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il blog di Mario Ricciardi


Diario


15 agosto 2010

Ancora sui "piazzisti della libertà"

Le virtù del politico

Saper scegliere i propri consiglieri è una delle più preziose virtù del politico. Nella stagione del declino poi, quando l’età comincia a far sentire i propri effetti sulle capacità di giudicare persone e cose, circondarsi di collaboratori di spessore può assicurare una vecchiaia tranquilla. Riflettendo sugli affanni di Silvio Berlusconi in questo movimentato ferragosto si ha la sensazione che egli non abbia coltivato questa virtù come avrebbe dovuto. Se la presa che esercita sul suo “popolo” ha indubbiamente i tratti della leadership carismatica essa ne manifesta anche i difetti. Che diventano particolarmente gravi quando il capo non riesce a dare una veste istituzionale al proprio ruolo, promuovendo l’emersione di un nuovo equilibrio costituzionale.

 

Nel caso di Berlusconi questa istituzionalizzazione del carisma non ha avuto luogo. In buona parte perché il diretto interessato non l’ha voluta. Entrato in politica per tutelare i propri interessi privati, egli ha trasportato nella sfera pubblica una concezione privata del ruolo del leader, che si addice a un proprietario piuttosto che a un “politico” nel senso classico del termine. Negli ultimi tempi questo vizio del Berlusconi capopolo si è manifestato nel modo più evidente. Probabilmente proprio in ragione dell’indebolimento del carattere che è un segno premonitore del declino. Non si tratta solo, come in passato, del ruolo – inspiegabile dal punto di vista istituzionale – attribuito al manipolo di vecchi sodali che l’hanno accompagnato nel passaggio dall’imprenditoria alla politica. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni nuove, e senza precedenti nella storia recente del paese. C’è il mondo delle feste e delle “ragazze immagine” di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Soprattutto, c’è la schiera di volti nuovi che – per via di un sistema elettorale indecente – ha fatto il proprio ingresso in parlamento passando attraverso un processo di selezione che sembra tener conto sopratutto della disponibilità a sostenere l’ego del capo rassicurandolo nei momenti difficili. Questa è la novità della terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi. Le persone che ha scelto. La classe dirigente che ci propone come modello, e di cui porta per intero la responsabilità.

 

Rispetto a quando è “sceso in campo” Berlusconi ha perso per strada buona parte delle intelligenze liberali che avevano preso sul serio il suo progetto politico. Chi si ricorda più dei “professori” di Forza Italia? Di quel gruppo di intellettuali che avevano visto nella rottura berlusconiana l’occasione per modernizzare il paese riformandone le istituzioni? Alcuni, come Lucio Colletti, non ci sono più. Altri si sono ritirati a vita privata. Altri ancora, come Antonio Martino, sono ancora impegnati in politica, ma tengono una posizione defilata. L’unico che ha ancora un ruolo di primo piano è Giulio Tremonti, che però si tiene ben lontano dalla corte del premier. L’ultima stagione del berlusconismo ha bisogno evidentemente di talenti diversi. Oggi non è più il tempo delle polemiche ideali sulle patologie della giustizia penale o sulle distorsioni del consociativismo. Ben altre sono le doti intellettuali e morali che si richiedono ai “piazzisti della libertà”.

 

In fondo, anche la vicenda della traumatica rottura con Gianfranco Fini si può leggere alla luce del cambiamento che progressivamente c’è stato tra i dirigenti del berlusconismo. Anche se in questi giorni c’è chi rintraccia i segni premonitori del “tradimento” in questa o quella scelta remota del leader di Alleanza Nazionale, mi pare difficile negare che la crisi attuale sia precipitata a causa del crescente imbarazzo che il Presidente della Camera deve aver provato per le intemperanze che hanno segnato diversi passaggi cruciali di questa legislatura. L’insofferenza che Berlusconi ha sempre manifestato nei confronti delle forme della politica si è trasformata progressivamente nel rifiuto arrogante di qualsiasi mediazione nel dar voce ai propri umori. Invece di moderare questa tendenza, che senza alcun dubbio non si addice a chi ha responsabilità istituzionali, c’è stata una gara da parte di buona parte degli esponenti più in vista della maggioranza nell’assecondarla. L’aggressione verbale sistematica nei confronti di qualunque voce critica, anche quando proveniente da ambienti niente affatto pregiudizialmente ostili al centrodestra, è diventata abituale. Solo grazie al clima generato da questo atteggiamento diffuso si può spiegare il comportamento di chi ha invocato per Fini il “trattamento Boffo” per la sua insubordinazione. In un paese in cui le parole hanno ancora un peso, e le istituzioni una dignità, un’intimidazione così grave rivolta al Presidente della Camera avrebbe suscitato reazioni indignate da parte di chiunque, e non solo dalle opposizioni. Invece nulla. Nessuno tra gli esponenti di spicco del PdL ha preso le distanze dalla dichiarazione di Giorgio Straquadanio, il deputato milanese che ha invocato per Gianfranco Fini la stessa sorte toccata a Dino Boffo. Al contrario, quando la campagna di stampa per distruggere l’immagine del Presidente della Camera è puntualmente iniziata, abbiamo assistito a una gara a chi urlava più forte nel chiederne le dimissioni. Un vociare scomposto e dai toni insolenti, il cui unico scopo sembra essere quello di mostrare al capo che la propria solerzia nel chiedere la testa del traditore non teme rivali.

 

Non si può escludere che la campagna per ridurre al silenzio Gianfranco Fini espellendolo dalla vita pubblica raggiunga il proprio obiettivo. Nonostante il Presidente della Camera per il momento appaia un obiettivo meno indifeso rispetto al povero Boffo, è difficile immaginare che esca indenne dal torrente di maldicenze, insinuazioni e accuse che gli vengono rivolte, anche se si rivelassero infondate.  Che ottenere questo risultato comporti un indebolimento complessivo della credibilità delle istituzioni democratiche del paese non è cosa di cui i “piazzisti della libertà” si diano pensiero. Nemmeno, a quanto sembra, se ne preoccupa il loro leader.

 

Comunque vadano le cose, credo che siano in molti in queste ore, anche nelle file del PdL, a chiedersi chi sarà il prossimo se Fini dovesse cadere. Un ministro? Un giudice della Corte Costituzionale? O qualcuno ancora più in alto? Quanto può reggere una democrazia se l’intimidazione del dissenziente diventa lo strumento principale di coesione della maggioranza parlamentare? Se la piaggeria e la compiacenza nei confronti del capo diventano i requisiti indispensabili per entrare nelle sue grazie e fare carriera? Credo sia arrivato il momento di mettere sul piatto della bilancia di questa terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi anche la classe dirigente che ha scelto per il paese. Sono queste le persone cui vogliamo affidare il nostro futuro?

 

 

Un versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su Il Riformista il 15 agosto 2010


8 agosto 2010

La strategia contro Fini

Berlusconi contro tutti?

Mi chiedo se qualcuno dei partecipanti alle allegre serate di Tor Crescenza trova il tempo, tra cori e barzellette, di riflettere sui risultati raggiunti fino a ora dalla campagna per riprendere il controllo del PdL. “Ghe pensi mi” aveva annunciato il capo dei “piazzisti della libertà” all’inizio di luglio, stanco delle insubordinazioni di Fini e dei suoi accoliti. Sembrava l’annuncio di una sagace strategia di riconquista, e si è rivelata invece una fanfaronata con cui il titolare della ditta ha tentato di venir fuori dalle difficoltà generate dalla sua incapacità di tenere insieme una coalizione basata su un progetto politico. Se quella che si riunisce nel maniero dalle parti della via Flaminia fosse la direzione di un partito, e non la corte di un califfato postmoderno, qualcuno a questo punto avrebbe cominciato a manifestare perplessità. Facendo notare che il maldestro tentativo di mettere alla porta il Presidente della Camera non è stata una mossa troppo brillante. A qualche settimana dal roboante proclama la maggioranza si è persa per strada un bel po’ di parlamentari – ben più di quelli che venivano accreditati come “seguaci” di Fini – e questo lascia pensare che dopo le vacanze, alla ripresa dell’attività, il governo avrà le sue difficoltà a tirare avanti.

Ora ci dicono che una nuova, ancor più sofisticata strategia, è stata messa a punto dal presidente chansonnier e dai suoi consiglieri-coristi. Presentare al parlamento una serie di provvedimenti su cui porre la fiducia. Forse cominciando proprio da quel processo breve che – come è noto – è al centro delle preoccupazioni degli italiani. Allo stato attuale non è chiaro se lo scopo di questa nuova iniziativa è rafforzare il governo o accelerarne la caduta, per poi andare alla elezioni lamentando il solito complotto della sinistra, dei “poteri forti”, dei giudici politicizzati e (perché no?) della destra per impedire a Silvio Berlusconi di governare. A giudicare da quel che si legge in questi giorni si direbbe che la seconda ipotesi è quella più probabile. Un programma minimo il cui scopo non è cercare il consenso in parlamento per una nuova maggioranza, ma assicurarsi che essa non ci sia. In modo da ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle camere e le nuove elezioni con l’attuale sistema elettorale prima che Fini metta radici sul territorio e che il PD si riprenda dallo stato vegetativo in cui si trova da mesi. Magari avendo come avversario principale un’aggregazione dominata da uno dei demagoghi che, sulla scia di Di Pietro, si affacciano all’orizzonte dell’opposizione. Chi sogna di “vincere facile” non potrebbe desiderare di meglio.

 

La prospettiva di un “Berlusconi contro tutti” che riesce a ottenere la vittoria in un plebiscito sulla propria leadership carismatica non è di quelle che lasciano dormire sonni tranquilli. Soprattutto se si ha a cuore quel che rimane del senso delle istituzioni in questo paese. Se dotato di una maggioranza significativa, un governo del Popolo della Libertà e della Lega tenterebbe probabilmente di trasformare la nostra democrazia parlamentare in un regime presidenziale privo di contropoteri e di controlli costituzionali efficaci. Una forma di governo che ci allontanerebbe definitivamente dalla tradizione delle liberaldemocrazie occidentali per avvicinarci a democrazie autoritarie come quelle che negli ultimi anni si stanno affermando in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica o nell’America del Sud. Se c’è una cosa che questa legislatura ci ha insegnato è che sono in tanti ad avere come massima ambizione nella vita quella di prender parte ai cori che allietano le serate del nostro presidente chansonnier. Un nuova vittoria elettorale farebbe aumentare ancora il numero degli aspiranti, rendendoli sempre meno disposti a tollerare chi si rifiuta di cantare all’unisono.

