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il blog di Mario Ricciardi


Diario


13 febbraio 2011

Federalismo fiscale e scelta costituzionale

Uno spunto da Buchanan

James M. Buchanan ha suggerito che le istituzioni fiscali possono essere valutate assumendo la prospettiva di ciò che egli chiama una “scelta costituzionale”. Per lo studioso statunitense, che ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1986, il carattere distintivo di tali scelte risiede «nella riconosciuta natura permanente, o quasi-permanente, delle alternative che sono prese in esame. Gli individui che partecipano a queste scelte non conoscono, per lo meno non completamente, i loro ruoli nei periodi in cui l’alternativa prescelta rimarrà operativa e, nella misura in cui vi è questa incertezza, gli individui sono indotti a scegliere fra le varie alternative in base a criteri di “equità” e di “efficienza” applicabili generalmente piuttosto che in base a interessi personali completamente identificabili». Non è difficile comprendere a quale precedente storico si ispiri la distinzione di Buchanan tra scelte costituzionali e post-costituzionali. Alle origini degli Stati Uniti d’America c’è proprio una scelta come quella descritta nel brano che ho riportato.

 

Le regole e i principi della Costituzione federale degli Stati Uniti d’America hanno le caratteristiche che Buchanan attribuisce a una scelta costituzionale perché sono appunto il risultato della deliberazione di un gruppo di persone che avevano lo scopo di regolare per un periodo di tempo indeterminato la vita della società politica che avevano deciso di costituire, trovandosi in circostanze che rendevano molto difficile per ciascuno fare previsioni affidabili sulla posizione in cui si sarebbe trovato nella società in questione, e sui risultati che avrebbe di volta in volta ottenuto una volta che le regole e i principi prescelti fossero stati adottati. Un altro esempio di una situazione storica simile è quello dell’assemblea Costituente che ha redatto la nostra Costituzione. Anche in quel caso i delegati sceglievano per un futuro indeterminato, in una situazione di incertezza relativamente alle proprie prospettive personali e a quelle della propria parte politica. Per riprendere un’espressione resa nota da John Rawls, si potrebbe dire che in entrambe le situazioni i costituenti deliberavano sotto un relativo “velo d’ignoranza” che li ha aiutati ad assumere una prospettiva meno parziale nella selezione di regole e principi da adottare per la società in cui si apprestavano a vivere.

 

Si tratta di un velo d’ignoranza relativo e non assoluto perché in entrambi i casi i costituenti erano in condizione di fare ipotesi su come promuovere i propri interessi personali (o quelli della propria parte politica o del proprio gruppo sociale di riferimento). Tuttavia, essi avevano anche ottime ragioni per non fidarsi troppo della propria capacità di prevedere il futuro e per assumere quindi un atteggiamento prudente nella proposta di principi e regole. Ciò spiega perché le considerazioni di equità acquistarono un peso particolare: se non sono sicuro di come mi andranno le cose nel gioco che mi appresto a giocare è razionale che scelga regole che non penalizzino troppo chi perde o è sfortunato. Per quel che riguarda il fisco, assumere tale punto di vista tende a favorire un accordo che incorpori garanzie contro la povertà che in una prospettiva di breve termine sarebbero verosimilmente considerate solo trasferimenti tra persone o gruppi, e che invece in quella costituzionale diventano una sorta di assicurazione contro il fallimento e la sfortuna.

 

Riflettere su queste considerazioni di Buchanan può essere utile in questi giorni in cui si discute tanto di federalismo fiscale. La situazione in cui le regole di questo fondamentale provvedimento verranno adottate è ben diversa da una scelta costituzionale nel senso che abbiamo indicato. In primo luogo perché l’attuazione del federalismo è diventata oggetto di una complessa trattativa che ha come posta per il presidente del Consiglio la propria permanenza in carica, la sopravvivenza della maggioranza, e quindi la possibilità di affrontare i suoi numerosi problemi personali – di alcuni dei quali può solo biasimare sé stesso – da una posizione di forza. In secondo luogo perché l’ottica nella quale queste regole sono state concepite è piuttosto quella di arginare un trasferimento di risorse tra zone più ricche e zone meno ricche del paese che una parte dei cittadini delle prime ritengono non più giustificabile e comunque economicamente intollerabile.

