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Diario


29 agosto 2010

Eguaglianza e mercato

Un problema per i liberali?

Le verità che sono più a portata di mano sono spesso le più difficili da cogliere. L’abitudine conferisce ai gesti più semplici una naturalezza che finisce per occultarne la complessità, impedendoci di vedere che anche le attività più comuni sono rese possibili da un insieme di condizioni sociali e istituzionali che – pur essendo apparentemente stabili – non sono affatto immuni al cambiamento. Prendiamo, tanto per fare un esempio, le nostre scelte quotidiane come consumatori. Decenni di crescita e di espansione del benessere ci hanno abituato a pensare al nostro ambiente sociale come a un mondo pieno di opportunità, in cui le nude necessità sono soddisfatte senza eccessive difficoltà, lasciando a ciascuno la possibilità di perseguire i propri obiettivi in modo relativamente agevole. Beni e servizi che un tempo sarebbero stati considerati inaccessibili appaiono oggi alla portata di tutti, o quasi. La qualificazione è d’obbligo perché non ci vuole molto a rendersi conto che l’ampliamento delle disponibilità e quindi del benessere, non ha avuto l’effetto di eliminare le disuguaglianze. Le straordinarie ricchezze che abbiamo oggi a disposizione non sono affatto distribuite in modo eguale. Tuttavia, la fetta a disposizione di ciascuno è diventata più ampia grazie alla crescita economica. Questa, per alcuni, è una ragione per essere soddisfatti di come vanno le cose.

 

L’opinione diffusa secondo la quale il nostro è – se non il migliore dei mondi possibili – almeno quello che sarebbe razionale scegliere tra quelli che siamo in condizione di realizzare date certe condizioni di sfondo si basa essenzialmente sulla tesi che il modo in cui la ricchezza è distribuita influenza la quantità di beni disponibili. Chi la sostiene ritiene, non del tutto a torto, di avere la storia dalla propria parte. Infatti, i tentativi di modificare in maniera radicale gli schemi di distribuzione generati dal libero mercato, che sono all’origine della crescita economica cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, non hanno dato i risultati sperati. L’aumento della ricchezza dipende in modo cruciale dagli incentivi che spingono chi è in condizione di farlo a aumentare la produzione. Se questa remunerazione dello sforzo è inadeguata a motivare i produttori essi si accontentano di meno, e questo ha inevitabilmente un effetto negativo sulla quantità di beni disponibili per tutti. Inoltre, come hanno osservato diversi filosofi della politica, da F.A. Hayek a Robert Nozick, la redistribuzione dei beni comporta necessariamente la violazione di certi diritti delle persone. Per attuare le schema di distribuzione desiderato, quando esso sia diverso da quello che sarebbe generato dalla libera interazione tra chi acquista e chi vende sul mercato, bisogna intervenire con metodi che sono sempre, in qualche misura coercitivi. Tassare il reddito di una persona per redistribuirne una parte, come ha scritto Nozick, equivale a imporle un lavoro forzato. Una società libera, quindi, non ammette schemi di distribuzione che non siano il risultato atti capitalisti tra adulti consensienti.

 

Leggere i lavori di Hayek e di Nozick è di straordinario interesse perché ci mette a disposizione la più coerente e articolata giustificazione per le politiche che hanno guidato le scelte dei governi di buona parte dei paesi occidentali negli ultimi anni. Anche quando la situazione diventa difficile perché l’economia non cresce come ci aspetteremmo, non c’è davvero alternativa al mercato. Tutti i tentativi di soppiantarlo per mitigare le diseguaglianze che esso genera si sono infatti rivelati meno efficienti e hanno interferito con la libertà di scelta delle persone. Se le cose stanno in questo modo, i liberali non hanno nulla da dire sulla crisi attuale. L’unica cosa che si può fare è stringere la cinghia per recuperare competitività nella speranza che le cose vadano meglio e la quantità di beni a disposizione aumenti di nuovo, riportandoci ai livelli cui eravamo abituati. Se questo comporta svantaggi per qualcuno, si tratta di un costo inevitabile. Come una catastrofe naturale, l’aumento della disoccupazione sarebbe qualcosa di cui non possiamo dare la colpa a nessuno.

