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il blog di Mario Ricciardi


Diario


12 dicembre 2008

Suicidio assistito

 

 La trasmissione di Sky andata in onda nel Regno Unito nel corso della quale sono stati mostrati gli ultimi istanti di vita di Craig Ewart, suicidatosi con l’assistenza di un medico in una clinica svizzera, ha suscitato grande scalpore anche nel nostro paese. Minor rilievo ha ricevuto invece un’altra notizia diffusa dagli organi di stampa britannici nelle stesse ore: la decisione della pubblica accusa di non procedere a carico dei genitori di Daniel James, un giovane paralizzato in modo irreversibile in seguito a un incidente, che lo hanno accompagnato, sempre in Svizzera, dove la mano pietosa di un medico ne ha esaudito il desiderio di farla finita con una vita che egli aveva più volte affermato di trovare intollerabile. Per la pubblica accusa processare i genitori di James per quello che secondo la legge britannica è un reato non è nel “pubblico interesse”.


Si ha la sensazione che qualcosa sta cambiando nel Regno Unito per quel che riguarda l’attitudine diffusa del pubblico nei confronti del cosiddetto “diritto di morire”. A pochi anni di distanza dall’ultima proposta di legge per legalizzare il suicidio assistito – presentata nel 2006 da Lord Joffe – sembra che i sostenitori di una modifica dell’attuale legislazione che proibisce di aiutare una persona a suicidarsi siano più ottimisti che in passato sulla possibilità di ottenere ciò che chiedono. Di questo relativo ottimismo c’è testimonianza, ad esempio, nel libro che Mary Warnock – una delle più autorevoli studiose di bioetica del Regno, oggi membro della House of Lords – ha scritto con Elisabeth Macdonald, un’oncologa con una vasta esperienza nel campo dell’etica medica e dei rapporti tra medicina e diritto. Easeful Death. Is There a Case for Assisted Dying? (Oxford University Press, Oxford 2008) è una difesa delle ragioni per cui sarebbe giusto riconoscere ai malati terminali, o a chi si trova in condizioni di estrema sofferenza, il diritto di disporre del modo e del momento della propria morte. Ricevendo, se necessario, un aiuto qualificato per portare a termine il proprio proposito.

In realtà le autrici sarebbero in favore di un’interpretazione ancora più radicale del diritto di morire, che aprirebbe la strada anche all’eutanasia per le persone che non si trovano in condizione di compiere personalmente le azioni necessarie per suicidarsi ma che hanno chiesto di por fine alle proprie sofferenze, sia attraverso un documento redatto in precedenza sia manifestando questo desiderio direttamente, dopo che una  malattia o un incidente le ha private della possibilità di muoversi in modo autonomo. Per la Warnock e la Macdonald si sta avvicinando il giorno in cui sarà maturata nel pubblico la consapevolezza che la vita umana non è sacra, ma ha soltanto valore, e che nessuno deve esserne privato volontariamente a meno che non ci sia un valore ancora più alto che giustifichi tale atto. Nel libro ci sono alcune ipotesi su quali potrebbero essere questi valori più alti. Certamente il benessere delle persone, ma anche considerazioni relative a ciò che è nel loro interesse quando esse non siano più in condizione di valutare la propria vita e non abbiano lasciato disposizioni a riguardo. Ciò aprirebbe la strada anche a forme di eutanasia non volontaria, sia pure in casi estremi.


La discussione in corso nel Regno Unito ci riguarda perché una mutazione della sensibilità pubblica a Londra spesso anticipa analoghi cambiamenti nel resto d’Europa. Già in passato è successo e potrebbe accadere di nuovo. Sarebbe opportuno dunque che il parlamento – che si accinge a discutere delle proposte di legge sulle “disposizioni anticipate” o “testamento biologico” di cui da più parti si è segnalata la necessità in queste settimane – tenga conto della prospettiva più generale e non scelga per quieto vivere di ignorare il  problema morale posto dalla Warnock e dalla Macdonald: continuare a vivere è sempre nell’interesse di un paziente che è irrimediabilmente sofferente o che si trova in uno stato di inconsapevolezza permanente?


