.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 gennaio 2011

Pensare il futuro

Una proposta su cui riflettere

C’è un futuro per gli italiani? Credo di non essere il solo che se lo chiede. Da tempo si avvertono segni del progressivo allentarsi dei legami morali che ci hanno tenuto – bene o male – insieme per centocinquanta anni. Prima di Tangentopoli, e della crisi che ha portato alla fine dell’equilibrio politico su cui si era retta sin dalla nascita la Repubblica, era già all’opera buona parte dei fattori che hanno eroso le fondamenta su cui poggiava il compromesso costituzionale raggiunto nel dopoguerra. Squilibri di crescita, disarmonie culturali, modi inconciliabili di concepire la rappresentanza e il rapporto dei cittadini con le principali istituzioni politiche e sociali che appartengono alla struttura di base della società hanno sottoposto le premesse da cui dipende la lealtà civile a una pressione che si è rivelata insostenibile. Ciascuna con spiegazioni e dinamiche proprie, operando congiuntamente, queste tensioni hanno acuito fratture le cui origini appartengono al passato remoto. Ma che nessuno dei regimi post-unitari è riuscito a sanare del tutto.

 

L’accidentale incrocio tra la spregiudicatezza di Silvio Berlusconi e le inchieste giudiziarie dei primi anni novanta ha dato a questo disfacimento morale un contributo decisivo. Proprio quando forse stavano maturando le condizioni per accelerare la ricerca di un nuovo equilibrio politico, che verosimilmente sarebbe passata attraverso un rinnovamento culturale dei partiti più importanti, c’è stata una svolta inattesa, che ha poco a poco trasformato la vita pubblica di questo paese. Rimuovendone, a dispetto della ragionevolezza, l’orientamento verso il futuro. Nelle convulse giornate che segnano la fine della Prima Repubblica vengono gettati i semi di una pericolosa illusione. Si afferma l’idea che si possa fare a meno della politica, sostituendola con “l’amministrazione delle cose”. Per quasi venti anni siamo vissuti come farebbero persone convinte che il futuro non sia altro che un presente eterno. Una visione rassicurante, alimentata da una crescita – moderata – ottenuta senza pagare un prezzo troppo oneroso, priva di rischi eccessivi o responsabilità.

 

L’ascendente  che Berlusconi ha esercitato sugli italiani in questi anni dipende in larga misura dall’essere riuscito a trarre vantaggio da questa visione declinandola nel modo che gli era più congeniale. Alla luce di questo fenomeno si comprende anche la fase più recente della sua parabola politica e umana. L’essersi circondato di adulatori e mercenari. Lo sforzo di nascondere alle telecamere – perché a chiunque lo veda a occhio nudo non sfuggirebbero – le tracce del tempo che passa, per accreditare l’immagine di un presente eterno. La triste parodia di vitalità che si intravede ogni volta che si socchiudono le porte delle sue dimore. Nei giorni scorsi un amico mi ha detto dell’imbarazzo che prova nel rendersi conto dei turbamenti che giornali e telegiornali inducono nel figlio non ancora adolescente. Purtroppo non sarà solo l’educazione sentimentale dei nostri giovani a risentire di ciò che accade in questi giorni. Se il berlusconismo non è stato un regime nel senso proprio, nondimeno una sua fine repentina potrebbe innescare reazioni come quelle che accompagnano il crollo di un’autocrazia. Da cui non possiamo aspettarci nulla di buono.

 

Mentre si assiste alle convulsioni senili del berlusconismo, sarebbe politicamente sterile ripercorrere le vicende del passato recente per tenere la contabilità degli errori e dei torti. Se la fine del berlusconismo non fosse rapida e cruenta, e l’agonia di cui siamo testimoni durasse ancora a lungo, credo che essa ridurrebbe in macerie quel poco che rimane in piedi dell’architettura istituzionale disegnata dai costituenti. Precipitando in tal modo l’ulteriore dissoluzione delle convezioni costituzionali e delle pratiche sociali che hanno garantito la stabilità del nostro paese anche in fasi drammatiche della sua storia recente. In ogni caso, mi sembra che ciò cui stiamo andando incontro non ha precedenti perché mai – nemmeno dopo il 25 luglio del 1943 – abbiamo affrontato una crisi politica profonda così privi di direzione. Al punto in cui siamo, sarebbe una manifestazione di saggezza lasciare agli storici il compito di tirare le somme finali e consegnarci il saldo netto di una stagione che ha visto scomparire, o ridursi all’irrilevanza, buona parte delle forze politiche e sociali che hanno accompagnato – e contribuito a plasmare – la storia unitaria d’Italia. Consegnando con esse all’oblio la capacità e la voglia di pensare politicamente il futuro. Sarei curioso di sapere se c’è qualcuno che possa onestamente sostenere che moralmente stiamo meglio oggi.

