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il blog di Mario Ricciardi


Diario


20 marzo 2011

Una passeggiata a Milano

Lo spirito del 1861

Che ci fosse un’atmosfera che lasciava ben sperare me ne sono accorto mercoledì pomeriggio, alla Casa della Cultura di Milano. All’incontro per i sessanta anni dell’associazione c’era tanta gente. Tra il pubblico noto macchie di colore che mi colpiscono. Sono proprio quelli della “bandiera dai tre colori” dei versi imparati a scuola. Uno scialle, qualche coccarda, persino un pon pon messo al bavero con aria sbarazzina da un signore anziano. Nessuna ostentazione. La cosa non sembra preparata, credo che diverse persone abbiano avuto l’idea ciascuna per suo conto. Solo incontrandosi hanno scoperto di essere insieme, legate dallo stesso sentimento. Fuori piove. Attraverso il centro a piedi. Piazza San Babila è ancora piena di gente. Mi sono lasciato da poco alle spalle la casa dove visse Carlo Cattaneo, al 23 di via Montenapoleone. Chissà cosa si inventeranno domani quelli della Lega per farsi notare. Ieri sono usciti dall’aula del Consiglio Regionale quando stavano per suonare l’inno nazionale. Gesto emblematico, non c’è che dire. In via Borgonuovo l’atmosfera cambia. Fai fatica persino a concepire il Trota da queste parti. Se c’è un posto dove il Risorgimento è ancora presente nell’aspetto dei luoghi è tra queste strade della Milano settecentesca.

Molti di questi edifici erano già qui quando fu proclamato il Regno d’Italia. Alessandro Manzoni, che abitava a due passi, doveva essere familiare con le loro facciate austere. Lo scrittore mi è venuto in mente mentre attraverso le strade a ridosso di Corso Garibaldi che furono teatro della sanguinosa repressione della protesta popolare nel 1898, poco più di trenta anni dopo l’unità. Già, perché ultimamente è diventato di moda rievocare le “stragi dimenticate” avvenute al Sud a opera dell’esercito del neonato Regno, ma anche tra le strade di Milano i militari non ebbero la mano leggera con la popolazione civile. Li comandava un generale piemontese, il “feroce monarchico Bava” che “gli affamati col piombo sfamò”. Manzoni era morto da diversi anni quando Bava Beccaris fece sparare le truppe sui dimostranti. La sua generazione aveva desiderato ardentemente di veder realizzato il sogno di un’Italia unità, e alcuni ci erano riusciti. Tra questi, anche Alessandro. In un libro mai portato a termine in cui mette a confronto la Rivoluzione Francese del 1799 e quella italiana del 1859, difende con ardore il risultato ottenuto. Qui, a differenza che in Francia, «la libertà, lungi dall’essere oppressa dalla Rivoluzione, nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libertà di nome, fatta consistere da alcuni nell’esclusione di una forma di Governo, cioè in un concetto meramente negativo, e che, per conseguenza, si risolve in un incognito; ma la libertà davvero, che consiste nell’essere il cittadino, per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro violenze private, e contro ordini tirannici del potere, e nell’essere il potere stesso immune dal predominio di società oligarchiche, e non soprafatto dalla pressione di turbe, sia avventizie, sia arrolate: tirannia e servitù del potere, che furono, a vicenda, e qualche volta insieme, i due modi dell’oppressione esercitata in Francia ne’ vari momenti di quella Rivoluzione; uno in maschera d’autorità legale, l’altro in maschera di volontà popolare». L’antigiacobino Manzoni non ha dubbi che la Rivoluzione italiana fosse giustificata perché era «un mezzo indispensabile per ottenere un bene essenziale e giustamente voluto» dalle popolazioni che vivevano sotto i governi tra cui era divisa la penisola. Episodi come la rivolta di Milano del 1898 fecero dubitare che una rivoluzione ci fosse stata effettivamente. L’immagine della libertà positiva che si realizza attraverso il Risorgimento, contrapposta a quella meramente negativa dei giacobini, appare nel novecento illusoria. Una promessa tradita.

Eppure su una cosa Manzoni aveva ragione. Se la libertà positiva è quella di chi ha il controllo della propria vita, non c’è dubbio che dopo il 1861 questo controllo gli italiani l’hanno avuto. Divisioni, ingiustizie sociali, guerre non hanno cancellato l’autogoverno nazionale ottenuto combattendo cento cinquanta anni fa. Senza quel risultato, la libertà davvero, non avremmo voce come popolo. Non si porrebbe nemmeno il problema di migliorare la nostra democrazia, perché non ci sarebbe nulla da rivedere per renderlo più conforme all’ideale. Giovedì mattina pioveva anche a Roma. Ma la festa c’è stata, e la partecipazione popolare pure, superiore alle aspettative di scettici, malevoli e contabili. Nei prossimi giorni capiremo se lo spirito del 1861 evocato con composta eloquenza nel discorso del Presidente Napolitano in Parlamento sta per soffiare ovunque nel paese o è destinato a spegnersi. Se il cammino della libertà positiva iniziato nel Risorgimento prosegue con rinnovato entusiasmo, o si sta estinguendo come farebbero pensare certi rantoli. Per qualche momento, ascoltando Napolitano, ho pensato che la speranza non è morta.

