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il blog di Mario Ricciardi


Diario


31 ottobre 2010

L'ermeneutica di Marchionne

Lavoro e giustizia

Negli ultimi giorni alcune delle migliori intelligenze del paese si sono misurate con il non facile compito di decifrare qualche minuto di un’intervista televisiva all’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Ogni parola è stata soppesata. Perfino la pronuncia, tipica di chi vive a cavallo tra due lingue, è stata oggetto di attenta disamina. C’è chi ha proposto un’interpretazione minimalista: “si è limitato a dire come stanno le cose”. Altri, invece, si sono avventurati sul terreno scivoloso dell’ermeneutica dell’allusione: che voleva dire Marchionne quando ha pronunciato la frase sulla Fiat che avrebbe fatto meglio senza l’Italia? Intendeva sondare il terreno per un annuncio? Fare una velata minaccia a un imprecisato interlocutore?

 

Riguardando l’intervista, mi sentirei di escludere che la frase in questione fosse “dal sen fuggita”. Sembrava piuttosto un segnale lanciato consapevolmente da un consumato e abile mediatore che è impegnato in una difficile trattativa con una controparte riottosa, che potrebbe facilmente perdere il controllo facendo un passo falso. Marchionne sa bene – come chiunque altro – che non è immaginabile che la Fiat chiuda di punto in bianco la baracca e trasferisca tutte le proprie attività all’estero. Ma usa un dato contabile – che per altro potrebbe essere letto in modi diversi, non tutti ugualmente lusinghieri per l’attuale management dell’azienda – per lasciar intendere che l’opzione è tra quelle sul tavolo. Per vedere, come dice la canzone, l’effetto che fa.

 

Se questa era l’intenzione, dal punto di vista di Marchionne l’intervista è stata un successo. La reazione nervosa di Epifani, le divisioni ancora una volta emerse nel Pd tra chi cerca di mantenere aperto un canale con la Cgil e chi invece preferisce ascoltare le voci che provengono dalla grande impresa, le caute e poco convinte prese di distanza da parte di alcuni esponenti del governo, hanno verosimilmente dato all’amministratore delegato della Fiat una misura affidabile dei rapporti di forze nel confronto in atto in questo paese sulle regole del lavoro. Marchionne ha avuto la conferma che le tensioni emerse nel mondo sindacale sulle scelte della Fiat non saranno superate grazie alla mediazione di partiti di riferimento, perché non ci sono più questi partiti. Per quel che riguarda in particolare la Cgil, questa condizione di solitudine accentua le difficoltà dei riformisti, che troveranno sempre più difficile resistere alle pressioni di chi vorrebbe trovare nuovi riferimenti politici a sinistra del Pd. A prescindere da ciò che questo slittamento verso la sinistra radicale comporterebbe per gli esiti della prova di forza con la Fiat, penso che esso provocherebbe il crollo finale di uno dei pilastri su cui si sono rette per decenni le relazioni industriali in questo paese.

 

Non credo che sarebbe un cambiamento per il meglio. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una straordinaria trasformazione dell’economia mondiale che ha avuto importanti conseguenze per il lavoro. La progressiva liberalizzazione dei commerci ha aperto i mercati dei paesi più affluenti alle merci a basso prezzo provenienti da quelli in cui il costo del lavoro è più basso perché, tra le altre cose, ci sono meno tutele per i lavoratori. Ciò ha messo sotto pressione le imprese che operavano in contesti in cui ci sono più garanzie per i dipendenti. Mano a mano che quelli che un tempo erano paesi poco sviluppati procedono sulla strada dell’industrializzazione e dell’apertura ai capitali stranieri, per queste imprese il trasferimento delle attività diventa un’opzione sempre più appetibile rispetto all’alternativa di rimanere dove il costo del lavoro è più alto.