 

Bisogna ricominciare a pensare politicamente il futuro. Per quel che riguarda la sinistra, direi che di errori e torti ce ne sono stati diversi, di cui molto si è dibattuto e – temo – si discuterà ancora a lungo. La sofferta metamorfosi del PCI e la riduzione a un ruolo di testimonianza del PSI hanno lasciato un buco nella politica italiana che il Partito Democratico fa fatica a colmare. Una voragine di cui si vedono nitidamente i contorni in questi giorni. Indietro non si torna, su questo non c’è dubbio. Nemmeno credo si possano inseguire soluzioni che non hanno radici profonde nella nostra tradizione politica e che, anche nei paesi dove sono nate, vengono oggi messe in discussione. Fare “come questo” o “come quello” è un sintomo di confusione mentale. Proviamo fare come dobbiamo, per quanto ne siamo capaci. Cominciando da alcune proposte concrete di riforma che siano riconoscibilmente orientate verso una società più giusta. Una patrimoniale che sia – come ha suggerito su queste pagine Enrico Morando – parte di un intervento per istituire termini equi di cooperazione per un nuovo contratto sociale è un buon punto di partenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 gennaio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi pd futuro patrimoniale

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 30/1/2011 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 gennaio 2011

The Rich and The Rest

A margine del Lingotto

Per una curiosa coincidenza, nelle stesse ore in cui Walter Veltroni faceva il suo appello per restituire slancio al Partito Democratico rilanciandone la capacità di attrarre alleati politici e potenziali elettori – che di recente è piuttosto scarsa sia verso i primi sia verso i secondi – arrivava nelle edicole l’ultimo numero dell’Economist, con una bella copertina su cui si vedono in controluce due persone. La prima guarda la seconda dall’alto in basso (da un’altezza considerevole), con un atteggiamento che si intuisce piuttosto rilassato. La seconda, che sta sotto, ha con sé una scala, ma non è in condizione di usarla per raggiungere l’altra persona, che la osserva dalla sommità di una colonna, perché è troppo corta. A sinistra c’è il titolo, The Rich and Rest, che ci fa capire che l’autorevole settimanale britannico in questo numero si occupa di disuguaglianza.

 

Infatti, nelle pagine interne troviamo un interessante “special report” sulla “global elite”, ovvero sui pochi che sono in condizione di influenzare le vite dei molti perché hanno accesso a una porzione più ampia di opportunità e risorse. Nell’editoriale che presenta il dossier e ne riassume le conclusioni si dice che la crisi finanziaria e i tagli di spesa, che sono destinati a colpire soprattutto chi sta peggio, rendono il vecchio (verrebbe da dire “classico”) tema dell’eguaglianza politica nuovamente centrale nella discussione pubblica. A testimoniarlo ci sarebbero recenti interventi di figure che per il resto hanno ben poco in comune come David Cameron, Hu Jintao, Warren Buffett e Dominique Strauss-Kahn.

 

La coincidenza tra il discorso di Veltroni e la pubblicazione del dossier dell’Economist è significativa perché ci mette in condizione di fare un raffronto tra l’agenda del dibattito pubblico nel nostro paese e quella del resto del mondo, con uno sguardo particolare ai paesi occidentali. Traendone qualche spunto di riflessione.