 

Mai nella storia recente del paese le sue sorti sono state così strettamente legate a quelle del parlamento. In quella sede si deciderà il destino della nostra forma di governo nelle prossime settimane. La speranza è che l’esempio di parlamentari del centro-destra come Chiara Moroni e Barbara Contini inneschi una reazione tra coloro che in quello schieramento credono ancora che sia possibile restituire dignità alla politica restaurando la dignità del parlamento.

 

Pubblicato su Il Riformista l'8 agosto 2010


1 agosto 2010

Sopravviveremo a Berlusconi?

Un declino lento e inesorabile

Che il rapporto personale tra Berlusconi e Fini fosse ormai incrinato in modo irrimediabile si era già capito in aprile, nell’assemblea in cui i due si scontrarono duramente alla presenza dei dirigenti del PdL e davanti alle telecamere. In quella occasione, il presidente del Consiglio ottenne dalla maggioranza dei presenti la ratifica di un nuovo modo di concepire la rappresentanza politica della destra italiana. Non partito, ma popolo. Un’aggregazione di “piazzisti della libertà” che si riconoscono nel proprio capo carismatico e sono disposti a seguirlo ovunque. Pronti ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di realizzarne la volontà. Anche contro le convenzioni costituzionali, il buon senso e la decenza. Sicuri che l’aver vinto le elezioni dia a quel leader il diritto di fare ciò che vuole. Mai sfiorati dal dubbio che egli possa sbagliare. Se questo giudizio vi sembra troppo duro, provate a fare un esperimento mentale. Vi ricordate di un’occasione in cui uno degli attuali dirigenti del PdL abbia detto in pubblico di non essere d’accordo con il capo? O almeno di avere delle caute riserve, un dubbio, una vaga perplessità? Non credo. La spiegazione è che coloro che ci hanno provato sono stati messi da parte oppure cacciati, senza tanti complimenti. Gli ultimi a essere accompagnati alla porta sono stati Gianfranco Fini e il gruppo di deputati e senatori che hanno deciso di seguirlo nell’avventura dall’avvenire incerto che hanno chiamato – con un certo ottimismo – “Futuro e Libertà”. Perché per immaginare un futuro per la libertà in un paese che l’affida ai piazzisti ci vuole davvero una straordinaria fiducia nel prossimo e anche una buona dose di temerarietà.

 

A questo punto, infatti, si aprono diversi scenari, nessuno dei quali entusiasmante. Se Berlusconi si è deciso a far precipitare la situazione – nonostante la cautela che, in privato, gli consigliavano i più responsabili tra i suoi seguaci – è perché deve avere in mente una strategia per liberarsi del fastidio che Fini gli ha dato fino all’altro ieri. Le opzioni non gli mancano. Una è quella di recuperare un po’ di voti in parlamento per rinsaldare la maggioranza. Se riuscisse a convincere qualche finiano tentennante, magari tra i ministri o i sottosegretari, oppure a reclutare parlamentari che in questo momento appartengono a altri gruppi, il Presidente del Consiglio potrebbe rimanere in sella tirando a campare ancora per qualche tempo. La speranza, in questo caso, è che la minaccia rappresentata da Fini potrebbe sgonfiarsi. Magari con l’aiuto di una campagna di stampa che lo screditi. Un Fini la cui credibilità è affievolita da uno scandalo sarebbe più facilmente messo in condizioni di non nuocere. Se questa strada risultasse impraticabile, rimane l’opzione delle elezioni anticipate. Che verrebbero ancora una volta presentate come un “giudizio di Dio”. La battaglia tra il bene e il male, e tutti gli altri spropositi con cui siamo familiari da anni.

 

D’altro canto, se invece il governo cadesse, non mi pare che la prospettiva di un esecutivo tecnico sia da salutare con entusiasmo. In primo luogo perché esso si troverebbe a far fronte alle critiche – non del tutto infondate – che si possono muovere a una soluzione di questa specie in un regime che è di fatto maggioritario, anche se di un genere piuttosto anomalo nel panorama delle democrazie occidentali. Poi perché i governi tecnici che abbiamo avuto in passato, pur avendo fatto spesso cose necessarie e perfino giuste, hanno contribuito ad alimentare lo scontento nei confronti della classe dirigente di questo paese su cui Berlusconi – quando gli fa comodo – si appoggia per sostenere di essere l’uomo nuovo, il nemico dei “poteri forti” e dell’establishment. Anche in questo caso potremmo aspettarci gesti clamorosi, dichiarazioni eccessive, dossier e campagne per mettere in cattiva luce chiunque si frappone tra il popolo e il suo capo.