 

Si dice che l’idea che ispira la riforma è rendere tutti gli amministratori locali più responsabili nelle proprie politiche di bilancio, ma in realtà si intende costringere certe regioni del meridione a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti della spesa. Obiettivo condivisibile, ma che corre il rischio di essere perseguito con metodi iniqui nei confronti dei cittadini delle regioni che si troverebbero di fatto in una situazione di svantaggio. C’è da chiedersi se le conseguenze politiche di una drastica e rapida riduzione nel livello dei servizi erogati in certe regioni del meridione siano state prese in considerazione e valutate con l’attenzione che meritano nel dibattito pubblico e se i cittadini di tutte le regioni italiane hanno fino in fondo compreso la portata dei cambiamenti che le nuove disposizioni potrebbero innescare una volta entrate in vigore.

 

Pubblicato su Il Riformista il 13 febbraio 2011


14 novembre 2010

Equità e cooperazione sociale

La famiglia come risorsa

Nei giorni scorsi, dalle pagine del “Corriere della Sera”, Maurizio Ferrera ha invitato l’opinione pubblica di questo paese a dare il via a una discussione pacata sulla famiglia e sul suo ruolo nella nostra società. Lo scopo di questa riflessione collettiva dovrebbe essere di favorire l’emersione di giudizi condivisi che pongano le basi di politiche efficaci a sostegno di questa fondamentale istituzione sociale, che nel suo intervento Ferrera descrive come una “formidabile risorsa” cui le politiche pubbliche hanno prestato insufficiente attenzione in questi anni.

 

Mi pare che quello di Ferrera sia un appello da condividere e – per quanto mi riguarda – proverò a farlo dal punto di vista della filosofia politica, presentando alcune osservazioni ispirate dalla concezione delle istituzioni che appartengono alla “struttura di base della società” presupposta da John Rawls nei suoi lavori sulla teoria liberale della giustizia come equità. Cominciamo da una prima considerazione, che riguarda il ruolo della famiglia tra queste istituzioni. Rawls sostiene che essa ha, tra l’altro, il compito di presiedere alla «produzione e alla riproduzione della società e della sua cultura da una generazione all’altra». Ciò avviene attraverso la generazione dei figli che nascono al suo interno, di cui i genitori si prendono cura accompagnandoli fino alla maggiore età. Ammettere che questa sia una funzione specifica della famiglia non vuol dire affatto negare che sia legittimo che due persone decidano di vivere insieme e di fondare un nucleo familiare senza avere l’intenzione di generare figli, ma avendo in mente soltanto l’orizzonte del proprio progetto di vita in comune. Alleanze o partnership di questo tipo sono ovviamente ammissibili in una società liberale. Così come non sono necessariamente da biasimare le motivazioni di chi desidera avere un figlio e prendersene cura senza legarsi stabilmente con un’altra persona per formare una durevole unione.

 

Ma il rispetto per scelte personali di questo tipo non deve farci perdere di vista, come sostiene Rawls, il valore che ha per la sopravvivenza e la durata nel tempo di una società politica, intesa come uno schema di cooperazione che si proietta indefinitamente nel futuro, la disponibilità di un largo numero di persone a farsi carico, come coppie, di generare e di curare quelli che saranno i cittadini di domani. Chiunque rifletta per un momento su cosa vuol dire mettere al mondo un bambino si rende conto che tale scelta comporta una responsabilità nei confronti della nuova vita che si assume l’impegno di far fiorire, e che questa è un compito che si affronta più agevolmente se è parte di un progetto di vita stabile, meglio se condiviso da più persone.

 

Messo in altri termini, si potrebbe dire che i genitori si assumono volontariamente l’onere di svolgere un lavoro che è necessariamente sociale, e che apporta un potenziale beneficio anche a chi non appartiene alla famiglia in cui il bambino nasce. Se, infatti, i genitori riescono nel compito di accompagnare alla maggiore età persone mature e responsabili, che abbiano un senso di giustizia e che siano in grado di partecipare su una base di parità alla cooperazione sociale, essi hanno dato con il proprio lavoro un contributo anche ai propri concittadini presenti e futuri, inclusi quelli che liberalmente hanno scelto di non assumere lo stesso onere. Poste queste premesse, la domanda da porsi è se sia giustificabile che questo lavoro non trovi adeguato riconoscimento da parte della società nel suo complesso. Se i termini della cooperazione non debbano, per essere equi, trovare un modo per compensare chi si è assunto spontaneamente l’onere di dare il proprio contributo alla produzione e alla riproduzione della società e della sua cultura da una generazione all’altra. Penso che la risposta sia che una società che non trovasse il modo, attraverso adeguate misure di sostegno, per manifestare il proprio riconoscimento a chi decide di avere un figlio e se ne occupa, nel modo migliore possibile, fino alla maggiore età, non sarebbe giusta.

