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il blog di Mario Ricciardi


Diario


17 aprile 2009

Sull'uso politico dell'etica



La sentenza della Corte Costituzionale che è intervenuta su alcuni aspetti della legge sulla fecondazione assistita ha aperto un secondo fronte del conflitto che da alcuni mesi divide la politica italiana. Si tratta di uno scontro aspro, che vede contrapposti due schieramenti trasversali che non coincidono affatto con i confini di maggioranza e opposizione, e che nelle parole di alcuni suoi protagonisti sembra avere come oggetto del contendere niente meno che la vita stessa.

In un certo senso, questo è vero. Infatti, sia che si discuta di limiti all’impianto di embrioni, sia che si dissenta sull’esistenza del diritto di ciascun essere umano di rifiutare trattamenti sanitari anche quando ciò comporta la propria morte, è sempre la vita a essere in gioco. Nel primo caso, vite nascenti, che potrebbero non svilupparsi, ma che comunque hanno in potenza la capacità di farlo. Nel secondo, vite che verosimilmente stanno spegnendosi, ma che la medicina potrebbe sostenere a lungo in uno stato che alcune persone rifiutano legittimamente come lesivo della propria concezione della dignità.

Ciò nonostante, non credo che si possa affermare – come pure è stato fatto – che lo scontro in atto riguardi due concezioni alternative della vita, o addirittura un partito della vita e uno della libertà di scelta (o della morte, come sostengono alcuni suoi oppositori). Una riflessione pacata mostra che i problemi di cui si discute non possono essere ricondotti a uno schema di scelta unitario, che consenta di distinguere agevolmente due opzioni incompatibili che si riprodurrebbero in entrambi i casi nella stessa forma. La libertà di scegliere il modo e il tempo della propria morte, quando si ritiene che la vita che si ha a disposizione non è più degna di essere vissuta, riguarda noi stessi, e la proprietà che secondo alcuni abbiamo del nostro corpo. L’uso degli embrioni è faccenda del tutto diversa, che comporta la disposizione di qualcosa su cui è discutibile che si possa affermare una signoria esclusiva. Approfondendo l’analisi, ciascuno dei due “problemi” su cui si sono divisi parlamento e forze politiche rivela una complessità che appare incompatibile con l’idea che ci sia una formula semplice che consenta di decidere una volta per tutte quale sia la soluzione moralmente migliore. Anche perché, sul piano morale, una soluzione migliore in assoluto potrebbe non esserci affatto, visto che alcuni dei disaccordi che emergono nella discussione pubblica dipendono da concezioni incommensurabili della vita o dell’autonomia individuale. Tanto per fare l’esempio più ovvio, le persone che aderiscono a una religione rivelata come il cristianesimo hanno un modo di intendere la vita – o la libertà umana – che è radicalmente diverso da quello di chi invece non riconosce l’autorità della rivelazione oppure non condivide l’interpretazione che ne propone una chiesa. La stessa idea che a scontrarsi siano cristiani e non è una sciocchezza in un mondo in cui nessuna chiesa può fregiarsi del titolo di rappresentante esclusiva del messaggio cristiano.

Se ciò cui stiamo assistendo in questi mesi è la nascita di un “bipolarismo etico” esso ha ben poco a che fare con l’etica pubblica nel senso in cui essa viene intesa nel liberalismo contemporaneo. L’idea di un consenso per intersezione (overlapping consensus) tra diverse concezioni morali comprensive richiede infatti la disponibilità, da parte di tutti quelli che partecipano alla discussione sui fondamenti costituzionali della vita associata, di riconoscere e accettare come validi gli argomenti morali proposti dalle controparti, se questi vengono formulati nei termini di quella che John Rawls chiama, riprendendo un espressione kantiana, “ragione pubblica”. Ciò vuol dire che le ragioni morali cui si fa appello non possono essere fondate sull’autorità di una rivelazione, o su quella di una chiesa in quanto interprete della rivelazione. Se si vuole sostenere che la vita è indisponibile, o che gli embrioni non possono essere prodotti per usarli come mezzi per il fine che si vuole realizzare, per quanto legittimo o desiderabile esso sia, non è alla parola di Dio o a quella di un vescovo che si deve rimandare. Almeno non esclusivamente. Nell’ambito dell’etica pubblica gli argomenti di un cristiano meritano la stessa considerazione di quelli di un ebreo o di un islamico, ma devono trovare il proprio sostegno finale nell’autorità della ragione stessa.

