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il blog di Mario Ricciardi


Diario


9 gennaio 2011

Perplessità riformiste

Sulla Fiat e le innovazioni di Marchionne

Sono certo che tra i dirigenti del PD c’è qualcuno che ricorda ciò che Marx scrive a proposito del tempo, ovvero che è lo spazio dello sviluppo umano. Un’osservazione di cui si dovrebbe tener conto nelle circostanze attuali, dato che di tempi del lavoro, tra l’altro, si parla quando si discute di Marchionne, della Fiat e dei sindacati. Sono rimasto piuttosto perplesso nell’assistere alla spettacolo di tanti riformisti e democratici che in questi giorni si sono precipitati a salutare in Marchionne l’uomo che porterebbe avanti una rivoluzione nelle relazioni industriali da condividere e appoggiare politicamente. Nella tranquillità del mio studio mi chiedo se il vecchio barbuto di Treviri non troverebbe questo giudizio un tantino sbrigativo, un modo per fare i riformisti con i tempi e le possibilità di sviluppo altrui. Per scacciare il pensiero mi alzo, e osservo con attenzione la mia immagine riflessa nello specchio: i segni dell’età ormai sono visibili, ma non sono cambiato tanto. Nonostante il cardigan di cachemire non ho l’aspetto di un comunista.

 

Se non sono affetto da comunismo presenile, come mai tiro in ballo Marx e le sue osservazioni sul tempo e lo sviluppo umano a proposito della Fiat? Banalmente perché mi sembrano condivisibili, forse persino vere. Se pensiamo alla vita come qualcosa che si sviluppa e che, nelle circostanze favorevoli, migliora – almeno fino a un certo punto – prima di declinare definitivamente, non possiamo avere un atteggiamento superficiale nei confronti del tempo. Nemmeno, mi pare, dovremmo essere sbrigativi con le preoccupazioni di chi teme di essere costretto a cedere una parte del proprio tempo per soddisfare le richieste di un datore di lavoro. Non so come la pensano i paladini di Marchionne, ma io prima di vendere anche solo a una manciata di minuti del mio tempo vorrei sapere se è indispensabile che lo faccia e se ne vale la pena. Altrimenti, preferirei tenermeli, e con essi difendere lo spazio che ho a disposizione per sviluppare la mia vita.

 

Chi prende sul serio l’idea che ciascuno è proprietario del proprio tempo – come sia Marx sia diversi liberali fanno – dovrebbe prestare attenzione alle opzioni che abbiamo a disposizione quando ci viene chiesto di venderne una parte per lavorare. Dal punto di vista di un liberale non dovrebbe essere difficile simpatizzare con una persona che resiste alla prospettiva di cedere una parte del proprio tempo perché ritiene che ciò che le viene offerto in cambio non sarebbe sufficiente in condizioni ideali per compensare la perdita. Ancor di più se la persona in questione afferma di essere convinta che nella situazione in cui si trova accetterebbe uno scambio come quello che le viene proposto soltanto perché non ha un’alternativa preferibile. In casi come quello degli operai della Fiat si può ragionevolmente dubitare che la scelta sia pienamente libera.

 

La questione non ha a che fare con la violazione dei diritti dei lavoratori. Da quel che capisco, l’offerta che hanno ricevuto gli operai degli stabilimenti Fiat è legittima sul piano del diritto vigente, ma è di quelle che non si possono rifiutare: una sorta di “offerta-minaccia”. Se accettano, perdono una parte del proprio tempo, ma ricevono in cambio l’opportunità di guadagnare di più nel medio periodo. Se non accettano, niente investimenti e possibile trasferimento della produzione, con conseguente perdita del posto di lavoro e di tutto ciò che da esso dipende (reddito, sicurezza…). Anche se fosse vero, e temo che lo sia, che quella prospettata da Marchionne è l’unica strada aperta per recuperare competitività e rilanciare la produzione, ciò mostra solo che accettare le nuove condizioni di lavoro è razionale per gli operai nella situazione in cui si trovano. Rifiutarle, infatti, avrebbe un esito peggiore rispetto all’opzione che hanno oggi, ovvero rinunciare a una parte del proprio tempo scommettendo sul buon risultato futuro dell’azienda per cui lavorano. Tuttavia, un’azione razionale non è necessariamente giusta o equa, e nemmeno tale da rendere felice chi la compie.