 

Con una battuta, si potrebbe dire che Veltroni è riuscito a farsi scavalcare a sinistra dall’House Organ del liberalismo economico. In realtà, le cose non stanno proprio in questo modo. Leggendo con attenzione l’editoriale e il dossier pubblicati dall’Economist  si scopre che i cantori del libero mercato non si sono affatto convertiti al socialismo. La ricetta che essi propongono rimane saldamente nel solco della tradizione liberale, e fa perno soprattutto sull’idea di ampliare le opportunità liberando energie e talenti. L’idea di fondo è che solo attraverso il rilancio dell’economia, e l’aumento nella produzione della ricchezza, che si può davvero ridurre la distanza tra chi ha tanto e chi ha poco (o quasi nulla). Livellare verso il basso non è un’opzione accettabile. Una conclusione che probabilmente sarebbe condivisa anche da Veltroni. Tuttavia, tra i difensori del capitalismo di Londra e il leader politico italiano c’è una differenza importante, che mi pare andrebbe sottolineata. Nell’intervento di Veltroni al Lingotto l’eguaglianza non ha affatto la centralità che la rivista britannica le attribuisce e che, secondo gli autori del rapporto, diversi osservatori qualificati e policy makers sono concordi nel riconoscerle.

 

Si badi bene, non intendo dire che le cose di cui Veltroni ha parlato con l’eguaglianza non abbiano nulla a che fare. Basterebbe ricordare i passaggi sui rapporti di lavoro o sulla necessità di restaurare in questo estenuato paese il senso di appartenenza a una comunità liberale, con il significativo richiamo che Veltroni ha fatto a Ronald Dworkin.

 

Ciò che mancava al Lingotto era un’idea forte che tenesse insieme tutte quelle cose. Quale idea migliore, per un partito democratico, dell’eguaglianza? Eguaglianza davanti alla legge, equa eguaglianza di opportunità, eguaglianza di rispetto, non sono queste le cose che evidentemente mancano in Italia e che ci stanno portando al disastro?

 

Mi rendo perfettamente conto che proporre l’eguale libertà come orizzonte per un partito politico può sembrare anacronistico quando si dice che bisogna andare oltre le ideologie per parlare anche agli elettori moderati. Tuttavia, mi chiedo se non stiamo facendo un torto ai moderati di questo paese pensando che non siano persone in grado di apprezzare un partito che piuttosto di disperdersi in un pulviscolo di proposte per non scontentare nessuno abbia il coraggio di dare un nome alla propria motivazione. Invitando chi deve votare a scegliere qualcosa che sia riconoscibilmente diverso dalle minestrine riscaldate che hanno avuto in pasto dagli ultimi governi di centrosinistra, ma che sia allo stesso tempo riconoscibilmente distante da una politica di destra che non si cura dei deboli. In fondo, il Partito Democratico era nato anche per questo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 gennaio 2011


19 settembre 2010

A che serve un partito?

Su Petruccioli

La relazione tenuta ieri da Claudio Petruccioli – nel corso della dodicesima assemblea annuale di Libertà Eguale che si sta svolgendo, come di consueto, a Orvieto – ruotava essenzialmente intorno a due questioni. La prima riguarda la natura stessa della democrazia, e le sue possibilità di sopravvivenza in società che appaiono sempre più dominate da una concezione “meccanica” del governo, che affievolisce fin quasi a estinguere gli spazi della politica. La seconda, riguarda le forme della partecipazione, e i limiti di un modo di concepire i partiti che sottovaluta l’importanza dell’organizzazione per farsi prendere dalla suggestione di nuove aggregazioni dai contorni sfumati, come il “nuovo Ulivo” di cui si parla sempre più insistentemente da alcuni giorni. Apparentemente si tratta di due temi collegati solo in modo estrinseco, accidentale. Da un lato c’è un problema classico della filosofia politica, quello della natura della democrazia, rivisitato alla luce delle trasformazioni cui stanno andando incontro le nostre società negli ultimi anni. Dall’altro, uno contingente, di strategia. Che indubbiamente appare più urgente mano a mano che l’attuale maggioranza di Governo si sfarina, rivelando l’incapacità del suo capo di tenerla insieme attraverso una visione comune, senza ricorrere di volta in volta al bastone o alla carota per intimorire i dissidenti e allettare gli scontenti. Ma che rimane tuttavia questione pratica piuttosto che teorica.

