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il blog di Mario Ricciardi


Diario


17 gennaio 2010

Giudizio storico e morale

 

In una lettera a Mendell Creighton, Lord Acton riassume la propria concezione del giudizio storico in un modo che non lascia spazio a equivoci: «non posso accettare il suo canone che noi dobbiamo giudicare Papa e Re in modo diverso dagli altri uomini, con una presunzione favorevole che essi non commettono errore. Se c’è una presunzione è nel senso contrario contro chi detiene il potere, crescente mano a mano che cresce il potere. La responsabilità storica deve compensare l’assenza di responsabilità giuridica. Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente. I grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi, anche quando essi esercitano influenza e non autorità: ancora di più quando si aggiunge la tendenza o la certezza della corruzione provocata dall’autorità. Non c’è eresia peggiore di quella che l’officio santifica chi lo occupa». L’oggetto del contendere erano due volumi di una storia del papato ai tempi della riforma che Creighton, l’autore dell’opera, aveva chiesto a Lord Acton di recensire. Lo storico aveva accettato, ma la recensione era così aggressiva da lasciare interdetto il recensito. Di qui la corrispondenza.

 

L’opinione di Lord Acton esemplifica l’atteggiamento di chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e giudizio morale. Invocando il giudizio della storia non si fa appello a considerazioni diverse da quelle rilevanti per valutare moralmente le azioni di una persona. Acton era un cattolico, e la sua concezione del potere e della capacità che esso ha di corrompere le persone è ispirata dalle sue convinzioni religiose. Col passare del tempo, il suo rigorismo lo spinse ad assumere una posizione sempre più critica nei confronti della Chiesa di Roma e del Papa che in quegli anni – la lettera che abbiamo letto è del 1887 – era stato privato del potere temporale ma non aveva rinunciato a esercitare la propria influenza politica. Per Acton, nel giudicare l’operato dei potenti, lo storico non deve ammettere altre scuse o giustificazioni rispetto a quelle che accetterebbe da parte di qualunque essere umano. Se la morale condanna, la storia non assolve.

 

Un’opinione molto diversa viene espressa da Benedetto Croce. Ne La storia come pensiero e come azione – un’opera pubblicata nel 1938 – il filosofo scrive: «[c]oloro che, assumendo di narrare storie, si affannano a far giustizia, condannando e assolvendo, perché stimano che questo sia l’uffizio della storia, e prendono in senso materiale il suo metaforico tribunale, sono concordemente riconosciuti manchevoli di senso storico; e si chiamino pure Alessandro Manzoni». Vale la pena di sottolineare questa allusione al modo di fare storia del grande scrittore. La sensibilità morale di Manzoni è infatti permeata da un rigorismo religioso che ha molto in comune con quello di Lord Acton. Per Croce, i potenti di cui si occupa lo storico non sono «responsabili dinanzi a nessun nuovo tribunale appunto perché, uomini del passato, e come tali oggetto solamente di storia, non sopportano altro giudizio che quello che penetra nello spirito dell’opera loro e li comprende». Sovrapporre considerazioni morali al giudizio storico è dunque un errore categoriale.

 

Prese insieme, la posizione di Lord Acton e quella di Benedetto Croce illustrano un’opposizione che emerge quasi sempre quando si discute di un personaggio del passato. Da un lato, c’è chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e morale. Dall’altro, c’è chi ritiene che invece i due vanno tenuti distinti. La morale assolve o condanna, la storia tenta di comprendere. A chi obietta che il secondo modo di intendere il giudizio storico avvalorerebbe il motto “tout comprendre c’est tout pardonner”, Croce replicava che gli uomini del passato ormai stanno «di là dalla severità e dall’indulgenza come dal biasimo e dalla lode». Una visione della storia severa e austera, che non è affatto meno esigente di quella permeata di moralità di Lord Acton.

