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il blog di Mario Ricciardi


Diario


11 novembre 2008

Chi ha paura del sorteggio?

Chi ha paura del sorteggio? Secondo Francesco Giavazzi "i professori che si erano divisi i 6000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari". Io direi piuttosto che dovrebbero averla tutti, visto che il sorteggio dei commissari non garantisce in alcun modo che i candidati che alla fine riceveranno le idoneità siano i più bravi. In alcuni casi questo potrebbe accadere, in altri no, perché il sorteggio si limita a inserire un elemento casuale nella scelta dei commissari  (la randomizza direbbe un economista).  Come poi questi ultimi decideranno rimane affidato alla loro coscienza e giudizio.

Su questo punto non secondario Giavazzi nel suo nuovo intervento - non meno concitato del primo - sorvola. Tuttavia, avendo avuto una settimana di tempo per pensarci, qualche dubbio sul fatto che il sorteggio sia una buona idea deve averlo anche lui, perché in questo nuovo intervento allude alle "anime belle" che lo hanno criticato citando - senza nominare l'autore - un brano in cui si dice che "in Gran Bretagna, dove l'università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso". Poi aggiunge, fulmineo: "lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude". Che è indubbiamente vero, ma non si capisce che rapporto abbia con il sorteggio dei commissari. Tuttavia, per Giavazzi un rapporto deve esserci, perché continua: "se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (...) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell'università". A questo punto, anche il lettore ben disposto ha l'impressione che Giavazzi stia menando il can per l'aia.

Infatti, non si capisce bene in che senso chi critica il sorteggio come metodo arbitrario e insensibile al merito dovrebbe - per coerenza - sostenere anche le altre cose di cui parla Giavazzi. Tra l'altro, alcune delle "anime belle" che hanno criticato il sorteggio hanno argomentato in passato proprio in favore di alcune delle cose che Giavazzi li sfida oggi ad accettare. Per esempio, Marco Santambrogio lo ha fatto in Chi ha paura del numero chiuso? - un libro pubblicato nel 1997 - e in diversi altri interventi pubblicati in seguito. Quindi Giavazzi, come si dice, sfonda una porta aperta. Dietro quella porta c'è un problema di cui molti di noi si sono resi conto in questi anni, e cioè che non è chiaro in che modo si possa abolire il valore legale del titolo di studio. C'è chi sostiene, infatti, che questo in un certo senso non esiste nemmeno nel nostro paese, e che il vero problema è il modo puramente formale in cui funziona la valutazione dei titoli nei concorsi pubblici (ma questa, come si dice, è un'altra storia).

Rimane il fatto che, anche ammettendo che bisogna abolire il valore legale del titolo di studio - qualunque cosa voglia dire - e che i dipartimenti scadenti devono chiudere, non si capisce perché si dovrebbero rimandare i concorsi in attesa di una riforma dell'università. Avevamo un sistema di selezione imperfetto e aperto all'arbitrio. Grazie all'intervento di Giavazzi e al decreto del governo ne abbiamo uno almeno altrettanto imperfetto e aperto all'arbitrio. Perché mai le università che hanno deliberato in piena autonomia di chiedere concorsi dovrebbero rinunciarvi? Per aspettare poi cosa? Che Giavazzi immagini la procedura concorsuale perfetta? Un piccolo contributo in questa direzione c'è già nell'intervento di questa settimana. Scrive Giavazzi: "vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati tra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero (...) pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica. Poiché esistono diversi criteri (l'impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi".

In poco più di un mese? e poi, non si erano già divisi i posti i professori italiani? Ovviamente, Giavazzi non è così ingenuo da credere che essi agiranno spontaneamente in modo virtuoso, quindi li avverte: "si vedrà, sia quali discipline avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti". Insomma, state in campana! Anche in questo caso, Giavazzi glissa su una questione non trascurabile. In alcune discipline gli indici di cui lui parla non ci sono. Costruirli in modo affidabile richiederebbe tempo. Talvolta andrebbe fatto solo per le pubblicazioni in lingua italiana, e questo pone problemi di non facile soluzione. Comunque, essi darebbero al massimo un indice quantitativo. Da prendere sul serio, nessuno vuole negarlo, ma anche con una certa cautela.

Allora forse la soluzione è davvero quella di sospendere i concorsi mentre Giavazzi immagina la procedura concorsuale perfetta. Magari, visto che ci siamo, potremmo sospendere anche le elezioni politiche in attesa che lo stesso Giavazzi o qualche altro economista immagini anche in quel caso un metodo di selezione perfetto. Oppure mettere tutti gli italiani sotto tutela, e privarli della libertà di scegliere, perché alcuni fanno sciocchezze o si comportano in modo scorretto. Dopo aver scoperto che il liberismo è di sinistra, potremmo anche scoprire che il paternalismo è liberista.   


5 novembre 2008

L'appello di Martinotti, Moscati e Rositi

Guido Martinotti, Roberto Moscati e Franco Rositi hanno scritto un appello in cui spiegano perché l'idea di Giavazzi è destinata a fare danni seri senza contribuire in alcun modo a migliorare la nostra università.

L'appello si trova all'indirizzo:

http://sosatenei.wordpress.com/fermiamo-la-mano/


5 novembre 2008

Ancora su Giavazzi

Oggi Francesco Giavazzi ritorna sulla sua proposta di cambiare le regole dei concorsi già banditi. Tra l'altro, scrive che "centinaia di baroni universitari hanno accuratamente organizzato i voti, hanno usato la perversione delle doppie idoneità (due vincitori per un posto) per costruire solide maggioranze, insomma hanno truccato i concorsi. Se questi venissero modificati tutti i loro progetti andrebbero a gambe all'aria". Ora, a parte il fatto che non è vero che ci sono due vincitori per un posto perché le idoneità non comportano necessariamente l'assunzione, vorrei richiamare l'attenzione sull'argomento usato da Giavazzi. Non che cambiare le regole aumenterebbe la possibilità che vinca il migliore, ma che disturba i progetti di quelli che lui chiama "baroni". Insomma, Giavazzi è un buontempone che vuole che il governo faccia un bello scherzo ai suoi colleghi! Mi chiedo come si possa prendere sul serio cose del genere.



3 novembre 2008

Giavazzi sui concorsi

L'ultima proposta sui concorsi universitari l'ha fatta Francesco Giavazzi che - in un intervento dal tono un po' concitato - invoca una serie di provvedimenti di urgenza. Tra questi, la sostituzione del sorteggio all'elezione come metodo per nominare i membri delle commissioni di concorso.

 

Sembra una grande idea, ma in realtà si tratta di un metodo che è già stato provato in passato - a quanto mi dicono - senza risultati brillanti. La spiegazione risiede probabilmente nel fatto che il sorteggio si limita a garantire le pari opportunità tra i possibili commissari, ma non è in alcun modo in grado di assicurare, o anche di rendere più probabile, la selezione dei candidati migliori. Infatti, in assenza di sanzioni istituzionali adeguate per chi sceglie candidati di scarso valore ciò che accade è che il sorteggiato si trova a questo punto ad avere un bargaining power che tenta di convertire in un vantaggio personale. Nessuno gli impedisce, in un sistema accademico strutturato come quello italiano, di scegliere chi gli pare. Anche perché si rende ben conto che ha scarse possibilità di far parte nuovamente di una commissione nel breve periodo.


Personalmente rimango convinto che l'unica proposta sensata sui concorsi è abolirli, concentrando invece gli sforzi di riforma sui meccanismi istituzionali che riguardano la distribuzione delle risorse e il legame che essa deve avere con la valutazione delle università.



Qui trovate una critica di Dino Cofrancesco al pezzo di Giavazzi


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 3/11/2008 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 ottobre 2008

Mobilità accademica

Tra le tante critiche che in questi giorni vengono mosse al nostro ceto accademico c'è quella che è poco mobile. Si dice che, nei paesi che dovremmo prendere a esempio, ricercatori e docenti cambiano sede diverse volte nel corso della propria carriera, mentre da noi molti non si sono mai mossi dal luogo in cui si sono laureati. Non ho a disposizione dati, ma credo che ci sia qualcosa di vero nel fatto che nell'università italiana ci sia una minore mobilità rispetto a quella che c'è negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Tuttavia, non sono sicuro che l'interpretazione dei fatti che viene proposta sia del tutto corretta. Cominciamo da qui. Perché un giovane studioso americano all'inizio della carriera decide di spostarsi dal luogo dove ha conseguito la laurea? In linea di massima - escludendo quelli che lo fanno per motivi personali - le spiegazione sono due. La prima è che non c'è posto disponibile dove ha studiato. La seconda, che andare altrove può essere utile per la propria carriera. Se sono laureato in un'università poco prestigiosa del mid-west tentare di fare il dottorato a Princeton o a Harvard mi conviene perché aumenta le mie chances di avere un buon lavoro nel lungo periodo. Inoltre, in un ambiente che privilegia - giustamente - la specializzazione, si tende a muoversi verso i luoghi dove è possibile specializzarsi, perché anche questa è una buona strategia.

Quindi il nostro giovane collega americano non si muove perché il movimento è cosa buona in quanto tale, ma perché muoversi è un mezzo per uno scopo. Tra l'altro, vale la pena di sottolineare che se il movimento fosse da Princeton all'università di provincia, non verrebbe affatto considerato buon segno per le prospettive di carriera del futuro PhD.

Bisogna poi fare attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze. La forte mobilità dipende in larga misura dalla competitività e dalla scarsità relativa dei posti a disposizione nelle migliori università. Se uno ha la fortuna di poter proseguire la propria carriera nella stessa prestigiosa università dove si è laureato, nessuno lo biasimerà solo per questo. Ci sono diversi esempi di illustri studiosi che non hanno mai cambiato università nella vita, e questo non ha certo danneggiato il loro lavoro. Al contrario, in alcuni casi li ha messi nelle migliori condizioni per proseguirlo con successo.

Per quel che riguarda il nostro paese, poi, non si capisce bene quale sia il rimedio proposto. Ascoltando alcuni commenti in questi giorni si ha l'impressione che sia sempre il solito: fare una legge. Si dice che dovrebbe essere vietato fare il dottorato dove si è conseguita la laurea, o diventare ordinari dove si è stati associati. Insomma, il "wandering scholar" per decreto.

Si tratta ovviamente di un'assurdità, che probabilmente sarebbe destinata a non conseguire l'effetto desiderato. Un po' come i marinai borbonici - per apparire efficienti - saremmo tutti costretti a "fare ammuina" muovendoci da prua a poppa senza costrutto, solo perché così daremmo l'impressione di fare quel che i nostri colleghi americani o inglesi fanno spontaneamente quando ritengono necessario o utile farlo. Davvero una trovata geniale.


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 16/10/2008 alle 9:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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