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il blog di Mario Ricciardi


Diario


2 ottobre 2010

Sul ruolo della religione nella vita pubblica

Sul Cardinal Scola

Alexis de Tocqueville ha scritto che quando una religione si unisce intimamente a un governo essa «sacrifica l’avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il proprio potere legittimo». Le osservazioni di Tocqueville mi sono tornate in mente leggendo la lunga conversazione tra Benedetto Ippolito e il Patriarca di Venezia Angelo Scola, che prende spunto dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro del Cardinale, che ha un titolo significativo: Buone ragioni per la vita in comune (Mondadori, Milano 2010). La visione del ruolo della religione nella vita pubblica che emerge dalle riflessioni del Cardinal Scola avrebbe probabilmente incontrato l’approvazione dell’aristocratico francese. Infatti, sia nell’intervista sia nel libro – dove le idee del porporato vengono presentate in dialogo con alcune delle voci più significative della filosofia e della teologia contemporanee – è evidente l’invito ai cattolici a camminare saldi sulle proprie gambe, senza appoggiarsi a quelle che Tocqueville chiamava le “potenze politiche”.

 

Intendiamoci, sfuggire all’abbraccio mortale di queste potenze terrene – che della religione si servono anche quando fanno mostra di servirla – non comporta affatto accettare una concezione della fede come esperienza esclusivamente privata. Nel libro, il Cardinal Scola richiama la peculiarità della concezione cristiana di Dio, che incarnandosi si compromette con la storia e accetta di condividere il destino delle creature. Per questo, scrive il Cardinale, la fede cristiana ha «inevitabilmente a che fare con le forme concrete con cui, anche nella società plurale di oggi, si vivono la nascita, la vita e la morte, l’amore e il dolore, il lavoro e il riposo». Insomma, proprio come i preti cattolici statunitensi lodati da Tocqueville per lo spirito “laico” con cui svolgevano la propria missione in un paese che a quei tempi era a maggioranza protestante, il Patriarca di Venezia difende un cattolicesimo che non ammette di essere messo da parte quando sono in gioco questioni morali fondamentali, quando si discute di ciò che sarebbe bene fare. Suggestive, a questo proposito sono le pagine del libro in cui si accenna alla “percezione morale” (un’espressione che il Cardinal Scola illustra con espressioni che richiamano alla mente il pensiero di un grande filosofo cattolico del novecento, Bernard Lonergan) e ai lavori di pensatori come John Finnis, Germain Grisez e Joseph Boyle, tutti autori che meriterebbero maggiore attenzione nel nostro paese.

 

Libera dal vincolo dell’identificazione con il potere politico, la Chiesa cattolica si muove in una sfera pubblica su cui è ormai consapevole di non avere controllo, e all’interno della quale forse non esercita neppure un’egemonia. Invece di ritrarsi inorridito, come fanno altri esponenti dell’episcopato, o limitarsi a una testimonianza morale attraverso le opere, il Patriarca di Venezia accetta la sfida dei tempi e prende la strada della filosofia politica.

 

Infatti, le meditazioni del Cardinal Scola nel libro appena uscito, e nella conversazione con Benedetto Ippolito  pubblicata nei giorni scorsi su questo giornale, non riguardano solo il bene, ma anche il giusto, per riprendere la distinzione di John Rawls. Questa, dal mio punto di vista di agnostico, è la parte forse più interessante delle riflessioni del porporato, che meritano di essere discusse anche dai non credenti che hanno a cuore le sorti del liberalismo. Presa contezza del fatto del pluralismo ragionevole, come lo chiamava Rawls, mi sembra che il Cardinal Scola assuma nel libro l’onere di argomentare accettando i limiti imposti dall’ideale della ragione pubblica. Ciò non comporta che egli, in quanto cattolico, debba abiurare la propria visione comprensiva del mondo e della vita, ma gli chiede di riconoscere il valore pratico indipendente di relazioni politiche rette dal principio di reciprocità. La forma della democrazia liberale, sempre secondo Rawls, non nega la fede, e nemmeno mira a opprimerla o a relegarla nella sfera privata. In questo senso il Liberalismo Politico non è affatto una concezione della convivenza che afferma un ideale di neutralità come quello promosso da certi laici francesi o italiani. Le visioni cattoliche del bene comune e della solidarietà sono ammesse dal Liberalismo Politico se esse vengono espresse nei termini adeguati a valori politici.

 

Entro questi limiti, il rinvio del Cardinale alla visione comprensiva della Chiesa Cattolica, illustrata attraverso sapienti richiami alle scritture e ai testi dottrinali, serve da alimento alla discussione in una società pluralista, non la chiude attraverso l’appello all’autorità. Soprattutto nei due capitoli dedicati alla crisi finanziaria e ai problemi dello sviluppo economico questo modo di procedere apre la strada a considerazioni interessanti sul mercato, sulla sussidiarietà, o sul ruolo dell’educazione, che potrebbero essere condivise anche da non credenti, o da persone di fedi diverse dalla cattolica. Oppure, e anche questo è un aspetto interessante del libro, che potrebbero suscitare il dissenso di altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche o del mondo cattolico.

 

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Tocqueville fu sorpreso di trovare spirito di religione e spirito di libertà intimamente uniti. Invece di procedere in direzioni diverse, come in Francia, nel nuovo mondo essi «regnavano insieme sullo stesso suolo». Un’immagine suggestiva questa di una sovranità divisa ma non conflittuale, che mi pare illustri bene anche il pensiero del Cardinal Scola sul ruolo della religione nella vita pubblica e sul compito dei cattolici.