 

Ovviamente la natura delle misure può essere diversa, e c’è ampio spazio per esercitare la creatività dei policy makers senza penalizzare chi – per scelta o per necessità – affronta da solo il compito di essere genitore. Tuttavia, mi pare che non sarebbe possibile realizzare gli scopi che Ferrera segnala nel suo intervento se non si presta la dovuta attenzione al ruolo specifico che la famiglia ha tra le istituzioni che appartengono alla struttura di base della società. Da questo punto di vista, al contrario di quella liberale, sia la concezione libertaria della famiglia sia quella comunitaria soffrono dello stesso vizio. Pur essendo ispirate da visioni diverse – la prima minimalista e individualista, modellata sull’idea di un contratto, la seconda carica di significati trascendenti, spesso alimentati da un sentimento religioso – esse finiscono per distorcere i semplici fatti sociali che abbiamo richiamato in ossequio a ideali che pretendono di essere gli unici moralmente degni di rispetto.

 

Pubblicato su Il Riformista il 14 novembre 2010


6 giugno 2010

Fare figli

Equità e maternità

Lo chiamano “baby blues”. Un’espressione che suona come un eufemismo. Che tradisce forse l’imbarazzo con cui si affronta un insieme di sintomi che spesso seguono il parto senza conseguenze, ma che talvolta si aggravano fino a diventare “depressione post-parto”. Credo di aver letto da qualche parte delle reazioni fisiologiche e dei processi psicologici che possono innescare questa sindrome. Ricordo che è una delle cose da cui mettono in guardia le coppie che stanno per avere un figlio. La fragilità emotiva di una madre che si trova improvvisamente ad avere a che fare con una creatura che è completamente incapace di badare a se stessa. Che può esprimere disagio solo piangendo, ma che se non piange mai non è affatto buon segno. Ai padri si dice che devono essere attenti a non lasciare la madre sola ad affrontare questa responsabilità. Che è importante essere presenti, condividere le scelte, custodire il riposo della propria compagna.

 

Le stime ci dicono che ogni anno sono tra 50 e 75 mila le italiane che si trovano in questa condizione. Per alcune dura poco, per altre invece può protrarsi per mesi. Un migliaio sarebbero i casi in cui la depressione della madre mette seriamente in pericolo l’incolumità dei figli. Tutti ricordiamo almeno alcuni di quelli che si sono conclusi tragicamente. Viene da chiedersi se a questi vadano aggiunti tutti quelli che non appaiono tra le notizie del giorno perché a perdere la vita non è il figlio ma la madre, e quindi vengono semplicemente rubricati come suicidi. Tragedie minori che non valgono un commento o un pezzo in cronaca. Se ha un merito, la proposta della Società dei Ginecologi e dell’associazione Strade Onlus, che chiedono una forma “leggera” di trattamento sanitario obbligatorio (il Tso previsto dalla legge 180) per queste madri in difficoltà, ha certamente quello di porre questo problema all’attenzione dell’opinione pubblica. Non come un crimine inquietante che evoca i soliti riferimenti classici, ma come una piaga sociale da affrontare.

 

La proposta non prevede il ricovero obbligatorio in ospedale. Secondo chi la promuove sarebbero sufficienti operatori qualificati, anche un infermiere, che stiano a fianco della madre 24 ore su 24, a casa. Ciò basterebbe – dicono – a proteggerla e a permetterle di accudire il bimbo. Senza arrivare a misure così drastiche, uno psichiatra suggerisce invece un più vago “percorso di attenzioni”. C’è una cosa che colpisce nell’una come nell’altra idea. Ciò cui si allude non è una novità. Prima che ci convincessimo che la famiglia allargata è un ostacolo alla crescita economica e al progresso della nostra civiltà questa rete di sicurezza in molti casi esisteva. Nelle famiglie borghesi dei primi del novecento era assicurata da balie e domestiche. Oppure da quelle che mia nonna chiamava “le parenti sfortunate”, che in cambio dell’alloggio e di un minimo di sicurezza si davano da fare per alleggerire la fatica delle madri. Lungi da me la tentazione di fare l’elogio di una forma di vita che aveva i suoi lati oscuri. Sappiamo bene che il benessere che consentiva ai borghesi di dividere il lavoro necessario a crescere i figli dipendeva in larga misura da ineguaglianze e ingiustizie che oggi troviamo, e con ragione, intollerabili. Se ho evocato la famiglia allargata non è per proporne la restaurazione, magari con apposito decreto legge. Volevo semplicemente ricordare che quella che Edmund Burke chiamava “la saggezza della specie” aveva trovato una serie di rimedi alla fragilità delle madri che ammettevano implicitamente che la maternità non è un’impresa individuale. Ciascuna classe sociale li modulava in modo diverso, ma riconoscendo che prendersi cura di un figlio, accompagnarlo fino alla maturità, è un’attività cooperativa. Che richiede che ciascuno faccia la propria parte.