 

La domanda da farsi a questo punto è sempre la stessa: quanto può reggere ancora questo paese a una fibrillazione continua che coinvolge tutte le istituzioni che appartengono alla struttura di base della società? Cosa rimarrà quando qualunque corpo intermedio, qualsiasi contrappeso, sarà stato travolto da una guerra senza esclusione di colpi? C’è chi dice che il declino di Berlusconi sarà come quello di Francisco Franco: inesorabile, ma lungo. Forse chi lo sostiene ha ragione. C’è una differenza significativa, tuttavia, che induce al pessimismo. Pur con qualche incertezza, Franco si era posto il problema della sua successione. Mentre il Caudillo prendeva lentamente congedo dalla politica e dal mondo – nel suo caso le due cose coincidevano – c’era una classe dirigente che lavorava alla transizione e che si poneva il problema della riconciliazione nazionale. In Italia a destra non si vede niente del genere. Chi ci prova – come dimostra il caso Fini – è considerato un traditore e licenziato senza preavviso. Tutto lascia pensare che, quando alla fine cadrà, Berlusconi avrà creato le condizioni per portare con sé tutto il paese.

 

Pubblicato su Il Riformista l'1 agosto 2010


25 aprile 2010

La svolta di Fini

Popolo non partito

La cosa non è giunta inattesa. Segni premonitori l’avevano annunciata. Prima la “svolta del predellino”. Poi i gazebo per la consultazione sul nome della nuova formazione politica. La maggioranza dei partecipanti si era pronunciata per “popolo” delle libertà, invece di “partito”. Dobbiamo confessare di aver sottovalutato la portata di questi eventi. In fondo, abbiamo pensato, la scelta del consumatore è sovrana – il suo verdetto insindacabile – e quindi, se da un sondaggio risulta che preferisce “popolo” a “partito”, è fuori luogo sollevare obiezioni. Anche perché, sia nello scrivere sia nel parlare, tutti tendiamo a usare degli acronimi. PdL è comodo e succinto. La “L” è essenziale perché aiuta a distinguerlo dal PD, che suona quasi nello stesso modo ma è all’opposizione. La “P” è meno importante. Chi volete che faccia caso alla parola che rappresenta? Va bene è “popolo”, ma potrebbe essere anche “parallelepipedo”, “parco” oppure “perimetro”, che differenza volete che faccia? Nel paese dove l’amore trionfa sull’odio un parco della libertà ci starebbe benissimo. Quella del perimetro della libertà, poi, è una splendida immagine.

 

Ci siamo sbagliati. Sarà stata arroganza o forse distrazione, ma alla fine ci siamo convinti che comunque di un partito si stava parlando. Un partito personale – indubbiamente – ma pur sempre un partito. Poi arriva il giorno della resa dei conti con il “cofondatore” Fini, e qualcuno dal palco dell’auditorium della Conciliazione ci ricorda che “nomina sunt consequentia rerum”. Mica abbiamo scherzato, ci avverte con voce stentorea, proprio di popolo si trattava. Non un partito, che chiunque sarebbe in condizione di mettere insieme, ma qualcosa di nuovo, di diverso e di ineffabile. Perché lo sappiamo bene che i partiti hanno un’organizzazione, una struttura, degli organi decisionali. La loro attività è retta da regole, scandita da procedure. Si fanno le convocazioni, si discute e si vota. La leadership può finire in minoranza. Tutte cose noiose e datate. Che sanno di vecchia politica. Poco televisive. Inadatte alla nuova era in cui abbiamo la fortuna di vivere. Un popolo invece esiste prima delle regole e delle procedure. Non c’è bisogno di convocarlo o di farlo votare. Al contrario, un popolo si manifesta perché il Capo ne interpreti lo spirito e lo trasformi in azione. Come ha fatto Fini a non capire? Anche lui non ha colto i segni che annunciavano l’avvento. Non ha riconosciuto l’epifania cui aveva il privilegio di assistere da una posizione di prima fila. Quale follia lo ha accecato? Quale perfido veleno si è insinuato nel suo animo?

 

Poteva sedere al desco del Capo. Ascoltarne la parola, illuminarsi per la sua saggezza, ridere per le sue barzellette. Invece no, si è accanito nel voler avere delle idee, e nell’esprimere dei dubbi, cose decisamente sconvenienti nella nuova era. La vecchia politica si vantava di essere basata sulle idee. Chiacchiere, che non si addicono a un popolo. Non ha capito che oggi c’è una sola cosa che conta davvero: fare. Fare sempre e comunque, fare qualsiasi cosa, purché si possa dire di averla fatta. Perché un popolo è sempre in movimento, non si ferma mai, altrimenti c’è il rischio che cominci a pensare, e anche questa è una cosa poco televisiva.

