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il blog di Mario Ricciardi


Diario


7 novembre 2010

Liberalismo politico e verità

Su Richard Rorty

Secondo Richard Rorty, l’idea di società liberale «implica che, finché si tratta di parole e non di azioni, di persuasione e non di forza, si deve accettare qualunque cosa. Tale apertura mentale non va sostenuta perché, come insegna la Sacra Scrittura, la Verità è grande e vincerà, o perché, come suggerisce Milton, la Verità uscirà sempre vincitrice da uno scontro libero e aperto. Deve essere sostenuta in quanto tale». Per il filosofo statunitense, una società è liberale proprio perché si accontenta di chiamare “vero” l’esito dello scontro tra le opinioni, qualunque esso sia. Messa in questi termini si direbbe che per i liberali la verità dovrebbe essere mutevole, contingente e storica. Indistinguibile dall’opinione che prevale nell’arena della discussione pubblica.

 

Probabilmente ci sono liberali che condividono la posizione di Rorty. Tuttavia, non credo che essa descriva accuratamente la posizione di tutti i liberali, e neppure che caratterizzi adeguatamente il Liberalismo politico. Certo, c’è un modo di tirare in ballo la verità che inquieta i liberali. Se ne trovano esempi nei discorsi e negli scritti di coloro che argomentano richiamando una visione del mondo ispirata da una religione rivelata. Per queste persone la verità è una. Tuttavia, come si evince dal fatto che la parola non viene mai declinata al plurale, non è al concetto di verità che costoro alludono, giacché gli argomenti che propongono non riguardano la logica filosofica. Non è una teoria o concezione della verità che essi hanno in mente quando dicono “la verità”. Ciò di cui parlano invece si svela o si annuncia al prossimo. Ma si fatica a dirlo per intero per via dell’estensione e della profondità del messaggio, che apparentemente coincide con il mondo stesso. Viene spontaneo pensare che, per chi ha questo atteggiamento, la verità richieda la maiuscola quasi fosse un nome proprio, come nel brano di Rorty. Forse in segno di rispetto.

 

Non è difficile capire perché i liberali si sentono a disagio quando la Verità viene evocata per argomentare in favore di una scelta politica, per esempio un provvedimento legislativo. Se si accetta come un fatto – che non ha necessariamente conseguenze negative – che nella società in cui viviamo ci sono persone che hanno visioni morali comprensive e distinte, è chiaro che tirare in ballo la Verità quando si discute delle ragioni a favore o contro un provvedimento legislativo controverso è un ostacolo per una discussione serena.

 

Si badi bene, ciò non vuol dire affatto che il Liberalismo politico imponga di bandire la Verità dalla sfera pubblica. Le visioni del mondo ispirate dalla fede risiedono a pieno titolo nella cultura di sfondo di una democrazia, che anche per questo è caratterizzata dal fatto del pluralismo delle valutazioni che abbiamo ricordato, ma non possono pretendere uno speciale riconoscimento nel foro della ragion pubblica. Appellarsi alla Verità in tale sede conduce a uno stallo della deliberazione. Se uno degli interlocutori pretendesse di imporre la propria opinione richiamando la visione comprensiva cui aderisce come ragione, non è difficile immaginare che la sequenza ordinata degli argomenti si interromperebbe, come avverrebbe se nel corso di una partita a scacchi un giocatore facesse qualcosa che non è una mossa valida nel gioco. Chi ha tentato di agire in tal modo all’interno del gioco deliberativo ha l’opportunità per fare la propria mossa, rispettando i vincoli imposti dalle regole, per uscire dalla situazione di stallo. Se, però, invece di riprendere la discussione per arrivare a una conclusione che il proprio interlocutore possa ragionevolmente condividere, chi ha cercato di forzare le regole insistesse nel voler fare a modo suo, le conseguenze sarebbero gravi. Lo stallo muta facilmente in tensione e perfino in scontro. Uno dei contendenti prima o poi sarà costretto a cedere, sottoscrivendo una decisione che non avrebbe accettato se si fosse trovato in una situazione in cui tutti rispettano i vincoli imposti dall’idea di ragione pubblica.

 

Come si è detto, accettare tali vincoli non comporta affatto bandire la religione dalla sfera pubblica. Significa accettare di usare solo argomenti che i propri interlocutori potrebbero in linea di principio condividere, manifestando in tal modo il dovuto rispetto nei loro confronti. Rinunciando agli argomenti che richiamano la Verità i cittadini di una società liberale riconoscono e cercano di dare corpo a un’ideale di reciprocità tra persone libere ed eguali, non manifestano certo la propria ostilità nei confronti della religione in quanto tale. Ciò detto, il Liberalismo politico si distingue dalla posizione espressa nel brano di Rorty da cui siamo partiti perché esso non esclude affatto il valore della verità, e non bandisce le verità rilevanti per la deliberazione pubblica. Una società liberale non può rinunciare a distinguere la verità dall’opinione.

 

Pubblicato su Il Riformista il 7 novembre 2010


1 ottobre 2010

John Rawls e la teoria della giustizia

Per gli studenti che seguono il mio corso sulla teoria della giustizia ecco un piccolo sommario animato (in inglese) di alcune delle idee principali di John Rawls, con l’avvertenza che guardarlo non è sufficiente per superare un esame.