Pubblicato su Il Riformista il 12 dicembre 2008


9 settembre 2001

Le vite dei filosofi



Come mai i filosofi italiani non scrivono delle autobiografie? La domanda, di quelle che si fanno nei momenti in cui non si ha voglia di pensare a cose più serie, non è del tutto priva di fondamento. Negli ultimi tempi sono state pubblicate diverse autobiografie di filosofi la cui lingua madre è l’inglese. Di queste, alcune hanno avuto anche un discreto successo editoriale. Legittimo chiedersi dunque come mai siano così pochi i filosofi italiani che seguono l’esempio dei loro colleghi inglesi, americani o australiani. Una risposta che forse può fornire, almeno in parte, una spiegazione, può essere trovata nel diverso ruolo sociale che il filosofo ha nel nostro paese. Come tutti gli altri intellettuali nostrani, i filosofi fanno fatica a liberarsi completamente di una certa aura di sacralità che si accompagna al loro lavoro nella percezione del pubblico. Il filosofo italiano, anche quando non è religioso, è ancora una figura per certi aspetti vicina a quella del prete. Che un prete racconti la propria vita privata sarebbe certamente vista, non del tutto a torto, come cosa di cattivo gusto. Il filosofo italiano probabilmente non si sente completamente libero di raccontare quegli aspetti della propria esistenza che meno si confanno a tale eredità sacerdotale, e quindi, mostrando una certa consapevolezza della propria posizione, tace.

La stessa cosa non si può dire di Ted Honderich, che è stato fino al 1998 il Grote Professor of Mind and Logic a University College, Londra (la cattedra ricoperta in precedenza da A.J. Ayer, Stuart Hampshire e Richard Wollheim). Nella sua autobiografia Philosopher. A Kind of Life (Routledge, London 2001) Honderich si preoccupa ben poco delle convenzioni sociali e tenta, con successo, di dare ai propri lettori una idea di che tipo di vita sia quella del filosofo. L’esperimento, insieme teorico e letterario, è certamente ben riuscito dato che il lettore segue la vicenda umana e intellettuale dell’autore con l’interesse che di solito si presta a un lavoro narrativo. Non si può certo dire che non sia stata movimentata la vita di questo canadese, di estrazione umile, che prima di fare il filosofo di professione ha lavorato come giornalista di cronaca nel paese natio e ha avuto la fortuna di viaggiare in giro per gli Stati Uniti con l’allora astro nascente Elvis Presley. Honderich arriva alla filosofia relativamente tardi, avendo però imparato a scrivere in modo chiaro, e con un carattere che certo non si presta alle mediazioni. La prima qualità si apprezza nel resoconto puntiglioso ma accattivante del suo lavoro nei diversi campi di cui si è occupato, dalla filosofia politica allo studio della mente. La seconda qualità è evidente nel modo in cui racconta le sue (complesse) vicende sentimentali e i rapporti (non sempre facili) con familiari, colleghi e membri dell’establishment accademico. Honderich è uomo di sinistra, ma non cerca di passare per un outsider. Confessa senza difficoltà la sua inclinazione nei confronti dei piaceri della vita e non disdegna l’ingresso nella buona società dei salotti e dei vecchi club. Anche gli scontri e le lotte di potere accademiche sono raccontate in modo onesto e diretto, senza tentare di mitigare le proprie responsabilità quando ci sono. Di sicuro Honderich non si presenta come un santo, ma nemmeno come il depositario di una funzione sacrale. La persona che si ha l’impressione di conoscere alla fine del libro non è priva di aspetti negativi, ma ispira certamente simpatia per il modo in cui riesce a evitare di porsi su un piedistallo.

Apparentemente ben poco accumuna Honderich a John Passmore, filosofo australiano autore di una ancora insuperata storia della filosofia di lingua inglese (ma non solo) del novecento, e di pregevoli studi sul perfezionismo, la filosofia dell’educazione, l’etica ambientale, e di monografie su Cudworth e Hume. Passmore è un uomo mite, non un combattente naturale come Honderich, e le sue memorie hanno un tono distaccato, spesso ironico, e mostrano l’ammirevole capacità dell’autore di osservare luoghi e persone fornendone una descrizione che sembra riportarli alla vita davanti al lettore. Anche la generazione è diversa. Honderich è un uomo la cui vita adulta si è svolta nella seconda metà del ventesimo secolo, e le cui vicende personali si intrecciano con i movimenti e le trasformazioni sociali degli anni sessanta e settanta e con il riflusso politico degli anni ottanta. Passmore è nato invece nel 1914, e i suoi primi ricordi sono quelli di una società australiana ancora per certi versi coloniale (lui stesso usa questa espressione). Una delle parti più divertenti del libro è quella in cui Passmore racconta le origini della propria famiglia e segnala la presenza tra i suoi antenati di diversi ex-galeotti (cosa abbastanza comune in Australia, ma piuttosto esotica tra i Fellows della British Academy). La stessa immagine di una terra dura, ma anche potenziale occasione di riscatto e di fortuna si trova nel breve libro di un altro filosofo australiano, Raimond Gaita, che racconta la storia di suo padre, un emigrato jugoslavo che ha condotto in Australia una vita difficile ma ricca di umanità e di dignità.

A ben vedere, però, c’è qualcosa in comune nelle vite di Ted Honderich e John Passmore. Entrambi hanno scoperto a un certo punto della loro vita (anche se in momenti storici diversi) l’Inghilterra dei grandi filosofi da Ayer a Ryle fino a Austin e se ne sono innamorati. Le loro storie sono interessanti anche perché illustrano molto bene il rapporto che il “salotto buono” della filosofia di lingua inglese aveva con la provincia delle Università “red brick” (le Università dei distretti industrali come Manchester o Liverpool) o degli atenei dei diversi paesi del Commonwealth. Un episodio raccontato da Passmore la dice lunga. Quando l’australiano chiede a un collega di Oxford come mai nelle discussioni seminariali così poca attenzione veniva prestata a chi non veniva da Oxford o da Cambridge, la risposta, disarmante, è: “parlano così lentamente, non riusciamo a sopportarlo”. Eppure, sia Passmore che Honderich raccontano una storia in cui il merito viene riconosciuto anche dagli snob, e studiosi provenienti dai più lontani paesi o da Università di provincia riescono ad affermarsi anche a Londra o a Oxford.

Un tipo di vita completamente diversa si trova invece nell’autobiografia di Mary Warnock, ora Baronessa Warnock, molto nota anche nel nostro paese per il lavoro svolto nel campo dell’educazione e della bioetica (suo il famoso “rapporto Warnock”). Mary Warnock viene da una famiglia della buona borghesia inglese, ha studiato a Oxford, dove ha conosciuto e poi sposato Geoffrey Warnock uno dei membri del famoso seminario del sabato mattina di J.L. Austin. Il tono della narrazione della Warnock è molto diverso da quello delle altre biografie, più ovattato come si addice a una persona che siede nella House of Lords. Ma esso si raccomanda al lettore perché è una preziosa testimonianza dall’interno di una delle stagioni più eccitanti della filosofia contemporanea. Austin ha un ruolo importante, Wittgenstein fa la sua comparsa, e molte preziose informazioni di prima mano consentono al lettore di capire meglio quali erano, non solo le differenze filosofiche, ma anche quelle umane, tra i due personaggi. Molto spazio è dedicato alle colleghe, con ritratti pieni di umanità e di garbo di Elisabeth Anscombe, Iris Murdoch e Philippa Foot. Di grande interesse è la ricostruzione della formazione accademica della Warnock (grande spazio era dedicato ai classici latini e greci e perfino a certi autori della filosofia continentale come Husserl, cosa che potrebbe sorprendere i lettori italiani che sono ancora attaccati a certi stereotipi sulla filosofia analitica). La biografia si conclude con ricordi della parte più istituzionale della vita di Mary Warnock (che, tra l’altro, ha fatto parte della commissione che vigila sulla BBC) che regalano al lettore un delizioso ritratto della signora Thatcher.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 9 settembre 2001

Raimond Gaita, Romulus, My Father, Review Books, London 2000, pp. 216.
Ted Honderich, Philosopher. A Kind of Life, Routledge, London 2001, pp. 441.
John Passmore, Memoirs of a Semi-detached Australian, Melbourne University Press, Victoria 1997, pp. 274.
Mary Warnock, A Memoir. People and Places, Duckworth, London 2000, pp. 246.

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