 

Ormai è troppo tardi per cambiare idea e per pentirsi. Lo strappo si è consumato. Chi nelle prossime ore si pentirà e chiederà scusa potrà contare sulla generosità del capo, che ha un gran cuore e lo accoglierà a braccia aperte. Invece, chi persiste nell’errore verrà cacciato con ignominia dalla sua casa e costretto a vagare per sempre nelle tenebre, in compagnia di comunisti e pubblici ministeri. Per gli ingrati non c’è futuro nel paese dell’amore. A noi non rimane altro che fare ammenda per essere stati ancora una volta non all’altezza della situazione. Per aver creduto che questa del “popolo” invece del partito fosse solo un’altra trovata da piazzista. 

 

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 aprile 2010

 


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13 settembre 2009

Fini e il futuro della destra italiana

Menzionando i “grembiulini” nel suo discorso di Gubbio, Gianfranco Fini ha riportato per qualche giorno in auge uno dei luoghi comuni di un’Italia che credevamo ormai scomparsa. L’ossessione di certi preti di campagna per il complotto massonico affonda le proprie radici nella memoria delle agitazioni risorgimentali contro il Papa Re che ormai da tempo nessuno sentiva il bisogno di evocare, probabilmente per non correre il rischio di farsi ridere in faccia. Che Fini, che certo non è uno sprovveduto, abbia ritenuto opportuno smentirla è soprattutto il segno del nervosismo che da qualche tempo c’è tra le file del PdL. Intendiamoci, nessuno crede che nell’immediato futuro sia immaginabile una contrapposizione netta tra il presidente della Camera e Silvio Berlusconi per contendersi la leadership della destra italiana. Per il momento, e questo Fini lo sa bene come chiunque altro, la battaglia è persa in partenza. Anche ambienti che tradizionalmente sono vicini a Fini, e lo hanno sostenuto sul piano elettorale, probabilmente gli si rivolgerebbero contro se lui rompesse l’unione del PdL chiedendo una conta all’interno del partito per risolvere il conflitto sempre più evidente con il capo del governo. Se Berlusconi è destinato a cadere, perdendo la guida del partito, non sarà certo per via della dialettica interna o di un congresso.

Come ha scritto su queste pagine Peppino Caldarola, le critiche che negli ultimi tempi Fini ha rivolto alla linea del PdL – e implicitamente a chi la decide – non hanno lo scopo di precipitare una resa dei conti che sarebbe l’equivalente politico di un suicidio. Nemmeno, è assurdo persino pensarlo, quello di accreditarsi come leader di sinistra. Banalmente, ma in un paese machiavellico come il nostro la banalità può rivelarsi rivoluzionaria, il presidente della Camera sta approfittando della posizione in cui si trova, che gli consente un certo distacco dalla politica spicciola, per disegnare il profilo di una destra moderata e ragionevole che – libera dall’ipoteca di Berlusconi e del suo macroscopico e ramificato conflitto di interesse – si candida a guidare il paese.

Due temi, tra quelli che Fini ha sollevato in questi mesi, sono significativi da questo punto di vista: la difesa delle prerogative del parlamento e dell’equilibrio tra i poteri costituzionali e i rapporti con la Chiesa Cattolica. Per quel che riguarda il primo aspetto, la posizione di Fini nasce verosimilmente da una considerazione politica, nel senso nobile dell’espressione. Nessun regime, nessuna forma politica può sopravvivere a un periodo prolungato di conflitto interno senza logorarsi. L’avventura politica e lo stile sia di leadership sia di governo di Berlusconi nascono invece dal conflitto e di esso si alimentano. Lo stesso capo del governo ha più volte riconosciuto di essere l’uomo delle sfide, che riesce a dare il meglio di sé quando si trova sotto pressione o in una situazione di emergenza. Anche se è possibile che ci sia un pizzico di esagerazione in questa rappresentazione che egli vorrebbe accreditare della propria personalità – per dirla tutta, a volte si ha l’impressione che è proprio nel conflitto che Berlusconi invece mostra il peggio di sé – non c’è dubbio che essa ha avuto e ha ancora una certa presa sull’elettorato. Così si spiega la tentazione ricorrente in questi anni di forzare la mano, di creare il caso, di alzare il tono della polemica tutte le volte che c’è una difficoltà all’orizzonte. Tuttavia, e da qualche tempo sono molti a destra a pensarlo, c’è un limite fisiologico oltre il quale il conflitto permanente diventa destabilizzante e produce seri guasti. Come sempre in politica è difficile dire se abbiamo raggiunto questo punto, o se siamo in procinto di farlo. Ma quel che è certo, è che Fini scommette sul fatto che il limite c’è, e prima o poi saranno gli italiani stessi – a cominciare da quelli di destra – a far capire che è stato superato. Con le sue dichiarazioni sul parlamento e sull’equilibrio tra i poteri Fini segnala che lui è l’uomo della normalità a chi si sta stufando di quello dell’eccezione.