 

Invece, per chi vuole andare oltre le apparenze, le riflessioni di Petruccioli hanno suggerito una prospettiva che tiene insieme i due profili e ne mostra una possibile connessione profonda, su cui vale la pena di interrogarsi. Se si interpreta la democrazia in modo non puramente formale e procedurale, il legame tra questo ideale di deliberazione collettiva e i modi della partecipazione politica è dato dalla stabilità dei partiti – dalla loro “padronanza di sé” come dice Petruccioli – che può essere garantita soltanto da una certa continuità nell’organizzazione. L’idea del partito aperto, fluido, “contendibile”, che negli ultimi tempi ha avuto molti seguaci nel centrosinistra, si rivela una pessima illusione. Una fantasia che non ha nulla a che fare con il dibattito aperto e vivace tra le diverse posizioni che possono emergere all’interno di un partito, confrontandosi in vista della messa a punto di una linea politica condivisa. Se non c’è la padronanza di sé che solo un certo livello di organizzazione interna riesce a generare e a sostenere, ciò che rimane è ben poco. Ascoltando Petruccioli viene in mente che non c’è una distanza abissale tra il partito “contendibile”, aperto alle scalate, che secondo alcuni sarebbe diventato o dovrebbe diventare il PD, e il partito azienda, quello che ha un proprietario invece che un leader. A pensarci bene, infatti, entrambi sono figli dello stesso sentimento di ostilità verso la partecipazione politica intesa in modo tradizionale.

 

Del resto, non può essere un caso che nel nostro paese i due fenomeni si manifestano entrambi quando i partiti come li avevamo conosciuti per più o meno un secolo collassano e si estinguono in seguito alla crisi innescata dalle inchieste sulla corruzione degli anni novanta. L’enfasi di Petruccioli sull’organizzazione – che vuol dire, tra le altre cose, articolazione interna dei ruoli, capacità di riconoscere e rispettare i compiti, disponibilità a lasciar emergere la volontà collettiva come è stata elaborata nei luoghi che hanno tale compito – non è figlia della nostalgia per i bei tempi andati (che, per altro, sarebbe del tutto legittima, considerando quanto sono brutti quelli presenti). Infatti, essa si lega a una concezione esigente della democrazia che la interpreta come un modo di essere in relazione con gli altri piuttosto che come un modo di prendere le decisioni. Una rilettura, si potrebbe dire riprendendo l’espressione di John Dunn, del “mito degli eguali” che la sottragga al triste destino che le riserva l’essere diventata la forma politica che ha mantenuto per tre secoli “l’ordine dell’egoismo”. Una visione suggestiva, anche per un liberale come me. Rimane da chiedersi se c’è qualche speranza che diventi qualcosa di più di una visione. La tendenza a sostituire il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose – come avrebbe detto Isaiah Berlin, che ne aveva orrore, citando Engels – appare irresistibile. Forse la politica democratica come l’abbiamo pensata sulla scia dei classici è davvero giunta in prossimità del capolinea, e ciò che stiamo vedendo in questi anni nel nostro paese è solo la manifestazione locale di un fenomeno globale.

 

Pubblicato su Il Riformista il 19 settembre 2010


4 luglio 2010

L'ideologia del merito

Bersani e il conformismo nel PD

Nelle ultime settimane Pier Luigi Bersani è tornato più volte sul “conformismo” di alcune associazioni degli imprenditori, che fino a ora non sono state capaci di esprimere un punto di vista autonomo rispetto a quello del governo sulla natura e sulle cause della crisi economica e sul modo migliore di affrontarla. A questi ambienti, e agli organi di stampa che spesso ne difendono gli interessi presso l’opinione pubblica, il segretario del Partito Democratico rimprovera in particolare il silenzio sui costi del federalismo e sull’iniquità della finanziaria, i cui effetti verranno sentiti probabilmente soprattutto dai meno avvantaggiati. Credo che Bersani non abbia tutti i torti nel muovere questi rilievi a quella che è senza alcun dubbio una parte consistente della “classe dirigente” di questo paese. Un mondo che, vale la pena di ricordarlo, non è mai stato parco di consigli e ammonimenti rivolti alla politica e al governo, ritagliandosi negli ultimi anni un ruolo peculiare nel panorama dei paesi occidentali. Quasi come se gli imprenditori in Italia avessero diritto a occupare il ruolo di “classe generale”, l’unica che ha titolo a parlare in nome dell’interesse collettivo.

