzione, come ad esempio l’uso del “waterboarding”, un metodo di interrogatorio che consiste nel provocare nel prigioniero la sensazione di essere sul punto di affogare per farlo crollare emotivamente. Per i giuristi di Bush, il “waterboarding” non è una tortura perché non produce danni permanenti. Cole mostra che si tratta comunque di un trattamento inumano che oltretutto viola il dettato della convenzione di Ginevra. Su questo fronte, cioè sulla questione dell’applicabilità del diritto internazionale al conflitto con Al-Queda, c’è stato uno dei confronti più duri tra l’amministrazione Bush e i difensori di un approccio più tradizionale – e più rispettoso della Costituzione – alla guerra al terrorismo.

“La Costituzione non è un patto suicida”, a questa massima si richiama spesso chi difende le buone intenzioni dell’amministrazione Bush. Lo ha fatto anche Richard Posner, che ha sostenuto che il rispetto dei principi costituzionali andrebbe sempre bilanciato con i costi che esso comporta da altri punti di vista, per esempio la sicurezza dei cittadini. La strada indicata da Posner è quella di una Costituzione a “geometria variabile” che si estende o si contrae a seconda della contingenze politiche. A questa tesi Cole si oppone con vigore, sostenendo invece che la Costituzione incorpora un impegno nei confronti del principio che supera i giudizi ad hoc che si suppone siano ispirati dal pragmatismo. In particolare, tale impegno riguarda i principi di libertà, eguaglianza e dignità, che non possono essere liquidati con la scusa del bilanciamento. Una posizione che ricorda molto da vicino quella di John Rawls. Cole ricostruisce i passaggi più significativi della lotta in difesa della Costituzione, come la sentenza della Corte Suprema nel caso Hamdan v. Rumsfeld. Leggendo il libro si capisce che Obama ha molto da fare per ripristinare la “Rule of Law” e le garanzie fondamentali in un settore, come la lotta al terrorismo, dove la tentazione di ignorare le forme è direttamente proporzionale alla percezione del pericolo. Nei prossimi mesi capiremo se, e in che misura, il nuovo presidente ha intenzione di seguire i consigli di David Cole o quelli di Richard Posner.

David Cole, Justice at War. The Men and Ideas That Shaped America’s War on Terror, New York Review Books, New York 2008, pp. 147, $ 14.95.

Pubblicato su Il Riformista il 23 novembre 2008



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