Sulla questione dei rapporti con la Chiesa Cattolica, invece, la posizione del presidente della Camera è forse più tattica che di principio. Difficile che egli possa immaginare una destra moderata che governa questo paese senza un rapporto saldo con il Vaticano e con l’episcopato italiano. Ciò nonostante, a un politico di grande esperienza come il presidente della Camera non può sfuggire la posizione di straordinaria debolezza a partire dalla quale l’attuale capo del governo – che pure è stato l’uomo che più di ogni altro ha contribuito a laicizzare la mentalità e i costumi degli italiani – ha impostato il suo rapporto con la Chiesa. Non sono certo i vescovi italiani, e ancor meno il Papa, ad aver bisogno di Berlusconi, è lui a non poter fare a meno di loro. Tale bisogno diventa pressante proprio quando la situazione è più difficile e il governo è costretto a prendere misure impopolari o a sfidare la sensibilità di una parte dell’elettorato cui da sempre la Chiesa è vicina. Fini quindi non è l’uomo dei “grembiulini”. L’erede dei bersaglieri che assaltano Porta Pia. Al contrario è un politico ragionevole che si rende conto che una destra moderna non può governare un paese multiculturale e complesso come è diventato il nostro senza trovare un nuovo punto di equilibrio alto, che non dipenda dalle contingenze, con la Chiesa italiana e con il Vaticano.

Pubblicato su Il Riformista il 13 settembre 2009


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20 maggio 2009

Oltre la laicità

Una delle cose che lasciano perplessi del dibattito – intermittente – sul ruolo della religione nella vita pubblica è la valenza quasi esclusivamente simbolica che esso ha assunto da tempo. Ormai si parla della laicità delle istituzioni come se davvero nel nostro paese ci fosse uno scontro tra una Chiesa che pretende di dettare le leggi al parlamento della repubblica e una pattuglia di valorosi difensori della libertà che cercano di contrastarne le mire. Così accade che se il presidente della Camera ricorda l’ovvio, c’è qualche monsignore – o qualche politico che si sente vicino alla Chiesa – che a sua volta interviene per tutelare ciò che nessuno mette in discussione. Eppure tutti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno che quella in cui viviamo non è certo una società cristiana, e che un contributo non indifferente a renderla tale l’ha dato proprio l’uomo che in questo momento guida lo schieramento politico cui si attribuisce maggiore sensibilità alle pretese del Vaticano. La triste verità è che i “temi etici sensibili” cui i cattolici giustamente tengono sono spesso la scusa per parlar d’altro usata da una maggioranza che soffre di un ormai patologico deficit di identità politica, cui l’indiscutibile carisma del suo leader non può porre rimedio nel lungo periodo.

Da questo punto di vista, ha ragione Ubaldo Casotto quando scrive che la Chiesa ha ben poco a che fare con i nostri problemi. Certo, una parte del mondo cattolico italiano ha ancora il riflesso condizionato di occupare, quando c’è l’occasione di farlo, lo spazio lasciato vuoto dalla politica indicando o suggerendo il modo migliore – dal suo punto di vista – per risolvere un problema. Tuttavia, raramente questi tentativi si possono imputare direttamente al Vaticano, e comunque il fatto che riescano, quando riescono, è un segno della debolezza della nostre istituzioni piuttosto che della forza della Chiesa cattolica. Quando Casotto ricorda che l’attuale Papa ha riconosciuto esplicitamente il valore del metodo proposto da John Rawls per il dibattito pubblico in una società liberale dice il vero. Semmai il problema è un altro. L’uso della ragione pubblica nel nostro dibattito politico non è limitato dall’ingerenza della Chiesa, ma dalla rimozione di qualsiasi tentativo di discutere dei temi etici affrontandoli come problemi di sostanza e non come l’occasione per riaffermare la propria appartenenza ideologica o per rivendicare la propria credibilità nei confronti di un interlocutore dalla cui benevolenza si spera di ricavare un vantaggio.

Tra l’altro, la recente pubblicazione di alcuni inediti di Rawls sulla religione – e in particolare di uno scritto dal titolo significativo, On My Religion – ci offrono lo spunto per apprezzare la profonda influenza che il cristianesimo ha avuto sul più importante pensatore liberale del ventesimo secolo. In particolare, il riconoscimento della tolleranza come un elemento centrale del liberalismo politico nasce da una riflessione sofferta e profonda sulla storia delle chiese cristiane, e sul male che la pretesa di imporre la fede ha generato.

La separazione tra Stato e Chiesa è il correlato, sul piano istituzionale, della tolleranza. Ma essa non comporta affatto il silenzio delle chiese, e più in generale delle religioni, nella sfera pubblica. Al contrario, è proprio da questa separazione che nasce la possibilità di uno spazio ideale all’interno del quale la fede può interagire in modo fertile con la ragione.

La laicità che oggi si vuole difendere nasce da un compromesso politico il cui scopo era porre fine a uno scontro tra due poteri, ciascuno dei quali reclamava la sovranità sullo stesso territorio. Per estinguere questo conflitto ognuno a rinunciato a qualcosa, tentando a volte di recuperare surrettiziamente ciò che si era perso. Si pensi, tanto per fare un esempio, al modo in cui sono state regolate le competenze sul piano della pubblica istruzione. Lo Stato ha rivendicato il controllo esclusivo sull’educazione. La Chiesa, in cambio del proprio ruolo residuale, ha ottenuto il monopolio di certe materie (come la religione nelle scuole o la teologia nelle Università) e un trattamento di favore sul piano economico.