28 maggio 2010

Su Thomas Pogge

Povertà mondiale e diritti umani

Thomas Pogge è un filosofo che non si limita a interpretare il mondo, ma cerca di cambiarlo. Per capire in che modo, e perché oggi Pogge è una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla giustizia internazionale, bisogna ripercorrere il percorso intellettuale di questo studioso che, nato ad Amburgo, in Germania, nel 1953, dopo una laurea in sociologia nel suo paese, si è trasferito negli Stati Uniti per continuare i propri studi sotto la guida di John Rawls, l’autore di A Theory of Justice (1971) il libro di filosofia politica più influente della seconda metà del ventesimo secolo. In quel lavoro, Rawls proponeva un nuovo modo di affrontare il classico problema della giustizia attraverso una rilettura della tradizione contrattualista, fortemente influenzata dal pensiero di Kant. Al cuore della complessa macchina argomentativa costruita da Rawls c’era una situazione di scelta originaria in cui le parti, che ignorano quale sarà la posizione in cui si troveranno nella società che si apprestano a regolamentare, devono accordarsi sui principi che la reggeranno. Secondo Rawls, in tali circostanze, facendo leva soltanto sulla razionalità intesa nel senso più ristretto – quello corrente nella teoria economica – le parti si accorderebbero su due principi: il primo, che stabilisce che ciascuno ha un eguale diritto al più esteso schema di eguali libertà fondamentali compatibilmente con un simile schema di libertà per gli altri; e il secondo, che impone che le ineguaglianze sociali e economiche devono essere combinate in modo da essere (a) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno; e (b) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti. Sviluppando questa prima formulazione, sempre nel libro del 1971, Rawls approdava poi a una riformulazione del secondo principio che faceva dipendere l’accettabilità delle diseguaglianze dal fatto che si mostri che esse sono necessarie a migliorare la posizione di chi sta peggio, cioè di chi è meno avvantaggiato dalla cooperazione sociale.

 

Sin dalla sua pubblicazione il libro di Rawls ha innescato una discussione vivace che si è estesa ben oltre i confini dell’accademia, per coinvolgere il più vasto pubblico di chi crede che la giustizia sia la principale virtù delle istituzioni sociali. Anche nel nostro paese ci sono stati diversi intellettuali – tra gli altri, bisogna ricordare almeno Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone – che hanno visto nel pensiero di Rawls il punto di riferimento ideale di una sinistra liberale e riformista. Pogge ha preso parte a questo dibattito a cominciare dalla fine degli ottanta, quando ha pubblicato Realizing Rawls, un libro che era allo stesso tempo un’autorevole esposizione del pensiero del suo maestro e una critica di quelli che già allora egli aveva individuato come certi suoi limiti. In particolare, il fatto che la teoria della giustizia di Rawls assumesse la prospettiva di una società chiusa, concepita come una comunità politica autonoma e autosufficiente, senza fare i conti fino in fondo con la realtà della politica internazionale e con la sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali. Furono proprio le critiche di Pogge, tra l’altro, a spingere Rawls a tornare sulla giustizia internazionale in un libro pubblicato nel 1999, The Law of Peoples. Tuttavia, alla fine degli anni novanta, Pogge aveva preso ormai una strada che lo ha portato con il passare del tempo a sviluppare un teoria della giustizia globale che per molti versi si presenta come un superamento di quella di Rawls.

 

Di questo nuovo approccio c’è ora una testimonianza anche in italiano, grazie alla pubblicazione di Povertà mondiale e diritti umani, appena uscito per i tipi di Laterza. In questo volume – arricchito da una bella prefazione di Luigi Caranti che introduce il pensiero di Pogge ai lettori che non sono familiari con le sue opere precedenti – ci sono i lineamenti di un’agenda politica ragionevole e radicale per combattere la povertà, il più pericoloso “serial killer” con cui abbiamo a che fare. Di particolare interesse sono le proposte, articolate nel dettaglio e sostenute sulla base di una mole impressionante di dati, per intervenire sulle cause globali di questo fenomeno. Chi avesse voglia di farsi di farsi un’idea su come potremmo cambiare in meglio il mondo trova importanti spunti di riflessione nel progetto per un fondo internazionale che potrebbe alleviare in modo significativo gli effetti che dipendono dai costi eccessivi dei medicinali per i paesi più poveri. Una lettura istruttiva, che dovrebbe suscitare la curiosità di quel che rimane della sinistra in questo paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 28 maggio 2010

 


4 marzo 2009

A Rational Choice

As the philosopher John Rawls has reemphasized his A Theory of Justice, we do not vote for Social Security and welfare assistance out of love for Washington civil servants. Being human and realizing we are subject to the unknown perils of unemployment and destitution, we cannily opt for the mutual reinsurances of the modern welfare state, knowing that, but for grace of God, the bell that tolls could be tolling for us. Your typhoid is my typhoid and we are all, so to speak, citizens of the same Hiroshima.

Paul Samuelson, Economics from the Heart, Harcourt Brace Jovanovich, Publishers, San Diego 1983, p. 55.

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