Da questo punto di vista, la discussione ragionevole in parlamento e tra i partiti non è nemmeno cominciata. Ciò cui abbiamo assistito è il tentativo di usare considerazioni morali, spesso formulate in modo rozzo, come risorse simboliche da buttare sul piatto di una contrattazione che di etico non ha nulla. L’uso della morale per ottenere un vantaggio competitivo è la negazione della possibilità stessa dell’etica pubblica. C’è chi ha parlato, a proposito di certe leggi, di un ritorno allo Stato etico. In realtà, ciò che sta avvenendo è una politicizzazione sbagliata dell’etica, da parte di un ceto politico alla ricerca di consenso a buon mercato.

Pubblicato su Mondoperaio 2, aprile 2009.

Qui c'è il sito della rivista


5 febbraio 2009

Riflessioni sul caso Englaro

Come c’era da temere, il trasferimento di Eluana Englaro nella clinica dove dovrebbero aiutarla a morire ha provocato reazioni forti. C’è chi ha pianto. Chi ha gridato. Chi si è spinto pericolosamente vicino al limite della violenza per impedire il primo passo verso l’esecuzione della sentenza della Cassazione che autorizza l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione forzata cui la giovane donna è sottoposta da anni.

Per quanto si possa disapprovare sul piano della sensibilità personale le forme più estreme in cui la protesta si è manifestata in queste ore, credo che un liberale non possa fare altro che accettarle su quello politico. Almeno fino a quando rimangono entro i confini del giuridicamente lecito. Se si è convinti in buona fede che porre fine alla vita di Eluana Englaro nel modo indicato dalla sentenza della Cassazione è moralmente sbagliato è comprensibile che si manifesti il proprio dissenso. Più forte è la convinzione che si sta per uccidere un innocente, maggiore sarà il desiderio di protestare facendo sentire la propria voce. Anche urlando se necessario. Si può contestare il luogo e il momento, ma non credo si possa negare il diritto di farlo.

Diversa è la valutazione del comportamento di chi non esprime il proprio dissenso attraverso una manifestazione pubblica ma scrive o ragiona ad alta voce su ciò che sta accadendo. In questo caso mi pare che ciascuno avrebbe il dovere morale di esercitare un controllo più rigoroso su ciò che dice. Non ho in mente solo le affermazioni sul ritorno della pena di morte nel nostro ordinamento fatte da diversi prelati e esponenti del mondo cattolico. Anche espressioni più pacate – come quelle usate da Monsignor Sgreccia nell’intervista concessa a questo giornale – mi sembrano criticabili. Almeno se si è convinti, e anche un credente dovrebbe esserlo, che il fine dell’argomentazione non giustifichi qualsiasi mezzo per far prevalere la propria tesi. Sgreccia sostiene che è una “falsità scientifica” la qualifica di “permanente” per lo stato in cui Eluana si trova da anni. Sarebbe così se quel “permanente” fosse da intendersi nel senso di “certamente irreversibile”. In realtà, una larga parte dei termini impiegati dai medici per qualificare lo stato di un paziente esprimono un giudizio sulla probabilità che un evento accada. La questione è che, nel caso di Eluana, la probabilità di un risveglio è così bassa da essere statisticamente irrilevante. Ciò è ritenuto sufficiente nella nomenclatura convenzionale per classificarlo come “permanente”. Dire che “nessuno può sapere se si sveglierà” è vero nel senso che molte cose che abbiamo buone ragioni per credere sono nondimeno incerte. Tuttavia, credo che sia sbagliato accettare il rischio che le proprie parole alimentino aspettative irragionevoli in coloro che hanno una persona cara nello stesso stato in cui si trova Eluana Englaro e vorrebbero disperatamente credere che c’è ancora plausibile speranza di un risveglio.

