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il blog di Mario Ricciardi


Diario


27 giugno 2010

La politica e il gentleman

Leggendo Ortega

«Un popolo di gentleman non ha bisogno di una costituzione». Così scrive José Ortega y Gasset nella sua Meditacion de la tecnica, pubblicata a Buenos Aires nel 1939. La capitale argentina è una delle tappe di un esilio che sarebbe durato fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando il regime franchista, che a questo punto non può permettersi l’ostilità dell’opinione pubblica occidentale, gli consente di rientrare nel suo paese natale. Non è difficile capire a quale popolo Ortega alluda nel fare questa affermazione. Sono gli inglesi che ha in mente. Nel Regno Unito, infatti, non c’è stato bisogno di mettere per iscritto una costituzione per garantire che il potere sovrano rimanesse entro limiti ragionevoli, evitando di invadere lo spazio in cui ciascun cittadino ha diritto di scegliere liberamente come agire. L’ammirazione che Ortega prova per il regime politico britannico è un sentimento largamente diffuso tra i liberali europei della prima metà del ventesimo secolo. In un’epoca in cui il totalitarismo sembra una forza in ascesa, alimentata dalla “ribellione delle masse” su cui il filosofo spagnolo ha scritto pagine di grande efficacia, Londra appare la capitale di un’isola felice che, pur tra grandi difficoltà, rimane sostanzialmente al riparo dal male del secolo. Certo, anche tra gli inglesi ci sono coloro che ammirano il comunismo o il fascismo. Tuttavia, si tratta di tendenze che non mettono in pericolo l’equilibrio costituzionale. Buon senso e amore della libertà sono il baluardo contro cui si infrange la marea degli “uomini massa”.

 

Questo modo di descrivere l’anomalia britannica nel panorama europeo è abbastanza comune negli anni trenta; e verrà riproposto, con accenti diversi, da molti intellettuali liberali, alcuni dei quali finiranno per rifugiarsi nel Regno Unito per sfuggire alla persecuzione nei paesi di origine. Ciò che distingue Ortega è l’inusuale sensibilità psicologica e la vasta conoscenza della storia che fanno da sfondo alle sue riflessioni sulla politica.

 

Cosa intende Ortega quando parla di un popolo di gentleman? La figura del gentleman è senza dubbio elusiva, e come tale poco adatta a figurare nella spiegazione di un regime politico. Ciò nonostante, l’affermazione del filosofo spagnolo suggerisce uno spunto interessante, che ci mette sulle tracce di quello che, molti anni dopo, Shirley Letwin descriverà come un “ideale morale”. Un tratto del gentleman, che ne fa un carattere peculiare del panorama sociale britannico almeno dai tempi di Jane Austen, è il suo rapporto ambivalente con l’aristocrazia ereditaria. Non c’è dubbio che la nobiltà fornisca alcuni materiali per forgiare il modello cui si ispirano i gentleman. Tuttavia, il risultato finale è ben lontano da quello di un aristocratico come il quinto conte di Lonsdale – i cui antenati possedevano un feudo a Lowther prima della conquista da parte dei Normanni – del quale si diceva che era “almost an Emperor but never quite a gentleman”. Lo stile di vita poco discreto, la facilità con cui contraeva debiti e frequentava persone poco raccomandabili, tradivano un’arroganza incompatibile con la decenza e l’affidabilità che dovrebbero distinguere un gentleman. Pur essendo straordinariamente popolare, Lord Lonsdale non era un esempio morale.