 

Secondo i difensori della libertà dei commerci questo non è un grave problema perché nei paesi sviluppati la perdita di posti di lavoro viene compensata da nuove opportunità. Tuttavia, come ha osservato Joseph Stiglitz, questa compensazione non avviene necessariamente, e comunque non riguarda tutte le persone che hanno perso il lavoro. Chi non ha le capacità per muoversi verso un impiego che richiede una specializzazione maggiore può perdere il lavoro senza trovarne un altro. Temendo di trovarsi in una situazione del genere, i lavoratori meno qualificati, anche nei paesi più sviluppati, hanno una maggiore propensione ad accettare condizioni peggiori – ad esempio riduzioni del salario o dei benefici – pur di mantenere il posto di lavoro. Tenendo conto di questo sfondo, ciò che accade alla Fiat acquisisce un rilievo più generale. Se c’è la possibilità che un gruppo sociale sia più svantaggiato di altri dagli effetti della liberalizzazione dei commerci avvenuta in questi anni non si pone un problema di giustizia che richiede una risposta? Non ci sarebbe dunque in questo caso materia per una discussione seria e approfondita nel Pd?

 

Pubblicato su Il Riformista 31 ottobre 2010


19 luglio 2009

Giudici Globali?



Nel concludere le sue osservazioni su un libro recente di Sabino Cassese che discute l’emersione e la crescente importanza delle giurisdizioni internazionali, Sergio Romano osserva che il fenomeno di cui si occupa lo studioso, che attualmente è uno dei membri della Corte Costituzionale del nostro paese, pone problemi di grande rilievo per le democrazie. C’è, si chiede Romano, il rischio che esse si trasformino in “jurecrazie”? La questione non è affatto peregrina, ed è stata già sollevata in modo autorevole da diversi studiosi. Per fare solo l’esempio degli Stati Uniti, la domanda se la sono posta sia un giudice di orientamento conservatore come Robert Bork sia un costituzionalista progressista come Cass Sunstein. Pur con accenti diversi, entrambi hanno sottolineato che il problema della legittimità del diritto – che le democrazie tradizionalmente hanno risolto, almeno in linea di principio, attraverso i meccanismi della rappresentanza – è destinato a risorgere qualora si accettasse l’idea che ci sono giurisdizioni che applicano regole che non sono state deliberate da alcun parlamento, e che talvolta sono soltanto il prodotto del ragionamento dei giudici a partire da standard formulati in maniera vaga e spesso niente affatto perspicua. Tra le righe dell’intervento di Romano si legge lo scetticismo di un conservatore che diffida di poteri che non rispondono a nessuno e a cui non corrispondono contrappesi istituzionali che siano in grado di moderarne gli eccessi. Si tratta di una perplessità condivisibile. Non è certo nostra intenzione negare che la ricostruzione proposta da Cassese sia persuasiva, e che il fenomeno che egli descrive sia destinato a segnare una genuina trasformazione nel nostro modo di pensare il diritto. Ciò che ci pare meriti l’attenzione di chi ha a cuore le sorti del liberalismo non è il fatto illustrato da Cassese, ma le conseguenze che ne traggono alcuni. Anche chi crede che ci sono standard morali non soggettivi per valutare la bontà del diritto positivo – e molti liberali ne sono convinti – ha un sussulto al pensiero che le proprie vicende personali siano decise da giudici che non rispondono a nessuno. Specie quando essi sono, come accade normalmente, persone che hanno una preparazione esclusivamente tecnica che li rende probabilmente del tutto inadatti a una funzione che richiederebbe oltre che sapere anche saggezza. Un grande giudice britannico del diciassettesimo secolo, sir Edward Coke, difendeva le prerogative della giurisdizione contro quelle del sovrano richiamando il carattere di “ragione artificiale” del diritto. Tuttavia, i giudici di cui Coke prendeva le parti contro la pretesa di Giacomo I di essere l’unica fonte del diritto positivo si alimentavano della grande tradizione filosofica del diritto naturale e cercavano di non perdere mai di vista “la natura delle cose”. Oggi i sistemi con cui si selezionano i giudici non sono necessariamente i più adatti a coltivare l’equilibrio e la cultura che sarebbero necessarie per l’ideale che aveva in mente Coke. In tali circostanze, la prudenza suggerisce di tenersi leggi imperfette e giudici delle competenze limitate.

Pubblicato su Il Riformista il 19 luglio 2009

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