 

Pubblicato su Il Riformista il 2 ottobre 2010


29 novembre 2009

Cattolici e democrazia in Spagna

Siviglia sta alla Spagna come Napoli all’Italia. O almeno così sostiene John Hooper, autore di una delle migliori introduzioni alla storia recente spagnola. In effetti, il napoletano che visita Siviglia nota subito l’atmosfera familiare di questa città. Pur avendo una struttura molto diversa – Siviglia non è sul mare e non ha le colline – ci sono piazze o vicoli di questa città che, se non fosse per i cartelli stradali e le insegne, sarebbero indistinguibili da quelli di Napoli. La sensazione di familiarità si accentua quando ci si imbatte nell’annuale Feria del Belén, che quest’anno si tiene nei pressi della Cattedrale della città, in Avenida de la Constitución. La parola ‘belén’ indica la scena della natività di Cristo, l’origine è probabilmente da Bethlehem, e la mostra di cui parliamo è dedicata ai presepi, le “Belenes” appunto, che a Siviglia e in diverse altre città spagnole vantano una tradizione che risale al diciassettesimo secolo, quando Napoli e la Spagna avevano lo stesso monarca. Certo Siviglia è incomparabilmente più pulita e ordinata di Napoli, e questo dovrebbe indurci a riflettere su quel che scriveva Benedetto Croce, nella sua Storia del regno di Napoli, a proposito della vecchia idea che l’arretratezza del mezzogiorno d’Italia sarebbe dovuta alla cattiva amministrazione spagnola. Per Croce, «la Spagna governava il regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza e la medesima insipienza; e per questo rispetto, tutt’al più si può lamentare che il regno di Napoli, poiché doveva di necessità unirsi ad altro stato più potente, cadesse proprio tra le braccia di quello che era il meno capace di avvivarne la vita economica, e col quale non gli restava da accomunare altro che la miseria e il difetto di attitudini industriali e commerciali». Insomma, secondo il filosofo napoletano, quella tra la Spagna e Napoli non è una relazione di sfruttamento, in cui la seconda è la vittima e la prima il carnefice, ma piuttosto l’incontro sfortunato tra due perdenti.

Visitando la Spagna di oggi, un paese che – nonostante la crisi – mostra una straordinaria vitalità culturale, non si può fare a meno di chiedersi come nasce questo “miracolo spagnolo”. Come è stato possibile. per un paese con un passato di arretratezza economica come quello del nostro meridione, che nel ventesimo secolo è stato dilaniato da una sanguinosa guerra civile cui sono seguiti quaranta anni di regime autoritario, raggiungere una tale fioritura economica e civile? Se Siviglia e Napoli erano entrambe perdenti, perché una fiorisce e l’altra no?

Sarebbe una follia tentare di dare una risposta a questa domanda in poche righe. Tuttavia, qualche spunto si può trovare proprio passeggiando tra le bancarelle dei presepi, all’ombra della più grande cattedrale gotica del mondo, la terza chiesa per dimensioni dopo quella di San Pietro a Roma e quella di Saint Paul a Londra. In questi anni, favorita dalla superficialità con cui gli italiani sono abituati a guardare fuori dai confini nazionali, nel nostro paese si è affermata un’idea della Spagna basata in larga misura sui film di Almodóvar e sui racconti delle migliaia di nostri studenti che vengono qui per frequentare corsi universitari grazie al programma Erasmus. L’immagine è quella di un paese all’avanguardia dal punto di vista sociale, che ha rotto con la tradizione cattolica del passato, e che è aperto a ogni tipo di innovazione del costume. Tutti ricordano il clamore che hanno provocato anche da noi le riforme del diritto di famiglia e della legge sull’aborto introdotte dal governo Zapatero. Meno attenzione è stata riservata alle reazioni che esse hanno suscitato, che mostrano un’opinione pubblica niente affatto unanime nel sostenere le iniziative dei socialisti. In realtà, oltre alle proteste di piazza, ci sono le perplessità morali di una Spagna meno “glamour” e “media friendly”, ma forse altrettanto – se non più – reale di quella di Almodóvar.

Ovviamente non stiamo parlando della “Spagna eterna” naturalmente cattolica per la cui sopravvivenza temevano molti spagnoli che, pur non essendo falangisti, scelsero di stare dalla parte di Franco nella guerra civile. Non è la Spagna della “Crociata” del generalissimo contro liberali e sinistra che abbiamo in mente. Si tratta piuttosto di una Spagna cattolica che è pienamente dentro l’orizzonte dei principi stabiliti dalla costituzione del 1978, anche perché ha dato un contributo determinante alla loro formulazione. Alludiamo alla Spagna dei “tecnocrati” – molti dei quali militanti dell’Opus Dei come Laureano López Ródo – che posero le basi del miracolo economico ancora negli ultimi anni del franchismo. Oppure a quella di Adolfo Suárez e degli altri uomini politici che hanno guidato i primi passi del paese verso la democrazia. Una Spagna che non vuole rinunciare a difendere, nei limiti e nelle forme previste dalla costituzione, le proprie convinzioni. Chi non si rende conto che il miracolo spagnolo è figlio anche di un mondo cattolico che ha saputo mettere l’interesse generale al primo posto tra i valori politici rinuncia a capire questo paese.

Pubblicato su Il Riformista il 29 novembre 2009

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