 

Nel suo scritto Ortega riconosce che un aristocratico non è necessariamente un gentleman e aggiunge anzi che anche “el burgués y el obrero” possono aspirare a esserlo. Perché essere un gentleman non è che un modo di essere uomo, che si manifesta nella capacità di dominare le circostanze. Qui Ortega anticipa un’idea che è stata sviluppata sia da Philip Mason sia da Roger Scruton: per capire cos’è un gentleman bisogna tener conto dell’importanza di certi sport nella cultura pubblica inglese. L’immagine del gentleman si mette a fuoco meglio sul campo da gioco. Difendere i propri diritti se si ritiene di essere nel giusto, rispettando quelli dell’avversario, è l’essenza del fair play, il principio che governa la competizione cooperativa tra gentleman durante il gioco. Non mentire, perché mentire è falsificare il gioco, e dunque non giocare affatto. Misurarsi per vincere, sapendo che la sconfitta è una possibilità, ma che bisogna perdere con grazia. Lo stesso atteggiamento governa la competizione politica, e contribuisce a spiegare perché la democrazia britannica è fiorita senza una carta costituzionale. In un paese di gentleman, scrive ancora Ortega, ci sono «poche leggi perché, una volta scritta, la legge si converte nell’impero delle pure parole che, dato che non si possono letteralmente adempiere, obbliga all’indecenza dei governi che falsificano la propria legge».

 

Ne è passato di tempo dagli anni trenta. Temo che i gentleman cui pensa Ortega siano in via d’estinzione nel Regno Unito. Tuttavia, basta assistere una volta al “question time” della House of Commons per rendersi conto che la mentalità che il filosofo spagnolo cerca di catturare con le sue riflessioni sul ruolo del gentleman non si è ancora dissolta, e rimane un elemento importante per spiegare la stabilità, anche nei momenti di grave crisi come quello che stiamo vivendo, della forma di governo d’oltre Manica. Chiudo il libro di Ortega. L’occhio si sofferma sulla prima pagina di un quotidiano che racconta dell’ultimo acquisto del nostro governo e dei suoi impedimenti più o meno legittimi. Assodato che un popolo di gentleman non ha bisogno di una costituzione, con questa gente sarà sufficiente quella che abbiamo?

 

 

Pubblicato su Il Riformista il 27 giugno 2010


3 gennaio 2010

Una stagione costituente?

 

A giudicare dalle prime reazioni al messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica si direbbe che qualcosa sta cambiando nella politica italiana. Non è più uno scandalo ipotizzare riforme condivise tra maggioranza e opposizione. Anche se non mancano – a destra e a sinistra – i nemici del dialogo, da qualche tempo la prospettiva di un compromesso che ponga le basi per un nuovo spirito di collaborazione tra le forze politiche che sono intenzionate ad affrontare la sfida di tali riforme viene indicata da molti come l’unica via d’uscita ragionevole da una situazione di stallo che corre il rischio di arrecare seri danni alla stabilità del paese.

 

L’aggressione a Silvio Berlusconi è stata, in tal senso, un punto di rottura. L’immagine del volto insanguinato del Presidente del Consiglio è diventata il simbolo di un deterioramento inaccettabile del costume civile degli italiani, una degenerazione cui bisogna opporsi prima che produca effetti che potrebbero essere difficili da controllare. Per contrastare questa tendenza non basta, come sostengono alcuni, mettere mano alle diverse riforme che da più parti si segnalano come necessarie, da quelle economiche a quelle istituzionali e costituzionali. C’è bisogno di qualcosa di più, di un nuovo spirito costituente. La determinazione limpida e ferma, da parte delle principali forze politiche presenti in parlamento, di por fine alla lunga transizione che stiamo vivendo dai primi anni novanta, per raggiungere finalmente un assetto politico stabile.

 

Siamo dunque alle soglie di una stagione costituente? Per il momento l’unica certezza è che settori della maggioranza e dell’opposizione manifestano una disponibilità al dialogo dopo mesi di polemiche e accuse reciproche, ma è ancora presto per valutarne le conseguenze. Ci sono diverse cose che possono andar male, condannando al fallimento la prospettiva di riforme istituzionali e costituzionali condivise. Un primo ostacolo molto serio è stato evidenziato da Angelo Panebianco. Nonostante le intenzioni di Pier Luigi Bersani, che sembra interessato alla prospettiva del dialogo con la maggioranza, la situazione interna del PD non è affatto propizia per un’iniziativa che richiederebbe grande coesione interna e chiarezza degli obiettivi da raggiungere. Un partito debole e diviso non è un interlocutore credibile per una trattativa, e corre il rischio anzi indurre in tentazione chi – tra gli esponenti della maggioranza – vuole usare il dialogo in modo strumentale. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni di queste settimane si intravedono atteggiamenti di questo tipo. Un secondo ostacolo alla prospettiva di riforme condivise potrebbe essere lo stesso Silvio Berlusconi. Per quanto l’aggressione lo abbia comprensibilmente provato, è presto per dire fino a che punto essa ha inciso sul carattere e sulle opinioni del leader del PdL. Berlusconi fino ad ora è apparso incapace di concepire un futuro nel quale egli non ha un ruolo, e questo non è l’atteggiamento migliore per ragionare sul lungo periodo. Perché l’auspicata stagione costituente abbia successo, oltre a un’opposizione forte, ci vuole anche una maggioranza capace di pensare in modo impersonale.

 

Questa è la differenza cruciale tra riforme come quelle che incidono sul funzionamento dei mercati o di certi settori della pubblica amministrazione e un più complessivo disegno di riorganizzazione di settori fondamentali della vita pubblica come la giustizia, oppure vere e proprie modifiche della costituzione. Mentre le prime si possono fare, e normalmente si fanno, con una maggioranza politica, le seconde dovrebbero essere condivise e sostenute da uno schieramento non partigiano. Una leadership politica forte – e quella di Berlusconi non è detto che lo sia, nonostante la maggioranza nominale di cui gode in questo momento in parlamento – può certamente incidere in modo significativo su settori come le pensioni, il lavoro o la scuola, portando avanti la propria idea di società. Lo hanno fatto in passato la Thatcher e Reagan nei rispettivi paesi, con effetti duraturi e talvolta salutari. Meno accettabile sarebbe l’idea di una maggioranza politica che riscrive da sola le regole della costituzione o di un settore delicato come quello dell’amministrazione della giustizia.

 

Per affrontare questo secondo tipo di riforme ci vuole qualcosa di più che una semplice maggioranza parlamentare. Ci vuole un accordo che le diverse parti politiche possano riconoscere come equo nel senso che promuove un atteggiamento di “fair play” tra le forze e i poteri che contribuiscono in vario modo al processo democratico. Chi affronta una revisione costituzionale dovrebbe essere in grado di assumere un punto di vista imparziale – come se scegliesse sotto un “velo di ignoranza” – che non tenga conto del proprio tornaconto.

 

Che questo ideale sia realizzabile date le condizioni attuali del costume civile degli italiani non è affatto certo. Tuttavia, questo è il senso ultimo della sfida che abbiamo di fronte, e questo è il banco di prova su cui si misurerà la capacità dell’attuale leadership di maggioranza e opposizione di essere moralmente all’altezza del proprio compito.

 

Pubblicato su Il Riformista il 3 gennaio 2010

 


12 dicembre 2009

Absolute Power Corrupts Absolutely

 

«Power tends to corrupt and absolute power corrupts absolutely». La frase di Lord Acton è diventata giustamente famosa perché esprime in modo succinto ed efficace una delle convinzioni che ispirano le politiche del liberalismo. La tendenza del potere a corrompere diventa sempre più accentuata con la diminuzione degli ostacoli che esso incontra. Per questo un potere assoluto corrompe assolutamente. Per un liberale cattolico come Acton, la tentazione di rimuovere i controlli costituzionali nell’esercizio del potere – sia esso civile o ecclesiastico – non è solo politicamente perniciosa, ma assume un carattere blasfemo. Le persone della generazione di Lord Acton avevano ben presenti i guasti prodotti in buona parte dei paesi europei dai tentativi di imporre un potere assoluto, privo di qualsiasi controllo costituzionale. Che fossero ispirate dalle forze rivoluzionarie o da quelle della reazione, queste tendenze erano accomunate dalla stessa mentalità.

