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il blog di Mario Ricciardi


Diario


13 dicembre 2009

Ricordo di Francesco de Franchis

Ci sono autori che si identificano a tal punto con la propria opera da prestarle il nome. Accade con i dizionari che diventano classici, e sono universalmente noti come “l’Abbagnano” o “il Devoto-Oli”. La stessa sorte è capitata a Francesco de Franchis, che nei giorni scorsi ci ha lasciato. Da anni “il de Franchis” è per i giuristi italiani che hanno a che fare con i paesi di Common Law uno strumento di lavoro imprescindibile. Pubblicata da Giuffrè in due volumi, usciti nel 1984 (inglese-italiano) e nel 1996 (italiano-inglese), quest’opera monumentale è stata immediatamente accolta dal plauso unanime sia degli studiosi sia dei pratici.

 

Ne sono testimonianza le pagine della presentazione al primo volume, scritte da Mauro Cappelletti, uno dei maestri del diritto comparato nel nostro paese. Cappelletti confessava di essersi trovato davanti all’opera “più singolare” che gli fosse capitato di leggere. Quello di de Franchis, infatti, non è un dizionario, ma un’enciclopedia. Non si limita a dare l’equivalente italiano di un termine inglese, ma ne spiega il significato, in voci che talvolta sono piccoli trattati che chiariscono la natura di un istituto e ne ricostruiscono la storia. Frutto di più di trent’anni di lavoro, oltre metà dei quali senza computer. Ci voleva una volontà di ferro, e un pizzico di follia, per cimentarsi in questa impresa. Francesco de Franchis aveva entrambe.

 

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 13 dicembre 2009


1 maggio 2009

L'Europa del diritto



Mauro Barberis insegna filosofia del diritto all’università di Trieste. Allievo di Giovanni Tarello, uno dei filosofi del diritto italiani più acuti e originali della generazione formatasi del secondo dopoguerra, Barberis ha ripreso dal maestro la capacità di coniugare felicemente nei propri lavori i metodi più avanzati elaborati nel campo della filosofia del linguaggio dopo Wittgenstein e una non comune sensibilità per la storia delle idee. Di queste doti intellettuali c’è una testimonianza eloquente nel suo ultimo lavoro, L’Europa del diritto (Il Mulino, Bologna 2008), che è una ricostruzione di quella che egli caratterizza come la cultura giuridica “europeo-occidentale”. Si tratta del prodotto della lenta evoluzione che, a partire dal diritto romano, ci conduce fino all’ideale di un governo delle leggi incarnato dal costituzionalismo contemporaneo. Di questa cultura Barberis delinea un profilo ricostruendone a grandi linee lo sviluppo sia sul piano concettuale sia su quello istituzionale. Di particolare interesse è la terza parte del libro, in cui l’Europa viene vista come una “comunità di diritto”. Nei giorni scorsi, Mauro Barberis è stato uno dei relatori di una conferenza sul Relativismo organizzata dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Palermo. Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Nel suo libro lei presenta il diritto come una forma di regolazione della condotta umana che si distingue dalle altre per le sue caratteristiche peculiari, e che, pur essendo un prodotto della cultura europeo-occidentale, è stata adottata – almeno in apparenza – da tutte le altre culture del pianeta. A cosa si deve questo successo?

Mi verrebbe da dire che il successo è apparente, e che si deve solo al processo di occidentalizzazione del mondo. È abbastanza noto che l’importazione di codici europei, in particolare nei paesi più orientali, copre spesso la persistenza di pratiche tradizionali di conciliazione delle liti diversissime da quelle occidentali; quanto ai diritti, poi, anche l’Unione sovietica aveva le sue belle dichiarazioni, che però restavano sulla carta. Eppure può davvero accadere che si cominci imitando e poi si finisca per fare sul serio; il processo di globalizzazione, opponendo religioni, morali e costumi tradizionali differenti, richiede davvero quello strumento laico, se non neutrale, di composizione dei conflitti che è il diritto europeo-occidentale, elaborato e sperimentato attraverso secoli di guerre, anche di religione.

La tesi che c’è una civiltà giuridica europea o occidentale viene contestata da chi invece afferma che tra i sistemi giuridici di paesi come, ad esempio, l’Italia e il Regno Unito ci sarebbero differenze profonde. Chi sostiene che le differenze sono più importanti delle somiglianze si sbaglia?

Le differenze naturalmente ci sono, ma dipendono anche dal punto di vista. Come suggerisco nel libro, se le si guarda da Londra, Roma o Berlino, le differenze appaiono ancora enormi, nonostante la crescente importanza della giurisprudenza in Italia e della legislazione nel Regno Unito; se le si guarda da Islamabad o da Bangkok, invece, le differenze sembrano solo rami diversi di un tronco comune.

L’idea di un patrimonio giuridico comune potrebbe evocare per qualcuno quella di una sorta di contenuto morale del diritto che non dipende dalla volontà dei legislatori. Si tratta di un’associazione priva di fondamento?

L’associazione è fondata: ci sono davvero dei contenuti comuni del diritto europeo-occidentale, diversamente da quanto sembra teorizzare il positivismo giuridico, per il quale il diritto potrebbe avere qualsiasi contenuto. Si tratta di contenuti che si sono evoluti nel tempo, come effetti non intenzionali di azioni umane rivolte ad altri scopi: i legislatori e i giudici europeo-occidentali sembravano creare arbitrariamente il diritto, e invece hanno finito per produrre contenuti (diritti, istituti, procedure…) in larga parte comuni. Il problema è semmai chiamare “morali” questi contenuti: il carattere distintivo del diritto europeo-occidentale rispetto agli altri, secondo me, consiste proprio nella sua separazione o almeno nella sua distinzione, dalla morale e dalla religione.

Tra qualche settimana si vota per il parlamento europeo. Che rapporto c’è tra questa e le altre istituzioni comunitarie e l’identità di cui lei parla?

L’identità giuridica europea è anche un’identità politica: costituzionalismo e liberalismo, democrazia e diritti sono strettamente intrecciati. Il Parlamento europeo è la parte “democratica” delle istituzioni comunitarie, e ha quindi un enorme valore simbolico: anche se bisogna riconoscere che istituti “aristocratici”, come i giudici comunitari, hanno funzionato meglio.

Di recente, in seguito alla crisi finanziaria, si parla sempre più spesso della necessità di regole comuni per l’economia internazionale. L’ha fatto più volte il ministro Tremonti, che ha istituito una commissione per lo studio di questo “legal standard”. Crede che in questo ambito l’identità giuridica europea abbia qualcosa da insegnare?

Nel caso di Tremonti, verrebbe da dire che le sue recenti esaltazioni delle regole, dopo più di un decennio di inni al mercato e di ostilità per l’Unione europea, sono un omaggio che l’euroscetticismo rende all’europeismo: è troppo facile essere a favore di regole e controlli oggi, nel mondo obamizzato. In realtà, l’ultimo Tremonti segna solo un ritorno alle sue origini colbertiste e, quel che più importa, alla tradizione “renana” europeo-continentale, da sempre diffidente verso il liberismo d’oltreoceano. Certo che l’Europa ha qualcosa da insegnare al mondo, con il proprio sistema di diritti e ammortizzatori sociali; sarebbe bello però che i governanti italiani avessero il coraggio di tornare a questa tradizione anche in patria, invece di accanirsi nella distruzione dell’università pubblica.

Pubblicato su Il Riformista il 1 maggio 2009

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