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il blog di Mario Ricciardi


Diario


7 novembre 2009

Fini e il futuro della libertà

Devo confessare che provo simpatia per Gianfranco Fini. Si tratta di un sentimento che non ha a che fare con la politica in senso stretto. Non ho mai votato per il Movimento Sociale, e nemmeno per Alleanza Nazionale. Credo che la mia disposizione nei confronti di Fini sia nata all’inizio degli anni novanta. A quei tempi tra le mie conoscenze c’erano diverse persone che militavano nel Fronte della Gioventù o frequentavano i gruppi della “Nuova Destra”. Ricordo che tra questi ragazzi ce ne furono molti che salutarono con entusiasmo l’elezione a segretario del Movimento Sociale di Pino Rauti, che questi giovani di destra consideravano non solo un grande leader politico, ma anche un intellettuale di statura europea, se non mondiale. Del povero Gianfranco Fini dicevano per lo più male: scialbo, privo di personalità, più vecchio dei suoi anni, un figlioccio di Almirante che non ha lo spessore politico di Rauti.

Credo sia stato allora che ho sentito per la prima volta la storia dei berretti verdi, che questi giovani militanti raccontavano a prova ulteriore del discutibile profilo politico del loro ex segretario. Mi dicevano che Fini aveva aderito alla “Giovane Italia” alla fine degli anni sessanta per reazione, perché un gruppo di estremisti di sinistra della sua città natale gli aveva impedito di entrare a vedere quello che forse è il peggior film di John Wayne, Green Berets. Lo stesso Fini ha raccontato questo episodio in un intervista molti anni dopo: «Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva John Wayne, tutto qui». Tutto qui? Beh, non era mica poco. A quei ragazzi di destra non piaceva affatto John Wayne. Come non piacevano gli Stati Uniti e il Regno Unito (al massimo dichiaravano simpatia per gli irlandesi, ma di solito senza parlarne la lingua). Rifiutavano l’Occidente “decadente” e ne disprezzavano il liberalismo. Per loro il libero mercato era una cosa disgustosa, e Ezra Pound un pensatore economico molto più grande di Adam Smith o di Keynes.

Anche a me piaceva John Wayne, e forse proprio per questo non riuscivo a sentirmi del tutto a casa mia nel Partito Comunista, per il quale avevo votato appena acquisito il diritto di farlo. Lo avevo fatto da liberale di sinistra che aveva una certa fiducia nell’evoluzione di quel partito e che si fidava delle sue credenziali riformiste. Da qui la simpatia per quel quarantenne – perché tale era Fini all’inizio degli anni novanta – che si era avvicinato alla politica per via del Ringo di Stagecoach e non di Julius Evola. Questa confessione iniziale spiega la curiosità che avevo per il nuovo libro di Gianfranco Fini, e la parziale delusione che ho provato leggendolo.

Partiamo dalla curiosità. Ormai da qualche anno Fini sta cercando di darsi un nuovo profilo politico. Dopo aver traghettato il Movimento Sociale fuori dalla palude in cui lo confinava la rivendicazione di continuità con il fascismo, per approdare a una destra democratica omogenea con quelle che ci sono in altri paesi europei, l’attuale presidente della Camera ha cominciato a lavorare a un progetto di medio periodo. Lo stesso titolo di questo libro ne è forse un segnale: Il futuro della libertà. Che probabilmente vuol dire anche il futuro del Popolo della Libertà finalmente senza l’ipoteca di Berlusconi, della sua personalità straripante e del suo conflitto di interessi dilagante. Un partito che a questo punto sarà costretto a fare a meno del carisma del fondatore, della sua capacità senza pari di mobilitare persone e risorse per i propri scopi, e che quindi avrà bisogno di una leadership politica di tipo più tradizionale. Che ha anche una piattaforma ideale e un progetto di lungo periodo per il paese. Da questo punto di vista, ho trovato diverse cose in questo libro che sono degne di nota, alcune che sono condivisibili, molte di cui vale la pena di discutere.

C’è una chiara scelta di campo per una destra liberale di tipo classico, che difende la libertà negativa come premessa indispensabile di quella che l’autore, riprendendo un’espressione di Ralf Dahrendorf, chiama la “libertà attiva”. Una libertà che richiede l’autocontrollo e la disciplina necessarie per sviluppare al meglio le proprie capacità e per cogliere le opportunità che il mondo ci mette a disposizione. Le riflessioni sul sessantotto e quelle sul consumo di droghe fanno capire che per Fini il futuro della libertà non sta nella licenza. In linea generale – il libro è scritto come una lettera ai ragazzi nati nel 1989, per cui lo stile e l’approfondimento dei temi sono quelli adatti all’interlocutore medio cui si rivolge – è l’insistere sulla libertà positiva che caratterizza più spiccatamente la proposta ideale dell’autore, e che ne segna anche la differenza rispetto alle prospettive di una destra libertaria o individualista.

A tal proposito, sarebbe stato interessante se l’autore avesse speso qualche parola in più su quelle che evidentemente considera distorsioni della libertà negativa. In un libro che si rivolge ai ventenni, e che non disdegna riflessioni morali oltre che politiche, è curioso che non si parli di sesso. Eppure una delle manifestazioni più evidenti dei guasti che la libertà intesa come licenza può produrre, e sta producendo, nella nostra società, ha proprio a che fare con il modo di intendere il sesso. A questo proposito le riflessioni di Roger Scruton, un filosofo conservatore che Fini mostra in questo libro di apprezzare, avrebbero offerto spunti significativi. Tra l’altro, su questo terreno, una persona che implicitamente si candida alla leadership della destra post-Berlusconi avrebbe modo di approfondire un confronto con i cattolici e con la Chiesa. Un mondo che in questo momento guarda a Fini con diffidenza per via della sua adesione convinta – in questo libro riaffermata con forza – a una concezione non confessionale della politica e del governo.

Rimane una delusione. L’autore di questo libro parla di politica e delle proprie idee, ma non dice quasi nulla del percorso politico e intellettuale che – passando per Giorgio Almirante – lo ha portato da John Wayne a John Stuart Mill. Peccato. Sarebbe stato interessante capire quali esperienze, quali letture, quali riflessioni hanno innescato la trasformazione del capo di un partito post-fascista in un conservatore liberale che aspira a un futuro di libertà.

Pubblicato su Il Riformista il 7 novembre 2009

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