 

Tuttavia, per essere fino in fondo convincente, la critica di Bersani dovrebbe rivolgersi anche altrove. Perché, se è vero che rare sono state le voci autorevoli di critica al governo, e a come sta gestendo la crisi, da parte del mondo imprenditoriale, bisogna anche riconoscere che questa acquiescenza si spiega con il fatto che, in una situazione di difficoltà, gli imprenditori si sono trovati ad avere a che fare con interlocutori nella maggioranza che si sono ben guardati dal minacciarne gli interessi. La via d’uscita dalla crisi indicata dal governo passa attraverso la riduzione della spesa pubblica, come se quella fosse l’unica causa delle difficoltà in cui ci troviamo. Dovendo scegliere da che parte stare, il governo Berlusconi ha preso una decisione, e lo ha fatto intendere. Ci sarebbe da riflettere, e in primo luogo dovrebbero farlo certi elettori del centro-destra, sul modo in cui questa scelta si è manifestata. Ovvero approfittando dell’occasione offerta dal pericolo del collasso finanziario per mettere mano a una ristrutturazione del settore pubblico sui cui obiettivi di lungo periodo non c’è mai stata una discussione politica. Se, e in che misura, la scuola, l’università, la sanità, i servizi di assistenza ai disabili o agli anziani cambieranno, e a vantaggio di chi, non è qualcosa che fino a ora la maggioranza ha sentito il bisogno di spiegare apertamente. Si dice soltanto che c’è la crisi e che bisogna tagliare. Come se tutte le voci di spesa fossero moralmente uguali.

 

Per essere persuasivo Bersani dovrebbe rivolgersi anche a quei dirigenti del suo partito che negli ultimi anni hanno accettato la spiegazione dell’arretratezza del nostro paese che la riconduce soltanto al peso della spesa pubblica, assecondando una tendenza che ovviamente trova largo favore negli ambienti imprenditoriali. Un buon esempio di questa subalternità culturale si trova nell’adesione acritica, che spesso si è espressa con toni accorati, all’ideologia del merito su cui tanto si sono spesi proprio quegli ambienti che oggi Bersani accusa di conformismo. Come se “premiare il merito” fosse una verità morale evidente e non un principio di giustizia distributiva che andrebbe esaminato a fondo per comprenderne le giustificazioni e i limiti.

 

Nella vulgata diffusa in questi anni dai pulpiti confindustriali e da quelli di alcuni quotidiani il merito è misurabile, e sulla base di tali quantificazioni andrebbero distribuite le posizioni più ambite in termini di riconoscimento sociale e di remunerazione economica. Una panzana, ripetuta fino a farla sembrar vera, che sembra fatta apposta per compiacere chi ha una fede incrollabile nel mercato come panacea di tutti i mali della società. Che la soluzione dei nostri problemi fosse nella coppia “merito & mercato” è la nuova ideologia del capitalismo italiano, cui anche il PD ha più volte prestato il proprio supporto. Eppure, che la relazione tra riconoscimento dei meriti delle persone e formazione del prezzo di mercato delle prestazioni non fosse così lineare l’aveva già messo in luce Friedrich von Hayek, uno che di mercati se ne intendeva.

 

Proviamo a mettere assieme qualche spunto di riflessione. Se il merito, come ci informa un pensatore di riferimento di questi tempi tristi, è il risultato della somma del talento individuale e dello sforzo, ci sarebbe da farsi qualche domanda. Ad esempio, da cosa dipende il talento individuale? In che misura esso è influenzato da una situazione familiare stabile e prospera, da adeguati stimoli ricevuti sin dalla più tenera età, da genitori ed educatori che assecondano la curiosità e coltivano l’autonomia di pensiero? Lo sforzo poi, come si misura? In ore lavoro? In crediti formativi? Quanto contano l’ambiente o la situazione economica nell’ostacolare o nel facilitare la concentrazione di uno studente o di un ricercatore? Ammesso che ci sia, cosa di cui dubito, una metrica unitaria del merito, che rapporto avrebbe con quella dell’eguaglianza?

 

Combattere il conformismo è auspicabile per chi aspira a guidare un paese, e non solo a compiacerlo. Ma se questo è l’obiettivo del segretario del PD, la battaglia deve cominciare anche più vicino a casa. Lasciandosi alle spalle le banalità sulla “meritocrazia” per cominciare a discutere seriamente di giustizia. Di come andrebbero distribuiti gli oneri e i benefici della cooperazione in una società che garantisca a ciascuno la stessa sfera di libertà.

