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Diario


5 maggio 2010

Le dichiarazioni di Bagnasco

La Chiesa e il Risorgimento

La scorsa settimana, commentando le difficoltà cui stanno andando incontro le celebrazioni per i centocinquanta anni dell’unità di Italia, abbiamo scritto che esse dipendono, in ultima analisi, dal fatto che il Risorgimento è orfano. Figlio del liberalismo e della monarchia, il movimento ideale e politico che ha portato all’unificazione del paese è oggi privo di difese – come chi non ha una famiglia – nei confronti degli attacchi cui viene sottoposto da certi esponenti del centrodestra.

 

La notizia è che da ieri l’orfanello ha trovato qualcuno che è disposto ad adottarlo. Le dichiarazioni del cardinal Bagnasco, che ha invitato i vescovi italiani a prender parte alle celebrazioni, dando il proprio contributo al recupero del valore dell’unità nazionale, sono una novità significativa sia sul piano dei contenuti politici sia su quello dei simboli. Dal primo punto di vista, il presidente della Cei prende le distanze dagli umori antirisorgimentali che sin dall’ottocento – comprensibilmente – albergano in certi ambienti ecclesiali e in parte del mondo cattolico. Superando l’impostazione concordataria, che si muoveva ancora nella prospettiva del trattato di pace tra due entità sovrane per por fine a una controversia che aveva origine da un atto di aggressione militare, Bagnasco accetta il “fatto compiuto” dell’unità sottolineandone l’importanza per tutti gli italiani, quindi anche per i cattolici. Non si torna indietro. La Chiesa universale non rimpiange il potere temporale. Libera, come auspicava Cavour, di quel fardello, essa può far sentire la propria voce senza ambiguità quando le ragioni del magistero cui si sente chiamata le impongono di intervenire nel dibattito pubblico.

 

Sul piano simbolico, l’esortazione a rinnovare “l’innammoramento” per la patria comune è forse ancor più significativa. Le parole di Bagnasco ci ricordano che la nazione vive nel sentimento. L’amore, proprio la Chiesa lo insegna, non è soltanto passione. Esso richiede intelligenza, solidarietà e abnegazione. Anche in politica, come avviene nei rapporti tra marito e moglie, per sopravvivere ai pericoli cui la vita in comune inevitabilmente lo espone, l’amore ha bisogno di impegno. Come ha scritto Edmund Burke, per poter essere amata la nazione deve essere resa amabile. Ciò comporta uno sforzo della fantasia nel trovare nuovi modi di ricordare il passato comune e una disponibilità a lasciarsi trasportare dall’immaginazione per credere che c’è ancora un futuro insieme. Uno spazio aperto per la speranza anche nei momenti più difficili.

 

A chi considera la politica una tecnica governata dalla ragione questo lessico – che la modernità ha relegato nella dimensione pre-politica – non piace. Per costoro evocare il sentimento è soltanto una mossa propagandistica. Un tentativo, da parte di una Chiesa in difficoltà per i suoi problemi di immagine, di accreditarsi come interlocutore per chi teme il salto nel buio di un federalismo dai contorni ancora indefiniti e dai costi niente affatto certi. Eppure, proprio la storia del nostro Risorgimento ci dice che le cose non stanno in questo modo. Se poeti, pensatori e musicisti non avessero alimentato il sentimento collettivo per la patria “bella e perduta” oggi non saremmo dove siamo, non potremmo parlare con una voce sola nella conversazione dell’umanità. La Chiesa italiana l’ha capito, e di questo bisogna darle atto. Così facendo, essa ha lanciato una sfida che il Presidente Napolitano ha fatto bene a raccogliere. Se è vero che l’unità politica della nazione passa anche attraverso la breccia di Porta Pia, non è soltanto a quel momento che bisogna guardare per valutarne la portata e il significato odierno. La storia politica e morale dell’Italia unita è fatta anche del lungo e accidentato percorso che ci ha condotto, attraverso due guerre e il fascismo, alla costituzione repubblicana e all’orizzonte di valori che essa riconosce e tutela. Di questa storia i cattolici italiani sono stati una parte importante. Per questo oggi è giusto festeggiare insieme a loro, sottolineando ciò che ci unisce piuttosto che quel che ci ha diviso.

 

Pubblicato su Il Riformista il 5 maggio 2010 


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 5/5/2010 alle 6:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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