L’esito, come avviene normalmente con i compromessi, è stato solo un modus vivendi la cui stabilità non dipende dalla condivisione di principi ma dall’equilibrio di poteri. Oggi questo equilibrio non c’è più, e nemmeno ci sono i presupposti perché si riapra il conflitto, quindi c’è lo spazio per un consenso sui principi. Tuttavia, per realizzarlo è necessario lasciarsi finalmente alle spalle la questione della laicità – come l’abbiamo concepita per buona parte della nostra storia nazionale – per porre invece quella della ragionevolezza di certi valori.

Pubblicato su Il Riformista il 20 maggio 2009


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4 aprile 2009

Fini e lo Stato etico

Le considerazioni di Gianfranco Fini a margine della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge sulla fecondazione assistita hanno provocato reazioni vivaci, e non solo da parte di parlamentari del PdL e dell’UDC. La nuova presa di posizione del Presidente della Camera, infatti, è stata criticata anche dal Presidente del Senato, che ha sentito il bisogno di distinguersi dal suo omologo di Montecitorio affermando che egli “non riscontra eticità nella vita parlamentare”. Messa in questi termini, la reazione di Renato Schifani è formulata in modo infelice, ma non è difficile comprenderne il senso. Se Fini, a proposito della legge 40, aveva richiamato le idee di Giovanni Gentile sullo Stato Etico come un modello negativo di subordinazione del diritto a concezioni della vita che non sono necessariamente condivise dalla maggioranza dei cittadini, Schifani ha inteso difendere la legittimità politica di una disciplina che ha affrontato diversi passaggi parlamentari prima di essere approvata. Ricordando che su quella legge c’è stato “un lungo dibattito con voti segreti, nei quali i parlamentari votano secondo coscienza e non sulla base di dogmi”.

Si potrebbe contestare l’accuratezza della ricostruzione del percorso della legge 40 fatta dal Presidente Schifani. Infatti, in quel caso, come in quello più recente della legge sulle “disposizioni anticipate” relative ai trattamenti sanitari, la “libertà di coscienza” dei parlamentari è stata invocata prevalentemente in modo strumentale, come obiezione preventiva a ogni tentativo di individuare posizioni condivise, in particolare all’interno del Partito Democratico. La libertà di coscienza è stata soprattutto un paravento dietro il quale si è nascosta la scelta politica di compiacere la Chiesa. Un atteggiamento ben diverso, è il caso di sottolinearlo, da quello tenuto da parlamentari cattolici di diversi schieramenti in situazioni analoghe del passato (si pensi, per menzionare due personalità per altri versi distanti, a certe scelte di autonomia di Alcide De Gasperi o di Livio Labor). Ciò detto, rimane il problema della tensione che c’è tra due dei più alti rappresentanti delle istituzioni politiche repubblicane, che sono evidentemente in disaccordo profondo sia nei giudizi politici di merito sulle vicende di cui si discute sia nell’interpretazione del proprio ruolo. Da questo punto di vista, la posizione di Fini, che pure spesso si è atteggiato di recente a difensore delle prerogative del parlamento nei confronti delle pretese del Governo – senza poter contare, vale la pena di sottolinearlo, nella solidarietà del Presidente del Senato – appare per molti versi di rottura rispetto alla prassi. Infatti, il Presidente della Camera si sta progressivamente allontanando da un modello esclusivamente di garanzia del proprio ruolo, che tradizionalmente si manifestava in forme che prevedevano l’ossequio a una sorta di principio di “comity” vigente tra i due rami del parlamento. Fini, forse in risposta a esigenze di partito piuttosto che di natura istituzionale, si muove sempre più spesso come il punto di riferimento di un diverso modo di intendere l’identità del centrodestra. Un leader potenzialmente alternativo rispetto a Berlusconi che non rinuncia a far sentire la sua voce perfino criticando sul piano dei principi una legge approvata in passato dalla Camera che egli oggi presiede.

In tal senso, le dichiarazioni di Fini prospettano la possibilità di un’ulteriore evoluzione della costituzione materiale del nostro paese. Un cambiamento criticabile dal punto di vista della concezione tradizionale dell’equilibrio dei poteri, ma che potrebbe essere inevitabile per via dell’incapacità dell’opposizione di esercitare un ruolo significativo.

Comunque, oltre a un rilievo istituzionale, come si è detto, le dichiarazioni di Fini sulla sentenza della Corte Costituzionale ne hanno anche uno di principio. Da questo punto di vista, per quanto comprensibile alla luce della sua storia personale, il riferimento allo Stato Etico risulta poco persuasivo. Infatti, la tendenza di fondo che emerge, nella legislazione sulla fecondazione assistita come in quella sulle dichiarazioni anticipate, non è affatto ispirata da un’interpretazione hegeliana dell’eticità dello Stato come quella proposta ai tempi del Fascismo da Gentile. In realtà, il “bipolarismo etico” della politica italiana è il frutto della negazione della possibilità stessa di un’etica pubblica che – nella prospettiva delineata da John Rawls – individui i principi che costituiscono il “terreno comune” della democrazia liberale. Ciò cui stiamo assistendo è una politicizzazione sbagliata dell’etica, che la trasforma in uno strumento nella lotta per il potere, un’asimmetria negoziale da cui si spera di ricavare un vantaggio competitivo nella ricerca del consenso.

Pubblicato su Il Riformista il 4 aprile 2009


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15 gennaio 2009

La sfida di Fini


La presa di distanza di Gianfranco Fini nei confronti dell’uso disinvolto della fiducia fatto dal governo Berlusconi è un ulteriore segnale che il processo che dovrebbe portare alla nascita di un partito unitario del centrodestra italiano non è privo di ostacoli. Tali difficoltà probabilmente non avranno conseguenze sul piano elettorale – perché è difficile immaginare un recupero significativo di consenso da parte del partito democratico nel breve periodo – ma potrebbero avere un impatto rilevante su quello dell’organizzazione e delle idee.

Che ci sia un dissenso tra Berlusconi e Fini sul modello di partito non sorprende. Per il presidente del consiglio è sufficiente che il PDL sia una sorta di Forza Italia espansa. Una formazione il cui collante principale è la fedeltà al proprio leader carismatico. All’interno di un partito del genere possono convivere sensibilità, culture e interessi diversi, che sarebbero spesso incompatibili, ma trovano sintesi politica nella volontà del capo. Dal punto di vista del presidente della camera questo non è un modello accettabile perché la sua forza dipende essenzialmente dalle qualità umane e dal potere contrattuale di Silvio Berlusconi. Fini si rende ben conto che un modello applicabile solo in circostanze per molti versi eccezionali – come quelle della politica italiana degli ultimi anni – non è affatto una prospettiva auspicabile nel lungo periodo. Senza Berlusconi una Forza Italia espansa sarebbe un composto instabile, destinato prima o poi a esplodere.

L’insofferenza di Fini si spiega anche in questa prospettiva. Per un politico che ha una concezione tradizionale della democrazia parlamentare l’incapacità – o l’indisponibilità – di Berlusconi a fare seriamente, e fino in fondo, i conti con la propria successione è un difetto imperdonabile, che ne segna gravemente i limiti come leader che aspira a un posto nella storia. L’ipotesi di Fedele Confalonieri che l’eredità di Berlusconi sarebbe la creazione del “partito conservatore italiano” al momento non è credibile. Forza Italia non ha avuto il profilo di un partito conservatore, anzi non ha mai avuto un profilo definito. Sin dalla sua fondazione, al contrario, la formazione del premier si è caratterizzata per una straordinaria versatilità, spesso ben oltre i limiti della coerenza, nel sostenere di volta in volta posizioni libertarie, conservatrici o moderate. Tutto ciò senza che il cambiamento ideale fosse giustificato esplicitamente. L’ultima versione di questa ideologia fluida del berlusconismo è il “conservatorismo compassionevole” di Tremonti. Tuttavia, non c’è ragione di ritenere che essa sia l’approdo della navigazione cominciata all’inizio degli anni novanta. Per Berlusconi la cultura politica si esaurisce nella sua dimensione simbolica.

Dalle sue prese di posizione si capisce che Gianfranco Fini ha un’ipotesi diversa per il futuro del centrodestra. La sua origine di uomo di destra, familiare con la storia dei fascismi europei, lo rende particolarmente sensibile al problema della successione a un leader carismatico. L’evoluzione politica e culturale della destra spagnola dopo Franco è un esempio sul quale il presidente della camera deve aver meditato a lungo, se è vero che la prospettiva che si intravede tra le righe delle scarne dichiarazioni politiche che il suo ruolo attuale gli consente è quella di un partito conservatore con molti elementi in comune con i popolari di Aznar. Una destra liberale nella concezione del governo, che mantiene un rapporto forte con la sensibilità cattolica di una parte importante del proprio elettorato, ma che è capace di discontinuità rispetto alle richieste della Chiesa. Una destra che non concede troppo spazio alle tendenze centrifughe dei localismi e si caratterizza per una difesa senza compromessi dell’autorità del governo centrale e dell’autorevolezza delle istituzioni repubblicane. Un conservatorismo latino, diverso sia da quello inglese sia da quello statunitense, che potrebbe trovare interlocutori importanti non solo in Spagna ma anche in Francia.

Se questa ipotesi ha qualche fondamento, ci permettiamo di dare un consiglio al presidente della camera. Le dichiarazioni estemporanee, per quanto significative, non sono sufficienti. Anche le pubblicazioni della fondazione “Fare Futuro” non bastano. Nei prossimi mesi si potrebbe combattere una battaglia ideale nel centrodestra che gli attuali dirigenti di Alleanza Nazionale non sono in grado di affrontare. L’esito dello scontro dipende in larga misura dalla capacità che egli avrà di presentarsi come punto di riferimento credibile di un progetto culturale di più ampio respiro che sia capace di dialogare in modo non subalterno con interlocutori diversi e autorevoli per dare forma e sostanza autonoma alle idee della destra post-berlusconiana, dal governo dell’economia alla bioetica, dalla politica estera alla riforma delle istituzioni politiche.

                                       



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