 

Pubblicato su Il Riformista il 4 luglio 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pd bersani meritocrazia conformismo

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 4/7/2010 alle 10:31 | Versione per la stampa


6 dicembre 2009

Un vecchio film

Questo film l’ho già visto. Se non era questo, era molto simile. Una folla variopinta si raduna nelle piazze di Roma per gridare la propria indignazione nei confronti del capo del governo che è «una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie occidentali». Gli organizzatori della manifestazione, nata spontaneamente, dal basso, affermano: «non possiamo più rimanere inerti di fronte alle iniziative di un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre 15 anni e la cui concezione proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla Rete degli ultimi mesi. Deve dimettersi e difendersi, come ogni cittadino, davanti ai Tribunali della Repubblica per le accuse che gli vengono rivolte». Mi ricordo anche come andava a finire. Tanti striscioni, con slogan a volte divertenti e a volte meno. Studenti, insegnanti, qualche leader politico che sorride e si compiace. Sullo sfondo la Roma di sempre, che un po’ aizza e un po’ se ne frega. Che dice che fanno bene a manifestare e si lamenta perché interferiscono con il primo fine settimana di shopping pre-natalizio. Poi, il giorno dopo, le polemiche sui numeri. Cinquecentomila, trecentocinquantamila. C’è quello che in televisione calcola lo spazio medio occupato da una persona a Piazza San Giovanni e dice che erano meno. Insomma, non è successo niente di speciale, solo una delle tante manifestazioni romane. L’altro che invece si indigna perché non c’era la diretta e dice che in questo paese non c’è libertà di stampa.

Nel film che ho già visto c’erano i partiti della sinistra radicale che non salivano sul palco, ma partecipavano al corteo. C’era Di Pietro che era il più soddisfatto di tutti. C’era anche un partito dell’opposizione riformista – non mi ricordo più come si chiamava quando hanno girato il film – che non aveva aderito alla manifestazione. O forse si, onestamente non ne sono sicuro. C’era e non c’era. Dichiarava e stava zitto. Un po’ era in piazza a protestare, un po’ a casa a guardare Sky Tg24, che è l’unico canale che ti consente di farti un’idea su quanta gente ci fosse alla manifestazione. Era talmente pluralista che non si capiva bene cosa volesse.

Poi c’era lui. L’oggetto di tanta indignazione, il destinatario delle proteste. Nel film che ho già visto, alla fine il capo del governo non si dimette. Anzi, esce rinfrancato dalla prova di forza con la piazza. Dice che per una persona che protesta ce ne sono almeno due che pensano che lui è un perseguitato. Che lo odiano perché sono invidiosi. Che se non ci fosse tutta questa gente che cerca di impedirgli di governare avrebbe fatto cose straordinarie.

Sembra proprio lo stesso film. Al massimo può essere un remake, ma non di quelli fatti a Hollywood. Gli attori sono gli stessi, cambiano solo le comparse, che però recitano piuttosto male. Tutto sommato, non vale la pena di vederlo. Che faccio? Leggo un libro? Gioco con mio figlio? Aspetto che il tempo passi. Che la sinistra si liberi da questa nevrosi, dall’ossessione che la imprigiona costringendola a ripetere la stessa triste litania. Che finalmente i suoi leader abbiano il coraggio di dire ad alta voce quel che alcuni di loro sussurrano quando non c’è un microfono nelle vicinanze: che, nonostante tutto, Berlusconi piace. Che gli Italiani che lo votano non sono ostaggi di un tiranno. Forse non sono troppo lungimiranti, hanno le idee confuse su democrazia e garanzie costituzionali, ma alla fine sono sicuri del fatto loro. In democrazia vince chi ha più voti, e per il momento loro sono la maggioranza, e vogliono Berlusconi. Così come è, con le escort, i capelli tinti, i sicofanti, le battute di cattivo gusto e il conflitto di interessi. Sono convinti che alla fine lo preferiscono ai suoi avversari. Che le sue indubbie doti di comunicatore e i suoi successi come imprenditore siano sufficienti per affidargli il proprio futuro e quello dei propri figli.

Aspetto. Sperando che prima o poi qualcuno a sinistra dica che da qui bisogna ripartire. Dalla comunicazione e dagli interessi. Dal paese reale e dai suoi umori. Dagli ideali e dal modo in cui si mettono in pratica, nei limiti del possibile. Non saprei dire con certezza quanto tempo è passato da quando ho visto quel film per la prima volta. Ho l’impressione che sia tanto. Troppo. Avrei tanta voglia di vederne finalmente uno diverso.

