.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


1 maggio 2009

L'Europa del diritto



Mauro Barberis insegna filosofia del diritto all’università di Trieste. Allievo di Giovanni Tarello, uno dei filosofi del diritto italiani più acuti e originali della generazione formatasi del secondo dopoguerra, Barberis ha ripreso dal maestro la capacità di coniugare felicemente nei propri lavori i metodi più avanzati elaborati nel campo della filosofia del linguaggio dopo Wittgenstein e una non comune sensibilità per la storia delle idee. Di queste doti intellettuali c’è una testimonianza eloquente nel suo ultimo lavoro, L’Europa del diritto (Il Mulino, Bologna 2008), che è una ricostruzione di quella che egli caratterizza come la cultura giuridica “europeo-occidentale”. Si tratta del prodotto della lenta evoluzione che, a partire dal diritto romano, ci conduce fino all’ideale di un governo delle leggi incarnato dal costituzionalismo contemporaneo. Di questa cultura Barberis delinea un profilo ricostruendone a grandi linee lo sviluppo sia sul piano concettuale sia su quello istituzionale. Di particolare interesse è la terza parte del libro, in cui l’Europa viene vista come una “comunità di diritto”. Nei giorni scorsi, Mauro Barberis è stato uno dei relatori di una conferenza sul Relativismo organizzata dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Palermo. Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Nel suo libro lei presenta il diritto come una forma di regolazione della condotta umana che si distingue dalle altre per le sue caratteristiche peculiari, e che, pur essendo un prodotto della cultura europeo-occidentale, è stata adottata – almeno in apparenza – da tutte le altre culture del pianeta. A cosa si deve questo successo?

Mi verrebbe da dire che il successo è apparente, e che si deve solo al processo di occidentalizzazione del mondo. È abbastanza noto che l’importazione di codici europei, in particolare nei paesi più orientali, copre spesso la persistenza di pratiche tradizionali di conciliazione delle liti diversissime da quelle occidentali; quanto ai diritti, poi, anche l’Unione sovietica aveva le sue belle dichiarazioni, che però restavano sulla carta. Eppure può davvero accadere che si cominci imitando e poi si finisca per fare sul serio; il processo di globalizzazione, opponendo religioni, morali e costumi tradizionali differenti, richiede davvero quello strumento laico, se non neutrale, di composizione dei conflitti che è il diritto europeo-occidentale, elaborato e sperimentato attraverso secoli di guerre, anche di religione.

La tesi che c’è una civiltà giuridica europea o occidentale viene contestata da chi invece afferma che tra i sistemi giuridici di paesi come, ad esempio, l’Italia e il Regno Unito ci sarebbero differenze profonde. Chi sostiene che le differenze sono più importanti delle somiglianze si sbaglia?

Le differenze naturalmente ci sono, ma dipendono anche dal punto di vista. Come suggerisco nel libro, se le si guarda da Londra, Roma o Berlino, le differenze appaiono ancora enormi, nonostante la crescente importanza della giurisprudenza in Italia e della legislazione nel Regno Unito; se le si guarda da Islamabad o da Bangkok, invece, le differenze sembrano solo rami diversi di un tronco comune.

L’idea di un patrimonio giuridico comune potrebbe evocare per qualcuno quella di una sorta di contenuto morale del diritto che non dipende dalla volontà dei legislatori. Si tratta di un’associazione priva di fondamento?

L’associazione è fondata: ci sono davvero dei contenuti comuni del diritto europeo-occidentale, diversamente da quanto sembra teorizzare il positivismo giuridico, per il quale il diritto potrebbe avere qualsiasi contenuto. Si tratta di contenuti che si sono evoluti nel tempo, come effetti non intenzionali di azioni umane rivolte ad altri scopi: i legislatori e i giudici europeo-occidentali sembravano creare arbitrariamente il diritto, e invece hanno finito per produrre contenuti (diritti, istituti, procedure…) in larga parte comuni. Il problema è semmai chiamare “morali” questi contenuti: il carattere distintivo del diritto europeo-occidentale rispetto agli altri, secondo me, consiste proprio nella sua separazione o almeno nella sua distinzione, dalla morale e dalla religione.

Tra qualche settimana si vota per il parlamento europeo. Che rapporto c’è tra questa e le altre istituzioni comunitarie e l’identità di cui lei parla?