 

Per chi coltiva il “senso della realtà” non c’è dubbio che la posizione espressa da Croce appare più persuasiva. Effettivamente c’è qualcosa che disturba nella foga di certa “storiografia tribunalizia” – l’espressione è del filosofo napoletano – che non aspira ad altro se non ad assolvere o a condannare. Tuttavia, proprio il “senso della realtà” ci spinge a mettere in questione l’austerità della concezione del giudizio storico di Croce. Lo spunto ci viene dagli scritti di Isaiah Berlin, un filosofo che ha riflettuto su molti dei temi che appassionavano Lord Acton e Croce e che ben conosceva gli scritti di entrambi sulla storia. Berlin osserva che per comprendere le azioni di un personaggio storico dobbiamo necessariamente metterci in una prospettiva morale, perché non abbiamo altre categorie – se non quelle che impieghiamo normalmente per valutare l’azione di una persona – da impiegare per ricostruirne le vicende. Nella storia, come nella vita quotidiana, descrivere e valutare si intrecciano in modo indissolubile. Certo questo non vuol dire affatto che compito dello storico sia condannare o assolvere una persona. Ma ciò non dipende dalle peculiarità della storia rispetto alla morale, che pure ci sono come giustamente rilevava Croce.

 

Nemmeno la morale prevede tribunali. Giudicare moralmente l’azione di una persona comporta prendere in considerazione le ragioni che essa aveva per agire come ha fatto, e valutarne il peso e la cogenza in una prospettiva – per quanto possibile – impersonale. Nella gran parte dei casi, uno sguardo attento alle sfumature dell’agire rivela ragioni in conflitto che non ammettono composizione. Adempiere a un’obbligazione a volte impone di trascurarne altre. Berlin chiama questa posizione “pluralismo dei valori”. Biasimo e lode vengono distribuite lungo diverse dimensioni dal giudizio morale che in questo è ben diverso da una sentenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 17 gennaio 2010


22 novembre 2009

Heine e il potere delle idee

Nel suo scritto sulla storia della religione e della filosofia in Germania il poeta Heinrich Heine metteva in guardia gli “uomini d’azione” dal sottovalutare l’importanza delle idee. Per Heine, che scriveva nel 1834, i destinatari del suo monito non sono in realtà «niente altro che gli strumenti inconsapevoli degli uomini di pensiero, che nella loro quiete sommessa hanno spesso redatto i [loro] più precisi piani d’azione». Non è difficile immaginare cosa abbia ispirato le riflessioni del poeta tedesco. Per chi, come lui, era nato «alla fine dello scettico diciottesimo secolo» e nell’infanzia aveva «respirato l’aria della Francia» la capacità delle idee di esercitare la propria presa sulle menti di decine di migliaia di persone, spingendole all’azione, doveva essere del tutto evidente. Non avevano le idee di Rousseau armato la mano dei rivoluzionari? Non era lo stesso Napoleone in fondo ispirato da quelle idee? Heine aveva visto di persona l’imperatore dei francesi quando Bonaparte aveva visitato Duesseldorf, la città natale del poeta, nel 1811. Come altri membri della comunità ebraica, Heine era rimasto impressionato dal modo in cui l’imperatore si era comportato con il rabbino Abram Scheuer che – a nome dei ministri del culto di diverse fedi presenti in città – gli aveva rivolto un messaggio di benvenuto salutandolo come “il nuovo Ciro”. Napoleone rispose: «Davanti a Dio tutti gli uomini sono fratelli. Essi si devono amare e aiutare l’uno con l’altro senza considerare le differenze di religione». In quel momento il conquistatore francese deve essere apparso a Heine come l’incarnazione degli ideali dell’illuminismo. L’uomo d’azione che attraverso le sue vittorie militari poteva realizzare il sogno di una convivenza armoniosa tra le fedi di cui parlava Lessing nella sua parabola su Nathan, il saggio ebreo che convince il Saladino che nessuno può sapere quale sia la vera fede.

Heine è ben consapevole che quella forza delle idee che lo aveva colpito in gioventù quando era venuto in contatto con il messaggio di emancipazione proveniente dalla Francia può avere effetti devastanti. L’Europa degli anni trenta del diciannovesimo secolo non è affatto una comunità in cui popoli e fedi convivono armoniosamente. Al contrario, è scossa da fermenti di ogni tipo che faranno avvertire le proprie conseguenze per generazioni a venire. Ne avrebbe fatto le spese lo stesso Heine molti anni dopo – a quasi un secolo dalla sua morte, avvenuta nel 1856 – quando le truppe naziste entrano a Parigi. La tomba del poeta nel cimitero di Montmartre viene infatti distrutta per espresso ordine di Hitler nel marzo del 1941.