Pubblicato su Il Riformista il 6 dicembre 2009


17 luglio 2009

Professionisti della politica

Non sappiamo se Beppe Grillo riuscirà del suo proposito di candidarsi alla segreteria del PD. Nei giorni scorsi un impedimento formale l’ha costretto a rinunciare, ma c’è da scommettere che nei prossimi giorni il comico genovese potrebbe tornare alla carica. Per il momento ha comunque ottenuto un risultato considerevole dal suo punto di vista, costringendo buona parte dei dirigenti e dei candidati alla segreteria a mettersi sulla difensiva scoprendo il fianco all’accusa di essere “professionisti della politica”, burocrati il cui solo scopo è quello di difendere la propria posizione di potere impedendo l’accesso alla leadership a chi non è già parte dell’apparato di partito. C’è una crudele ironia nella difficoltà in cui si trovano gli oppositori di Grillo nel PD. Alcuni di loro hanno infatti assecondato negli ultimi mesi proprio gli umori che ora l’uomo di spettacolo cerca di sfruttare a proprio vantaggio, elevando la figura dell’outsider al ruolo di deus ex machina il cui intervento potrebbe risolvere miracolosamente una situazione di crisi che appare senza via di uscita. L’ha fatto Veltroni, da ultimo nella scelta dei candidati alle elezioni politiche. Ha continuato a farlo Franceschini dopo la sconfitta alle europee, presentando la propria candidatura alla segreteria come il tentativo di impedire il ritorno di “quelli che c’erano prima”. Lo sta facendo Ignazio Marino che presenta la propria estraneità alla politica come un merito di cui vantarsi e una garanzia per il futuro. Alla luce dello stesso atteggiamento si spiega lo spazio concesso a candidate come Marianna Madia – a proposito, che fine ha fatto? – o Debora Serracchiani. Non è un caso che lo stesso Grillo ha indicato nella seconda la propria interlocutrice privilegiata nel partito, riuscendo anche in questo caso a mettere in difficoltà chi vorrebbe liquidarlo come un provocatore che non ha alcuna speranza di essere preso sul serio.

Come siamo arrivati a questo punto? Come è possibile che un partito che ha ancora al proprio interno persone che hanno una considerevole esperienza politica si sia fatto mettere con le spalle al muro in questo modo? La degenerazione cui stiamo assistendo – perché di questo si tratta – ha le proprie origini nella vicenda di tangentopoli. La stagione delle inchieste giudiziarie in cui viene messo sotto accusa un intero ceto di professionisti della politica è quella in cui matura in una parte dell’opinione pubblica di questo paese la convinzione che chi “vive di politica” – per riprendere l’espressione di Max Weber – è per definizione un parassita dedito unicamente al proprio tornaconto personale, e che l’unico modo per liberarsi di corruzione e malgoverno è l’ingresso della “società civile” nei “palazzi della politica”. Nell’atmosfera di quei mesi, resa incandescente dall’indignazione giustificata per ruberie e inefficienze, ma allo stesso tempo inquinata dal risentimento, si afferma l’idea che tutti i problemi del paese si sarebbero risolti azzerando una classe dirigente che a molti appare ormai soltanto una “classe digerente” la cui fame di soldi e di potere non conosce limiti. Da questa convinzione traggono alimento le fortune sia della Lega e di Silvio Berlusconi, sia di Antonio Di Pietro. A questo spirito del tempo di tangentopoli i partiti storici non riescono a opporsi. Alcuni vengono travolti dalle inchieste e periscono di una morte indegna del proprio passato. Altri cercano di sopravvivere, ma senza avere la forza di contrastarla in modo efficace. L’alternativa è passare dalla parte del vincitore, saltando al volo sul carro del Berlusconi trionfante, o assecondare la corrente nella speranza di incanalarla per mettere insieme una forza politica che consenta ai sopravvissuti al naufragio di trovare riparo prima o poi in acque più tranquille. Spinti dalla necessità, e probabilmente privi di una reale convinzione, alcuni dirigenti della DC e del PCI cominciano una faticosa traversata di cui il Partito Democratico è – per ora? – l’approdo. Ciò avviene comunque senza mai mettere in discussione le premesse dell’ideologia della “società civile”. Anzi tentando di fruttarla affidandosi di volta in volta a leader che, se non proprio degli outsider, appaiono almeno quasi nuovi.