L’identità giuridica europea è anche un’identità politica: costituzionalismo e liberalismo, democrazia e diritti sono strettamente intrecciati. Il Parlamento europeo è la parte “democratica” delle istituzioni comunitarie, e ha quindi un enorme valore simbolico: anche se bisogna riconoscere che istituti “aristocratici”, come i giudici comunitari, hanno funzionato meglio.

Di recente, in seguito alla crisi finanziaria, si parla sempre più spesso della necessità di regole comuni per l’economia internazionale. L’ha fatto più volte il ministro Tremonti, che ha istituito una commissione per lo studio di questo “legal standard”. Crede che in questo ambito l’identità giuridica europea abbia qualcosa da insegnare?

Nel caso di Tremonti, verrebbe da dire che le sue recenti esaltazioni delle regole, dopo più di un decennio di inni al mercato e di ostilità per l’Unione europea, sono un omaggio che l’euroscetticismo rende all’europeismo: è troppo facile essere a favore di regole e controlli oggi, nel mondo obamizzato. In realtà, l’ultimo Tremonti segna solo un ritorno alle sue origini colbertiste e, quel che più importa, alla tradizione “renana” europeo-continentale, da sempre diffidente verso il liberismo d’oltreoceano. Certo che l’Europa ha qualcosa da insegnare al mondo, con il proprio sistema di diritti e ammortizzatori sociali; sarebbe bello però che i governanti italiani avessero il coraggio di tornare a questa tradizione anche in patria, invece di accanirsi nella distruzione dell’università pubblica.

Pubblicato su Il Riformista il 1 maggio 2009


6 maggio 2007

Sergio Cotta



A Firenze, la città in cui era nato nel 1920, si è spento Sergio Cotta. Con lui scompare una delle figure più rappresentative della nostra cultura giuridica, su cui ha lasciato un’impronta destinata a durare attraverso l’insegnamento degli allievi e l’attività di una delle più antiche e illustri riviste italiane, la “rivista internazionale di filosofia del diritto”, di cui è stato a lungo direttore. Un documento dell’influenza del pensiero di Cotta sulla filosofia del diritto italiana è un volume di scritti in suo onore curato da Francesco D’Agostino nel 1995.

Dopo gli studi nella città natale, la carriera accademica di Cotta era proseguita presso l’ateneo di Torino, dove era stato assistente prima di Gioele Solari e poi di Norberto Bobbio. Proprio all’atmosfera culturale torinese sono legati i primi lavori su alcuni classici del pensiero politico moderno. Lo studio su Montesquieu del 1953 e quello su Filangieri del 1954 si leggono ancora con profitto. Colpisce, in particolare, la sensibilità di Cotta per la dimensione teoretica di due autori che sono stati letti in questi anni soprattutto per il loro interesse storico, ma di cui egli sapeva mettere in luce invece la rilevanza per il dibattito contemporaneo. Di Montesquieu, Cotta apprezzava “l’amore per la libertà, ma nello stesso tempo il rifiuto della posizione rivoluzionaria che crede in formule semplici e semplificatrici per raggiungere il bene dell’umanità”. C’è, in questo giudizio, la cifra intellettuale di un liberale che ha sempre diffidato di un certo radicalismo giacobino che tanta fortuna ha avuto nella cultura politica italiana. In tal senso, è significativo che l’altro autore del diciottesimo secolo cui Cotta ha dedicato il proprio impegno di studioso sia Jean-Jacques Rousseau. In retrospettiva, lo stesso Cotta ha dichiarato che l’interesse per Rousseau, “più che rappresentare un distacco da Montesquieu, ha fatto parte di una mia più ampia esplorazione degli approcci moderni al tema politico. In qualche modo lo studio dei due grandi autori settecenteschi mi è servito, attraverso una sorta di implicito confronto, ad approfondire le mie riflessioni sulla politica e sui suoi problemi. […] I miei studi sul Ginevrino servivano a metter in luce il vicolo cieco nel quale finisce il ragionamento di questo autore e in sostanza i limiti della politica come strumento di risoluzione dei problemi fondamentali dell’uomo”. Proprio i “limiti della politica” è il titolo di una raccolta degli scritti (Il Mulino, Bologna 2004) che è un bilancio di questa parte del suo itinerario intellettuale.

