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il blog di Mario Ricciardi


Diario


8 agosto 2010

La strategia contro Fini

Berlusconi contro tutti?

Mi chiedo se qualcuno dei partecipanti alle allegre serate di Tor Crescenza trova il tempo, tra cori e barzellette, di riflettere sui risultati raggiunti fino a ora dalla campagna per riprendere il controllo del PdL. “Ghe pensi mi” aveva annunciato il capo dei “piazzisti della libertà” all’inizio di luglio, stanco delle insubordinazioni di Fini e dei suoi accoliti. Sembrava l’annuncio di una sagace strategia di riconquista, e si è rivelata invece una fanfaronata con cui il titolare della ditta ha tentato di venir fuori dalle difficoltà generate dalla sua incapacità di tenere insieme una coalizione basata su un progetto politico. Se quella che si riunisce nel maniero dalle parti della via Flaminia fosse la direzione di un partito, e non la corte di un califfato postmoderno, qualcuno a questo punto avrebbe cominciato a manifestare perplessità. Facendo notare che il maldestro tentativo di mettere alla porta il Presidente della Camera non è stata una mossa troppo brillante. A qualche settimana dal roboante proclama la maggioranza si è persa per strada un bel po’ di parlamentari – ben più di quelli che venivano accreditati come “seguaci” di Fini – e questo lascia pensare che dopo le vacanze, alla ripresa dell’attività, il governo avrà le sue difficoltà a tirare avanti.

Ora ci dicono che una nuova, ancor più sofisticata strategia, è stata messa a punto dal presidente chansonnier e dai suoi consiglieri-coristi. Presentare al parlamento una serie di provvedimenti su cui porre la fiducia. Forse cominciando proprio da quel processo breve che – come è noto – è al centro delle preoccupazioni degli italiani. Allo stato attuale non è chiaro se lo scopo di questa nuova iniziativa è rafforzare il governo o accelerarne la caduta, per poi andare alla elezioni lamentando il solito complotto della sinistra, dei “poteri forti”, dei giudici politicizzati e (perché no?) della destra per impedire a Silvio Berlusconi di governare. A giudicare da quel che si legge in questi giorni si direbbe che la seconda ipotesi è quella più probabile. Un programma minimo il cui scopo non è cercare il consenso in parlamento per una nuova maggioranza, ma assicurarsi che essa non ci sia. In modo da ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle camere e le nuove elezioni con l’attuale sistema elettorale prima che Fini metta radici sul territorio e che il PD si riprenda dallo stato vegetativo in cui si trova da mesi. Magari avendo come avversario principale un’aggregazione dominata da uno dei demagoghi che, sulla scia di Di Pietro, si affacciano all’orizzonte dell’opposizione. Chi sogna di “vincere facile” non potrebbe desiderare di meglio.

 

La prospettiva di un “Berlusconi contro tutti” che riesce a ottenere la vittoria in un plebiscito sulla propria leadership carismatica non è di quelle che lasciano dormire sonni tranquilli. Soprattutto se si ha a cuore quel che rimane del senso delle istituzioni in questo paese. Se dotato di una maggioranza significativa, un governo del Popolo della Libertà e della Lega tenterebbe probabilmente di trasformare la nostra democrazia parlamentare in un regime presidenziale privo di contropoteri e di controlli costituzionali efficaci. Una forma di governo che ci allontanerebbe definitivamente dalla tradizione delle liberaldemocrazie occidentali per avvicinarci a democrazie autoritarie come quelle che negli ultimi anni si stanno affermando in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica o nell’America del Sud. Se c’è una cosa che questa legislatura ci ha insegnato è che sono in tanti ad avere come massima ambizione nella vita quella di prender parte ai cori che allietano le serate del nostro presidente chansonnier. Un nuova vittoria elettorale farebbe aumentare ancora il numero degli aspiranti, rendendoli sempre meno disposti a tollerare chi si rifiuta di cantare all’unisono.

 

Mai nella storia recente del paese le sue sorti sono state così strettamente legate a quelle del parlamento. In quella sede si deciderà il destino della nostra forma di governo nelle prossime settimane. La speranza è che l’esempio di parlamentari del centro-destra come Chiara Moroni e Barbara Contini inneschi una reazione tra coloro che in quello schieramento credono ancora che sia possibile restituire dignità alla politica restaurando la dignità del parlamento.

 

Pubblicato su Il Riformista l'8 agosto 2010


1 agosto 2010

Sopravviveremo a Berlusconi?