 

Per capire perché Acton considerasse blasfema l’idea di un potere assoluto bisogna ripercorrere la storia dell’assolutismo politico. Quando il sovrano pretende di essere legibus solutus, egli afferma la propria autonomia dal diritto naturale e quindi – sia pure indirettamente – dalla volontà di Dio. Nella prospettiva cristiana, l’esercizio del potere sovrano è un officio, non un diritto assoluto. Una posizione di autorità politica si giustifica soltanto se chi la ricopre esercita il proprio potere per il bene comune e nel rispetto dei diritti naturali delle persone che gli sono affidate. Nel corso del novecento, ci sono diversi storici delle idee che hanno mostrato che nella genesi del costituzionalismo – che è una delle fonti intellettuali del liberalismo – si riconosce l’impronta della riflessione politica del cristianesimo medievale. Per questo c’è chi sostiene che Tommaso d’Aquino è stato in un certo senso il primo Whig, cioè l’antenato remoto del liberalismo moderno. La tensione continua tra trono e altare non ha origine soltanto in una lotta per la supremazia temporale, ma anche in un profondo dissenso sui principi del governo legittimo. Reclamando il potere assoluto, il sovrano si sostituisce a Dio, e questo non può certo piacere al vicario di Cristo.

 

Con la rivoluzione francese l’assolutismo politico muta il suo carattere. Se in passato il Principe aveva indossato le pantofole del Papa, ora è la Nazione – come ha scritto F.W. Maitland – che tenta di infilarsi le ambite calzature. Per questo Edmund Burke, un Whig, inorridisce alla notizie che giungono dall’altra parte della Manica. L’idea di una sovranità popolare che non conosce limiti, di un potere assoluto che pretende di parlare per conto della volontà generale, non promette niente di buono. Sono gli anni in cui nasce la pubblica opinione, e la stampa britannica non si lascia sfuggire l’occasione per vantare i benefici di un governo costituzionale confrontandoli con il regime di terrore instaurato dai rivoluzionari. C’è una famosa vignetta che raffigura il contrasto tra la libertà francese e quella britannica con immagini che non lasciano spazio al dubbio.

 

Ciò che segue è tristemente noto. L’assolutismo contemporaneo si vanta della propria legittimazione popolare, e si fa scudo del consenso, per travolgere ogni ostacolo. Gli alberi della libertà piantati dai rivoluzionari del 1789 talvolta producono frutti velenosi, che uccidono la democrazia alimentando nei governanti l’illusione blasfema di potersi sostituire a Dio. Per questo gli avversari dei totalitarismi del novecento – da Hannah Arendt a Isaiah Berlin – mettono in guardia da chi chiede libertà illimitata a nome del popolo. La libertà assoluta di chi governa si manifesta come arbitrio perché il potere senza responsabilità corrompe moralmente.

 

Chi conosce la storia non si stupisce che un leader democratico popolare come Silvio Berlusconi possa avvertire la tentazione del potere assoluto. In particolare, quando si trova – come accade in questi giorni – in difficoltà. L’essere il bersaglio di accuse di ogni tipo, fondate o meno, deve essere causa di grande frustrazione per una persona che ha sempre fatto della sua capacità di piacere la chiave del proprio successo. Comprendere, tuttavia, non vuol dire perdonare. Soprattutto in un caso come quello del nostro Presidente del Consiglio. Le periodiche invettive contro le garanzie costituzionali e i poteri neutri cui ormai Berlusconi ci ha abituato da qualche anno non sono le dichiarazioni di intenti di un novello Mussolini che si propone di instaurare un regime dittatoriale. Esse sono invece la confessione di una debolezza. Lo sfogo di una persona che si rende conto di aver fallito il proprio obiettivo più ambizioso, quello di essere uno statista liberale. Anche per i liberali le costituzioni, se non funzionano bene, si possono cambiare. Ma nessun liberale potrebbe accettare cambiamenti che aumentano il potere del capo del governo senza adeguate garanzie. La divisione dei poteri richiede che essi siano in equilibrio. Non che uno prevalga sugli altri.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 dicembre 2009

 

 


12 febbraio 2009

La forma e la sostanza

“Se lo fa il presidente, vuol dire che non è illegale”. La risposta di Richard Nixon a David Frost che gli chiedeva se il presidente degli Stati Uniti può violare la legge è entrata nella storia del giornalismo. Non a caso essa è oggi uno dei momenti più efficaci del film di Ron Howard, ispirato a quella memorabile intervista cui un presidente che appariva sconfitto e screditato si affidava per recuperare la propria credibilità morale prima ancora che politica. Lo scandalo Watergate è stato un trauma da cui la cultura politica statunitense non si è mai più ripresa. La scoperta che uomini legati al presidente avevano spiato i suoi avversari politici – e che ciò aveva avuto coperture ai massimi livelli dell’amministrazione, forse persino da Nixon stesso – ha cambiato definitivamente il modo di percepire il potere esecutivo in quel paese. Una nazione nata dalla ribellione nei confronti di una potenza imperiale d’oltremare si rende conto che il pericolo per le libertà dei cittadini si può nascondere molto più vicino a casa, negli uffici di agenzie federali dove “man in black” ossessionati dalla sicurezza nazionale tramano incessantemente per affermare la supremazia dell’esecutivo.

Lo stereotipo del fanatico senza scrupoli che – dall’interno delle istituzioni repubblicane che dovrebbero difendere la libertà – si adopera per sovvertire l’ordine costituzionale immaginato dai padri fondatori è diventato uno dei motivi di fondo della cultura popolare statunitense, riproposto di continuo a cinema e nelle serie televisive di successo. Anche sul piano di quella che un tempo si chiamava “cultura alta” migliaia di pagine sono state scritte, a partire dagli anni settanta, per denunciare i pericoli di un potere esecutivo che cerca di sottrarsi ai controlli e ai contrappesi costituzionali. Da questo punto di vista, la presidenza di George W. Bush non è stata che l’ultima fase di uno scontro culturale e politico che affonda le proprie radici in alcuni nodi irrisolti del modello politico degli Stati Uniti, e che progressivamente – a partire dalla “guerra fredda” – è diventato il problema fondamentale del dibattito pubblico di quel paese innescando un lento ripensamento del rapporto tra forma e sostanza della democrazia di cui sono testimonianza i lavori di pensatori come John Rawls, Ronald Dworkin e Michael Walzer.

Ovviamente i “padri fondatori” sapevano bene che la questione del rapporto tra forma e sostanza è vecchia quanto la democrazia stessa. Imbevuti di cultura classica essi avevano letto i grandi testi della tradizione in cui questo problema è posto con straordinaria lucidità. Sapevano che Socrate era stato mandato a morte da una giuria popolare. L’alternativa tra governo delle leggi e governo degli uomini gli era familiare dalle pagine di Platone e di Aristotele, i pericoli di un potere che non ammette limiti da quelle di Tucidide e Seneca. Discendenti prossimi di protestanti non conformisti che avevano lasciato la madrepatria per essere liberi di professare il cristianesimo secondo coscienza, essi avevano ereditato dal paese di origine dei loro padri e madri il dono prezioso della “common law” e ne avevano assorbito l’interpretazione proposta da sir Edward Coke, che la vedeva come un baluardo nei confronti degli abusi di chiunque, incluso il monarca o il parlamento.

Forgiata dalla guerra contro il Regno Unito, la giovane democrazia nordamericana ha tentato di trovare un equilibrio tra le opposte esigenze di un potere esecutivo forte, necessario in primo luogo per la difesa della sicurezza nazionale, e della tutela dei diritti naturali dei cittadini. Federalismo e judicial review sono le due risposte che – con alterna fortuna – la fantasia istituzionale di questo popolo in cerca di un’identità pubblica elabora per assicurarsi protezione dai pericoli esterni senza rinunciare alle garanzie nei confronti di un uso spregiudicato del potere da parte del governo o delle maggioranze parlamentari. Le “barriere di carta contro lo spirito invasore del potere” di cui parla uno dei testi centrali della tradizione politica statunitense sono appunto le forme che la costituzione impone alla sostanza – per sua natura espansiva – del potere. Nel 1926, nel caso Myers vs. United States, la Corte Suprema degli Stati Uniti è chiamata a pronunciarsi sui limiti del potere del presidente. La decisione è favorevole al potere esecutivo, ma contiene una “dissenting opinion” del giudice Oliver Wendell Holmes che indica una diversa interpretazione dei rapporti tra la forma costituzionale e la sostanza del potere esecutivo. Per Holmes, non c’è dubbio che “il dovere del presidente di curare l’esecuzione delle leggi non va la di là delle leggi stesse”. In pochi anni l’opinione dissenziente di Holmes diventa senso comune della democrazia americana.

Di questo equilibrio – che allo scoppio della seconda guerra mondiale appare consolidato a molti osservatori interni ed esterni – i cittadini degli Stati Uniti sono giustamente orgogliosi, e non mancano di sottolinearlo. Soprattutto quando gettano lo sguardo oltre l’Atlantico, a un Europa che fatica ad assorbire gli aspetti socialmente e culturalmente dirompenti della democrazia parlamentare. C’è una certa condiscendenza nel tono con cui Roscoe Pound allude, in una conferenza dei primi anni cinquanta, alla recente caduta dell’ultimo “Cesare”. Non parliamo poi del tono di sufficienza con cui liquida l’altra idea europea che “il diritto è potere”. Pound ha probabilmente in mente Hans Kelsen, il grande giurista austriaco che proprio negli Stati Uniti aveva trovato rifugio dalla persecuzione nazista. Una figura emblematica che si presta bene a esemplificare il modo diverso di concepire la contrapposizione tra forma e sostanza in politica che si afferma nel novecento europeo e che esercita ancora oggi larga influenza nel nostro paese.

La teoria della democrazia di Kelsen ne accentua infatti la dimensione formale fino al punto di farla coincidere con una procedura la cui giustificazione consiste nel fatto che essa consente di liberarsi dei governanti senza fare ricorso alla violenza. Ridotta al nucleo di una pura forma la democrazia sembra perdere qualunque legame intuitivo con la tradizione dei diritti naturali che tanta parte ha avuto nel plasmare la cultura dell’esperimento costituzionale nordamericano. La diagnosi appare ancora più infausta quando si scopre che la democrazia avrebbe un legame con il relativismo etico. Vista in questa luce, senza dubbio poco favorevole, la forma appare trasparente. Pura come un cristallo essa rivela il suo contenuto ideologico. Dietro la forma si nasconde il contenuto di un interesse, di un’ambizione, di una volontà di potenza. Del cristallo essa ha anche altre caratteristiche non meno negative. La rigidità, che la rende inadatta a piegarsi alle necessità del momento. La fragilità che ne provoca la rottura quando la pressione è troppo forte.

Dalla debolezza di questo modo di pensare la forma democratica discende un modo tutto italiano di rivendicare il primato della sostanza in politica di cui abbiamo ascoltato diverse testimonianze nelle polemiche seguite alla diffusione del contenuto della lettera nella quale Giorgio Napolitano preannunciava la propria indisponibilità a firmare il decreto che avrebbe dovuto impedire l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali di Eluana Englaro. Con accenti che ricordano quelli della risposta di Nixon a David Frost il nostro presidente del consiglio ha delineato un’interpretazione del potere esecutivo che lo proietta oltre le forme della costituzione e della prassi istituzionale – “i cavilli”, come pare che abbia detto – per realizzare un compito di cui esso stesso ha certificato in via preventiva la legittimità. Negli Stati Uniti la Corte Suprema ha smentito la tesi di Nixon. Ciò che fa il capo dell’esecutivo non è per ciò stesso legale.

Pubblicato su Il Riformista il 12 febbraio 2009

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