 

C’è poco da stupirsi se, poste queste premesse, qualcuno comincia nuovamente a parlare di “lotta di classe”. La distanza tra l’ideale di società libera descritto da certi pensatori liberali e la realtà del nostro mondo, in cui la competizione globale per il lavoro sta tornando a essere spietata come lo era su scala nazionale prima che l’espansione del benessere rendesse possibili maggiori garanzie per i lavoratori, non può essere ignorata. La questione dei termini equi di cooperazione tra le persone, e di un’equa distribuzione dei benefici che da essa dipendono, torna a essere in cima all’agenda per chi ha a cuore la giustizia sociale. Da questo punto di vista, sarebbe opportuno che anche il Partito Democratico torni a occuparsi in modo approfondito di economia e lavoro. Quali sono gli spazi, se ci sono, per un liberalismo egualitario nel nostro paese?

 

Pubblicato su Il Riformista il 29 agosto 2010


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 29/8/2010 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 febbraio 2010

Su Michele Salvati

Capitalismo, mercato e democrazia

Michele Salvati ha raccolto in Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino, Bologna 2009) alcuni suoi scritti che nascono in buona parte come “note di lettura” di libri pubblicati negli ultimi anni – di carattere eterogeneo, si va dalla storia delle idee politiche alla filosofia, passando attraverso contributi di economisti e altri scienziati sociali – ma accomunati dalla rilevanza che essi hanno per un nodo tematico centrale della teoria della democrazia. La questione è quella del rapporto tra democrazia, proprietà e mercato, che Salvati presenta nel lungo saggio introduttivo richiamando alcuni assunti largamente condivisi nella letteratura su questi temi, anche se niente affatto scontati per la cultura di sinistra da cui egli proviene. In estrema sintesi essi si possono riassumere in questo modo: non ci può essere democrazia senza proprietà e mercato. Proprietà più mercato vuol dire capitalismo. Ma il capitalismo contrasta con la democrazia. Buona parte del libro di Salvati consiste nel tentativo di chiarire il senso di ciascuna di queste affermazioni. Sforzandosi di delimitarne in modo rigoroso la portata e di valutarne le conseguenze.

 

Per quel che riguarda il primo punto, le conclusioni cui arriva Salvati sono in armonia con tesi classiche della filosofia politica, riprese da diversi autori contemporanei. La democrazia liberale, che comprende sia procedure di decisione collettiva basate sull’eguaglianza dei cittadini sia garanzie istituzionali e giuridiche a tutela della loro libertà, affonda le proprie radici in un “sostrato economico e sociale” che è in larga misura generato da un sistema di mercati. Ciò dipende dal fatto – perché di questo si tratta – che il mercato è un meccanismo di allocazione delle risorse, e quindi di facilitazione della produzione della ricchezza, di straordinaria efficacia. La sua capacità di risolvere problemi di coordinamento in circostanze in cui – come sosteneva David Hume – gli esseri umani non possono fare a meno di cooperare, ma nemmeno di competere, esercita una pressione sull’organizzazione della vita comune cui è difficile, e forse impossibile, resistere.

 

Questa è una spiegazione del successo del mercato, ma non ci dice ancora perché ci sarebbe un nesso tra mercato e democrazia. Per rispondere a questa domanda, c’è bisogno di un altro passaggio, che ci porta a considerare la necessità della proprietà privata per garantire la sicurezza e l’indipendenza delle persone in un mondo di interessi potenzialmente in conflitto. La giustificazione della proprietà proposta dai classici del diritto naturale moderno emerge a questo punto con tutta la sua forza. La protezione di uno spazio sovrano della persona, che comporta inevitabilmente il diritto di disporre in esclusiva di cose, è indispensabile per partecipare alla vita pubblica su una base di parità. Altri diritti non sarebbero sufficienti senza le immunità che difendono questo spazio dalle intrusioni altrui. Si badi bene, questa non è soltanto una tesi sostenuta dai classici. Diversi autori contemporanei – da H.L.A. Hart a John Rawls – considerano la proprietà uno degli elementi di quello che possiamo a buona ragione considerare una sorta di “diritto naturale minimo”. Le osservazioni di Salvati integrano le riflessioni di questi filosofi, mostrando che nel campo delle scienze sociali la tesi nella necessità della proprietà – ovviamente stiamo parlando di una necessità condizionale, date certe caratteristiche degli esseri umani e del mondo in cui essi vivono – trova ampio conforto sulla base dell’evidenza dei fatti. Dati i mercati e la proprietà privata, questo è l’ultimo passaggio per esplicitare le assunzioni da cui muove la riflessione di Salvati, otteniamo il capitalismo.