Ai lavori su Montesquieu e Rousseau sono legati anche sodalizi intellettuali importanti, come quelli con André Masson e Robert Shackleton (conosciuti durante soggiorni di studio a Parigi alla fine degli anni quaranta) e a Maurice Cranston (di cui Cotta è stato collega presso l’Università Europea a Firenze alla fine degli anni settanta). Ripercorrendo le biografie intellettuali di questi studiosi si entra in contatto con un mondo che è ormai quasi scomparso. La figura del “gentleman scholar”, di cui Cotta incarnava, anche nell’aspetto, l’ideale, è stata travolta dall’evoluzione dell’educazione superiore in buona parte dei paesi europei. Per questi uomini lo studio del pensiero politico non era mai del tutto rimosso da un attaccamento profondo per le istituzioni liberali. Nel caso di Cotta l’impegno intellettuale si è affiancato alla passione civile e all’amore per la libertà, anche in momenti in cui essere liberali comportava esporsi a gravi pericoli. Di questo aspetto della sua vicenda umana è testimonianza la medaglia d’argento ricevuta per l’impegno nella resistenza.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 6 Maggio 2007


19 settembre 2004

Letizia Gianformaggio

 

Con la scomparsa di Letizia Gianformaggio la filosofia del diritto italiana perde non solo una studiosa di valore, autrice di contributi importanti ai diversi ambiti della disciplina, ma anche una persona di grande sensibilità, disponibile e attenta nei confronti di ogni interlocutore. Nata a Spello nel 1944, Letizia Gianformaggio aveva incontrato, studentessa diciottenne del primo anno della facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Perugia, un docente carismatico, diventato in seguito collega, Uberto Scarpelli, che ne aveva guidato gli studi e ispirato la scelta di una vita dedicata all’insegnamento e alla ricerca. Per chi li ha conosciuti entrambi, era facile riconoscere nel rigore e nella dedizione dell’allieva l’impronta dell’esempio del maestro. Una somiglianza che aveva riscontro anche nello stile, asciutto e denso, dei suoi scritti. La sorte ha voluto che proprio a Scarpelli fosse dedicato l’ultimo contributo della Gianformaggio, in cui l’autrice rievocava l’entusiasmo delle discussioni seminariali perugine, così diverse dalla pomposità a quei tempi comune nell’Università italiana. Qualcosa dello spirito di quei seminari è rimasto negli incontri che per anni Letizia Gianformaggio ha organizzato presso l’Università di Siena, felici occasioni di confronto scientifico per tutti i partecipanti e di educazione all’etica della ricerca per i giovani studiosi.

Difficile riassumere in poche righe il contributo scientifico di Letizia Gianformaggio. Certamente si deve ricordare il libro su Perelman del 1973, una critica acuta e originale dei presupposti filosofici degli studi sull’argomentazione del filosofo belga; e una monografia su Helvétius del 1979, che ricostruiva con lucidità le tesi di questo precursore dell’utilitarismo, mostrandone la rilevanza per la discussione, particolarmente vivace in quegli anni, sul garantismo. A questi due lavori ha fatto seguito una produzione costante di contributi alla teoria del ragionamento (in particolare un libro del 1987, In difesa del sillogismo pratico) e a questioni normative. Quest’ultimo filone degli interessi della Gianformaggio, diventato infine prevalente, era testimonianza di un altro aspetto della sua personalità, una tensione etica non comune, che non mancava di colpire chi la ascoltasse discutere di argomenti a lei cari, come l’eguaglianza – in particolare la discriminazione tra sessi – e la tolleranza. Proprio con una riflessione sulla tolleranza si chiude lo scritto in memoria di Scarpelli, che la malattia le aveva impedito di presentare di persona alla conferenza Milanese in ricordo dello studioso. Per la Gianformaggio, “tollerare comporta comunque un mettersi in gioco, e produce sempre l’assunzione di un rischio. Il rischio, assunto credo consapevolmente, stavolta è quello di perdere l’opportunità di comunicare. L’individuo, nel momento della scelta, è grandiosamente e tragicamente solo. Ma è anche lontano”. Lette oggi queste parole suonano come un congedo, l’enunciazione del credo laico di una persona che ha avuto il coraggio di ragionare, fino alla fine.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 19 settembre 2004

sfoglia     aprile        giugno
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA