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il blog di Mario Ricciardi


Diario


17 ottobre 2010

Ancora sull'Afghanistan

Verità e politica

Che verità e politica non abbiano una relazione amichevole è cosa nota da tempo. Un luogo comune, come ha osservato Hannah Arendt. Anche per questo colpisce l’invito a “dire la verità” sul nostro impegno militare in Afghanistan rivolto al governo dalla prima pagina del “Corriere della Sera” di mercoledì scorso da Franco Venturini, una delle firme più autorevoli del quotidiano milanese. Intendiamoci, nessuno si aspetta che i responsabili della politica estera e militare rivelino informazioni che potrebbero mettere in pericolo chi opera sul terreno. Non era questo il senso dell’invito. Gli italiani – ha scritto Venturini – “meritano la verità della chiarezza”. Ai cittadini si deve un dibattito serio e approfondito sulla nostra politica in Afghanistan che faccia finalmente a meno degli eufemismi, delle distinzioni speciose, delle ipocrisie rassicuranti, per andare al cuore del problema. Che in questo momento si pone qui perché sono morti soldati italiani, ma che non riguarda soltanto l’Italia e probabilmente neppure solo l’Afghanistan. Infatti, lo stesso problema potrebbe presentarsi altrove (basti pensare, per fare solo un esempio, all’Iraq, di cui in questi ultimi tempi non si parla tanto, ma solo perché la strategia militare del generale Petraeus ha, almeno per il momento, avuto un certo successo). Insomma dovremmo discutere apertamente di cosa andiamo a fare noi e i nostri alleati in paesi come l’Afghanistan. Solo in questo modo, infatti, è possibile ragionare in modo realistico sui modi e sui tempi della nostra permanenza. Procedere in senso inverso è intellettualmente disonesto perché alimenta l’illusione che si possa discutere delle modalità del nostro impegno militare e della sua durata senza aver chiare le idee sul suo scopo ultimo.

 

Ecco perché il bisogno di chiarezza segnalato da Venturini non dovrebbe essere avvertito solo in Italia o nelle altre nazioni europee, ma anche oltre l’Atlantico, nel paese che ha guidato gli interventi militari internazionali in Afghanistan e in Iraq, e che rimane la potenza egemone dell’occidente. La prima e più rilevante falsità di cui dovremmo liberarci è quella cui ha fatto ricorso l’amministrazione Bush per giustificare moralmente sia l’intervento in Afghanistan sia quello successivo in Iraq. Ovvero che l’uso della forza fosse indispensabile non solo per mettere in sicurezza quei paesi, neutralizzando regimi ostili, ma anche per promuovere la democrazia. Che si potesse fare a Kabul o a Baghdad ciò che era riuscito mezzo secolo prima a Berlino o a Roma.

 

Che l’elettorato statunitense potesse accettare questa giustificazione era prevedibile per chiunque conosca la cultura politica di quel paese. Gli Stati Uniti d’America riconducono la propria legittimità originaria a un mito politico, quello di un popolo in armi che insorge contro un potere coloniale straniero (per quanto vicino culturalmente, come poteva essere quello del Regno Unito) e lo sconfigge in una lotta per l’affermazione dei propri diritti naturali. Se un filo conduttore c’è nella politica estera statunitense del ventesimo secolo è proprio l’ostilità costante vero il vecchio colonialismo europeo, accompagnata da un’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli, da realizzare attraverso le forme del governo rappresentativo. Per questo c’è chi ha detto che gli Stati Uniti sono un “impero riluttante”. Perché hanno svolto un ruolo imperiale al quale la propria cultura politica li rendeva impreparati. Costringendoli a venire continuamente a patti con la propria coscienza di ex colonia. Eppure, per rendersi conto che l’idea che si possa instaurare la democrazia con la forza dove non c’è stato un governo democratico nel passato recente – e non ci sono le condizioni sociali perché esso emerga spontaneamente – basterebbe leggere quel classico del liberalismo che sono le Considerations on Representative Government di John Stuart Mill (pubblicate nel 1861). Nel quarto capitolo, Mill si chiede quali siano le condizioni in presenza delle quali un governo rappresentativo è inattuabile, e senza le quali l’autogoverno è quasi certamente destinato a produrre guerra civile o tirannide. Sembra di guardare un ritratto dell’Afghanistan contemporaneo. La mancanza di una chiara identità nazionale, la presenza di poteri locali disposti ad imporre la propria volontà con le armi, l’abitudine al governo dispotico che rende l’opinione pubblica incerta sull’interesse pubblico e influenzabile con le minacce o con la propaganda. In questi casi, sostiene Mill, un’amministrazione da parte di un potere esterno può essere considerata un male minore che – per quanto non privo di difetti – ha il grande vantaggio di poter operare per garantire l’ordine pubblico e il rispetto della legge, oltre che l’amministrazione corretta della cosa pubblica, che rendono nel tempo attuabile l’autogoverno. Le sole istituzioni rappresentative praticabili in tali circostanze, egli aggiunge, sono organi consultivi, che diano per quanto possibile voce alle comunità locali, affiancando l’amministrazione esterna e semplificandone il rapporto con la popolazione e con le istanze che essa esprime.

 

In Afghanistan questa strada, per quanto impopolare presso le opinioni pubbliche occidentali, era l’unica che poteva dare qualche prospettiva di successo. L’alternativa dell’autogoverno afgano in tempi brevi per cui invece si è optato si sta rivelando un’illusione che corre il rischio di vanificare quanto, a costo di sacrifici e perdite di vite umane, si è riuscito a realizzare fino ad ora. Su questo dovremmo avere il coraggio di essere chiari. Se si entra militarmente in Afghanistan è per rimanerci a lungo. Altrimenti è meglio non andarci affatto.

 

Pubblicato su Il Riformista il 17 ottobre 2010


18 luglio 2010

L'origine di una parola

Young e la meritocrazia

«Sono stato tristemente deluso dal mio libro del 1958, The Rise of the Meritocracy. Ho coniato una parola che si è diffusa ampiamente, specie negli Stati Uniti, e di recente ha trovato un posto di primo piano nei discorsi di Mr Blair. Il libro era una satira che intendeva essere un avvertimento (che, inutile dirlo, non ha avuto seguito) per mettere in guardia per ciò che sarebbe potuto accadere in Gran Bretagna tra il 1958 e l’immaginaria rivolta finale contro la meritocrazia nel 2033». Chi scrive è Michael Young, la persona che ha inventato la parola che ultimamente è sulla bocca di tutti nel nostro paese. L’articolo da cui è tratto il brano che abbiamo appena letto è stato pubblicato sul Guardian, il quotidiano che tradizionalmente è più caro all’opinione pubblica di sinistra nel Regno Unito. Young, che ai tempi di Clement Atlee è stato un influente “policy maker” dei laburisti, è ormai in una posizione defilata rispetto al partito. Dal suo scranno nella House of Lords, dove è entrato come Lord Young of Dartington, dal nome della scuola di orientamento progressista cui è stato legato per tutta vita, l’anziano uomo politico riflette sul fallimento di decenni spesi in favore di un sistema educativo inclusivo, che non si limiti a fotografare le differenze di classe riproducendole attraverso meccanismi di selezione indifferenti alle condizioni di partenza degli studenti. Continuiamo a leggere: «il business della meritocrazia va di moda. Se i meritocrati credono, come un numero sempre maggiore di essi è incoraggiato a fare, che il loro avanzamento dipende da ciò che gli spetta, si convinceranno che meritano qualsiasi cosa possono avere». A differenza che nel vecchio sistema di classe che, essendo basato sull’eredità, era più facile da tenere sotto controllo e criticare perché privo di una giustificazione accettabile in una società democratica, questa nuova discriminazione si ammanta di una legittimazione morale che rende i suoi membri impervi a ogni critica: «i nuovi arrivati possono davvero credere di avere la moralità dalla propria parte».

 

C’è un passaggio dell’articolo che è particolarmente attuale: «l’elite è diventata così sicura di sé che non c’è quasi ostacolo ai premi che essa si arroga. Vecchi vincoli del mondo del business sono stati eliminati e, come previsto dal libro, costoro hanno inventato e sfruttato ogni modo per abbellire il proprio nido. Salari e retribuzioni sono schizzati in alto. Generosi schemi di share option hanno proliferato. Bonus e accordi informali d’oro per chi si trova al vertice si sono moltiplicati». Vale la pena di sottolineare che Lord Young non era certo un comunista. Alla sua morte, nel 2002, è stato celebrato universalmente come uno degli esponenti di spicco di una generazione di riformisti che hanno contribuito a costruire una società più giusta per i cittadini britannici. Tra le altre cose, a lui si deve la nascita della Open University e di un più avanzato sistema di tutele per i consumatori.

 

Non c’è dubbio che il patto sociale che regge il Welfare del dopo guerra avesse bisogno di essere rivisto nelle nuove condizioni economiche, e che da questo punto di vista alcune delle critiche che Young muove nel 2001 al New Labour non siano oggi accettabili. Tuttavia, rimane condivisibile – mi pare – la sua obiezione di fondo all’ideologia meritocratica che si è imposta nel Regno Unito, anche con la complicità di parte della sinistra, negli ultimi decenni.

 

Per le nuove generazioni è un tragico errore dimenticare che la scuola non è solo il luogo dove si acquisiscono le abilità (gli skills come si dice oltre Manica) richiesti dalle imprese, ma anche l’istituzione che più di ogni altra promuove e coltiva il senso della comune appartenenza a una società politica. Ciò sta avendo conseguenze molto gravi sul piano della disaffezione da parte dei giovani nei confronti della politica intesa come servizio per il bene comune: «nessuna sotto-classe è mai stata lasciata così nuda dal punto di vista morale». Le considerazioni di Young andrebbero meditate anche da noi. Per evitare che le indispensabili riforme dell’istruzione pubblica vengano portate avanti con uno spirito che è incompatibile con le premesse di una società democratica.

 

Pubblicato su Il Riformista il 18 luglio 2010


23 maggio 2010

Democrazia e rigore

L'Europa e la crisi

Sono giorni difficili per le cancellerie europee. Alle prese con una crisi economica di cui non si vede ancora la fine, e con turbolenze finanziarie e valutarie che potrebbero persino mettere a rischio la sopravvivenza della moneta unica, i governanti dell’Unione si interrogano su come venir fuori dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Nel breve periodo, c’è da reperire le risorse per mettere al sicuro la Grecia e gli altri paesi che sono in bilico. Nel medio periodo, invece, il problema è come fare in modo che una situazione come quella in cui ci troviamo non si ripeta. Entrambi gli obiettivi non sono affatto semplici da realizzare. Nel primo caso, quello delle risorse, la soluzione è che i paesi che non sono immediatamente a rischio mettano mano alla borsa per aiutare quelli che si trovano in difficoltà. Impresa non da poco, visto che i problemi di bilancio della Grecia e degli altri partner in difficoltà dell’Unione sono in parte dovuti alla negligenza – per non dir peggio – di governi e parlamenti che hanno assecondato la tendenza dei cittadini a vivere al di sopra dei propri mezzi. Angela Merkel sta avendo in queste ore i suoi dispiaceri per far digerire ai tedeschi il fatto che devono pagare per gli errori commessi dai greci o dai portoghesi. Non aiuta certamente la circostanza che le cicale europee sono quasi tutte nell’area mediterranea. Con l’eccezione dell’Irlanda, che però ha una cultura pubblica ben diversa da quella dei paesi protestanti del nord Europa. Ai signori Schmidt, van den Brink o Andersen comprensibilmente scoccia pagare per l’incoscienza di un signor Teodorakis o Martinez. Comunque, anche dando per scontato che le risorse si trovino, e risultino sufficienti per uscire dall’emergenza, le prospettive per il futuro non sono rosee.

 

Basta sfogliare la stampa internazionale per rendersi conto che le misure di cui si parla per prevenire il ripetersi di situazioni come quella attuale sono ispirate dallo stesso atteggiamento mentale che ha facilitato l’insorgere di problemi come quelli che abbiamo oggi. Si pensi, tanto per fare un esempio, all’idea di sottoporre i bilanci dei paesi membri  a un controllo preventivo da parte degli organismi dell’Unione prima dell’approvazione nei parlamenti nazionali. Ponendo le premesse per nuove, e potenzialmente ancor più drammatiche, tensioni tra organi rappresentativi che rispondono direttamente ai propri elettori e istanze sovranazionali  che – al netto delle chiacchiere – hanno una legittimazione democratica almeno discutibile. Tra l’altro, c’è una cosa che non è chiara nel modo in cui dovrebbero funzionare questi controlli preventivi. Facciamo il caso della Grecia. In queste settimane si è detto più volte che i conti pubblici dei nostri vicini ellenici non erano del tutto trasparenti, che tra le pieghe dei bilanci si nascondevano voci di spesa pubblica del tutto irragionevoli. Questo lascia supporre che i partner europei hanno sbagliato a fidarsi di ciò che gli esponenti del governo greco hanno dichiarato nella fase di adesione alla moneta unica. Come facciamo a evitare che casi del genere si verifichino di nuovo? Gli imprenditori sanno bene che c’è solo un modo affidabile per impedire che un partner in affari presenti “carte false” nel corso di una trattativa: controllare che ciò che dichiara corrisponde a verità. Per questo prima di una fusione si fanno le “due diligence”. Ora il problema della “due diligence” quando oggetto di ispezione non sono i conti di un privato ma quelli di un ente sovrano che ha le proprie strutture di deliberazione e controllo democratico si presenta come molto più spinoso di quel che alcuni vorrebbero farci credere.

 

Difficile immaginare che una cosa del genere sia possibile senza attribuire ai controllori poteri di ispezione piuttosto ampi. Siamo sicuri che una cosa del genere sia politicamente praticabile? Che regga anche nei periodi di “vacche magre” e non solo quando l’economia tira e tutti sono ragionevolmente contenti e non fanno troppe domande? Mi permetto una certa dose di scetticismo. Se i rimedi di medio periodo sono questi siamo messi male.

 

Immagino già la replica: “vero, ma quel che dici mostra che c’è bisogno di maggiore integrazione politica”. Obiezione alla quale rispondo che in concreto ciò non vuol dire proprio nulla se qualcuno non ci spiega come si risolve davvero il problema del grave deficit di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Quando le cose vanno male, la rappresentanza indiretta non è più sufficiente, e le persone, per tutelare i propri interessi, si rivolgono a chi hanno a portata di piede, perché sanno che, all’occorrenza, possono prenderlo a calci.

 

Tutto l’edificio dell’Unione si regge sull’illusione di Saint-Simon, ovvero che “il governo delle persone sarà sostituito dall’amministrazione delle cose”. Un’idea che risulta accattivante ai tecnocrati che hanno pilotato fino a ora il processo di unificazione. Lo abbiamo già visto in occasione dei referendum per la ratifica del Trattato di Lisbona. Come le istitutrici di una volta, i fautori di una sempre maggiore unità hanno imposto agli elettori di ripetere l’esercizio fino a quando non davano la risposta desiderata. Una curiosa concezione della sovranità popolare. Per chi oltre all’economia e al diritto ha studiato un po’ di storia, e magari anche di filosofia politica, quei referendum sono stati un campanello d’allarme. Che purtroppo ha suonato invano.

 

Pubblicato su Il Riformista il 23 maggio 2010


7 marzo 2010

L'acqua e la bottiglia

Un tempo si  diceva: “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”. Nei giorni scorsi di pianti ce ne son stati, ma non dovuti all’atteggiamento che il proverbio raccomanda a chi commette un errore. Al contrario, alte e stridenti si son levate le grida per lamentare complotti e nefandezze di vario genere ai danni di candidati e liste escluse, e dei cittadini che sarebbero stati privati del diritto di votarle. Tutto ciò senza mai ammettere che l’impossibilità di votare certi candidati del centro-destra è dipesa dal mancato adempimento delle formalità necessarie per la presentazione delle candidature da parte di chi – sempre nel centro destra – aveva il compito di farlo.

 

Secondo alcuni, l’indisponibilità a riconoscere l’errore, che è normalmente un requisito indispensabile per porvi rimedio, non sarebbe dipesa da assenza di percezione dello stesso, o da fiducia nella propria infallibilità, ma piuttosto dalla volontà di non commettere un “errore di comunicazione”. Curiosa interpretazione della “cultura del fare”. Sarebbe un po’ come se un cuoco cui evidentemente non è riuscito il soufflé attribuisse la cosa a un problema di immagine. Anche in un paese che vive di televisione, la realtà si prende le sue rivincite. Manifestandosi in questo caso come “requisito di forma”. L’espressione sembra fatta apposta per eccitare gli animi: “forma, cioè qualcosa che non è sostanza”. In effetti alla distinzione tra forma e sostanza si sono appellati in molti in questi giorni, affermando in modo perentorio che è la seconda quella che conta, e che quindi la prima non può prevalere. L’immagine che c’è dietro questo modo di ragionare è quella che si potrebbe chiamare “dell’acqua e della bottiglia”. La forma che prende l’acqua dipende dalla bottiglia, ma ciò che ci disseta è il contenuto non il contenitore. Nelle circostanze rilevanti – quando la sete si fa sentire – a nessuno interessa la forma della bottiglia, ma solo se l’acqua che contiene è potabile. Pur essendo intuitivamente attraente, quest’idea non è un buon modello per spiegare la distinzione tra forma e sostanza quando essa si applica a una legge. In questo caso, infatti, non c’è un contenuto che ha un’esistenza precedente e indipendente dal contenitore. Nelle regole giuridiche sostanza e forma non si separano come una bottiglia e il liquido che essa contiene.

 

La forma di cui si parla a proposito di una procedura legale, come quella che stabilisce le regole per la presentazione delle candidature, non ha nulla a che fare con la distinzione tra contenitore e contenuto richiamata dall’immagine dell’acqua e della bottiglia. In una procedura, la forma è il modo in cui si è stabilito convenzionalmente di regolare la cooperazione per ottenere un certo risultato, cioè la specificazione del “come” bisogna agire. Normalmente, quando si decide in che modo procedere, c’è sempre un certo margine di incertezza sul fatto che le regole scelte siano le più efficaci nell’ottenere lo scopo desiderato. Per questo è importante l’esperienza. Sulla base dei successi e degli insuccessi del passato, si tenta di perfezionare le regole che costituiscono la procedura in modo che ottengano – o rendano più probabile – il risultato che si intende raggiungere. Questi perfezionamenti sono tentativi di approssimarsi a un ideale politico, che rimangono tuttavia sempre sul piano della forma. Perché – e questo è un punto essenziale delle teoria della democrazia – in questo caso, è solo come forma che la sostanza si può manifestare.

 

Diversamente dall’acqua, che ci sarebbe anche se non fosse contenuta nella bottiglia, la democrazia non ha un’esistenza precedente e indipendente dalle regole che stabiliscono le procedure democratiche per la deliberazione collettiva. Non esiste una sostanza della democrazia distinta dalla sua forma, se non nei vaneggiamenti dei demagoghi.

 

Ciò non vuol dire affatto che il concetto di democrazia sia vuoto. La procedura della deliberazione democratica viene disegnata in modo da esprimere un ideale di autogoverno collettivo, e quindi incorpora requisiti morali. Ad esempio, un elemento essenziale dell’autogoverno è il principio di eguale partecipazione che richiede – sono parole di John Rawls – che «tutti i cittadini devono possedere un eguale diritto di partecipare e di determinare il risultato del processo costituzionale che stabilisce le leggi che essi devono osservare». Secondo alcuni esponenti del centro destra, sarebbe questo il principio leso dalla impossibilità di votare per le liste e i candidati esclusi per non aver rispettato requisiti di forma. Non ci vuole molto per rendersi conto che si tratta di una tesi assurda. L’assenza di una lista o di un candidato per mancato rispetto di requisiti di forma nella presentazione delle candidature non è una violazione dell’eguale diritto dei cittadini di partecipare la processo democratico. A meno che non si voglia sostenere che questo diritto si esercita solo se i cittadini votano per certe liste, che quindi dovrebbero necessariamente essere presenti. Una curiosa concezione del diritto di voto. Che confonde i sondaggi d’opinione con le elezioni democratiche. La libera scelta che si esprime attraverso il voto con una sorta di rappresentanza politica a priori. Prima del voto, non ci sono elettori del PdL o del PD, ma solo cittadini padroni di scegliere.

 

Pubblicato su Il Riformista il 7 marzo 2010

 


2 marzo 2010

Democrazia e regole

La democrazia, come forma di governo, non esiste se non ha una veste giuridica. La volontà popolare deve esprimersi necessariamente nei modi previsti dalla legge per uscire dal dominio dell’ineffabile – cui vorrebbero confinarla da sempre i demagoghi – e manifestarsi come decisione collettiva inequivocabile e vincolante per tutti. Ovviamente, le regole che la incarnano sono sempre in qualche misura imperfette, e proprio per questo si avverte talora l’esigenza di modificarle per renderle migliori, più aderenti all’ideale dell’autogoverno che – sin dai tempi di Pericle – è il fondamento ultimo di legittimità delle procedure democratiche. Non c’è un’alternativa a questo modo di intendere la democrazia che rimanga entro l’orizzonte liberale. Tutte le ipotesi che pretendono di far prevalere la sostanza sulla forma sono pericolose perché stabiliscono precedenti le cui conseguenze sono sempre gravi, e dagli sviluppi imprevedibili. Vale la pena di ricordarlo a chi – con irresponsabile faciloneria – evoca in queste ore la sostanza contro i “formalismi” o la “burocrazia” che impedirebbero di porre rimedio all’inaudito e colpevole pasticcio che si è verificato a Roma. Chi ritiene di avere qualcosa da guadagnare da una forzatura della legalità, potrebbe subire domani lo stesso torto. Avendo perso però la credibilità necessaria per far valere le proprie ragioni.

 

Le regole – anche se imperfette – garantiscono tutti. Quindi prima di chiedere che vengano ignorate si dovrebbe riflettere con attenzione. Soprattutto quando si invoca un intervento da parte di chi, come il Presidente Napolitano, non ha alcun titolo per interferire in decisioni che spettano alla magistratura. Le funzioni di garanzia del processo democratico del Presidente della Repubblica non gli attribuiscono affatto la facoltà di entrare nel merito della decisione di un giudice che – secondo quanto stabilito dalla legge – valuta il rispetto della procedura prevista per la presentazione delle liste elettorali. Ciò che il Presidente può fare, e correttamente ha fatto, è manifestare preoccupazione per un episodio che corre il rischio di esacerbare ulteriormente un clima politico deteriorato oltre ogni livello di tolleranza. Frutto di atteggiamenti strumentali che stanno erodendo di giorno in giorno la fiducia dei cittadini nei confronti di tutte le istituzioni repubblicane. Se a Roma le elezioni regionali si svolgeranno senza una lista del PDL, non è difficile immaginare che il risultato di questa consultazione sarà contestato ogni giorno, a partire dal momento in cui verrà proclamato il vincitore. Se il PDL dovesse perdere, possiamo aspettarci polemiche ancora più aspre – e irresponsabili – di quelle che stanno avvenendo in queste ore. Con effetti devastanti per la credibilità dell’amministrazione in carica. D’altro canto, se la lista del PDL venisse riammessa senza una motivazione giuridica limpida e ragionevole, la situazione sarebbe probabilmente altrettanto grave. La tensione tra forma è sostanza è fisiologica nella democrazia. Essa si alimenta dello scarto inevitabile tra l’imperfezione delle regole e la purezza dell’ideale del “governo degli eguali”. Nel nostro paese, tuttavia, questa tensione si esprime da tempo in modi che a lungo andare sono incompatibili con la stabilità sociale.

 

Chi ha a cuore la salute della nostra democrazia non può far altro che sperare che una via d’uscita legale ci sia, e che la magistratura la trovi per il bene di tutti. Ma se fosse impossibile trovarla, è la legge che deve avere l’ultima parola. In una situazione del genere, la responsabilità di ciò che potrebbe accadere passerebbe alla leadership dei due schieramenti. A quella del PDL che dovrebbe impegnarsi a non aprire un nuovo fronte di conflitto con la magistratura. A quella della coalizione che sostiene Emma Bonino, che deve evitare in ogni modo di dare l’impressione che si cerca una via giudiziaria per impedire la presentazione delle liste della coalizione avversaria. Non c’è solo Roma di cui tener conto. L’accettazione del ricorso dei radicali contro la lista Formigoni in Lombardia minaccia infatti di trasformare la questione del rispetto delle regole elettorali in un conflitto su scala nazionale, anche in questo caso dagli esiti imprevedibili. Esaurite le risorse della giurisdizione, si apre lo spazio della saggezza politica. Speriamo che tutti – maggioranza e opposizione – sappiano essere nelle all’altezza del proprio compito di guida del paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 2 marzo 2010


12 febbraio 2010

Su Michele Salvati

Capitalismo, mercato e democrazia

Michele Salvati ha raccolto in Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino, Bologna 2009) alcuni suoi scritti che nascono in buona parte come “note di lettura” di libri pubblicati negli ultimi anni – di carattere eterogeneo, si va dalla storia delle idee politiche alla filosofia, passando attraverso contributi di economisti e altri scienziati sociali – ma accomunati dalla rilevanza che essi hanno per un nodo tematico centrale della teoria della democrazia. La questione è quella del rapporto tra democrazia, proprietà e mercato, che Salvati presenta nel lungo saggio introduttivo richiamando alcuni assunti largamente condivisi nella letteratura su questi temi, anche se niente affatto scontati per la cultura di sinistra da cui egli proviene. In estrema sintesi essi si possono riassumere in questo modo: non ci può essere democrazia senza proprietà e mercato. Proprietà più mercato vuol dire capitalismo. Ma il capitalismo contrasta con la democrazia. Buona parte del libro di Salvati consiste nel tentativo di chiarire il senso di ciascuna di queste affermazioni. Sforzandosi di delimitarne in modo rigoroso la portata e di valutarne le conseguenze.

 

Per quel che riguarda il primo punto, le conclusioni cui arriva Salvati sono in armonia con tesi classiche della filosofia politica, riprese da diversi autori contemporanei. La democrazia liberale, che comprende sia procedure di decisione collettiva basate sull’eguaglianza dei cittadini sia garanzie istituzionali e giuridiche a tutela della loro libertà, affonda le proprie radici in un “sostrato economico e sociale” che è in larga misura generato da un sistema di mercati. Ciò dipende dal fatto – perché di questo si tratta – che il mercato è un meccanismo di allocazione delle risorse, e quindi di facilitazione della produzione della ricchezza, di straordinaria efficacia. La sua capacità di risolvere problemi di coordinamento in circostanze in cui – come sosteneva David Hume – gli esseri umani non possono fare a meno di cooperare, ma nemmeno di competere, esercita una pressione sull’organizzazione della vita comune cui è difficile, e forse impossibile, resistere.

 

Questa è una spiegazione del successo del mercato, ma non ci dice ancora perché ci sarebbe un nesso tra mercato e democrazia. Per rispondere a questa domanda, c’è bisogno di un altro passaggio, che ci porta a considerare la necessità della proprietà privata per garantire la sicurezza e l’indipendenza delle persone in un mondo di interessi potenzialmente in conflitto. La giustificazione della proprietà proposta dai classici del diritto naturale moderno emerge a questo punto con tutta la sua forza. La protezione di uno spazio sovrano della persona, che comporta inevitabilmente il diritto di disporre in esclusiva di cose, è indispensabile per partecipare alla vita pubblica su una base di parità. Altri diritti non sarebbero sufficienti senza le immunità che difendono questo spazio dalle intrusioni altrui. Si badi bene, questa non è soltanto una tesi sostenuta dai classici. Diversi autori contemporanei – da H.L.A. Hart a John Rawls – considerano la proprietà uno degli elementi di quello che possiamo a buona ragione considerare una sorta di “diritto naturale minimo”. Le osservazioni di Salvati integrano le riflessioni di questi filosofi, mostrando che nel campo delle scienze sociali la tesi nella necessità della proprietà – ovviamente stiamo parlando di una necessità condizionale, date certe caratteristiche degli esseri umani e del mondo in cui essi vivono – trova ampio conforto sulla base dell’evidenza dei fatti. Dati i mercati e la proprietà privata, questo è l’ultimo passaggio per esplicitare le assunzioni da cui muove la riflessione di Salvati, otteniamo il capitalismo.

 

A questo punto, con l’entrata in scena di questo “modo di produzione” – per riprendere una vecchia espressione caduta in desuetudine – che ha un’influenza enorme su come lavoriamo, consumiamo e viviamo, le certezze della filosofia politica moderna sui benefici della proprietà privata, che sono condivise da buona parte dei liberali classici, cominciano a entrare in crisi. Infatti, il capitalismo comporta la possibilità di grande disuguaglianza nella distribuzione dei benefici che nascono dalla cooperazione sociale, in particolare opportunità e risorse. Ovviamente, questo i liberali classici lo sanno bene, e sostanzialmente lo accettano. Ma l’edificio liberale comincia a scricchiolare davvero quando a questa consapevolezza si accompagna la scoperta che il capitalismo non è solo un modo di organizzare in maniera efficace la produzione, esso genera anche una diversa distribuzione del potere all’interno della società, che entra in conflitto con alcuni presupposti della democrazia liberale. Chi ha risorse può influenzare la formazione delle scelte collettive in modi che sono al tempo stesso effettivi e difficili da tenere sotto controllo. Le opzioni a disposizione variano dalle più sofisticate alle più rozze, ma la sostanza non cambia. La conclusione a questo punto appare irresistibile: senza capitalismo probabilmente non c’è democrazia liberale, ma il capitalismo ha una tendenza irresistibile a mangiarsi buona parte del liberalismo delle democrazie.

 

Ciò che rimane non è senza importanza – una garanzia nominale è meglio di nessuna garanzia – ma è comunque inferiore alle aspettative coltivate da chi prende sul serio l’idea di democrazia come forma di governo in cui si realizza l’eguale libertà. Oltretutto, chi crede in questo ideale deve fare i conti con la presa che ha il clima d’opinione che Salvati chiama “neoliberale”. Più che una posizione teorica, si tratta a mio parere di un’ideologia, che presenta il panorama delle democrazie attuali – con i livelli di disuguaglianza che conosciamo – come l’unico orizzonte nel quale possiamo sperare di muoverci. Le pagine in cui Salvati critica le pretese dei neoliberali sono tra le più interessanti del libro, anche perché sono quelle in cui più forte è la distanza tra la sua prospettiva di “political economist” intellettualmente sofisticato e il riduzionismo di altri cultori della “scienza triste” che accettano anch’essi la sfida di scrivere per un pubblico non accademico.

 

Le riflessioni di Salvati sul nodo teorico – cui corrispondono problemi politici concreti – che è al centro di questo libro sono nel segno di un cauto ottimismo per quel che riguarda la possibilità di migliorare la qualità delle democrazie liberali. Da questo punto di vista, la sua posizione di liberale “per disperazione” è complementare rispetto a quella del principale filone del liberalismo egualitario contemporaneo, ispirato dalla teoria della giustizia come equità (fairness) di John Rawls. A differenza dei filosofi, tuttavia, Salvati non si muove soltanto sul piano dei principi, ma si assume l’onere di entrare nel merito di alcune riforme che potrebbero tenere sotto controllo la tendenza del capitalismo a erodere i presupposti dell’eguale libertà, peggiorando in tal modo la democrazia. Si tratta di indicazioni schematiche – Salvati annuncia che ha intenzione di scrivere un altro lavoro più approfondito sullo stesso tema – ma non per questo meno significative. Esse toccano infatti buona parte dei punti dolenti della politica e dell’economia in paesi come il nostro, dalla struttura del mercato del lavoro al Welfare, dal finanziamento della politica alla regolamentazione dei mercati. Se non un agenda, c’è l’indice ragionato di un agenda per i riformisti.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 febbraio 2010


29 novembre 2009

Cattolici e democrazia in Spagna

Siviglia sta alla Spagna come Napoli all’Italia. O almeno così sostiene John Hooper, autore di una delle migliori introduzioni alla storia recente spagnola. In effetti, il napoletano che visita Siviglia nota subito l’atmosfera familiare di questa città. Pur avendo una struttura molto diversa – Siviglia non è sul mare e non ha le colline – ci sono piazze o vicoli di questa città che, se non fosse per i cartelli stradali e le insegne, sarebbero indistinguibili da quelli di Napoli. La sensazione di familiarità si accentua quando ci si imbatte nell’annuale Feria del Belén, che quest’anno si tiene nei pressi della Cattedrale della città, in Avenida de la Constitución. La parola ‘belén’ indica la scena della natività di Cristo, l’origine è probabilmente da Bethlehem, e la mostra di cui parliamo è dedicata ai presepi, le “Belenes” appunto, che a Siviglia e in diverse altre città spagnole vantano una tradizione che risale al diciassettesimo secolo, quando Napoli e la Spagna avevano lo stesso monarca. Certo Siviglia è incomparabilmente più pulita e ordinata di Napoli, e questo dovrebbe indurci a riflettere su quel che scriveva Benedetto Croce, nella sua Storia del regno di Napoli, a proposito della vecchia idea che l’arretratezza del mezzogiorno d’Italia sarebbe dovuta alla cattiva amministrazione spagnola. Per Croce, «la Spagna governava il regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza e la medesima insipienza; e per questo rispetto, tutt’al più si può lamentare che il regno di Napoli, poiché doveva di necessità unirsi ad altro stato più potente, cadesse proprio tra le braccia di quello che era il meno capace di avvivarne la vita economica, e col quale non gli restava da accomunare altro che la miseria e il difetto di attitudini industriali e commerciali». Insomma, secondo il filosofo napoletano, quella tra la Spagna e Napoli non è una relazione di sfruttamento, in cui la seconda è la vittima e la prima il carnefice, ma piuttosto l’incontro sfortunato tra due perdenti.

Visitando la Spagna di oggi, un paese che – nonostante la crisi – mostra una straordinaria vitalità culturale, non si può fare a meno di chiedersi come nasce questo “miracolo spagnolo”. Come è stato possibile. per un paese con un passato di arretratezza economica come quello del nostro meridione, che nel ventesimo secolo è stato dilaniato da una sanguinosa guerra civile cui sono seguiti quaranta anni di regime autoritario, raggiungere una tale fioritura economica e civile? Se Siviglia e Napoli erano entrambe perdenti, perché una fiorisce e l’altra no?

Sarebbe una follia tentare di dare una risposta a questa domanda in poche righe. Tuttavia, qualche spunto si può trovare proprio passeggiando tra le bancarelle dei presepi, all’ombra della più grande cattedrale gotica del mondo, la terza chiesa per dimensioni dopo quella di San Pietro a Roma e quella di Saint Paul a Londra. In questi anni, favorita dalla superficialità con cui gli italiani sono abituati a guardare fuori dai confini nazionali, nel nostro paese si è affermata un’idea della Spagna basata in larga misura sui film di Almodóvar e sui racconti delle migliaia di nostri studenti che vengono qui per frequentare corsi universitari grazie al programma Erasmus. L’immagine è quella di un paese all’avanguardia dal punto di vista sociale, che ha rotto con la tradizione cattolica del passato, e che è aperto a ogni tipo di innovazione del costume. Tutti ricordano il clamore che hanno provocato anche da noi le riforme del diritto di famiglia e della legge sull’aborto introdotte dal governo Zapatero. Meno attenzione è stata riservata alle reazioni che esse hanno suscitato, che mostrano un’opinione pubblica niente affatto unanime nel sostenere le iniziative dei socialisti. In realtà, oltre alle proteste di piazza, ci sono le perplessità morali di una Spagna meno “glamour” e “media friendly”, ma forse altrettanto – se non più – reale di quella di Almodóvar.

Ovviamente non stiamo parlando della “Spagna eterna” naturalmente cattolica per la cui sopravvivenza temevano molti spagnoli che, pur non essendo falangisti, scelsero di stare dalla parte di Franco nella guerra civile. Non è la Spagna della “Crociata” del generalissimo contro liberali e sinistra che abbiamo in mente. Si tratta piuttosto di una Spagna cattolica che è pienamente dentro l’orizzonte dei principi stabiliti dalla costituzione del 1978, anche perché ha dato un contributo determinante alla loro formulazione. Alludiamo alla Spagna dei “tecnocrati” – molti dei quali militanti dell’Opus Dei come Laureano López Ródo – che posero le basi del miracolo economico ancora negli ultimi anni del franchismo. Oppure a quella di Adolfo Suárez e degli altri uomini politici che hanno guidato i primi passi del paese verso la democrazia. Una Spagna che non vuole rinunciare a difendere, nei limiti e nelle forme previste dalla costituzione, le proprie convinzioni. Chi non si rende conto che il miracolo spagnolo è figlio anche di un mondo cattolico che ha saputo mettere l’interesse generale al primo posto tra i valori politici rinuncia a capire questo paese.

Pubblicato su Il Riformista il 29 novembre 2009

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