 

Qui veniamo al punto politico della faccenda Marchionne e alla sua rilevanza per il PD. Dato per scontato che il compito di un partito non si esaurisce nel dare consigli agli operai (o a chiunque altro) su ciò che per costoro sarebbe razionale fare nelle diverse circostanze della vita, la questione diventa capire se, e in che misura, ciò che sta accadendo alla Fiat può diventare l’esempio a partire dal quale costruire un modello normativo per una riforma delle relazioni industriali, e più in generale, dei rapporti di lavoro che soddisfi ragionevoli principi di giustizia.

 

Sul punto vale la pena di ricordare quanto ha scritto Pietro Ichino, uno studioso che si è espresso favorevolmente su alcuni aspetti della proposta fatta da Marchionne agli operai della Fiat: «la garanzia migliore di benessere per chi risulta perdente alla lotteria naturale e sociale non è costituita dall’imposizione dall’alto di un alto contenuto assicurativo nel rapporto di lavoro regolare, sia essa disposta per legge o mediante contratto collettivo. Essa può essere data invece da una rete universale di sicurezza costituita da un sistema di servizi scolastici, di formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivamente possibili, di informazione e orientamento professionale, di assistenza alla mobilità geografica, di ricerca intensiva e personalizzata della nuova occupazione, oltre che di sostegno del reddito per la durata del periodo di disoccupazione. Misure e servizi tanto più intensi e attivi quanto più debole è la posizione della persona interessata: cioè mobilitati efficacemente per neutralizzare il suo deficit naturale di competitività, anche a costo di un ingente prelievo dal prodotto nazionale lordo, necessario per il finanziamento di tali servizi». Uno scettico direbbe “vaste programme”. Però credo sarebbe il caso di parlare anche di questo quando si discute di riforma del mercato del lavoro. O c’è qualcuno nel PD che davvero crede che ciò che è bene per la Fiat (e per Marchionne) è anche giusto, equo e fonte di felicità per tutti, inclusi gli operai?

 

Pubblicato su Il Riformista il 9 gennaio 2011


12 febbraio 2010

Su Michele Salvati

Capitalismo, mercato e democrazia

Michele Salvati ha raccolto in Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino, Bologna 2009) alcuni suoi scritti che nascono in buona parte come “note di lettura” di libri pubblicati negli ultimi anni – di carattere eterogeneo, si va dalla storia delle idee politiche alla filosofia, passando attraverso contributi di economisti e altri scienziati sociali – ma accomunati dalla rilevanza che essi hanno per un nodo tematico centrale della teoria della democrazia. La questione è quella del rapporto tra democrazia, proprietà e mercato, che Salvati presenta nel lungo saggio introduttivo richiamando alcuni assunti largamente condivisi nella letteratura su questi temi, anche se niente affatto scontati per la cultura di sinistra da cui egli proviene. In estrema sintesi essi si possono riassumere in questo modo: non ci può essere democrazia senza proprietà e mercato. Proprietà più mercato vuol dire capitalismo. Ma il capitalismo contrasta con la democrazia. Buona parte del libro di Salvati consiste nel tentativo di chiarire il senso di ciascuna di queste affermazioni. Sforzandosi di delimitarne in modo rigoroso la portata e di valutarne le conseguenze.

 

Per quel che riguarda il primo punto, le conclusioni cui arriva Salvati sono in armonia con tesi classiche della filosofia politica, riprese da diversi autori contemporanei. La democrazia liberale, che comprende sia procedure di decisione collettiva basate sull’eguaglianza dei cittadini sia garanzie istituzionali e giuridiche a tutela della loro libertà, affonda le proprie radici in un “sostrato economico e sociale” che è in larga misura generato da un sistema di mercati. Ciò dipende dal fatto – perché di questo si tratta – che il mercato è un meccanismo di allocazione delle risorse, e quindi di facilitazione della produzione della ricchezza, di straordinaria efficacia. La sua capacità di risolvere problemi di coordinamento in circostanze in cui – come sosteneva David Hume – gli esseri umani non possono fare a meno di cooperare, ma nemmeno di competere, esercita una pressione sull’organizzazione della vita comune cui è difficile, e forse impossibile, resistere.

