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il blog di Mario Ricciardi


Diario


11 luglio 2010

Responsabilità e merito

La sorte morale

A tutti capita, almeno una volta nella vita, di chiedersi: “come avrei agito in quella situazione di pericolo? Se mi fossi trovato a Pompei durante l’eruzione del Vesuvio, oppure a bordo del Titanic la notte del naufragio, sarei stato coraggioso o vile? Sarei riuscito a darmi da fare per mettere in salvo chi aveva bisogno del mio aiuto o avrei pensato solo a cavarmela?”. La risposta a queste domande può essere influenzata dall’opinione che abbiamo di noi stessi o da quanto siamo propensi a illuderci sul nostro carattere o sulle nostre capacità di reazione. Tuttavia, non possiamo escludere che ci siano persone così lucide e oneste intellettualmente da essere in grado di dire con certezza come agirebbero in una situazione di grave pericolo. Supponiamo di conoscerne una, e di essere al corrente della sua straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Se questa persona ci dicesse – in tutta serietà – che quella notte sul Titanic si sarebbe prodigata per gli altri fino allo stremo delle forze, e che avrebbe accettato di salire su una scialuppa solo dopo essersi assicurata di non poter fare più nulla per nessuno, saremmo, solo per questo, pronti ad ammirarla per il suo coraggio? Non credo. Anche se fosse vero che quella persona si comporterebbe in modo coraggioso a bordo di un transatlantico che sta per affondare, se non si è mai trovata in tali circostanze, non ha avuto l’opportunità di distinguersi per il suo coraggio durante un naufragio, e dunque non c’è ragione per ammirarla. La sorte, da questo punto di vista, influenza le nostre valutazioni morali. Come ha osservato Thomas Nagel, un filosofo statunitense che su questo problema ha scritto un saggio importante (‘Moral Luck’, pubblicato nel 1976), noi giudichiamo le persone per quel che realmente fanno o non riescono a fare, non per quanto avrebbero fatto se le circostanze fossero state diverse.

 

Tutto sommato, è un’ovvietà. Eppure questa osservazione banale – a pensarci – apre la strada a considerazioni meno ovvie, che anzi potrebbero erodere alcune convinzioni molto radicate che abbiamo sulla responsabilità. Se la sorte, che è qualcosa su cui non possiamo esercitare alcun controllo, influenza il modo in cui ci valutano moralmente, dove va a finire l’idea che rispondiamo solo di ciò che abbiamo scelto di fare? La questione, come sottolinea Nagel, ha conseguenze importanti sul piano del giudizio politico. Buona parte dei tedeschi nati nei primi anni del ventesimo secolo non hanno certo scelto di essere adulti sotto il regime nazista. Ciò nonostante, quel che è capitato loro gli ha fornito un’opportunità per agire con coraggio, opponendosi alle mire dei nazisti, oppure di manifestare un’attitudine meno ammirevole non ostacolando, e forse assecondando, i crimini che essi perpetravano. Nel primo caso, il comportamento dei nostri ipotetici tedeschi sarebbe ammirevole, persino eroico se l’opposizione si fosse trasformata in resistenza. Nel secondo, invece, l’acquiescenza nei confronti di un crimine, se consapevole, ci appare degna di biasimo. Talvolta, quando opporsi è ancora possibile senza rischiare troppo, un indice di viltà.

 

Tutti i tedeschi che erano in patria durante il regime nazista, e buona parte di essi non aveva in senso stretto scelto di farlo, hanno ricevuto in dono dal fato un’opportunità di essere più o meno coraggiosi o vili di cui credo molti avrebbero fatto volentieri a meno. In un certo senso, potremmo dire che sono stati sottoposti a una prova. Una persona religiosa sosterrebbe che sono stati indotti in tentazione. Altri non hanno avuto la stessa sorte. Chi, negli stessi anni, invece che in Germania, è nato nel Tibet, non ha dovuto affrontare la stessa tentazione. Per quante malefatte possa aver commesso nel corso della propria vita, il nostro ipotetico cittadino tibetano non ha mai avuto l’occasione di appartenere a una comunità politica i cui governanti hanno consapevolmente pianificato, e tentato di portare a termine, lo sterminio sistematico di un popolo. Dovremmo ammirarlo per questo? Dire che è migliore di quei tedeschi che non hanno avuto coraggio?

 

Credo che sarebbe difficile sostenerlo. La conclusione che si può trarre da questi esempi è sconcertante. Una delle convinzioni più profonde che abbiamo in materia di responsabilità morale è che ciascuno dovrebbe ricevere ciò che merita. La lode per i lodevoli e il biasimo per i biasimevoli. Tuttavia, c’è qualcosa che non quadra con questo principio. Se il tibetano che non ha cooperato con il regime nazista non merita né lode né biasimo, perché dovremmo accettare che invece se li meritano, rispettivamente, il tedesco coraggioso e quello vile? Non si potrebbe dire anche di loro che, in un certo senso, non meritavano ciò che la sorte gli ha riservato?

 

Lascio la risposta ai lettori. Per il momento mi limito a suggerire che la grammatica logica del merito è più complessa di quel che appare a un esame superficiale. Prima ancora di dire chi si merita cosa, credo che dovremmo riflettere sui criteri per assegnare il merito. Potremmo scoprire che questo concetto sfugge alle pretese della definizione.

 

Pubblicato su Il Riformista l'11 luglio 2010 


16 maggio 2010

Su Thomas Nagel

Secular Philosophy and the Religious Temperament

Thomas Nagel appartiene a una generazione che ha cambiato la filosofia statunitense. Nel secondo dopoguerra – quando questo gruppo di studiosi si è affacciato alla vita accademica – la filosofia negli Stati Uniti era una disciplina il cui prestigio dipendeva più dal ruolo di intellettuali pubblici di alcuni suoi cultori che dalla sua capacità di proporre idee nuove e interessanti. Alcune vecchie glorie, come Dewey e Whitehead, dominavano ancora un panorama in cui le uniche novità venivano dalla logica e dalla filosofia delle scienza, grazie alla massiccia emigrazione di studiosi europei seguita alla presa del potere da parte dei nazisti in Germania. Per giovani come Thomas Nagel, John Searle, Robert Nozick, Gilbert Harman e Thomas Scanlon, e per John Rawls, leggermente più anziano di loro, il polo d’attrazione principale era Oxford, l’università in cui insegnavano buona parte degli autori più significativi attivi a quel tempo nei paesi di lingua inglese. Nel giro di poco più di un ventennio, e in parte anche con il contributo di Nagel, l’equilibrio dei poteri nel campo della filosofia è cambiato al punto che oggi sono gli studiosi britannici a recarsi periodicamente presso le università statunitensi alla ricerca di nuovi stimoli per le proprie ricerche.

 

Un ruolo centrale in questo straordinario cambiamento ha avuto John Rawls. Dalla pubblicazione di A Theory of Justice nel 1971, le università e le riviste degli Stati Uniti cominciano a esercitare una vera e propria egemonia nel campo della filosofia politica e morale, facilitata probabilmente anche dal fatto che in quel paese, molto più che in Europa, i filosofi interagiscono in modo positivo con gli sviluppi più avanzati delle scienze sociali, e in particolar modo dell’economia, che stanno diventando sempre più autorevoli nel campo del dibattito pubblico. Anche se sarebbe riduttivo considerarlo esclusivamente un filosofo della politica, è al lavoro che ha svolto a partire dagli anni settanta sulla scia di Rawls che Nagel deve buona parte della sua notorietà. In particolare i suoi lavori sulla giustizia e sull’eguaglianza sono ancora oggi tra le letture obbligate degli studenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. Oggi Nagel insegna alla New York University, dove tiene corsi sia presso la facoltà di filosofia sia presso quella di diritto. Una testimonianza della vastità dei suoi interessi si trova nell’ultima raccolta dei suoi saggi, Secular Philosophy and the Religious Temperament, appena licenziata dalla Oxford University Press. In questi saggi, pubblicati tra il 2002 e il 2008, egli si occupa di temi centrali nel dibattito contemporaneo, dal ruolo della religione nella vita pubblica fino ai fondamenti del liberalismo e alla natura della giustizia internazionale. Di questo tema, nello specifico, si occupa in un lungo saggio che è una critica serrata alla pretesa – molto diffusa – che sia possibile promuovere i diritti umani e l’eguaglianza nel contesto internazionale senza fare leva sulle istituzioni politiche. Nagel sostiene che se è vero che i doveri universali negativi possono essere rispettati senza alcun intervento istituzionale, solo astenendosi dal violarli, è impossibile soddisfare quelli positivi e adempiere alle obbligazioni che abbiamo nei confronti dei nostri simili fuori dai confini nazionali senza la mediazione di strutture che hanno il compito di agire per ottenere questi risultati.

 

Un altro nucleo tematico del libro su cui vale la pena di richiamare l’attenzione è quello cui allude il titolo del saggio da cui la raccolta prende il nome. In questo scritto, Nagel discute con finezza ciò che egli chiama il “temperamento religioso” in filosofia, mostrando che esso non è affatto incompatibile con la ricerca della verità illuminata dalla ragione. Anche un filosofo agnostico può ammettere l’importanza e il valore delle domande che tradizionalmente sono state affrontate dai teologi, riconoscendo che esse sono una sfida per il naturalismo oggi dominante in filosofia in quanto mettono di questione i confini che esso assegna al dominio della spiegazione razionale. Un punto di vista non convenzionale, che certamente farà discutere.

 

Pubblicato su Il Sole ventiquattrore il 16 maggio 2010

 

 

 Thomas Nagel, Secular Philosophy and the Religious Temperament. Eassays 2002-2008, Oxford University Press, Oxford 2010, pp. 171, $ 27.95.

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