Un declino lento e inesorabile

Che il rapporto personale tra Berlusconi e Fini fosse ormai incrinato in modo irrimediabile si era già capito in aprile, nell’assemblea in cui i due si scontrarono duramente alla presenza dei dirigenti del PdL e davanti alle telecamere. In quella occasione, il presidente del Consiglio ottenne dalla maggioranza dei presenti la ratifica di un nuovo modo di concepire la rappresentanza politica della destra italiana. Non partito, ma popolo. Un’aggregazione di “piazzisti della libertà” che si riconoscono nel proprio capo carismatico e sono disposti a seguirlo ovunque. Pronti ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di realizzarne la volontà. Anche contro le convenzioni costituzionali, il buon senso e la decenza. Sicuri che l’aver vinto le elezioni dia a quel leader il diritto di fare ciò che vuole. Mai sfiorati dal dubbio che egli possa sbagliare. Se questo giudizio vi sembra troppo duro, provate a fare un esperimento mentale. Vi ricordate di un’occasione in cui uno degli attuali dirigenti del PdL abbia detto in pubblico di non essere d’accordo con il capo? O almeno di avere delle caute riserve, un dubbio, una vaga perplessità? Non credo. La spiegazione è che coloro che ci hanno provato sono stati messi da parte oppure cacciati, senza tanti complimenti. Gli ultimi a essere accompagnati alla porta sono stati Gianfranco Fini e il gruppo di deputati e senatori che hanno deciso di seguirlo nell’avventura dall’avvenire incerto che hanno chiamato – con un certo ottimismo – “Futuro e Libertà”. Perché per immaginare un futuro per la libertà in un paese che l’affida ai piazzisti ci vuole davvero una straordinaria fiducia nel prossimo e anche una buona dose di temerarietà.

 

A questo punto, infatti, si aprono diversi scenari, nessuno dei quali entusiasmante. Se Berlusconi si è deciso a far precipitare la situazione – nonostante la cautela che, in privato, gli consigliavano i più responsabili tra i suoi seguaci – è perché deve avere in mente una strategia per liberarsi del fastidio che Fini gli ha dato fino all’altro ieri. Le opzioni non gli mancano. Una è quella di recuperare un po’ di voti in parlamento per rinsaldare la maggioranza. Se riuscisse a convincere qualche finiano tentennante, magari tra i ministri o i sottosegretari, oppure a reclutare parlamentari che in questo momento appartengono a altri gruppi, il Presidente del Consiglio potrebbe rimanere in sella tirando a campare ancora per qualche tempo. La speranza, in questo caso, è che la minaccia rappresentata da Fini potrebbe sgonfiarsi. Magari con l’aiuto di una campagna di stampa che lo screditi. Un Fini la cui credibilità è affievolita da uno scandalo sarebbe più facilmente messo in condizioni di non nuocere. Se questa strada risultasse impraticabile, rimane l’opzione delle elezioni anticipate. Che verrebbero ancora una volta presentate come un “giudizio di Dio”. La battaglia tra il bene e il male, e tutti gli altri spropositi con cui siamo familiari da anni.

 

D’altro canto, se invece il governo cadesse, non mi pare che la prospettiva di un esecutivo tecnico sia da salutare con entusiasmo. In primo luogo perché esso si troverebbe a far fronte alle critiche – non del tutto infondate – che si possono muovere a una soluzione di questa specie in un regime che è di fatto maggioritario, anche se di un genere piuttosto anomalo nel panorama delle democrazie occidentali. Poi perché i governi tecnici che abbiamo avuto in passato, pur avendo fatto spesso cose necessarie e perfino giuste, hanno contribuito ad alimentare lo scontento nei confronti della classe dirigente di questo paese su cui Berlusconi – quando gli fa comodo – si appoggia per sostenere di essere l’uomo nuovo, il nemico dei “poteri forti” e dell’establishment. Anche in questo caso potremmo aspettarci gesti clamorosi, dichiarazioni eccessive, dossier e campagne per mettere in cattiva luce chiunque si frappone tra il popolo e il suo capo.

 

La domanda da farsi a questo punto è sempre la stessa: quanto può reggere ancora questo paese a una fibrillazione continua che coinvolge tutte le istituzioni che appartengono alla struttura di base della società? Cosa rimarrà quando qualunque corpo intermedio, qualsiasi contrappeso, sarà stato travolto da una guerra senza esclusione di colpi? C’è chi dice che il declino di Berlusconi sarà come quello di Francisco Franco: inesorabile, ma lungo. Forse chi lo sostiene ha ragione. C’è una differenza significativa, tuttavia, che induce al pessimismo. Pur con qualche incertezza, Franco si era posto il problema della sua successione. Mentre il Caudillo prendeva lentamente congedo dalla politica e dal mondo – nel suo caso le due cose coincidevano – c’era una classe dirigente che lavorava alla transizione e che si poneva il problema della riconciliazione nazionale. In Italia a destra non si vede niente del genere. Chi ci prova – come dimostra il caso Fini – è considerato un traditore e licenziato senza preavviso. Tutto lascia pensare che, quando alla fine cadrà, Berlusconi avrà creato le condizioni per portare con sé tutto il paese.

 

Pubblicato su Il Riformista l'1 agosto 2010


29 novembre 2009

Cattolici e democrazia in Spagna

Siviglia sta alla Spagna come Napoli all’Italia. O almeno così sostiene John Hooper, autore di una delle migliori introduzioni alla storia recente spagnola. In effetti, il napoletano che visita Siviglia nota subito l’atmosfera familiare di questa città. Pur avendo una struttura molto diversa – Siviglia non è sul mare e non ha le colline – ci sono piazze o vicoli di questa città che, se non fosse per i cartelli stradali e le insegne, sarebbero indistinguibili da quelli di Napoli. La sensazione di familiarità si accentua quando ci si imbatte nell’annuale Feria del Belén, che quest’anno si tiene nei pressi della Cattedrale della città, in Avenida de la Constitución. La parola ‘belén’ indica la scena della natività di Cristo, l’origine è probabilmente da Bethlehem, e la mostra di cui parliamo è dedicata ai presepi, le “Belenes” appunto, che a Siviglia e in diverse altre città spagnole vantano una tradizione che risale al diciassettesimo secolo, quando Napoli e la Spagna avevano lo stesso monarca. Certo Siviglia è incomparabilmente più pulita e ordinata di Napoli, e questo dovrebbe indurci a riflettere su quel che scriveva Benedetto Croce, nella sua Storia del regno di Napoli, a proposito della vecchia idea che l’arretratezza del mezzogiorno d’Italia sarebbe dovuta alla cattiva amministrazione spagnola. Per Croce, «la Spagna governava il regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza e la medesima insipienza; e per questo rispetto, tutt’al più si può lamentare che il regno di Napoli, poiché doveva di necessità unirsi ad altro stato più potente, cadesse proprio tra le braccia di quello che era il meno capace di avvivarne la vita economica, e col quale non gli restava da accomunare altro che la miseria e il difetto di attitudini industriali e commerciali». Insomma, secondo il filosofo napoletano, quella tra la Spagna e Napoli non è una relazione di sfruttamento, in cui la seconda è la vittima e la prima il carnefice, ma piuttosto l’incontro sfortunato tra due perdenti.

Visitando la Spagna di oggi, un paese che – nonostante la crisi – mostra una straordinaria vitalità culturale, non si può fare a meno di chiedersi come nasce questo “miracolo spagnolo”. Come è stato possibile. per un paese con un passato di arretratezza economica come quello del nostro meridione, che nel ventesimo secolo è stato dilaniato da una sanguinosa guerra civile cui sono seguiti quaranta anni di regime autoritario, raggiungere una tale fioritura economica e civile? Se Siviglia e Napoli erano entrambe perdenti, perché una fiorisce e l’altra no?

Sarebbe una follia tentare di dare una risposta a questa domanda in poche righe. Tuttavia, qualche spunto si può trovare proprio passeggiando tra le bancarelle dei presepi, all’ombra della più grande cattedrale gotica del mondo, la terza chiesa per dimensioni dopo quella di San Pietro a Roma e quella di Saint Paul a Londra. In questi anni, favorita dalla superficialità con cui gli italiani sono abituati a guardare fuori dai confini nazionali, nel nostro paese si è affermata un’idea della Spagna basata in larga misura sui film di Almodóvar e sui racconti delle migliaia di nostri studenti che vengono qui per frequentare corsi universitari grazie al programma Erasmus. L’immagine è quella di un paese all’avanguardia dal punto di vista sociale, che ha rotto con la tradizione cattolica del passato, e che è aperto a ogni tipo di innovazione del costume. Tutti ricordano il clamore che hanno provocato anche da noi le riforme del diritto di famiglia e della legge sull’aborto introdotte dal governo Zapatero. Meno attenzione è stata riservata alle reazioni che esse hanno suscitato, che mostrano un’opinione pubblica niente affatto unanime nel sostenere le iniziative dei socialisti. In realtà, oltre alle proteste di piazza, ci sono le perplessità morali di una Spagna meno “glamour” e “media friendly”, ma forse altrettanto – se non più – reale di quella di Almodóvar.

Ovviamente non stiamo parlando della “Spagna eterna” naturalmente cattolica per la cui sopravvivenza temevano molti spagnoli che, pur non essendo falangisti, scelsero di stare dalla parte di Franco nella guerra civile. Non è la Spagna della “Crociata” del generalissimo contro liberali e sinistra che abbiamo in mente. Si tratta piuttosto di una Spagna cattolica che è pienamente dentro l’orizzonte dei principi stabiliti dalla costituzione del 1978, anche perché ha dato un contributo determinante alla loro formulazione. Alludiamo alla Spagna dei “tecnocrati” – molti dei quali militanti dell’Opus Dei come Laureano López Ródo – che posero le basi del miracolo economico ancora negli ultimi anni del franchismo. Oppure a quella di Adolfo Suárez e degli altri uomini politici che hanno guidato i primi passi del paese verso la democrazia. Una Spagna che non vuole rinunciare a difendere, nei limiti e nelle forme previste dalla costituzione, le proprie convinzioni. Chi non si rende conto che il miracolo spagnolo è figlio anche di un mondo cattolico che ha saputo mettere l’interesse generale al primo posto tra i valori politici rinuncia a capire questo paese.

Pubblicato su Il Riformista il 29 novembre 2009

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