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il blog di Mario Ricciardi


Diario


19 marzo 2011

La decisione sul crocifisso

Una sentenza memorabile?

Prima di lasciarsi andare al giubilo o al disappunto, la decisione della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativa al caso Lautsi e altri contro Italia andrebbe letta con attenzione nella sua versione integrale. Dire che si tratta di una “vittoria storica”  come hanno fatto ambienti del Vaticano appare francamente eccessivo. La questione su cui i giudici dovevano pronunciarsi non era affatto formulata in modo semplice, tale da ammettere una risposta che si lasci tradurre immediatamente in una chiara indicazione di principio. Le norme invocate dagli avvocati della signora Lautsi per sostenere che il Governo italiano avrebbe dovuto rimuovere il crocefisso dall’aula della scuola di Abano Terme frequentata dai suoi figli erano tre, e riguardano il diritto all’istruzione (art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9 della Convenzione) e il divieto di discriminazione (art. 14 sempre della stessa Convenzione). La questione relativa alla terza è stata ritenuta dai giudici assorbita dalla risposta data alle prime due, sulla base dell’argomento che l’art. 14 non prevede un divieto generale di discriminazione, ma si applica esclusivamente ai diritti riconosciuti dalla Convenzione. Se non c’è violazione del diritto all’istruzione e della libertà di pensiero, di coscienza e di religione – così hanno ragionato i giudici – non si pone il problema di una discriminazione. Per quel che riguarda gli altri articoli invocati dalla ricorrente, la Grande Camera afferma che la presenza del crocefisso in aula non è una lesione del diritto all’istruzione o della libertà di pensiero, di coscienza e di religione dei figli della signora Lautsi perché non c’è ragione di ritenere che l’esposizione a un simbolo religioso abbia tale effetto. La percezione personale della ricorrente non sarebbe sufficiente – sempre a detta dei giudici – per trarre una conclusione affermativa. Un’affermazione che ovviamente si potrebbe contestare alla luce di quanto avviene in altre giurisdizioni. Basti pensare a decisioni come quella del caso Allegheny della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Di grande interesse è la ricostruzione articolata, da parte dei giudici, della storia della legislazione e dei precedenti, sia italiani sia di altri paesi europei, sull’esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici. Da cui si evince che tra i paesi che hanno aderito alla Convenzione non c’è affatto un orientamento unitario in materia. C’è chi la esclude, chi la prescrive (come fa un regolamento nel caso del crocefisso nella aule scolastiche italiane) e chi lascia fare senza avere una posizione ufficiale. In ogni caso, è questo potrebbe sorprendere, l’idea che gli spazi pubblici non debbano ospitare simboli che potrebbero suggerire una preferenza per una particolare religione, o denominazione, non appare affatto maggioritaria nell’area in cui si applica la Convenzione. Circostanza confermata dal fatto che il ricorso presentato dal Governo Italiano contro la decisione di primo grado è stato sostenuto anche dai rappresentanti di altri paesi, che hanno chiesto di far sentire le proprie ragioni. Leggendo questa parte della decisione si capisce che la Grande Camera ha ritenuto di non entrare in una questione controversa, rimandando alle scelte dei singoli paesi la valutazione di come trattare i simboli religiosi. Questo atteggiamento agnostico non esclude comunque il controllo della Corte nella sua sfera di competenza. Per esempio, come nel caso in oggetto, per accertare se vi fosse un qualche tipo di indottrinamento degli studenti non cattolici. La Grande Camera ha concluso che l’esposizione a un simbolo non è sufficiente perché vi sia indottrinamento. Non ha enunciato un principio generale in materia di laicità o di identità cristiana dell’Europa.

Un altro profilo della decisione che vale la pena di sottolineare è che essa non esprime particolare considerazione per l’argomento della “tradizione” avanzato dal Governo Italiano. Al contrario, pur riconoscendo che i paesi possono sostenere e promuovere una particolare tradizione, afferma che ciò non li esime dal rispettare le disposizioni contenute nella Convenzione. Insomma, il crocefisso può rimanere nelle aule italiane in quanto, per i giudici, non costituisce di per sé una violazione delle norme a tutela dei diritti umani, non certo perché è «un simbolo irrinunciabile della storia e dell’identità culturale» italiana, come ha affermato il ministro Gelmini.

Pubblicato su Il Riformista il 19 marzo 2011


15 ottobre 2010

Sulla riforma dell'università

La riforma dell’università è finita su un binario morto? C’è chi se ne duole e chi se ne compiace, ma ormai sono in tanti a pensarlo. Le voci di una fine anticipata della legislatura si fanno più insistenti da qualche giorno e – se si votasse davvero a marzo, come dicono alcuni – gli spazi di manovra per l’approvazione di un provvedimento controverso, che inciderebbe profondamente sulla vita degli atenei italiani, sarebbero esigui. In campagna elettorale si tende normalmente a sfruttare qualunque appiglio per mettere in difficoltà l’avversario, e quella cui stiamo probabilmente andando incontro potrebbe essere una delle peggiori della storia recente. Chi vuole portare a casa lo scalpo del premier ha tutto l’interesse a impedire che egli possa vantarsi di aver riformato, dopo diversi tentativi, l’università di questo paese. Persino all’interno della maggioranza potrebbe esplodere il malcontento per questa o quella scelta di fine legislatura del governo, e gli scontenti troverebbero nella riforma un bersaglio facile e vantaggioso. Anche perché, non dobbiamo dimenticarlo, essa è associata nel bene e nel male con il ministro che l’ha proposta. Se la riforma viene approvata, il peso di Maria Stella Gelmini nel PdL potrebbe crescere molto. Una prospettiva che alcuni esponenti di quella formazione, e forse anche alcuni alleati, potrebbero trovare poco attraente.

 

Dalla prova di forza con Tremonti sulla questione dei fondi da destinare all’assunzione di nuovi professori associati (in un primo tempo si era detto 9000 in 6 anni, poi 4500 in 3) la Gelmini non è uscita bene. Tra le righe della sua dichiarazione di mercoledì sera, subito dopo l’incontro di Berlusconi con il ministro dell’economia, si legge il disappunto per aver dovuto rinunciare a un provvedimento che poteva dare ossigeno alle università che corrono il rischio di trovarsi con un corpo docente ridotto dai pensionamenti e senza la possibilità di sostituire chi lascia per via delle misure prese per portare sotto controllo la spesa pubblica. Tra l’altro, vale la pena di ricordare che era stata proprio la Gelmini a intervenire a “furor di popolo” (e a concorsi già banditi) cambiando le regole per diminuire il “potere dei baroni”. Ora che, più o meno a due anni di distanza dal decreto che sospendeva le procedure di selezione, le nuove regole ci sono, l’ostacolo posto da Tremonti è una sconfitta dura da digerire, che oltretutto corre il rischio di avvalorare le critiche di chi sostiene che approvare la riforma senza lo stanziamento di nuove risorse potrebbe affossare l’università pubblica invece di aiutarla a rialzarsi e spingerla a procedere più spedita. Sui fondi per i nuovi associati la Gelmini verosimilmente contava anche per disinnescare – o almeno ridimensionare – le proteste dei ricercatori che in diversi atenei hanno scelto di astenersi dalla didattica (che, sulla base della legge attuale, non rientra tra i loro compiti, e per la quale spesso non vengono retribuiti).

 

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi se la mancata approvazione della riforma sarebbe un male o un bene. Non c’è dubbio che è necessario dare nuovo slancio all’università. Dalle procedure di reclutamento, al governo degli atenei, fino alla distribuzione delle risorse, sono molte le cose che funzionano male e vanno messe a posto per non restare indietro rispetto ai paesi più avanzati. Su questi punti centrali la riforma interviene cercando di mettere ordine. Si stabilisce un percorso di ingresso alla carriera accademica che passa attraverso contratti a tempo determinato e continua con un giudizio nazionale di idoneità al quale segue la chiamata da parte delle università dei professori, che passerebbero in questo modo al tempo indeterminato, la “tenure”. Si prevedono forme di valutazione più stringente dell’operato dei docenti, che dovrebbero essere ancorate anche a indici non soggettivi, come il numero di pubblicazioni nelle riviste più prestigiose o la partecipazione a ricerche. Nella stessa prospettiva si modifica anche il sistema del finanziamento pubblico, rendendolo più sensibile ai risultati ottenuti dalle diverse strutture, in modo da premiare i migliori. Si cambia l’organizzazione interna degli atenei riducendo le facoltà, potenziando la figura del direttore generale, che diventa un manager, e differenziando le funzioni tra senato accademico e consiglio di amministrazione, che sarebbe composto al quaranta per cento da consiglieri esterni all’università stessa. Bisogna riconoscere che la Gelmini è riuscita progressivamente a mettere insieme un disegno organico. Anche grazie ai consigli che verosimilmente devono esserle arrivati dallo stesso mondo accademico, verso il quale nel tempo il ministro sembra diventata meno diffidente, e al contributo decisivo in aula di esponenti della maggioranza come il relatore al senato Giuseppe Valditara, si è delineato un compromesso tra libertà delle università e controllo pubblico che potrebbe almeno porre fine a un lungo periodo di incertezze e estenuanti fibrillazioni che hanno profondamente logorato il clima all’interno dell’università italiana abbassando il morale di chi vi lavora.

 

Certo se si pensa al tempo medio di una procedura di reclutamento nel Regno Unito quelle disegnate dalla riforma non sembrano particolarmente spedite. Neppure sembra condivisibile l’entusiasmo un po’ eccessivo che il ministro a volte ha manifestato per l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione delle università. In un paese dove i conflitti di interesse sono endemici – e lasciano buona parte della popolazione indifferente – la presenza di persone che non hanno le idee chiare sullo scopo delle università potrebbe in certi casi rivelarsi una pessima idea. Si è avuto talvolta l’impressione che il modello che ispirava il proposito di riformare l’università, soprattutto nelle prime fasi, fosse quello di certe “Business School”. Istituzioni lodevoli di cui nessuno ha intenzione di mettere in discussione l’importanza e l’utilità, ma che sarebbe avventato prendere come paradigma cui ogni realtà accademica dovrebbe uniformarsi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2010 


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18 settembre 2009

Intervista a Giorgio Israel

Giorgio Israel è uno storico della matematica. Studioso di fama internazionale, di recente uno dei siti web che raccolgono gli umori della protesta contro la Gelmini lo ha descritto come il “puparo” del ministro della pubblica istruzione. L’espressione poco benevola – e il riferimento a Marco Biagi che la segue nello stesso post – rivelano un atteggiamento preoccupante da parte di alcuni contestatori nei confronti di un intellettuale libero, che in questi anni ha molto riflettuto sui problemi della scuola e dell’università. Proprio di università abbiamo parlato con Israel, per avere la sua opinione su alcuni dei punti toccati dal decreto in preparazione.

Professor Israel, secondo le anticipazioni, il decreto sull’università che il ministro Gelmini sta per proporre dovrebbe diminuire drasticamente il ricorso a docenti a contratto. Perché si è reso necessario questo provvedimento?

La situazione non è omogenea. Vi sono università o facoltà che ricorrono poco o niente ai contratti d’insegnamento. Al contrario, altre vi fanno ampio ricorso. È noto che in certi casi si bandisce un gran numero di contratti pagati vergognosamente poco: fino a poche centinaia di euro lordi per un corso di sessanta ore. Ciò rappresenta comunque uno sperpero inaccettabile di denaro al solo scopo di tenere in piedi un gran numero di lauree, sfruttando le speranze di chi si illude che facendo un corso universitario acquisirà un titolo di benemerenza per un posto fisso. È un malcostume che deve essere stroncato. La riduzione dei corsi di laurea è necessaria e salutare, e spesso può essere indolore in quanto realizzata col semplice taglio dei contratti di insegnamento.

Nei giorni scorsi il ministro ha affermato che il 3 + 2 è fallito e che bisogna eliminarlo. Eppure c’è chi sostiene che il problema non è la formula adottata, che ha funzionato e funziona bene altrove, ma il modo in cui è stata distorta dalle università. Oltretutto, queste avevano a che fare, a loro volta, con datori di lavoro, in particolare le stesse pubbliche amministrazioni, che non hanno capito il senso e l’utilità delle lauree brevi. Forse era il caso di aspettare ancora prima di dichiarare fallimento. Non è presto per tornare indietro?

Su questa questione sovrasta una grande bugia che si riassume nello slogan: «ce lo ha chiesto l’Europa». Non è vero. Le indicazioni di Bologna e di Lisbona, evocate quando si tratta di affermare l’assoluta necessità di certe innovazioni – come l’introduzione della terna conoscenze/competenze/abilità – sono iniziative unilaterali e “private”, destituita di qualsiasi valore normativo. Noi abbiamo scelto di aderire all’indicazione del 3 + 2 (laurea triennale seguita dalla laurea specialistica, ora magistrale). Potevamo non farlo, come non lo hanno fatto altri paesi. Penso che sia difficile trovare qualcuno disposto a difendere il 3 + 2, salvo chi l’ha introdotto. Vorrei ricordare che, in precedenza, si pensò di introdurre un diploma biennale, che sarebbe stata un’ottima soluzione per un profilo professionale pratico di ambizioni realistiche. Si è scelta un’altra strada. La laurea triennale è una via di mezzo che non corrisponde a quasi nessuno sbocco professionale, non ha senso e non è utile. Chi farebbe costruire un ponte a un laureato triennale, gli affiderebbe una causa o ne farebbe un insegnante? Persino per fare il farmacista non si ritiene sufficiente la laurea triennale. Il risultato è che quasi tutti gli studenti proseguono con la specialistica e conseguono alla fine una preparazione che è al più uguale a quella che si otteneva con la quadriennale, spesso è inferiore, pagando il prezzo di un anno in più. Difatti, mentre con la quadriennale si seguivano corsi annuali o semestrali che consentivano una preparazione approfondita e solida, ora tutto si disperde in una miriade di corsi al più trimestrali, talora di poche ore, il che porta lo studente a un agitarsi isterico di esame in esame senza riuscire ad assimilare niente altro che spolverature di nozioni. Finita la triennale, un buon pezzo della specialistica (o magistrale) serve e colmare le carenze pregresse, col risultato che si perde un anno per ottenere meno di quel che si otteneva con quattro. Questo lo sanno tutti, è vox populi. Che poi alcune università si siano comportate male, moltiplicando lauree e corsi e frammentandoli, è vero. Ma anche nei casi in cui questo non è stato fatto gli inconvenienti sono rimasti, e potrei fare esempi. Peraltro quel malcostume è stato stimolato da una formula strutturalmente sbagliato e condita dal perverso sistema dei crediti che hanno trasformato i corsi e gli esami in un autentico mercato delle vacche («vengo al suo seminario se lei mi da tot crediti»). Tornare indietro? Se si chiedesse ai professori universitari cosa pensano del 3 + 2 la risposta maggioritaria sarebbe «ne penso male», se si chiedesse loro di tornare indietro la risposta unanime sarebbe «mai e poi mai». Chi ha voglia di rimettere mano a tutto il sistema dopo aver passato anni a impazzire dietro la costruzione di lauree, a calcolare crediti, a definire percorsi e corsi? Anche questo – aver costretto ai docenti a un avvilente lavoro da burocrati distogliendoli dalle loro funzioni prioritarie – è stato una delle imperdonabili colpe di questo sistema che ha fatto emergere i peggiori – quelli che hanno la voluttà della “gestione” – a scapito dei migliori, quelli che vogliono soprattutto insegnare e far ricerca.

Sempre leggendo le anticipazioni relative ai contenuti del decreto si ha l’impressione che si prospetti un sistema centralizzato, in cui il ministero controlla, programma, autorizza e decide cosa è meglio per ciascuno. Nei paesi che hanno le università migliori del mondo le cose non funzionano in questo modo. Come mai qui è necessario tornare a un sistema che sembra ispirato da una concezione paternalista piuttosto che liberale della società?

Di quali paesi parliamo? Tutti i sistemi europei sono in prevalenza statali e talora funzionano ancora bene. Gli Stati Uniti sono un altro mondo e ogni confronto è impossibile. Va anche detto – tanto per uscire dai luoghi comuni politicamente corretti – che storicamente i sistemi pubblici e statali hanno dato ottimi risultati. Le università americane non potevano neppure lontanamente competere con quelle europee fino alla Seconda guerra mondiale e la scuola secondaria americana ancora è a un livello molto più basso di quella francese o italiana. Si dimentica che lo sfascio del sistema universitario italiano – e di quello scolastico – ha un’origine precisa: la trasformazione della figura del docente in un impiegato sindacalizzato, l’ingresso dei sindacati nella struttura con la pretesa di voler persino determinare carriere e modalità dell’insegnamento, i giganteschi ope legis dagli anni settanta in poi, alternati con concorsi e idoneità che erano altrettante ope legis, l’uso del sistema dell’istruzione come ammortizzatore sociale attraverso assunzioni di massa, e via dicendo. Da allora l’università non è più un luogo di formazione, di ricerca e di cultura. È forse soltanto colpa degli universitari se da quasi quarant’anni si parla soltanto di stato giuridico dei docenti e le uniche riforme della didattica che sono state funzionali a problematiche del mercato del lavoro (peraltro mal comprese, come nel caso del 3 + 2)? Questi sono i veri nodi. Per il resto, se si auspica la privatizzazione del sistema universitario italiano si deve capire che questo è possibile soltanto in modo molto graduale, a meno che qualcuno non voglia chiudere tutto e abbandonarsi alla spontaneità degli “animal spirits”. Nel frattempo, il controllo centrale degli standard e dei livelli non può che competere a una struttura centrale.

…e l’abolizione del valore legale del titolo di studio?

Anche qui non è bene intrattenersi con i sogni. Tanti parlano di abolizione del valore legale del titolo di studio. In teoria è l’uovo di Colombo. Soltanto che non basta dare una schiacciatina all’uovo per farlo stare in piedi. Molti sanno, ma preferiscono non dirlo ad alta voce, che un simile provvedimento implicherebbe un’opera di delegificazione di portata epocale, difficile persino da prevedere. Invece di porsi obbiettivi belli da dire e quasi impossibili da realizzare sarebbe meglio procedere concretamente: per esempio, concedendo alle università la libertà di definire il livello delle tasse e pagare il prezzo della concorrenza che si creerebbe. Queste sono forme di liberalizzazione attuabili e che possono portare a un risanamento del sistema, fermo restando che la ricerca di base deve essere difesa, pena la decadenza del paese a livelli irrecuperabili.

Un ruolo molto importante nel modello di università proposto dal ministro Gelmini ha l’idea di un sistema di valutazione nazionale. Tuttavia, molti sostengono che tale sistema può funzionare bene solo per le discipline in cui la comunità scientifica può adoperare standard internazionali. Per il diritto, o per la letteratura, la faccenda è più complicata. Come si può rispondere a questa obiezione?

Sulla questione della valutazione ritengo che si debba andare con i piedi di piombo. La valutazione della ricerca non l’abbiamo scoperta oggi: è stata inventata nel Settecento. Il problema è che oggi la massa dei prodotti della ricerca è tale che è difficile usare l’unico sistema sensato, e cioè la valutazione qualitativa, verbale, specifica, basata su un’analisi approfondita dei risultati e delle pubblicazioni da parte di esperti del settore, e non più anonima, perché ormai dietro l’anonimato si celano regolamenti di conti tra fazioni. Ma la tentazione è di affidarsi a meccanismi numerici basati su algoritmi che tengono conto di una serie di parametri che rinviano sempre da un giudizio a un altro che gli sta dietro, col rischio che, di passo in passo, un giudizio non ci sia mai, bensì soltanto pregiudizi (pubblicare all’estero è meglio, questa rivista è meglio di quella quindi l’articolo è migliore, ecc.). Si afferma che questi metodi sono oggettivi, ma questo è ridicolo perché, in fin dei conti, essi debbono basarsi su giudizi emesso da qualcuno, fosse anche soltanto sulla qualità della rivista su cui è pubblicato un articolo. Inoltre, gli algoritmi, i parametri e i metodi di valutazione sono spesso definiti da “ditte” private composte da esperti che ragionano in termini manageriali astratti senza avere la minima idea di cosa sia realmente la ricerca scientifica. Quindi, la necessità di valutare in massa e rapidamente può congiurare in modo perverso con l’interesse di gruppi che mirano soltanto a fare affari. Non mi stancherò di ricordare – a costo di passare per rimbecillito – che alcuni mesi fa è uscito un autorevolissimo rapporto della International Mathematical Union, dell’International Council of Industrial and Applied Mathematics a dell’Institute of Mathematical Statistics (le massime autorità in materia di numeri!) che smantella certi sistemi di valutazione, come il citation index, afferma che «i numeri non sono di per sé superiori ai giudizi ponderati» e che la ricerca di metodi «oggettivi», di «standard», è un’«illusione». Si denuncia il rischio enorme che la ricerca di base – proprio quella che costituisce la colonna portante di tutto il sistema della ricerca – venga colpita duramente da questi sistemi. Vogliamo adottarli affrettatamente proprio mentre altrove ci si interroga sui guasti che rischiano di produrre? Quanto alle materie umanistiche è del tutto evidente che il ricorso a parametri ISI o al citation index ne costituiscono la pietra tombale. Inoltre, come ha osservato Cesare Segre, per questa via si sottrae la valutazione ai soli competenti, mettendola in mano a tecnocrati che usano schemi preformati sottratti ad ogni valutazione (talora si assiste a un uso francamente ridicolo di certe tecniche statistiche). L’unica valutazione seria della ricerca è l’autovalutazione della comunità scientifica, in forme che debbono essere rese stabili, obbligatorie e regolamentate, ma non possono e non debbono fare a meno di entrare nel merito dei contenuti della ricerca.

Pubblicato su Il Riformista il 18 settembre 2009


15 luglio 2009

Troppo ignoranti?

Aumento dell’ignoranza – come sostiene Paola Mastrocola su La Stampa – o ritorno alla severità? Difficile dare un’interpretazione affidabile dei risultati della maturità. Un dato numerico che non è accompagnato da una ricostruzione dei fattori che possono spiegarlo non è sufficiente per stabilire che c’è una tendenza in un senso o nell’altro. Le polemiche che hanno seguito la pubblicazione dei risultati del baccalaureato francese di quest’anno sono in tal senso significative: un aumento dei promossi può essere in parte il risultato di una modifica nel modo di aggregare i dati piuttosto che un segnale del livello di preparazione degli studenti. Inoltre, l’aumento dei bocciati nel nostro paese non è tale da far supporre che ci sia stato un cambiamento duraturo negli atteggiamenti dei docenti. Tuttavia, pur con le dovute cautele, qualche osservazione su ciò che sta succedendo nelle nostre scuole possiamo farla, partendo dalle reazioni e dai commenti.

Da un lato c’è chi vorrebbe accreditare questi risultati come la conferma dell’effetto benefico degli interventi voluti dal ministro della Pubblica Istruzione. La stessa Maria Stella Gelmini ha salutato l’aumento delle bocciature parlando di “un ritorno del merito”. Dall’altro c’è chi se la prende con i limiti della scuola o con quelli dei metodi di valutazione impiegati agli esami. Si afferma – lo ha fatto Eraldo Affinati su Il Corriere della sera – che per giovani abituati a ragionare in modo “associativo” piuttosto che “deduttivo” il sistema di giudizio adottato non sia adeguato. Forse la realtà sta nel mezzo. Difficile immaginare che gli interventi del ministro Gelmini abbiano provocato in così poco tempo effetti significativi. Anche perché stiamo parlando in molti casi di provvedimenti soprattutto di carattere simbolico. C’è una certa ingenuità – o forse il desiderio di segnare un punto nella battaglia per i titoli dei giornali – nell’affermazione che docenti demoralizzati e pagati male abbiano improvvisamente un sussulto di orgoglio solo perché il ministro competente annuncia qualche cambiamento nel modo in cui funzionano le scuole in cui essi lavorano. Anche perché molti di questi insegnanti sono abituati alle svolte annunciate e non realizzate e al passaggio dei ministri senza che la situazione della scuola migliori. Solo una fiducia smodata nel potere taumaturgico della leadership di Silvio Berlusconi può far credere che tutto cambi solo perché lo desideriamo.

Ciò non vuol dire che abbiano ragione quelli che interpretano i dati come la conseguenza di interventi che stanno peggiorando la scuola. Da questo punto di vista il commento di Paola Mastrocola contiene uno spunto interessante. Non si può escludere, infatti, che ciò a cui stiamo assistendo è la conseguenza di una consapevolezza maturata negli ultimi anni, quando molti insegnanti – e forse anche alcuni genitori – si sono resi conto che la scuola italiana era ormai vicina al punto di non ritorno. Prossima a lasciar andare nel mondo, senza averle formate, persone che ragionano solo per analogia, cioè non ragionano affatto. Fanciulli che hanno un’opinione su tutto, e ne sono soddisfatti, soltanto perché hanno visto un film di cui non ricordano il titolo, o scorso una pagina web.

Chi insegna nelle nostre università conosce bene questo fenomeno, che un ingenuo entusiasmo per la tecnologia e per l’attualità ha alimentato oltre ogni limite ragionevole: “l’ho trovato su internet” è la frase che giustifica qualsiasi scemenza detta da aspiranti Peter Pan cui a scuola nessuno ha spiegato che la maggior parte delle risorse culturali di qualità disponibili sul web non sono accessibili dal proprio account personale, e spesso comunque non lo sono se non a pagamento. Hitler e Bush, le crociate e il nazismo, tutto si assomiglia e infine si confonde per una generazione cui si è lasciato credere che la velocità è l’unica cosa che conta. Che non c’è mai bisogno di rileggere o di fermarsi a riflettere.

Pubblicato su Il Riformista il 15 luglio 2009.


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/7/2009 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 novembre 2008

Chi ha paura del sorteggio?

Chi ha paura del sorteggio? Secondo Francesco Giavazzi "i professori che si erano divisi i 6000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari". Io direi piuttosto che dovrebbero averla tutti, visto che il sorteggio dei commissari non garantisce in alcun modo che i candidati che alla fine riceveranno le idoneità siano i più bravi. In alcuni casi questo potrebbe accadere, in altri no, perché il sorteggio si limita a inserire un elemento casuale nella scelta dei commissari  (la randomizza direbbe un economista).  Come poi questi ultimi decideranno rimane affidato alla loro coscienza e giudizio.

Su questo punto non secondario Giavazzi nel suo nuovo intervento - non meno concitato del primo - sorvola. Tuttavia, avendo avuto una settimana di tempo per pensarci, qualche dubbio sul fatto che il sorteggio sia una buona idea deve averlo anche lui, perché in questo nuovo intervento allude alle "anime belle" che lo hanno criticato citando - senza nominare l'autore - un brano in cui si dice che "in Gran Bretagna, dove l'università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso". Poi aggiunge, fulmineo: "lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude". Che è indubbiamente vero, ma non si capisce che rapporto abbia con il sorteggio dei commissari. Tuttavia, per Giavazzi un rapporto deve esserci, perché continua: "se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (...) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell'università". A questo punto, anche il lettore ben disposto ha l'impressione che Giavazzi stia menando il can per l'aia.

Infatti, non si capisce bene in che senso chi critica il sorteggio come metodo arbitrario e insensibile al merito dovrebbe - per coerenza - sostenere anche le altre cose di cui parla Giavazzi. Tra l'altro, alcune delle "anime belle" che hanno criticato il sorteggio hanno argomentato in passato proprio in favore di alcune delle cose che Giavazzi li sfida oggi ad accettare. Per esempio, Marco Santambrogio lo ha fatto in Chi ha paura del numero chiuso? - un libro pubblicato nel 1997 - e in diversi altri interventi pubblicati in seguito. Quindi Giavazzi, come si dice, sfonda una porta aperta. Dietro quella porta c'è un problema di cui molti di noi si sono resi conto in questi anni, e cioè che non è chiaro in che modo si possa abolire il valore legale del titolo di studio. C'è chi sostiene, infatti, che questo in un certo senso non esiste nemmeno nel nostro paese, e che il vero problema è il modo puramente formale in cui funziona la valutazione dei titoli nei concorsi pubblici (ma questa, come si dice, è un'altra storia).

Rimane il fatto che, anche ammettendo che bisogna abolire il valore legale del titolo di studio - qualunque cosa voglia dire - e che i dipartimenti scadenti devono chiudere, non si capisce perché si dovrebbero rimandare i concorsi in attesa di una riforma dell'università. Avevamo un sistema di selezione imperfetto e aperto all'arbitrio. Grazie all'intervento di Giavazzi e al decreto del governo ne abbiamo uno almeno altrettanto imperfetto e aperto all'arbitrio. Perché mai le università che hanno deliberato in piena autonomia di chiedere concorsi dovrebbero rinunciarvi? Per aspettare poi cosa? Che Giavazzi immagini la procedura concorsuale perfetta? Un piccolo contributo in questa direzione c'è già nell'intervento di questa settimana. Scrive Giavazzi: "vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati tra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero (...) pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica. Poiché esistono diversi criteri (l'impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi".