Sgreccia dice il vero anche quando ricorda che di recente medici e neurologi hanno messo in discussione l’opportunità di usare una qualificazione ambigua come “permanente”. Ciò nonostante, provo qualche perplessità nel rilevare tanta fiducia da parte di un prelato nelle opinioni degli scienziati sulla vita e sulla morte. La ragione per cui si dubita della nomenclatura convenzionale è che sono state sollevate obiezioni all’uso di un termine che sembra esprimere una certezza per descrivere qualcosa che – in senso stretto – è solo altamente probabile. Di qui le conclusioni del congresso cui allude Sgreccia. Tuttavia, queste obiezioni non sono “scienza buona” che scaccia quella “cattiva”. Al contrario, esse sono il risultato di una critica di carattere filosofico delle scelte classificatorie operate in passato dagli scienziati. La questione di fondo è che non solo non possiamo escludere con certezza che, per quanto altamente improbabile, Eluana potrebbe riprendere coscienza, ma neppure possiamo dire di sapere se ella sia ancora capace in qualche senso di “esperienza”. Non lo sappiamo e forse non potremo saperlo mai perché non abbiamo accesso diretto all’esperienza di nessuno, nemmeno di una persona che non si trova in stato vegetativo permanente.

Eluana è viva, in uno dei diversi modi in cui si può dire che ci sia vita. L’interruzione dei trattamenti ne provocherebbe la morte. Ciò avverrebbe non per cattiveria o per cattiva volontà di qualcuno ma perché la magistratura ha ritenuto che ci siano prove sufficienti per concludere che non sarebbe mai voluta vivere come ha fatto fino a ora e che, come ciascuno di noi, aveva il diritto di rifiutare di essere sottoposta a un trattamento sanitario contro la propria volontà. La decisione della Cassazione è stata presa in assenza di una legge che disciplini in modo specifico questo tipo di circostanze, ma sulla base di una ricostruzione complessiva del diritto. Considerando i principi costituzionali e le norme comunque rilevanti per il caso. Da questo punto di vista non credo che si possa criticarla. Ciò nonostante, non penso sia saggio accontentarsi di un precedente che attribuisce un peso determinante alle prove testimoniali nel ricostruire la volontà di rifiutare un trattamento. Una volontà presunta o ricostruita di morire non è la stessa cosa di una dichiarazione esplicita e formale, con le adeguate garanzie che essa rispecchi il giudizio ponderato di una persona.

Per questo è necessario che il parlamento risolva il problema approvando una legge sulle disposizioni anticipate. Di questo dovremo discutere nei prossimi mesi. Sarebbe opportuno farlo senza ipocrisie, anche da parte dei non credenti. Se si accetta il principio che ciascuno ha diritto di disporre della propria vita chiedendo di non essere tenuto in vita artificialmente diventa difficile giustificare che si neghino i mezzi necessari per morire in modo dignitoso e indolore a un malato che è cosciente e non vuole continuare a soffrire senza alcuna ragionevole speranza di guarigione. Anche se questo comporta il rischio di accelerare la morte.

Pubblicato su Il Riformista il 5 febbraio 2009



19 novembre 2008

Eluana Englaro e Nancy Cruzan

In una democrazia liberale si possono criticare le sentenze. Anzi, si potrebbe sostenere che si deve, quando si è convinti che contengono un ragionamento fallace o che non sono adeguatamente argomentate. Tuttavia, il legittimo – e talvolta salutare – controllo da parte dell’opinione pubblica dovrebbe sempre essere esercitato con rispetto sia di chi giudica, e delle parti, sia della verità. Purtroppo nel nostro paese spesso non ci si attiene a questa regola elementare del dibattito pubblico, con conseguenze perniciose. Un esempio di questo tipo di distorsione lo abbiamo davanti in questi giorni con alcune reazioni alla sentenza sul caso di Eluana Englaro. In particolare, colpisce la disinvoltura con cui è stata richiamata la vicenda di Terry Schiavo, affermando che ci troveremmo di fronte alla stessa situazione. In realtà le cose non stanno in questo modo.

Se è vero che, dal punto di vista medico, i due casi sono simili, da quello legale e morale essi presentano asimmetrie che non è possibile trascurare. Nel caso della Schiavo, infatti, le testimonianze relative alla volontà della donna di non essere sottoposta indefinitamente a trattamenti che la tenessero in vita se si fosse trovata in stato vegetativo senza ragionevole possibilità di recupero, non erano affatto concordanti. Contro quella del marito, di suo fratello e della cognata, c’erano le deposizioni della madre della donna e di un’amica di infanzia che affermavano il contrario. La Corte alla fine ha ritenuto che le prime fossero più attendibili delle seconde, autorizzando la sospensione dell’alimentazione. Un verdetto che molti hanno criticato anche alla luce della personalità di Michael Schiavo, il marito di Terry, le cui motivazioni sono apparse a diversi commentatori non del tutto limpide.


Nel caso di Eluana Englaro, invece, nessuno ha mai proposto testimonianze discordanti relative alla volontà della donna di non essere tenuta in vita artificialmente. Nemmeno è mai stata messa in dubbio l’attendibilità o la buona fede dei testimoni sentiti nel corso del processo. Se proprio si volesse richiamare un precedente rilevante per criticare le decisioni della magistratura italiana sul caso Englaro – ma non l’ultima sentenza della Cassazione che, è bene ricordarlo, riguarda soltanto una questione procedurale – si dovrebbe guardare piuttosto alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Cruzan v. Director Missouri Department of Health del 1990. Si tratta di una pronuncia relativa a un caso del tutto simile a quello della Englaro perché fondato su testimonianze concordanti. In quel procedimento, la Corte Suprema Federale decise a maggioranza di confermare la decisione della Corte Suprema del Missouri che aveva respinto la richiesta di sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali in quanto ritenne che le condizioni imposte dai giudici locali per concedere l’autorizzazione non fossero incostituzionali. In particolare, la Corte del Missouri aveva stabilito che in assenza della dichiarazione formale prevista dalla legislazione statale sulle disposizione anticipate (il c.d. Living Will) ci fossero almeno “chiare e convincenti, intrinsecamente affidabili” prove della volontà della paziente di non essere sottoposta a trattamento per tenerla in vita in circostanze come quelle in cui si trovava al momento della sentenza. Pur ammettendo l’esistenza di un diritto costituzionale di rifiutare un trattamento sanitario, l’estensore della sentenza della Corte Suprema Federale (l’allora Chief Justice Rehnquist) ha sostenuto che gli Stati possono stabilire requisiti di prova stringenti quando la volontà di morire deve essere ricostruita indirettamente.


La sentenza del caso Cruzan è considerata tuttora un precedente dotato di autorità nella giurisprudenza della Corte Suprema in materia di diritto morire. Gli argomenti di Rehnquist sono stati criticati, ad esempio da Ronald Dworkin, ma rimangono ancora oggi una testimonianza importante di come si possa tentare di conciliare il diritto delle persone di rifiutare un trattamento sanitario con l’esigenza pubblica di tutela della vita di chi si trova in una situazione di vulnerabilità. Per quel che riguarda il nostro paese, la sentenza Cruzan offre due spunti di riflessione importanti per il dibattito in corso. In primo luogo che, anche se si ammette che c’è un diritto costituzionale di lasciarsi morire, la volontà di esercitarlo dovrebbe essere espressa in modo univoco e formale. In secondo luogo che, in assenza di uno strumento legale per disporre dei trattamenti cui si viene sottoposti, le prove testimoniali presentano un rischio maggiore di abusi o errori.

Pubblicato su Il Riformista il 19 novembre 2008



14 novembre 2008

L'ultima parola sulla vicenda Englaro

La Cassazione ha finalmente detto l’ultima parola sulla vicenda di Eluana Englaro. Respingendo il ricorso della procura, la corte ha aperto la strada alla cessazione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali che l’hanno trattenuta in vita in questi anni. Per il padre della ragazza, che tanto ha lottato per ottenere il riconoscimento del diritto a lasciar morire dignitosamente sua figlia, comincia l’ultima parte di un lungo calvario, che speriamo si svolga al riparo da ulteriori clamori.

Se la controversia giudiziaria si conclude, ciò non vuol dire che tutti i problemi siano risolti. Lo spazio concettuale entro il quale hanno dovuto muoversi i giudici non è di quelli dove ci sono confini ben delineati. Ricordiamo brevemente quali sono i nodi principali da sciogliere. Da un lato c’è la questione del diritto di un malato di rifiutare le cure. La nostra Costituzione – sia pure con qualche limite – riconosce questo diritto. Dall’altro c’è il diritto a non essere privati ingiustamente della vita. Nel passaggio dai principi all’azione ci sono diverse difficoltà che il caso di Eluana Englaro ha illustrato in modo drammatico. Se il paziente non è più cosciente, e non ha manifestato in precedenza in modo univoco la propria volontà di non essere sottoposto a certi tipi di cura, risulta difficile immaginare che qualcun altro – per quanto ben intenzionato – abbia il diritto di decidere al suo posto. La controversia giudiziaria sulla sorte di Eluana è nata in parte proprio dall’incertezza relativa alle sue volontà, che sono note solo perché riportate da testimoni. Una traccia che molti considerano – non a torto – troppo labile per sostenere il peso di una decisione importante come quella di interrompere i trattamenti che la mantengono in vita.

Sul piano morale le alternative lasciate aperte dalla sentenza hanno comunque implicazioni che non si possono accettare a cuor leggero. Lasciar morire una persona quando si potrebbe impedirlo normalmente è equivalente a ucciderla. Interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali di una persona in coma, anche se siamo ragionevolmente sicuri che essa non ha alcuna possibilità di riprendersi, comporta come conseguenza la morte per disidratazione o denutrizione. Una conseguenza, è bene sottolinearlo, che non possiamo considerare accidentale.

Da questi dilemmi tragici, che la magistratura ha cercato di sciogliere come meglio poteva, dobbiamo ripartire per impedire che casi come quello di Eluana accadano in futuro. Per questo è necessaria una legge che trovi un equilibrio ragionevole tra la difesa della vita di un essere umano inerme e il giusto riconoscimento del diritto di ciascuno di decidere della propria esistenza. Che comporta inevitabilmente il potere di metterle fine, o di chiedere che ciò avvenga in modo dignitoso, e in un ambiente adeguato, quando andare avanti è diventato insostenibile. Tuttavia, questo diritto deve essere esercitato in piena coscienza e manifestato in modo chiaro da persone al riparo da pressioni e condizionamenti psicologici. Non è accettabile che la libertà di disporre della propria vita diventi lo strumento attraverso il quale passa l’eliminazione di chi è ormai soltanto un peso per la società. “Non voglio più vivere così” è un pensiero che può attraversare la mente di chiunque – specialmente persone vulnerabili come gli anziani o i malati gravi –  in un momento di disperazione. Nel caso di pazienti che si trovano nelle condizioni in cui era Eluana ciò richiede dunque la necessità di ricorrere a disposizioni anticipate redatte in modo da impedire abusi o decisioni avventate. In caso di dubbio, infatti, una legislazione liberale dovrebbe comunque dare precedenza al diritto fondamentale a non essere privati ingiustamente della vita. Solo in questo modo è possibile andare oltre le polemiche di questi anni facendo un progresso nella direzione di una società più giusta anche con chi non è più in grado di far sentire la propria voce perché non ne ha la forza o ne ha perso la possibilità.

Pubblicato su Il Riformista il 14 novembre 2008


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