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Diario


4 novembre 2009

Su Claude Lévi-Strauss

 Con la morte di Claude Lévi-Strauss forse si è reciso l’ultimo legame che ci teneva idealmente legati al secolo scorso. Da ieri possiamo dire che la cultura e le idee del novecento sono probabilmente diventate storia in modo irrevocabile. Con la scomparsa del più che centenario antropologo – era nato il 28 novembre del 1908, a Bruxelles – se ne è andato l’ultimo tra gli intellettuali che del “secolo breve” hanno plasmato il modo di pensare. Da questo punto di vista, non è eccessivo metterlo sullo stesso piano di figure come Max Weber o Sigmund Freud.

Certo, Lévi-Strauss non è il padre dell’antropologia, e nemmeno può essere considerato in ogni caso una guida affidabile per lo studio delle altre culture. Tuttavia, se l’antropologia ha oggi il rilievo che ogni persona educata le riconosce tra le discipline che si occupano degli esseri umani – studiandone la vita e il modo di pensare – lo dobbiamo in larga misura alla straordinaria influenza di questo studioso.
 
L’approdo all’antropologia di Lévi-Strauss può essere considerato casuale, come talvolta sono le origini di grandi avventure intellettuali. Laureato in filosofia, questo giovane insegnante, belga di nascita ma francese di nazionalità, aveva ricevuto l’offerta di recarsi in Brasile come Visiting Professor – come diremmo ora – presso l’Università di San Paolo. Nel paese sudamericano si sviluppa e fiorisce il suo interesse per le culture non europee. Lévi-Strauss si dedica quindi con passione allo studio sul campo dei modi di vivere, di pensare e di esprimersi di popoli molto lontani dall’ambiente con cui era familiare, e nel quale era cresciuto, nel sedicesimo arrondissement di Parigi. Si tratta di una passione che darà ben presto i suoi frutti, e che lo porterà nel tempo a maturare una prospettiva originale che va sotto il nome di “Antropologia Strutturale”. L’idea di fondo è che la società umana si possa studiare non solo del punto di vista funzionale, cercando di spiegare a cosa serve un’istituzione o una pratica, come avevano fatto buona parte dei pionieri dell’antropologia, ma anche da quello strutturale, sviluppando un’intuizione che aveva già dato i propri frutti nel campo della linguistica.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione che indirettamente restituisce dignità alle culture non europee perché aiuta gli antropologi ad uscire dalla prospettiva eurocentrica che vedeva i “primitivi” come una versione meno evoluta di noi stessi, caratterizzati dal fatto di avere credenze sbagliate che possono essere rimpiazzate grazie all’esposizione al benifico influsso di una civiltà “superiore” o comunque più sviluppata. Nei lavori di Lévi-Strauss le culture non europee vengono viste per quello che sono. Da un lato manifestazioni di strutture e modelli di organizzazione tipicamente umani, che ricorrono costantemente nella storia e presentano elementi comuni. Dall’altro, come indiscutibilmente diverse dalla nostra come perché espressione di un altro modo di vivere e di pensare.

In questo modo i “primitivi” si rivelano dotati di un’esistenza reale e di un carattere complesso, e non caricature o bozzetti usciti dalla penna – o dal pennello – di un orientalista. Attraverso la lettura delle opere di Lévi-Strauss sulle mentalità di queste culture “primitive” generazioni di studiosi si sono abituate a concepire la possibilità che ci siano modi diversi di pensare, o modi alternativi di fare la stessa cosa, e questo è stato un contributo fondamentale all’apertura della mente di intere generazioni. Tra tutti i suoi lavori, quello più amato dai lettori è certamente Tristi Tropici che lo ha fatto conoscere anche al pubblico dei non specialisti.

Pubblicato su Il Riformista il 4 novembre 2009


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 4/11/2009 alle 15:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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