 

Questa è una spiegazione del successo del mercato, ma non ci dice ancora perché ci sarebbe un nesso tra mercato e democrazia. Per rispondere a questa domanda, c’è bisogno di un altro passaggio, che ci porta a considerare la necessità della proprietà privata per garantire la sicurezza e l’indipendenza delle persone in un mondo di interessi potenzialmente in conflitto. La giustificazione della proprietà proposta dai classici del diritto naturale moderno emerge a questo punto con tutta la sua forza. La protezione di uno spazio sovrano della persona, che comporta inevitabilmente il diritto di disporre in esclusiva di cose, è indispensabile per partecipare alla vita pubblica su una base di parità. Altri diritti non sarebbero sufficienti senza le immunità che difendono questo spazio dalle intrusioni altrui. Si badi bene, questa non è soltanto una tesi sostenuta dai classici. Diversi autori contemporanei – da H.L.A. Hart a John Rawls – considerano la proprietà uno degli elementi di quello che possiamo a buona ragione considerare una sorta di “diritto naturale minimo”. Le osservazioni di Salvati integrano le riflessioni di questi filosofi, mostrando che nel campo delle scienze sociali la tesi nella necessità della proprietà – ovviamente stiamo parlando di una necessità condizionale, date certe caratteristiche degli esseri umani e del mondo in cui essi vivono – trova ampio conforto sulla base dell’evidenza dei fatti. Dati i mercati e la proprietà privata, questo è l’ultimo passaggio per esplicitare le assunzioni da cui muove la riflessione di Salvati, otteniamo il capitalismo.

 

A questo punto, con l’entrata in scena di questo “modo di produzione” – per riprendere una vecchia espressione caduta in desuetudine – che ha un’influenza enorme su come lavoriamo, consumiamo e viviamo, le certezze della filosofia politica moderna sui benefici della proprietà privata, che sono condivise da buona parte dei liberali classici, cominciano a entrare in crisi. Infatti, il capitalismo comporta la possibilità di grande disuguaglianza nella distribuzione dei benefici che nascono dalla cooperazione sociale, in particolare opportunità e risorse. Ovviamente, questo i liberali classici lo sanno bene, e sostanzialmente lo accettano. Ma l’edificio liberale comincia a scricchiolare davvero quando a questa consapevolezza si accompagna la scoperta che il capitalismo non è solo un modo di organizzare in maniera efficace la produzione, esso genera anche una diversa distribuzione del potere all’interno della società, che entra in conflitto con alcuni presupposti della democrazia liberale. Chi ha risorse può influenzare la formazione delle scelte collettive in modi che sono al tempo stesso effettivi e difficili da tenere sotto controllo. Le opzioni a disposizione variano dalle più sofisticate alle più rozze, ma la sostanza non cambia. La conclusione a questo punto appare irresistibile: senza capitalismo probabilmente non c’è democrazia liberale, ma il capitalismo ha una tendenza irresistibile a mangiarsi buona parte del liberalismo delle democrazie.

 

Ciò che rimane non è senza importanza – una garanzia nominale è meglio di nessuna garanzia – ma è comunque inferiore alle aspettative coltivate da chi prende sul serio l’idea di democrazia come forma di governo in cui si realizza l’eguale libertà. Oltretutto, chi crede in questo ideale deve fare i conti con la presa che ha il clima d’opinione che Salvati chiama “neoliberale”. Più che una posizione teorica, si tratta a mio parere di un’ideologia, che presenta il panorama delle democrazie attuali – con i livelli di disuguaglianza che conosciamo – come l’unico orizzonte nel quale possiamo sperare di muoverci. Le pagine in cui Salvati critica le pretese dei neoliberali sono tra le più interessanti del libro, anche perché sono quelle in cui più forte è la distanza tra la sua prospettiva di “political economist” intellettualmente sofisticato e il riduzionismo di altri cultori della “scienza triste” che accettano anch’essi la sfida di scrivere per un pubblico non accademico.

 

Le riflessioni di Salvati sul nodo teorico – cui corrispondono problemi politici concreti – che è al centro di questo libro sono nel segno di un cauto ottimismo per quel che riguarda la possibilità di migliorare la qualità delle democrazie liberali. Da questo punto di vista, la sua posizione di liberale “per disperazione” è complementare rispetto a quella del principale filone del liberalismo egualitario contemporaneo, ispirato dalla teoria della giustizia come equità (fairness) di John Rawls. A differenza dei filosofi, tuttavia, Salvati non si muove soltanto sul piano dei principi, ma si assume l’onere di entrare nel merito di alcune riforme che potrebbero tenere sotto controllo la tendenza del capitalismo a erodere i presupposti dell’eguale libertà, peggiorando in tal modo la democrazia. Si tratta di indicazioni schematiche – Salvati annuncia che ha intenzione di scrivere un altro lavoro più approfondito sullo stesso tema – ma non per questo meno significative. Esse toccano infatti buona parte dei punti dolenti della politica e dell’economia in paesi come il nostro, dalla struttura del mercato del lavoro al Welfare, dal finanziamento della politica alla regolamentazione dei mercati. Se non un agenda, c’è l’indice ragionato di un agenda per i riformisti.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 febbraio 2010

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