Forse anche Hitler temeva la forza delle idee, e voleva assicurarsi che nessuno potesse, visitando quella tomba, avere la curiosità di leggere gli scritti di un ebreo tedesco innamorato della Francia e della libertà, che in pagine dal tono profetico aveva annunciato al mondo la futura venuta di un nazionalismo sanguinario che sarebbe nato anch’esso dalle idee di filosofi e pensatori. Se il cristianesimo, scriveva l’ebreo Heine, «ha addolcito un poco la brutale bellicosità germanica; tuttavia non ha potuto distruggerla, e, quando […] il talismano lenitore, la croce, si rompe, allora si scatena nuovamente la ferocia degli antichi guerrieri». Ubriacate dalle idee di kantiani che «non vorranno saperne della pietà» e da quelle di fichtiani che «nel fanatismo della loro volontà, non potranno essere frenati né dalla paura né dall’interesse personale» queste schiere di guerrieri scuoteranno l’Europa. C’è da rimanere impressionati nel leggere queste pagine, che assomigliano davvero a una profezia che si avvera nell’abominio del nazismo.

Le pagine di Heine sul potere delle idee riecheggiano più volte negli scritti di storici e filosofi tra la fine dell’ottocento e la seconda metà del novecento. Nella famosa lezione inaugurale On the Study of History di Lord Acton, il grande storico inglese. Nelle pagine finali di The General Theory of Employment, Interest, and Money di John Maynard Keynes. Infine, in un’altra lezione inaugurale, quella su Two Concepts of Liberty di Isaiah Berlin. Per il filosofo liberale, infatti, il monito di Heine conserva tutta la sua attualità alla luce della storia del ventesimo secolo: «i concetti filosofici coltivati nella quiete dello studio di un professore possono distruggere una civiltà».

Vaneggiamenti da professore, potrebbe dire qualcuno. Può darsi. Tuttavia, ci sarebbe da riflettere sui guasti che l’ossessione della “rilevanza”, della “ricaduta pratica dei saperi” e delle “conoscenze utili” sta producendo nella nostra cultura pubblica. Sempre più abituati a pensare solo a ciò che ha un’applicazione immediata, corriamo il rischio di perdere la capacità di vedere le idee e il loro potere. Una miopia che potrebbe rivelarsi fatale.

Pubblicato su Il Riformista il 22 novembre 2009


12 novembre 2009

Centenario di Isaiah Berlin a Siviglia

PROGRAMA DE LAS JORNADAS “PLURALISMO Y LIBERTADES EN LA ENCRUCIJADA DEL SIGLO XXI. JORNADAS HISPANO-ITALIANAS EN EL CENTENARIO DE ISAIAH BERLIN”

Día 12 de Noviembre. Lugar: Salón de Actos de la Casa de la Provincia.

9,30 horas: Prof. Fulvio Tessitore (Universitá Federico II. Napoli): “Tra libertá e pluralismo. Un appunto su Isaiah Berlin” (Entre libertad y pluralismo: En torno a Isaiah Berlin).

10,30 horas: Prof. Juan Bosco Diaz-Urmeneta (Universidad de Sevilla) : “Cuatro desasosiegos y un epílogo (reflexiones sobre la interculturalidad a partir del pensamiento de Isaiah Berlin)” .

11,30 horas: Café.

12 horas: Prof. José Manuel Sevilla (Universidad de Sevilla) : “Isaiah Berlin: Historicismo y contracorriente”.

13 horas: Mesa redonda.

17 horas: Prof. Mario Ricciardi (Universitá di Milano): “L’agenda filosofica di Isaiah Berlin”.

18 horas: Prof. Pablo Badillo (Universidad de Sevilla): “Historia de las ideas y filosofía política en Isaiah Berlin”.

19 horas: Descanso.

19,30 horas: Prof. Giuseppe Cacciatore (Universitá Federico II. Napoli): : “L’etica della libertá: relativismo e pluralismo” (La ética de la libertad: relativismo y pluralismo).