In poco più di un mese? e poi, non si erano già divisi i posti i professori italiani? Ovviamente, Giavazzi non è così ingenuo da credere che essi agiranno spontaneamente in modo virtuoso, quindi li avverte: "si vedrà, sia quali discipline avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti". Insomma, state in campana! Anche in questo caso, Giavazzi glissa su una questione non trascurabile. In alcune discipline gli indici di cui lui parla non ci sono. Costruirli in modo affidabile richiederebbe tempo. Talvolta andrebbe fatto solo per le pubblicazioni in lingua italiana, e questo pone problemi di non facile soluzione. Comunque, essi darebbero al massimo un indice quantitativo. Da prendere sul serio, nessuno vuole negarlo, ma anche con una certa cautela.

Allora forse la soluzione è davvero quella di sospendere i concorsi mentre Giavazzi immagina la procedura concorsuale perfetta. Magari, visto che ci siamo, potremmo sospendere anche le elezioni politiche in attesa che lo stesso Giavazzi o qualche altro economista immagini anche in quel caso un metodo di selezione perfetto. Oppure mettere tutti gli italiani sotto tutela, e privarli della libertà di scegliere, perché alcuni fanno sciocchezze o si comportano in modo scorretto. Dopo aver scoperto che il liberismo è di sinistra, potremmo anche scoprire che il paternalismo è liberista.   


5 novembre 2008

L'appello di Martinotti, Moscati e Rositi

Guido Martinotti, Roberto Moscati e Franco Rositi hanno scritto un appello in cui spiegano perché l'idea di Giavazzi è destinata a fare danni seri senza contribuire in alcun modo a migliorare la nostra università.

L'appello si trova all'indirizzo:

http://sosatenei.wordpress.com/fermiamo-la-mano/


5 novembre 2008

Ancora su Giavazzi

Oggi Francesco Giavazzi ritorna sulla sua proposta di cambiare le regole dei concorsi già banditi. Tra l'altro, scrive che "centinaia di baroni universitari hanno accuratamente organizzato i voti, hanno usato la perversione delle doppie idoneità (due vincitori per un posto) per costruire solide maggioranze, insomma hanno truccato i concorsi. Se questi venissero modificati tutti i loro progetti andrebbero a gambe all'aria". Ora, a parte il fatto che non è vero che ci sono due vincitori per un posto perché le idoneità non comportano necessariamente l'assunzione, vorrei richiamare l'attenzione sull'argomento usato da Giavazzi. Non che cambiare le regole aumenterebbe la possibilità che vinca il migliore, ma che disturba i progetti di quelli che lui chiama "baroni". Insomma, Giavazzi è un buontempone che vuole che il governo faccia un bello scherzo ai suoi colleghi! Mi chiedo come si possa prendere sul serio cose del genere.



15 ottobre 2008

L'occupazione che non c'è

La notizia l’ho avuta ieri mattina dalla prima pagina del principale quotidiano nazionale: sono partite le occupazioni a Roma e a Milano. La cosa mi incuriosisce. Nell’università lavoro da più di dieci anni, di cui una parte felicemente trascorsi proprio alla Statale di Milano, dove attualmente insegno teoria generale del diritto. Naturale, dunque, l’interesse. Oltretutto, nel pomeriggio avrei lezione. A giudicare da quel che leggo, c’è stata un’occupazione del rettorato lunedì, nel corso della quale un gruppo di studenti avrebbe tentato di ottenere dal rettore la firma di un documento che “condanna la legge Gelmini” (sic). La minaccia è di quelle da far tremare i polsi a una persona che è responsabile di un ateneo frequentato da più di sessantamila iscritti: “o firmi questa lettera o blocchiamo le lezioni”. Nonostante il tono perentorio, il rettore Decleva non cede e rifiuta di firmare. Quel che segue non è molto chiaro. Secondo l’articolo i dimostranti hanno occupato il rettorato, esposto uno striscione e improvvisato “un corteonei chiostri della Statale”.

A questo punto, devo confessare che ho cominciato ad avere qualche perplessità. Non sulla veridicità del racconto, di cui non ho ragione di dubitare, ma sull’entità dell’episodio. L’altro ieri, infatti, ero anch’io in università, e non mi sono accorto di nulla. Sono arrivato nel primo pomeriggio, mentre l’assalto al rettorato c’è stato alla undici. Tuttavia, l’atmosfera era quella di un giorno normale. Anche a lezione non ho notato nulla di insolito. Le stesse facce che vedo da qualche settimana. Nessuna protesta, nemmeno un’allusione all’occupazione.

In effetti, secondo le cronache, gli occupanti sarebbero “quasi un centinaio”. Un altro quotidiano nazionale dice settanta. Sul numero complessivo degli iscritti a questo ateneo non si può certo dire che si tratti di una percentuale significativa. Oltretutto, i manifestanti sarebbero esponenti dei collettivi della Statale, della Bicocca, del Politecnico e dell’Accademia di Brera. Che tradotto in cifre non equivale a una partecipazione di massa alla protesta. Comunque, rimane un problema. Non ho capito se il rettorato è occupato. Non mi rimane che andare a controllare di persona, anche perché nel pomeriggio avrei di nuovo lezione. Nella tarda mattinata di martedì l’unico segno di qualcosa di diverso dal solito è la porta del rettorato chiusa. Chiedo al custode, che mi risponde che anche lui ha letto sul giornale che il rettorato è occupato, ma degli occupanti all’interno non c’è traccia. Interrogo i colleghi, chiedo a qualche studente, ma nessuno sembra essersi accorto di nulla. C’è qualcuno che è al corrente del malcontento per i provvedimenti del governo e – soprattutto tra docenti e ricercatori – manifesta apprensione. Ma del “nuovo sessantotto” di cui parlavano i giornali di ieri nessuna traccia. Nemmeno la più piccola. La situazione si è rianimata soltanto nel pomeriggio, quando un gruppo non molto più numeroso di dimostranti, ha stretto d’assedio il senato accademico riunito in seduta, anche in questo caso chiedendo l’adesione a un documento contro gli ultimi provvedimenti del governo. Anche in questo caso con scarsi risultati.

La cronaca di questi primi due giorni del nuovo “autunno caldo” dell’università italiana vista dal cortile della Statale di Milano assomiglia a una fiction televisiva. Gli attori sono pochi, una gran parte recita male, i dialoghi sono prevedibili e mostrano, più di ogni altra cosa, che gli autori sono in una drammatica crisi di idee. Tutto questo mentre l’università italiana – come scrive Roberto Perotti nel suo saggio L’università truccata, appena pubblicato da Einaudi – è alla deriva. L’analisi di Perotti, basata su una solida ricerca, mostra che una buona parte delle affermazioni fatte da chi ha inscenato le proteste di questi giorni è destituita di fondamento. Un confronto con quella britannica, anch’essa pubblica, mostra che il problema dell’università italiana non è tanto l’entità del finanziamento pubblico, che non è molto inferiore rispetto a quello erogato nel Regno Unito, quanto piuttosto la qualità della ricerca. Un risultato che non si spiega con uno scarso intervento pubblico, ma al contrario con un funzionamento distorto delle istituzioni che impediscono una reale competizione tra gli atenei e di promuovere chi – ricercatori e docenti – lavora nel modo migliore.

La ricetta proposta da Perotti non è più intervento pubblico, ma più autonomia. In particolare, più libertà da parte degli atenei di fissare il prezzo dei propri servizi, facendone pagare i costi a chi dovrebbe trarne beneficio, ovvero gli stessi studenti. Solo in questo modo, sostiene l’economista della Bocconi, è possibile creare le condizioni per un reale controllo della qualità. Saranno infatti gli stessi studenti, e le loro famiglie che spesso li sovvenzionano, a esigere che il titolo di studio abbia un valore reale – che si trasformi cioè in concrete opportunità di lavoro – e non soltanto uno legale, come avviene in questo momento. Non è difficile immaginare che le tesi di Perotti sono destinate a essere impopolari in un paese che si è abituato a considerare il conseguimento della laurea un diritto umano fondamentale. Tuttavia, solo il superamento di questo pregiudizio potrebbe consentire di riprendere la discussione sull’università su nuove basi, per avvicinarci a un sistema che coniughi finalmente l’efficienza e l’equità e non generi, come quello attuale, il massimo dell’inefficienza rendendo al contempo quasi impossibile la mobilità sociale.

In tale prospettiva sarebbe possibile per l’opposizione mettere in campo argomenti credibili per contrastare gli aspetti più discutibili delle misure proposte dal governo Berlusconi. Un esempio, tra gli altri, vale la pena di essere richiamato. In questi giorni si stanno levando grida di dolore da ogni parte del paese contro la norma che prevede la possibilità di trasformare le università in fondazioni. Anche il PD si è unito al coro delle proteste, dimenticando che la stessa proposta era stata presentata nella precedente legislatura da Nicola Rossi, senatore di quel partito. In realtà, come configurato nella proposta di Rossi, il cambiamento di regime giuridico era concepito come un’opportunità per le università – e ce ne sono – che sarebbero in grado di contare su un territorio in cui ci sono le risorse private su cui far leva, approfittando delle possibilità che una regolamentazione più agile offre sul piano dello sviluppo. D’altro canto, è difficile immaginare che questa opportunità sia alla portata di tutte le università italiane, nonostante quel che sembra pensare il ministro Gelmini. Rimane allora da chiedersi cosa dovrebbe fare chi non è in condizione di fare il salto verso una gestione “privatistica”. Chiudere? Continuare a fare affidamento esclusivamente sul finanziamento pubblico? Ripartito in che modo? L’opposizione “senza se e senza ma” che si annuncia nel cortile della Statale di Milano in questi giorni non risponde a queste domande.

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2008


 


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/10/2008 alle 20:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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