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11 ottobre 2009

Opinioni dissenzienti

In un’intervista pubblicata ieri su questo giornale, Beniamino Caravita di Toritto propone di introdurre anche nel nostro ordinamento la possibilità, per i giudici della Corte Costituzionale, di redigere opinioni “dissenzienti” oppure “concorrenti”. Si tratta di una prassi in vigore in altri paesi, per esempio negli Stati Uniti, le cui corti supreme o costituzionali hanno un ruolo paragonabile alla nostra. Cosa sono queste opinioni? In estrema sintesi, sono dichiarazioni attraverso le quali i giudici che non condividono del tutto il contenuto di una decisione, o il ragionamento che la sostiene, possono rendere pubblico – e argomentare – il proprio dissenso, o la propria perplessità. Nel primo caso si parla appunto di “opinioni dissenzienti” perché il giudice o i giudici che la redigono appartengono alla minoranza, nel secondo, di “opinioni concorrenti” perché esse esprimono piuttosto un punto di vista parzialmente diverso rispetto alla conclusione raggiunta dalla maggioranza. Secondo l’illustre costituzionalista, questa innovazione potrebbe evitare in futuro polemiche come quelle cui stiamo assistendo in questi giorni in seguito alla sentenza della Corte sul “lodo Alfano”.

La proposta di Caravita di Toritto è certamente condivisibile, e per diverse ragioni. La prima, e forse la più importante, è che le opinioni dissenzienti e concorrenti contribuirebbero a far comprendere meglio al pubblico la natura e i compiti della giurisdizione costituzionale. In questi giorni, abbiamo sentito su questo tema un sacco di sciocchezze, alcune delle quali provenivano purtroppo da persone che ricoprono importanti cariche pubbliche.

Non alludo alle affermazioni di chi ha sostenuto che, bocciando una legge approvata dalla maggioranza del parlamento, la Corte si sarebbe opposta alla volontà popolare. Per quanto formulata in modo rozzo, questa tesi ha un suo fondamento in un modo di intendere la sovranità popolare – quella che Ronald Dworkin ha chiamato la “concezione maggioritaria” della democrazia – che è in circolazione da tempo, e che ha trovato di recente sostegno da parte di diversi studiosi negli Stati Uniti. L’idea di fondo di chi la sostiene è abbastanza semplice. La sovranità popolare in una democrazia si esercita attraverso il voto. Chi non ha questa legittimazione, perché non è stato eletto, non può opporsi alle decisioni prese dai “rappresentanti del popolo” che siedono nelle assemblee legislative e sono gli unici autorizzati a produrre diritto. Quindi i giudici non dovrebbero fare altro che applicare la legge, ma non potrebbero in alcun modo “arrogarsi il diritto” di interpretarla quando essa non parla con chiarezza cristallina. Ciò vuol dire che la corte che si pronuncia sulla costituzionalità di una legge deve attenersi all’intenzione dei “padri costituenti” – che erano eletti – guardandosi bene dal proporre letture estensive o attualizzanti della legge fondamentale. Se chi ha scritto la costituzione non ha menzionato esplicitamente il diritto di abortire, o quello di ricevere un trattamento preferenziale per compensare una disuguaglianza, vuol dire che questi diritti non ci sono. Non c’è dubbio che la concezione maggioritaria della democrazia è ben lontana dal modello che i nostri “padri costituenti” hanno scelto nel redigere la Costituzione della Repubblica. Ciò nonostante, nulla vieta di prenderla in considerazione se si vuole sostenere che questa è la direzione nella quale dovremmo andare. Anzi, sarebbe interessante apprendere con quali argomenti i suoi difensori italiani vorrebbero sostenerla.

Le sciocchezze cui alludevo sono altre. In particolare, sono quelle dette da chi ha sostenuto che la decisione della Corte nella sentenza sul “lodo Alfano” sia stata “politica” e che prendendola i giudici si sarebbero contraddetti perché in passato, pronunciandosi sulla legittimità costituzionale del “lodo Schifani”, non avevano eccepito la violazione dell’art. 138 della legge fondamentale, che invece hanno rilevato nella deliberazione più recente. Si tratta di sciocchezze perché è assolutamente ovvio che le decisioni della corte sono politiche. La Costituzione è un documento politico, e politiche sono anche le leggi, che esprimono l’orientamento di una maggioranza parlamentare. Quindi il punto non è se le decisioni della Corte Costituzionale sono politiche – che è fuori discussione – ma se sono politiche nel modo giusto, che è quello di valutare la coerenza tra principi e politiche. La Corte non è legittimata a decidere politiche, ma a controllare se esse siano compatibili con i principi della Costituzione. Se si attiene a questo ruolo svolge il proprio compito. Per quel che riguarda la questione dell’art. 138, è evidente che non si tratta di una contraddizione. Si può forse criticare il modo in cui era stata formulata la decisione sul “lodo Schifani” per non aver rilevato tutti i profili di incostituzionalità concepibili in astratto, ma non dire che nella nuova sentenza la Corte abbia contraddetto quella precedente perché tale incompatibilità logica non c’è.

Rimane tuttavia un problema, cui la proposta avanzata da Caravita di Toritto potrebbe porre rimedio. Una decisione come quella sul “lodo Schifani” è stata verosimilmente il frutto di un compromesso tra i giudici che allora sedevano nella Corte. Se alcuni di essi avessero avuto la possibilità di rilevare ulteriori profili di incostituzionalità rispetto a quelli infine accolti dalla maggioranza, oppure di esporre le proprie ragioni di dissenso, oggi avremmo a disposizione un’articolazione molto più ricca delle diverse posizioni che uomini e donne di indiscutibile dottrina e saggezza hanno raggiunto sulla interpretazione migliore della costituzione. Ciò potrebbe contribuire a una migliore comprensione, da parte del pubblico, di come funziona il “foro dei principi”.

Pubblicato su Il Riformista l'11 ottobre 2009.

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