20,15: Mesa redonda.

Día 13 de Noviembre. Lugar: Paraninfo de la Universidad

10 horas: Profª Elena García Guitián (Universidad Autónoma de Madrid): “Isaiah Berlin: Una lectura crítica”.

11 horas: Prof. Joaquín Abellán (Universidad Complutense de Madrid): “Isaiah Berlin y Max Weber: una mirada común sobre la Modernidad”.

12 horas: Clausura de las Jornadas.


11 novembre 2009

Positive Liberty

‘Liberty’, he repeated. ‘Do you know what really makes a man free?’

‘What?’

‘Will, your own will, and it gives power which is better than liberty. Know how to want, and you’ll be free, and you’ll be master too.

Ivan Turgenev, First Love

Translated by Isaiah Berlin in 1950


2 luglio 2009

Isaiah Berlin e la musica

Isaiah Berlin è stato uno degli intellettuali più affascinanti del ventesimo secolo. Filosofo, storico delle idee, amico fidato e consigliere di uomini politici e membri dell’establishment di diversi paesi, la sua influenza è stata straordinaria, e va ben oltre i confini della vita accademica. Uno degli aspetti forse meno noti – almeno nel nostro paese – della sua poliedrica personalità riguarda la musica. La forma d’arte più amata, con la letteratura, sin dalla gioventù. Di questo interesse ci sono diverse tracce tra i suoi scritti, di cui la più nota è probabilmente il saggio su Verdi – pubblicato nella raccolta Against the Current (1979) – in cui la distinzione tra naiv e sentimentalisch proposta da Schiller diviene la chiave di volta di una ricostruzione dello “spirito” delle opere del grande compositore e del suo rapporto con le idee politiche che animano il risorgimento italiano. Per Berlin, Verdi era “un genio divino che creava in modo naturale come facevano Omero e Shakespeare”.

Con il passare degli anni, la passione per la musica diviene anche uno degli aspetti più importanti della vita pubblica dello studioso. Frequentatore da sempre di concerti e festival in tutta Europa, Berlin si afferma progressivamente anche come punto di riferimento di una delle più prestigiose istituzioni del suo paese, la Royal Opera House del Covent Garden, del cui Board è uno dei membri più influenti. In tale veste, come ricorda il suo biografo Michael Ignatieff, egli propone instancabilmente cantanti, repertori e conduttori. La partecipazione agli eventi della stagione musicale londinese è l’unica costante degli ultimi anni della sua vita, cui rimane fedele fin quando la salute glielo consente.

Non è un caso, dunque, che le celebrazioni del centenario tenute a Oxford siano culminate in un concerto del pianista Murray Perahia organizzato dal Wolfson College, di cui Berlin è stato il fondatore e il primo rettore. Come per la filosofia, anche la musica è per Berlin una manifestazione centrale della cultura di un popolo, che può essere compresa soltanto vivendola dall’interno, cercando di entrare in contatto con gli autori e con la sensibilità che essi esprimono.

Nel caso dei compositori contemporanei, questo approccio lo conduce a cercare e coltivare la compagnia di alcuni tra i più grandi musicisti del novecento, di cui diviene in alcuni casi un amico. Di questo aspetto della vita di Berlin c’è un documento nella lettera a Rowland Burdon-Muller, inclusa nel secondo volume dell’epistolario, curato da Henry Hardy e Jennifer Holmes.



Ne viene fuori un ritratto ironico e affettuoso di Shostakovich nel corso di una sua visita nel Regno Unito. Al compositore Berlin si sente evidentemente legato anche dalla comune origine russa, un tratto della sua identità che lo legherà anche a un altro grande della musica del novecento, Igor Stravinsky.

Pur essendo indubbiamente per inclinazione un eclettico – una volpe piuttosto che un riccio – i gusti musicali di Berlin non sono affetto ecumenici. Se Bach è come il “pane quotidiano”, Puccini non è di suo gradimento. Tra i compositori contemporanei – come dice alla conduttrice di “Desert Island Discs” una delle più importanti trasmissioni musicali della BBC – non sopporta quelli che “grattano sui nervi” dell’ascoltatore. Sul jazz poi non ha dubbi, non gli piace per nulla. Al contrario di Kingsley Amis e Philip Larkin, due esponenti della generazione di “giovani arrabbiati” che frequenta Oxford nei primi anni quaranta, non la considera neanche musica.