 

Pubblicato su Il Riformista il 20 marzo 2011


13 marzo 2011

1946-2011

L'anniversario della Casa della cultura

Nel suo bel libro di memorie, Rossana Rossanda rievoca il periodo in cui, pochi anni dopo la fine della guerra, prese le redini della Casa della Cultura di Milano, fondata nel 1946 da Antonio Banfi e da un gruppo di intellettuali progressisti tra i quali c’erano alcune tra le intelligenze più acute presenti nel capoluogo Lombardo. La Rossanda scrive che dalla crisi del 1948, che aveva portato alla rottura tra le forze della sinistra, i dirigenti del suo partito avevano tratto alcune conclusioni: «gli accordi tra le diverse anime politiche dovevano essere autentici, non ci si sognasse di utilizzare impunemente il prossimo, specie i socialisti, si doveva fare a meno dei soldi del partito perché chi dà i soldi è sempre un padrone […]. La federazione ci dette carta bianca, sollevata che non si chiedessero quattrini, e alcuni compagni e amici di buona volontà formarono una società per quote, potendo rivendere la propria parte, per acquistare e rendere frequentabile un sotterraneo attorno a Piazza San Babila. Era proprio una cantina, della quale si dovettero ingegnosamente occultare le tubature e sfidare gli enormi topi. Alle spese di funzionamento dovevano provvedere le quote di iscrizione dei soci frequentatori – essere un club privato permetteva un poco più di libertà – e ne avemmo sempre circa tremila». Mercoledì 16 marzo la Casa della Cultura festeggia i propri sessantacinque anni. Tempo di bilanci e progetti per un’istituzione che ha accompagnato, spesso anticipandole, le evoluzioni della sinistra italiana. Dagli anni del dopoguerra, attraverso il primo centrosinistra, fino alla svolta – e per certi versi mai del tutto compiuta – che porta alla nascita del PDS.

 

Oggi ci si domanda quale futuro abbiano istituzioni come la Casa della Cultura, che trovano la propria ragion d’essere nella promozione della riflessione politica, intesa nel senso più ampio. Si tratta di una questione che non riguarda solo l’istituzione milanese, ma si può estendere a tutte le realtà – circoli, fondazioni, centri studi – che si occupano di politica e cultura. La sensazione è che da tempo questo tipo di attività sia in affanno. C’è da dire che la responsabilità di questo cambiamento non è da attribuire alle persone che le dirigono, che anzi fanno nella maggior parte dei casi un lavoro straordinario. Sono le condizioni che sono cambiate. Lo spirito del tempo sembra più propizio ad altri modi di discussione e diffusione delle idee. 

 

Iniziative come quella della Casa della Cultura si ispiravano a un modello nato nel Regno Unito, con gruppi come la Fabian Society o il Bow Group, e proliferato poi anche negli Stati Uniti, in particolare negli anni della rivoluzione conservatrice, quando i centri indipendenti di elaborazione politica pensavano “l’impensabile” e suggerivano spunti innovativi che spesso diventavano iniziative legislative. Fino all’inizio degli anni novanta, quando l’ascesa della “spin-politics” ha cambiato notevolmente la genesi delle policies, i “Think Tank” progressisti e conservatori sapevano di poter contare su tempi piuttosto lunghi nella preparazione di un’iniziativa o di una pubblicazione. C’era modo di fare ricerca, studiare i dati, discuterne. La scrittura di un documento aveva tempi normalmente distesi, che lasciavano l’agio di rivedere e limare il testo. Basta dare uno sguardo a qualche documento prodotto in quel periodo per rendersene conto. Non si può negare che dietro c’è un lavoro serio, anche quando le conclusioni non convincono. La Casa della Cultura è più simile alle fondazioni britanniche e statunitensi che alle nuove entità personali nate negli ultimi anni da noi. Scrive ancora Rossana Rossanda, che «i politici salivano da Roma per dirsi quel che in Parlamento non dicevano». In un certo senso, era un posto dove si poteva pensare l’impensabile. Dove gli esponenti del PCI o del PSI potevano interagire liberamente con scrittori, registi, artisti, filosofi, economisti e sociologi. Confrontarsi con persone dalla sensibilità diversa, dai cattolici ai liberali, nel rispetto reciproco e con franchezza. Un modello che non mi pare abbia perso la sua ragion d’essere nell’Italia di oggi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 13 marzo 2011 

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