 

A questo punto, con l’entrata in scena di questo “modo di produzione” – per riprendere una vecchia espressione caduta in desuetudine – che ha un’influenza enorme su come lavoriamo, consumiamo e viviamo, le certezze della filosofia politica moderna sui benefici della proprietà privata, che sono condivise da buona parte dei liberali classici, cominciano a entrare in crisi. Infatti, il capitalismo comporta la possibilità di grande disuguaglianza nella distribuzione dei benefici che nascono dalla cooperazione sociale, in particolare opportunità e risorse. Ovviamente, questo i liberali classici lo sanno bene, e sostanzialmente lo accettano. Ma l’edificio liberale comincia a scricchiolare davvero quando a questa consapevolezza si accompagna la scoperta che il capitalismo non è solo un modo di organizzare in maniera efficace la produzione, esso genera anche una diversa distribuzione del potere all’interno della società, che entra in conflitto con alcuni presupposti della democrazia liberale. Chi ha risorse può influenzare la formazione delle scelte collettive in modi che sono al tempo stesso effettivi e difficili da tenere sotto controllo. Le opzioni a disposizione variano dalle più sofisticate alle più rozze, ma la sostanza non cambia. La conclusione a questo punto appare irresistibile: senza capitalismo probabilmente non c’è democrazia liberale, ma il capitalismo ha una tendenza irresistibile a mangiarsi buona parte del liberalismo delle democrazie.

 

Ciò che rimane non è senza importanza – una garanzia nominale è meglio di nessuna garanzia – ma è comunque inferiore alle aspettative coltivate da chi prende sul serio l’idea di democrazia come forma di governo in cui si realizza l’eguale libertà. Oltretutto, chi crede in questo ideale deve fare i conti con la presa che ha il clima d’opinione che Salvati chiama “neoliberale”. Più che una posizione teorica, si tratta a mio parere di un’ideologia, che presenta il panorama delle democrazie attuali – con i livelli di disuguaglianza che conosciamo – come l’unico orizzonte nel quale possiamo sperare di muoverci. Le pagine in cui Salvati critica le pretese dei neoliberali sono tra le più interessanti del libro, anche perché sono quelle in cui più forte è la distanza tra la sua prospettiva di “political economist” intellettualmente sofisticato e il riduzionismo di altri cultori della “scienza triste” che accettano anch’essi la sfida di scrivere per un pubblico non accademico.

 

Le riflessioni di Salvati sul nodo teorico – cui corrispondono problemi politici concreti – che è al centro di questo libro sono nel segno di un cauto ottimismo per quel che riguarda la possibilità di migliorare la qualità delle democrazie liberali. Da questo punto di vista, la sua posizione di liberale “per disperazione” è complementare rispetto a quella del principale filone del liberalismo egualitario contemporaneo, ispirato dalla teoria della giustizia come equità (fairness) di John Rawls. A differenza dei filosofi, tuttavia, Salvati non si muove soltanto sul piano dei principi, ma si assume l’onere di entrare nel merito di alcune riforme che potrebbero tenere sotto controllo la tendenza del capitalismo a erodere i presupposti dell’eguale libertà, peggiorando in tal modo la democrazia. Si tratta di indicazioni schematiche – Salvati annuncia che ha intenzione di scrivere un altro lavoro più approfondito sullo stesso tema – ma non per questo meno significative. Esse toccano infatti buona parte dei punti dolenti della politica e dell’economia in paesi come il nostro, dalla struttura del mercato del lavoro al Welfare, dal finanziamento della politica alla regolamentazione dei mercati. Se non un agenda, c’è l’indice ragionato di un agenda per i riformisti.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 febbraio 2010

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