Oltre che quella dei compositori, Berlin ama anche la compagnia dei musicisti. Tra questi, bisogna ricordare almeno Alfred Brendel, il pianista di origine croata che diviene uno dei suoi amici più cari. Per l’uomo che avrebbe desiderato avere come padre, Brendel suonerà per l’ultima volta il piano nel corso della commemorazione tenuta dopo la scomparsa di Berlin, nel 1997, alla sinagoga di Hampstead a Londra. Un tributo che Berlin avrebbe apprezzato.

Henry Hardy (a cura di), The Book of Isaiah: Personal Impressions of Isaiah Berlin, Boydell Press, London 2009, pp. 368, £ 25.00.


6 giugno 2009

Sul centenario di Isaiah Berlin

 

Cento anni fa, il sei giugno del 1909, nasceva Isaiah Berlin. A quei tempi, la città era parte dell’impero russo. Gli stessi genitori di Isaiah erano ebrei russi, trasferitisi in Lettonia per via degli interessi del padre, che era un commerciante di legname. Ciò spiega perché – pur essendo senza dubbio il più grande filosofo lettone del ventesimo secolo, e come tale celebrato in questi giorni in quella che oggi è una repubblica indipendente – Berlin abbia mantenuto per tutta la vita un legame speciale con la Russia e la sua cultura, di cui c’è una testimonianza costante nei suoi scritti. Anzi, si potrebbe dire che è grazie a lui che i nomi di autori come Herzen o Belinsky sono divenuti familiari anche ai non specialisti di letteratura russa, specie nei paesi di lingua inglese. Che Berlin scrivesse in questa lingua piuttosto che in quella materna è il secondo tratto peculiare dell’identità di questo straordinario intellettuale, uno dei più influenti pensatori liberali del secolo scorso, testimone tra i più acuti delle vicende politiche e culturali che ne hanno segnato – nel bene e nel male – la storia. Dopo qualche anno a Riga, la famiglia Berlin era infatti ritornata in Russia, a San Pietroburgo, ed è in quella città che Isaiah assiste ai disordini e alla violenze di quella che sarebbe diventata la lunga rivoluzione russa. L’aver visto, quando aveva solo sette anni, una folla inferocita trascinare via un ufficiale della polizia zarista, probabilmente per linciarlo, è un’esperienza che lascerà il segno nel piccolo Isaiah. Al punto che, molti anni dopo, quando era ormai un professore a Oxford, ricorderà questo episodio come la prima presa di coscienza del pericolo che il fanatismo rappresenta per la libertà.

Pur essendo tendenzialmente simpatetici con le istanze liberali emerse nella prima fase della rivoluzione, i Berlin si rendono conto presto che il vento sta cambiando e che tira una brutta aria per i possidenti. Oltretutto, il fatto di essere ebrei in un paese che non è certo estraneo ai pregiudizi antisemiti spinge il padre di Isaiah a prendere una decisione che avrà una influenza decisiva sulla vita del figlio, quella di trasferirsi in Inghilterra, che considerava non a torto un paese più stabile, che gli avrebbe consentito di continuare con maggiore tranquillità la propria attività commerciale. Così avviene che Shaia, come lo chiamavano a casa, diviene Isaiah, e intraprende il percorso che lo porterà a essere il primo Fellow ebreo di All Souls e infine il Chichele Professor di Social and Political Theory dell’università di Oxford. Premiato per il suo indiscutibile e precoce talento da un paese che egli riconoscerà sempre come la propria patria di elezione, cui non rinuncerà nemmeno quando gli viene offerta la possibilità di trasferirsi in Israele con la prospettiva di assumere un incarico politico di prestigio.

Se il cuore di Berlin è indissolubilmente legato alla Russia, e in particolare agli ebrei russi, e questo lo spinge a essere un convinto sostenitore del sionismo, la sua mente è invece plasmata dall’esperienza degli studi a Oxford, dove diviene uno degli esponenti di spicco di quella generazione di filosofi che emerge nel dopoguerra come un punto di riferimento del dibattito internazionale. Tra i suoi amici e colleghi ci sono J.L. Austin, H.L.A. Hart, Stuart Hampshire, G.J. Warnock e Peter Strawson. Un ambiente eccezionalmente stimolante, nel quale Berlin si distingue sin dall’inizio non solo per il talento filosofico, ma anche per l’inusuale varietà dei suoi interessi.

A Oxford, nel 1958, egli tiene la sua lecture inaugurale come Chichele Professor, che viene pubblicata l’anno dopo. Si tratta di ‘Two Concepts of Liberty’, considerata ancora oggi un classico del liberalismo. Riprendendo la classica distinzione tra due sensi di libertà, Berlin la impiega come la chiave di volta per interpretare lo sviluppo del pensiero liberale e per ricostruirne gli esiti. Da un lato c’è la libertà negativa, che consiste nel non essere impediti nel fare qualcosa, dall’altro quella positiva, che può essere intesa sia come autocontrollo, sia come la capacità di agire in accordo con quel che richiede la ragione. In questa seconda versione essa è tuttavia vulnerabile all’accusa di condurre a esiti che possono entrare in conflitto con la libertà negativa. Se, infatti, si adotta una concezione della ragione che pone l’accento soprattutto sulla sua dimensione collettiva e universale – come fanno gli idealisti – si può arrivare a sostenere che è appropriato costringere una persona a essere libera. Limitare la sua libertà negativa per promuovere quella positiva.

In questa, che egli vede come una possibile distorsione del concetto di libertà, Berlin individua una delle cause dell’emergere di tendenze totalitarie all’interno di un movimento intellettuale, come quello socialista, ispirato dal desiderio di emancipazione delle persone. La libertà positiva interpretata in questo modo è il fondamento della pretesa dei comunisti di essere i difensori di una concezione diversa – reale piuttosto che formale – della libertà. A tale pretesa Berlin si oppone con una determinazione straordinaria, cui probabilmente non è estranea la conoscenza diretta delle condizioni di vita nella Russia Sovietica, dove si trovano ancora alcuni dei suoi parenti. Di recente questo profilo dell’impegno intellettuale di Berlin ha spinto alcuni studiosi a classificarlo – con Popper e Aron – tra i “Cold War Liberals” che hanno difeso le ragioni della società aperta.

Sempre nel saggio del 1958 c’è l’altra idea per cui Berlin è oggi considerato un classico del liberalismo: il pluralismo dei valori. In quello scritto, infatti, il possibile conflitto tra due diverse interpretazioni della libertà diviene l’occasione per sottolineare che è unillusione pensare che sia possibile comporre tutti i valori in un insieme coerente, in modo che essi siano congiuntamente soddisfatti.

Immaginare una società perfetta in cui non c’è conflitto tra diverse interpretazioni della libertà, oppure tra libertà e eguaglianza, o tra soddisfazione dei desideri di ciascuno e giustizia, è indulgere in un sogno che può facilmente trasformarsi in un incubo. Questa, per Berlin, è la ragione per cui una società decente deve necessariamente riconoscere e tutelare una sfera di libertà negativa all’interno della quale ciascuno possa perseguire i propri progetti di vita al riparo dalle interferenze altrui, anche quando queste sono giustificate richiamando il bene comune.
Un ideale, questo del liberalismo pluralista di Berlin, che conserva la sua attualità anche oggi, che la società aperta è minacciata anche dall’interno, in particolare da chi sostiene che la libertà negativa è un lusso che non possiamo più permetterci.

Pubblicato su Il Riformista il 6 giugno 2009


23 novembre 2008

L'epistolario di Isaiah Berlin

 


Che Isaiah Berlin fosse un conversatore brillante è noto. Chiunque lo ha incontrato, anche una volta soltanto, non mancava di rimanere colpito dal modo in cui lo studioso britannico incantava i propri ascoltatori, che finivano per essere come ipnotizzati dal tono inconfondibile della sua voce. La profondità del timbro, il ritmo incalzante delle frasi, la capacità di caratterizzare con un aggettivo appropriato o una metafora eloquente libri e pensatori, uomini politici e dame del bel mondo. Non c’è da sorprendersi, dunque, se alla sua morte più d’uno, tra coloro che l’hanno commemorato, ha ipotizzato che la conversazione è probabilmente l’aspetto della personalità di Berlin che sarebbe stato rimpianto maggiormente, sia da chi gli voleva bene sia da chi lo conosceva solo per averne ascoltato una conferenza o seguito una lezione. A distanza di più di un decennio dalla scomparsa – e mentre si avvicina il centenario della nascita – l’ipotesi ha trovato conferma. In larga misura grazie all’impegno e alla dedizione di Henry Hardy, il curatore del lascito letterario di Berlin, l’eco di quella conversazione affascinante non è del tutto spenta. Essa infatti continua ad affiorare di tanto in tanto dalle pagine degli inediti pubblicati in questi anni.

Una delle testimonianze più significative delle doti di questo “captivating conversationalist” – per riprendere la felice formula impiegata da Alan Ryan – si trova nella corrispondenza. Per noi è difficile immaginare che scrivere lettere potesse avere un ruolo così importante nella vita delle persone. Eppure è evidente che per Berlin e i suoi interlocutori fosse un’attività dal fascino irresistibile. Pettegolezzi accademici e sentimentali, divagazioni letterarie e riflessioni filosofiche sono il tessuto connettivo di un epistolario monumentale, di cui è uscito per il momento soltanto il primo volume, che si annuncia come uno dei più ricchi e interessanti della seconda metà del novecento. Oggi finalmente una selezione dal primo volume di tale epistolario appare in italiano per i tipi di Adelphi, che ha già pubblicato buona parte delle opere di Berlin. Anche se, rispetto all’edizione originale, questa si presenta piuttosto come un’antologia i lettori non avranno di che lamentarsi. Ci sono pagine memorabili, come quelle dedicate al primo viaggio in Palestina, oppure quelle in cui si manifesta il progressivo deterioramento dei rapporti con Adam von Trott. L’aristocratico tedesco, che Berlin aveva conosciuto a Oxford, era accusato dallo studioso di acquiescenza nei confronti del nazismo per essere ritornato in Germania accettando un lavoro nella diplomazia del terzo Reich. La rottura con von Trott ha continuato a tormentare Berlin per tutta la vita. Infatti, qualche anno dopo aver accettato l’incarico, von Trott fu arrestato e condannato a morte dal regime per aver partecipato al complotto contro Hitler. Nelle lettere tradotte in italiano il tormento di Berlin per quello che avverte come il “tradimento” dell’amico è evidente nell’insolita severità con cui ne scrive. In effetti, quella dell’amicizia tra von Trott e Berlin è una vicenda tanto affascinante da aver ispirato di recente perfino un romanzo, The Song Before it is Sung, di Justin Cartwright (Bloomsbury, London 2007).

D’altro canto non stupisce che Isaiah Berlin non fosse disposto a concedere attenuanti a chi collaborava con il nazismo, anche se diceva di farlo per promuovere la causa della pace. In particolare la corrispondenza con i genitori mostra quanto profonda fosse per il giovane Isaiah, ebreo emigrato dalla Russia, la consapevolezza della propria identità e la sensibilità al destino del popolo di Israele. A tal proposito, oltre a quelle scritte durante il viaggio in Palestina, sono di grande interesse le lettere che testimoniano la maturazione di una coscienza nazionale da parte di Berlin che lo porta, negli anni del soggiorno statunitense durante la seconda guerra mondiale, a impegnarsi in modo sempre più deciso in favore del movimento sionista.

Tuttavia, sbaglierebbe chi pensasse che le lettere di Berlin hanno un interesse esclusivamente storico. Nei momenti migliori esse ricordano la prosa del giovane Evelyn Waugh, e il divertimento è assicurato.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 23 novembre 2008

Isaiah Berlin, A gonfie vele, a cura di Henry Hardy, edizione italiana a cura di Flavio Cuniberto, Adelphi, Milano 2008, pp. 380.


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