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il blog di Mario Ricciardi


Diario


27 febbraio 2011

Dio come ipotesi di lavoro

Su Bonhoeffer

«Dio inteso come ipotesi di lavoro morale, politica, scientifica, è eliminato, superato; ma lo è ugualmente anche come ipotesi di lavoro filosofica e religiosa […]. Rientra nell’onestà intellettuale lasciar cadere questa ipotesi di lavoro, ovvero rimuoverla quanto più completamente possibile. Uno scienziato, un medico ecc. edificanti sono come degli ermafroditi». Chi scrive è Dietrich Bonhoeffer, un pastore evangelico, rinchiuso nel carcere di Tegel, alla periferia di Berlino, dove si trova perché è accusato di aver preso parte a una cospirazione contro il regime Nazista. Tra le mura della sua cella – mentre le persone che gli sono più care, famiglia e amici, affrontano le ultime drammatiche fasi di una guerra che sembra destinata a cancellare la civiltà europea – il giovane pastore non ancora quarantenne porta avanti, con la determinazione di chi si rende conto che potrebbe avere i giorni contati, un percorso di riflessione cominciato diversi anni prima. La sua, infatti, non è mai stata soltanto una vocazione pastorale. Bonhoeffer è anche un intellettuale, un teologo che sente profondamente l’esigenza di pensare il suo cristianesimo.

La frase che abbiamo riportato è tratta da una lettera scritta il 16 giugno del 1944. A dispetto dell’apparenza, essa non è una confessione di ateismo. Al contrario. Da qualche tempo, con i pochi strumenti che ha a disposizione, Bonhoeffer ripercorre alcune tendenze di fondo della storia intellettuale europea cercando di capire che spazio è rimasto, nel mondo contemporaneo, per Dio. L’ipotesi di lavoro cui allude è quella usualmente associata a Grozio, ma diffusa già prima che il filosofo olandese la impiegasse nei suoi lavori, per cui sul giusto si dovrebbe ragionare “etsi deus non daretur” – come se Dio non ci fosse. La mossa argomentativa associata a questa formula è per Bonhoeffer costitutiva dell’intero orizzonte intellettuale della modernità. Non è solo il diritto da spiegare come se Dio non ci fosse. Anche la politica, la scienza e le altre indagini sul mondo e sull’umano prescindono completamente dall’ipotesi che Dio ci sia. L’onesta ci impone di vivere “etsi deus non daretur”. Tuttavia, e questo è il passo davvero sorprendente che Bonhoeffer muove tra le mura della sua cella, tale stato di cose non mette affatto in discussione il messaggio cristiano, perché sarebbe Dio stesso che ci obbliga a riconoscere che le cose stanno in questo modo: «Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona! Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Davanti e con Dio viviamo senza Dio. Dio si lascia cacciare fuori del mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente […] che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza!». Una sequenza di affermazioni che potrebbero apparire paradossali, che Bonhoeffer puntella con rapidi riferimenti a passaggi rilevanti dei vangeli di Marco e Matteo. La lettera si conclude bruscamente con la rivendicazione del carattere speciale del cristianesimo rispetto alle altre religioni. «La Bibbia» – scrive ancora Bonhoeffer  – «rinvia l’uomo all’impotenza di Dio e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare».

Meno di un anno dopo aver scritto queste parole Dietrich Bonhoeffer viene impiccato, il 9 aprile del 1945, nel campo di concentramento di Flossembürg. Con lui vengono uccisi due alti ufficiali che avrebbero avuto un ruolo centrale nella cospirazione contro il regime, l’ammiraglio Canaris e il generale Oster, e Hans von Dohnanyi, il cognato del pastore. Pochi giorni dopo anche il fratello Klaus e un secondo cognato, Rudiger Schleicher, trovano la morte per mano del boia. Alla fine del mese Adolf Hitler si suicida in un bunker a Berlino.

L’invito all’onestà intellettuale che Bonhoeffer rivolge al suo interlocutore epistolare, e tramite lui ai cristiani, non rimane inascoltato. Le lettere e gli scritti dal carcere del teologo e pastore tedesco sono uno dei documenti più significativi della riflessione teologica del ventesimo secolo. Letti e discussi non solo dai protestanti. All’inizio degli anni sessanta, in un periodo di straordinario fermento intellettuale non solo per le Chiese, sarà il vescovo anglicano di Woolwich, John Robinson a riprenderlo nel titolo di un libro di straordinario successo, Honest to God. Oggi l’atmosfera è molto diversa. A osservarli dall’esterno, come faccio io, i cristiani appaiono disorientati e spaventati. Più propensi, almeno in questo paese, ad ascoltare chi li rassicura. Eppure le riflessioni di Bonhoeffer non hanno perso la propria forza, e mi pare che rimangano in attesa di risposta. Nonostante i tentativi fatti negli ultimi da anni da autori di straordinario acume intellettuale, come Richard Swinburne e Alvin Plantinga, la teologia naturale fatica a essere presa sul serio dai credenti, e non sembra avere grande seguito nemmeno nel clero. La stessa idea che argomenti, prove e conclusioni necessarie si applichino a Dio sembra un’ipotesi di lavoro che ha poche probabilità di superare le obiezioni che le sono state rivolte da Kant. Rimane, inquietante, la suggestione di Bonhoeffer di un Dio onnipotente che sulla croce si rivela impotente. Un pensiero che disturba.

Pubblicato su Il Riformista il 27 febbraio 2011


20 giugno 2010

Elogio della borghesia

Su Joachim Fest

In un discorso tenuto nel 1981, in occasione del conferimento del premio “Thomas Mann” da parte della città di Lubecca, lo storico Joachim Fest ha affermato: «[c]hi dubiterebbe ancora del tramonto del mondo borghese? Borghesia, condizione borghese sono termini usati oggi dalla maggior parte dei precettori della nazione, da coloro cioè che improntano la coscienza dell’opinione pubblica, come vocaboli per irritare e irridere: la causa della borghesia appare sicuramente come una causa persa, più di qualunque altra. Anche coloro che, per principi morali, condotta di vita e attitudine mentale sarebbero da annoverare fra gli appartenenti della borghesia, non vi si riconoscono, e la rinnegano adeguandosi a una moda che ormai ripudia tutto. Voci contrarie non ce ne sono. Insomma, la borghesia non ha più nessuno che la difende».

 

Dal tono si comprende subito che l’autorevole studioso non ha alcuna simpatia per la tendenza culturale antiborghese cui allude nel brano che abbiamo appena riportato del suo discorso di ringraziamento. Per l’intellettuale tedesco, che è stato a lungo anche il direttore editoriale della Frankfurter Allgemaine Zeitung, il declino della borghesia, che appare irreversibile alla fine del ventesimo secolo, non è un evento da salutare con soddisfazione. Al contrario, esso lascia un vuoto morale che potrebbe essere difficile, e forse impossibile, colmare. Ciò che si avvia a scomparire del tutto non è semplicemente un tipo sociale. Una figura che si distingue per il suo modo di pensare o di comportarsi, oppure per la foggia dei capi di abbigliamento che indossa. Per Fest, la borghesia – il “mondo borghese” – è una “forma di vita”: «borghese è l’idea della concorrenza, dell’eccellere in tutti gli ambiti, borghese è la volontà di emergere e, da qui, il senso del rango individuale, della grandezza umana e artistica, che a volte è strettissimamente connessa con ciò che si usava chiamare il genio borghese dell’ammirazione. Borghese è infine, riassumendo tutto questo, il fascino per la singolarità, al fondo del quale diventa afferrabile l’accettazione netta, in qualche caso anche spietata, delle differenze umane, perfino delle disuguaglianze. Concettualmente non si mira però a bloccare, a incatenare il singolo nella propria condizione, anzi gli si danno gli stimoli e gli si offre la possibilità di diventare qualcosa di meglio». Tra le righe di questa rievocazione elegiaca della borghesia come “forma di vita” (Bürgerlichkeit als Lebensform è il titolo originale della raccolta postuma di saggi che include il discorso di Lubecca, che è stata tradotta in italiano da Garzanti con il titolo La natura precaria della libertà. Elogio della borghesia) si intravede l’influenza di una vasta letteratura che – a partire dagli scritti di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo – ricostruisce il profilo morale della borghesia europea tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Come non riconoscere, infatti, l’impronta del “Beruf” protestante nel carattere “draconiano” della “prestazione” – l’espressione è dello stesso Fest – attribuita alla concezione borghese del lavoro?

 

Come è noto, lo scritto di Weber era ispirato anche dall’intento di polemizzare con le teorie materialistiche della storia – e in primo luogo con quella marxista – che spiegavano il patrimonio morale della società borghese riconducendolo alla struttura dei rapporti di produzione instaurati dal capitalismo. Si operava in tal modo quella che Benedetto Croce denunciava come una riduzione del concetto di “borghesia” alla sfera dell’economia. Una tendenza, quella della storiografia marxista, cui Fest si oppone con veemenza. Oltre all’etica professionale della rivoluzione protestante, al patrimonio morale borghese appartengono ideali che vengono dalla cultura classica non cristiana, distillati attraverso secoli di educazione “liberale”. La “forma di vita” rievocata nel discorso di ringraziamento dello storico tedesco rielabora la ricerca dell’eccellenza e la spinta verso il perfezionamento dei propri talenti attraverso l’esercizio; la virtù come “seconda natura” che si manifesta senza sforzo nell’azione di chi ha ricevuto un’educazione appropriata; l’amore per la competizione nel rispetto delle regole, il “fair play”. Dopo Weber, decine di autori, da Croce a Ortega y Gasset, hanno arricchito l’affresco cui Fest attinge per la sua elegia del vivere borghese.

 

Molte di queste testimonianze, a cominciare proprio dai saggi di Weber, non sono semplicemente ricostruzioni storiche o sociologiche di un modo di pensare e di vivere che accompagna la genesi del capitalismo occidentale, aprendo la strada alla modernità. La ricerca di uno specifico etico – di un tratto distintivo – della “forma di vita” della borghesia si impone con urgenza quando si cominciano a intravedere i segni del declino di cui Fest si rammarica. Così, ad esempio, Weber si chiede se il capitalismo vittorioso, con la sua “base meccanica”, abbia ancora bisogno del sostegno di una specifica concezione dell’etica professionale come quella che lui ritiene sia stata elaborata dal Protestantesimo. Nel suo discorso di ringraziamento, Fest allude probabilmente a queste pagine conclusive del saggio di Weber quando afferma che l’etica della borghesia, per quanto appaia opprimente, non è solo un peso ma anche una risorsa. Un “sostegno” appunto.

 

Pubblicato su Il Riformista il  20 giugno 2010

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