 

La saggezza del modo tradizionale di fare le cose non consisteva nella maniera in cui erano distribuiti i vantaggi e gli oneri della cooperazione, ma nel fare i conti con le circostanze oggettive e soggettive della maternità. Risorse scarse e forza di volontà limitata. Vulnerabilità e incapacità di prevedere e affrontare da soli qualsiasi contingenza. Anche se i termini della cooperazione non erano equi, essi almeno riconoscevano il peso dovuto alla natura. Plasmati come erano dall’implicito riconoscimento che il mondo non è infinitamente plastico, che non si piega necessariamente alla nostra volontà, che non è qualcosa su cui si esercita controllo.

 

Forse è da qui che dovremmo ripartire. Cominciando col dire che avere un figlio non è una tappa nel proprio percorso di auto-realizzazione. Non è qualcosa da mettere nel curriculum, e da esibire per mostrare che si è fatto anche quello. Se scegli di percorrere quella strada – e, tranne casi estremi, è sempre una scelta, di cui si risponde moralmente – dovresti sapere che ci sono altre strade che non puoi percorrere, almeno per qualche tempo. Non si può essere ovunque nello stesso tempo. Non si può essere chiunque contemporaneamente.

 

Dire che anche i padri devono fare la propria parte è il primo passo, ma non l’ultimo. A volte i padri non possono, non ce la fanno, non ci sono o non vogliono. Nei casi migliori non perché siano maschilisti o egoisti, ma perché devono lavorare per contribuire al mantenimento della famiglia. Se sei distrutto dalla fatica e guadagni poco non sei nello stato d’animo adatto per cogliere i segni premonitori della depressione. In questi casi, raccomandare attenzione potrebbe non essere sufficiente. Forse mi sbaglio, ma le foto che accompagnano diverse delle storie di depressione post-parto che si sono concluse tragicamente non mi fanno venire in mente solido benessere, coppie serene che riescono a sorridere dei propri primi – inevitabilmente goffi – tentativi di cambiare un pannolino. Guardandole ti chiedi se, prima del buio, quelle donne sono riuscite a parlare con qualcuno. Se il marito non c’era, o non capiva, o non poteva farcela, c’era almeno una madre, una vicina, un’amica che fosse in grado di aiutare? Probabilmente no, questo è il problema.

 

 

Pubblicato su Il Riformista il 6 giugno 2010 


30 maggio 2010

La finanziaria e l'equità

Con la presentazione, da parte del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia, dei lineamenti della prossima manovra finanziaria il dibattito politico è entrato in una nuova fase. Destinata a durare, salvo sorprese, fino all’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento. Abbiamo letto in questi giorni delle prime reazioni dell’opposizione alle misure illustrate da Berlusconi e Tremonti. Alcuni si dicono disposti a ragionare nel merito delle proposte, riservandosi eventualmente di sostenerle qualora risultassero politicamente accettabili. Altri hanno già sbattuto la porta in faccia al Governo accusando la maggioranza di fare “macelleria sociale”. Sullo sfondo pesano le parole del Presidente della Repubblica che ha invitato le forze politiche e cercare soluzioni condivise a una crisi finanziaria che – come abbiamo avuto modo di vedere nelle scorse settimane – minaccia la stabilità della moneta unica europea e quella della stessa Unione. In casi come questo, prima di formulare un giudizio, si dovrebbe fare qualche passo indietro per mettere meglio a fuoco la questione sul piano dei principi. Perché è anche di questo che stiamo parlando: alla fine vogliamo capire non solo se la manovra ha qualche possibilità di essere efficace, ma anche se è giustificabile politicamente. Se i sacrifici che essa impone agli italiani sono equi o meno.

 

La prima cosa che dovremmo chiederci è da che punto di vista dovremmo valutare le misure che ci vengono proposte. Quali sono le posizioni sociali rilevanti nel valutarne gli effetti? Sappiamo che gli scontenti sono molti. Certamente i dipendenti pubblici, che hanno già duramente protestato per gli interventi che riguarderebbero le retribuzioni e le assunzioni. Una certa preoccupazione è stata manifestata anche da alcuni amministratori locali – non solo dei partiti di opposizione – che temono che i tagli li costringeranno a alzare le imposte per mantenere invariato il livello dei servizi offerti ai cittadini. Abbiamo appreso anche che gli imprenditori si sono detti, grosso modo, soddisfatti delle misure per il contenimento della spesa, pur rilevando che il governo dovrebbe fare di più per promuovere lo sviluppo. Dobbiamo concludere che questa finanziaria – come si sarebbe detto una volta – è scritta dal punto di vista dei padroni?

 

Proviamo a ragionare su un esempio. Nel corso della conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha sottolineato che gli interventi sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti sarebbero giustificati dal fatto che nel settore pubblico ci sono stati negli ultimi anni incrementi salariali maggiori di quelli che si sono avuti nel privato. Ciò sarebbe avvenuto, a suo dire, a fronte di un’asimmetria di posizione tra i dipendenti pubblici – che hanno la garanzia del “posto fisso” – e chi lavora per un privato, che invece rimane esposto al rischio del licenziamento se l’economia va male. Gli statali sono colpiti, ma non dovrebbero lamentarsi perché sono più protetti.

 

L’argomento ha una certa forza. Tuttavia, esso non tiene conto di alcuni profili del pubblico impiego che andrebbero considerati perché non sono affatto irrilevanti. L’inamovibilità di alcune categorie di dipendenti pubblici non è un privilegio irragionevole, ma una garanzia di autonomia, che è giustificata dal pubblico interesse ad avere funzionari, magistrati o docenti che svolgano il proprio compito con serenità, senza essere sottoposti alla minaccia di perdere il posto di lavoro se si rifiutano di assecondare pretese irragionevoli o illegittime da parte di qualcuno. Non c’è dubbio che negli ultimi decenni all’ombra di questa garanzia c’è stato chi non ha fatto il proprio dovere, ma questa non è una buona ragione per ignorare il principio che giustifica la posizione di certi dipendenti pubblici. C’è spazio per rivedere ciò che non funziona, ma non si può assimilare dipendenti pubblici e privati come porterebbe a fare la tendenza – oggi molto popolare, soprattutto nella cultura di una parte del centro-destra – a confondere chi lavora per l’interesse generale e chi lavora alle dipendenze di un imprenditore. La Repubblica italiana non è un’impresa.

 

Inoltre, si dovrebbe tenere conto del fatto che all’interno del settore pubblico ci sono differenze che dovrebbero suggerire maggior cautela nel fare comparazioni con i dipendenti privati. Le fasce di retribuzione più basse hanno subito negli ultimi anni un relativo impoverimento a causa dell’aumento del costo della vita. Una busta paga che, al netto delle tasse, si aggira intorno ai duemila euro non è sufficiente da sola a mantenere un tenore di vita paragonabile a quello che avrebbe reso possibile l’equivalente in lire nel 1995. Un confronto affidabile poi dovrebbe tener conto anche delle rispettive qualificazioni. Siamo sicuri che, a parità di livello di istruzione, un lavoratore del settore pubblico abbia una retribuzione paragonabile a ciò che guadagnerebbe nel settore privato? Siamo certi che, dove c’è una differenza, essa sia compensata dalla sicurezza del posto di lavoro? Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo provvedimento non è promuovere l’eguaglianza, o diminuire la disuguaglianza, tra gli italiani. La manovra finanziaria è indispensabile per evitare una situazione che sarebbe disastrosa per chiunque. Come nel caso dei provvedimenti necessari per affrontare un’emergenza sanitaria, anche in questo gli effetti distributivi non sono rilevanti. L’unica cosa che conta è l’efficacia delle misure. Tuttavia, se le ineguaglianze sociali ed economiche non sono giuste, l’applicazione del principio dell’interesse comune risulta ingiustificata.

 

Qualora l’operazione di salvataggio riuscisse, chi ha le aspettative più alte si avvantaggerebbe di più, perché ha più da perdere se le cose andassero male. Quindi non possiamo assumere il punto di vista dell’eguale cittadinanza per valutare la manovra, e dobbiamo invece chiederci quali effetti avrebbero i provvedimenti proposti per i meno avvantaggiati. Almeno, dovrebbe chiederselo chi attribuisce ancora qualche importanza alla giustizia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 maggio 2010

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