C’è in questa ricerca del “nuovo” anche il tentativo di seguire l’esempio dello stesso Berlusconi, che non manca mai di sottolineare la propria estraneità alla politica, il suo essere uno che viene dalla società civile, un imprenditore che si è fatto da sé. In realtà, anche questo è un errore. In primo luogo perché il successo imprenditoriale di Berlusconi nell’Italia degli anni ottanta sarebbe incomprensibile senza una straordinaria capacità di fare politica fuori dal parlamento, intessendo rapporti, cercando alleanze, costruendo un consenso per garantirsi uno spazio in un paese dove non è possibile produrre o vendere niente senza l’assenso dei partiti. Poi perché, quando entra in politica, Berlusconi diventa un professionista la cui abilità si manifesta nell’intelligenza con cui riesce a cambiare il modo in cui si esercita la professione che ha scelto.

La crisi del PD, e il fallimento della suo gruppo dirigente, non dipende dalla chiusura alla “società civile”. Piuttosto essa è la conseguenza dell’incapacità di proporre un modo migliore di intendere la professione della politica.

Pubblicato su Il Riformista il 17 luglio 2009


19 febbraio 2009

Sul dopo Veltroni

 

Nel finale di uno dei romanzi di Joseph Roth il protagonista cerca sollievo dalla costernazione in cui l’ha gettato il crollo dell’impero austro-ungarico rifugiandosi nella cripta dei cappuccini, il luogo dove sono sepolti gli Asburgo. Certo, la disfatta elettorale in Sardegna non è la finis Austriae, ma se per i democratici c’è qualcosa come una cripta dei cappuccini deve essere in queste ore piuttosto affollata. Speriamo bene. Infatti, a cercar consolazione tra le tombe degli antenati si corre il rischio di farsi prendere dalla nostalgia, e questo è uno dei pericoli più gravi che corre il Partito Democratico.

Chi accusava Walter Veltroni di aver puntato solo sull’immagine potrebbe avere la tentazione di forzare la mano per un ritorno al passato. Se non a Prodi, a qualcuno che gli assomigli. Un politico con un curriculum da tecnocrate e la fama di essere un tipo concreto. Magari anche in grado di interloquire in modo autorevole con gli imprenditori e con i sindacati. Tra gli attuali dirigenti del partito ce ne sono diversi che si avvicinano a questo a profilo. Alcuni sono indiscutibilmente in gamba e destinati a giocare un ruolo importante anche in futuro. Tuttavia – spero – non come segretario del partito. Sono convinto, e non da oggi, che l’intuizione di fondo che ha ispirato Walter Veltroni nel tentativo di plasmare il “suo” Partito Democratico fosse corretta. Senza un’immagine che sia in grado di parlare al cuore del paese non si arriva da nessuna parte. La stagione degli amministratori di condominio è finita. Un partito che aspira a essere maggioranza nel paese ha bisogno di un leader carismatico e di una leadership capace di motivare gli elettori.


L’errore di Veltroni è stato semmai quello di non rendersi conto che l’immagine è condizione necessaria ma non sufficiente del successo politico. Come mostra il caso di Berlusconi, la comunicazione aiuta molto a prevalere nei confronti elettorali e a coltivare il consenso, ma sono i contenuti che garantiscono la sopravvivenza nel lungo periodo di una forza politica.

Ieri Claudia Mancina ha analizzato in modo persuasivo i “contenuti” che spiegano il successo di Berlusconi. Personalmente, sono tra quelli che non trovano questi contenuti attraenti e sarei felice di poter dire che c’è la possibilità di un progetto coerente alternativo a quello del centrodestra. Quel progetto che in questi mesi Walter Veltroni non è riuscito a esprimere, finendo per dare l’impressione che il PD fosse come “facebook”. Un luogo virtuale dove può entrare chiunque per fare nuovi amici.

Se si riparte, è per costruire un partito progressista con una leadership nuova, che riesca a parlare agli elettori. Un partito che sia finalmente in grado di scegliere se vuole essere qualcosa di più e di meglio di una coalizione di ex comunisti e ex democristiani invecchiati male e che indichi al paese una via d’uscita dallo stato di prostrazione in cui si trova.

Pubblicato su Il Riformista il 19 febbraio 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. prodi pd veltroni

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 19/2/2009 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA