.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


19 marzo 2011

La decisione sul crocifisso

Una sentenza memorabile?

Prima di lasciarsi andare al giubilo o al disappunto, la decisione della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativa al caso Lautsi e altri contro Italia andrebbe letta con attenzione nella sua versione integrale. Dire che si tratta di una “vittoria storica”  come hanno fatto ambienti del Vaticano appare francamente eccessivo. La questione su cui i giudici dovevano pronunciarsi non era affatto formulata in modo semplice, tale da ammettere una risposta che si lasci tradurre immediatamente in una chiara indicazione di principio. Le norme invocate dagli avvocati della signora Lautsi per sostenere che il Governo italiano avrebbe dovuto rimuovere il crocefisso dall’aula della scuola di Abano Terme frequentata dai suoi figli erano tre, e riguardano il diritto all’istruzione (art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9 della Convenzione) e il divieto di discriminazione (art. 14 sempre della stessa Convenzione). La questione relativa alla terza è stata ritenuta dai giudici assorbita dalla risposta data alle prime due, sulla base dell’argomento che l’art. 14 non prevede un divieto generale di discriminazione, ma si applica esclusivamente ai diritti riconosciuti dalla Convenzione. Se non c’è violazione del diritto all’istruzione e della libertà di pensiero, di coscienza e di religione – così hanno ragionato i giudici – non si pone il problema di una discriminazione. Per quel che riguarda gli altri articoli invocati dalla ricorrente, la Grande Camera afferma che la presenza del crocefisso in aula non è una lesione del diritto all’istruzione o della libertà di pensiero, di coscienza e di religione dei figli della signora Lautsi perché non c’è ragione di ritenere che l’esposizione a un simbolo religioso abbia tale effetto. La percezione personale della ricorrente non sarebbe sufficiente – sempre a detta dei giudici – per trarre una conclusione affermativa. Un’affermazione che ovviamente si potrebbe contestare alla luce di quanto avviene in altre giurisdizioni. Basti pensare a decisioni come quella del caso Allegheny della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Di grande interesse è la ricostruzione articolata, da parte dei giudici, della storia della legislazione e dei precedenti, sia italiani sia di altri paesi europei, sull’esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici. Da cui si evince che tra i paesi che hanno aderito alla Convenzione non c’è affatto un orientamento unitario in materia. C’è chi la esclude, chi la prescrive (come fa un regolamento nel caso del crocefisso nella aule scolastiche italiane) e chi lascia fare senza avere una posizione ufficiale. In ogni caso, è questo potrebbe sorprendere, l’idea che gli spazi pubblici non debbano ospitare simboli che potrebbero suggerire una preferenza per una particolare religione, o denominazione, non appare affatto maggioritaria nell’area in cui si applica la Convenzione. Circostanza confermata dal fatto che il ricorso presentato dal Governo Italiano contro la decisione di primo grado è stato sostenuto anche dai rappresentanti di altri paesi, che hanno chiesto di far sentire le proprie ragioni. Leggendo questa parte della decisione si capisce che la Grande Camera ha ritenuto di non entrare in una questione controversa, rimandando alle scelte dei singoli paesi la valutazione di come trattare i simboli religiosi. Questo atteggiamento agnostico non esclude comunque il controllo della Corte nella sua sfera di competenza. Per esempio, come nel caso in oggetto, per accertare se vi fosse un qualche tipo di indottrinamento degli studenti non cattolici. La Grande Camera ha concluso che l’esposizione a un simbolo non è sufficiente perché vi sia indottrinamento. Non ha enunciato un principio generale in materia di laicità o di identità cristiana dell’Europa.

Un altro profilo della decisione che vale la pena di sottolineare è che essa non esprime particolare considerazione per l’argomento della “tradizione” avanzato dal Governo Italiano. Al contrario, pur riconoscendo che i paesi possono sostenere e promuovere una particolare tradizione, afferma che ciò non li esime dal rispettare le disposizioni contenute nella Convenzione. Insomma, il crocefisso può rimanere nelle aule italiane in quanto, per i giudici, non costituisce di per sé una violazione delle norme a tutela dei diritti umani, non certo perché è «un simbolo irrinunciabile della storia e dell’identità culturale» italiana, come ha affermato il ministro Gelmini.

Pubblicato su Il Riformista il 19 marzo 2011

sfoglia     febbraio        settembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA