.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 gennaio 2011

Pensare il futuro

Una proposta su cui riflettere

C’è un futuro per gli italiani? Credo di non essere il solo che se lo chiede. Da tempo si avvertono segni del progressivo allentarsi dei legami morali che ci hanno tenuto – bene o male – insieme per centocinquanta anni. Prima di Tangentopoli, e della crisi che ha portato alla fine dell’equilibrio politico su cui si era retta sin dalla nascita la Repubblica, era già all’opera buona parte dei fattori che hanno eroso le fondamenta su cui poggiava il compromesso costituzionale raggiunto nel dopoguerra. Squilibri di crescita, disarmonie culturali, modi inconciliabili di concepire la rappresentanza e il rapporto dei cittadini con le principali istituzioni politiche e sociali che appartengono alla struttura di base della società hanno sottoposto le premesse da cui dipende la lealtà civile a una pressione che si è rivelata insostenibile. Ciascuna con spiegazioni e dinamiche proprie, operando congiuntamente, queste tensioni hanno acuito fratture le cui origini appartengono al passato remoto. Ma che nessuno dei regimi post-unitari è riuscito a sanare del tutto.

 

L’accidentale incrocio tra la spregiudicatezza di Silvio Berlusconi e le inchieste giudiziarie dei primi anni novanta ha dato a questo disfacimento morale un contributo decisivo. Proprio quando forse stavano maturando le condizioni per accelerare la ricerca di un nuovo equilibrio politico, che verosimilmente sarebbe passata attraverso un rinnovamento culturale dei partiti più importanti, c’è stata una svolta inattesa, che ha poco a poco trasformato la vita pubblica di questo paese. Rimuovendone, a dispetto della ragionevolezza, l’orientamento verso il futuro. Nelle convulse giornate che segnano la fine della Prima Repubblica vengono gettati i semi di una pericolosa illusione. Si afferma l’idea che si possa fare a meno della politica, sostituendola con “l’amministrazione delle cose”. Per quasi venti anni siamo vissuti come farebbero persone convinte che il futuro non sia altro che un presente eterno. Una visione rassicurante, alimentata da una crescita – moderata – ottenuta senza pagare un prezzo troppo oneroso, priva di rischi eccessivi o responsabilità.

 

L’ascendente  che Berlusconi ha esercitato sugli italiani in questi anni dipende in larga misura dall’essere riuscito a trarre vantaggio da questa visione declinandola nel modo che gli era più congeniale. Alla luce di questo fenomeno si comprende anche la fase più recente della sua parabola politica e umana. L’essersi circondato di adulatori e mercenari. Lo sforzo di nascondere alle telecamere – perché a chiunque lo veda a occhio nudo non sfuggirebbero – le tracce del tempo che passa, per accreditare l’immagine di un presente eterno. La triste parodia di vitalità che si intravede ogni volta che si socchiudono le porte delle sue dimore. Nei giorni scorsi un amico mi ha detto dell’imbarazzo che prova nel rendersi conto dei turbamenti che giornali e telegiornali inducono nel figlio non ancora adolescente. Purtroppo non sarà solo l’educazione sentimentale dei nostri giovani a risentire di ciò che accade in questi giorni. Se il berlusconismo non è stato un regime nel senso proprio, nondimeno una sua fine repentina potrebbe innescare reazioni come quelle che accompagnano il crollo di un’autocrazia. Da cui non possiamo aspettarci nulla di buono.

 

Mentre si assiste alle convulsioni senili del berlusconismo, sarebbe politicamente sterile ripercorrere le vicende del passato recente per tenere la contabilità degli errori e dei torti. Se la fine del berlusconismo non fosse rapida e cruenta, e l’agonia di cui siamo testimoni durasse ancora a lungo, credo che essa ridurrebbe in macerie quel poco che rimane in piedi dell’architettura istituzionale disegnata dai costituenti. Precipitando in tal modo l’ulteriore dissoluzione delle convezioni costituzionali e delle pratiche sociali che hanno garantito la stabilità del nostro paese anche in fasi drammatiche della sua storia recente. In ogni caso, mi sembra che ciò cui stiamo andando incontro non ha precedenti perché mai – nemmeno dopo il 25 luglio del 1943 – abbiamo affrontato una crisi politica profonda così privi di direzione. Al punto in cui siamo, sarebbe una manifestazione di saggezza lasciare agli storici il compito di tirare le somme finali e consegnarci il saldo netto di una stagione che ha visto scomparire, o ridursi all’irrilevanza, buona parte delle forze politiche e sociali che hanno accompagnato – e contribuito a plasmare – la storia unitaria d’Italia. Consegnando con esse all’oblio la capacità e la voglia di pensare politicamente il futuro. Sarei curioso di sapere se c’è qualcuno che possa onestamente sostenere che moralmente stiamo meglio oggi.

 

Bisogna ricominciare a pensare politicamente il futuro. Per quel che riguarda la sinistra, direi che di errori e torti ce ne sono stati diversi, di cui molto si è dibattuto e – temo – si discuterà ancora a lungo. La sofferta metamorfosi del PCI e la riduzione a un ruolo di testimonianza del PSI hanno lasciato un buco nella politica italiana che il Partito Democratico fa fatica a colmare. Una voragine di cui si vedono nitidamente i contorni in questi giorni. Indietro non si torna, su questo non c’è dubbio. Nemmeno credo si possano inseguire soluzioni che non hanno radici profonde nella nostra tradizione politica e che, anche nei paesi dove sono nate, vengono oggi messe in discussione. Fare “come questo” o “come quello” è un sintomo di confusione mentale. Proviamo fare come dobbiamo, per quanto ne siamo capaci. Cominciando da alcune proposte concrete di riforma che siano riconoscibilmente orientate verso una società più giusta. Una patrimoniale che sia – come ha suggerito su queste pagine Enrico Morando – parte di un intervento per istituire termini equi di cooperazione per un nuovo contratto sociale è un buon punto di partenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 gennaio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi pd futuro patrimoniale

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 30/1/2011 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 agosto 2010

Ancora sui "piazzisti della libertà"

Le virtù del politico

Saper scegliere i propri consiglieri è una delle più preziose virtù del politico. Nella stagione del declino poi, quando l’età comincia a far sentire i propri effetti sulle capacità di giudicare persone e cose, circondarsi di collaboratori di spessore può assicurare una vecchiaia tranquilla. Riflettendo sugli affanni di Silvio Berlusconi in questo movimentato ferragosto si ha la sensazione che egli non abbia coltivato questa virtù come avrebbe dovuto. Se la presa che esercita sul suo “popolo” ha indubbiamente i tratti della leadership carismatica essa ne manifesta anche i difetti. Che diventano particolarmente gravi quando il capo non riesce a dare una veste istituzionale al proprio ruolo, promuovendo l’emersione di un nuovo equilibrio costituzionale.

 

Nel caso di Berlusconi questa istituzionalizzazione del carisma non ha avuto luogo. In buona parte perché il diretto interessato non l’ha voluta. Entrato in politica per tutelare i propri interessi privati, egli ha trasportato nella sfera pubblica una concezione privata del ruolo del leader, che si addice a un proprietario piuttosto che a un “politico” nel senso classico del termine. Negli ultimi tempi questo vizio del Berlusconi capopolo si è manifestato nel modo più evidente. Probabilmente proprio in ragione dell’indebolimento del carattere che è un segno premonitore del declino. Non si tratta solo, come in passato, del ruolo – inspiegabile dal punto di vista istituzionale – attribuito al manipolo di vecchi sodali che l’hanno accompagnato nel passaggio dall’imprenditoria alla politica. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni nuove, e senza precedenti nella storia recente del paese. C’è il mondo delle feste e delle “ragazze immagine” di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Soprattutto, c’è la schiera di volti nuovi che – per via di un sistema elettorale indecente – ha fatto il proprio ingresso in parlamento passando attraverso un processo di selezione che sembra tener conto sopratutto della disponibilità a sostenere l’ego del capo rassicurandolo nei momenti difficili. Questa è la novità della terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi. Le persone che ha scelto. La classe dirigente che ci propone come modello, e di cui porta per intero la responsabilità.

 

Rispetto a quando è “sceso in campo” Berlusconi ha perso per strada buona parte delle intelligenze liberali che avevano preso sul serio il suo progetto politico. Chi si ricorda più dei “professori” di Forza Italia? Di quel gruppo di intellettuali che avevano visto nella rottura berlusconiana l’occasione per modernizzare il paese riformandone le istituzioni? Alcuni, come Lucio Colletti, non ci sono più. Altri si sono ritirati a vita privata. Altri ancora, come Antonio Martino, sono ancora impegnati in politica, ma tengono una posizione defilata. L’unico che ha ancora un ruolo di primo piano è Giulio Tremonti, che però si tiene ben lontano dalla corte del premier. L’ultima stagione del berlusconismo ha bisogno evidentemente di talenti diversi. Oggi non è più il tempo delle polemiche ideali sulle patologie della giustizia penale o sulle distorsioni del consociativismo. Ben altre sono le doti intellettuali e morali che si richiedono ai “piazzisti della libertà”.

 

In fondo, anche la vicenda della traumatica rottura con Gianfranco Fini si può leggere alla luce del cambiamento che progressivamente c’è stato tra i dirigenti del berlusconismo. Anche se in questi giorni c’è chi rintraccia i segni premonitori del “tradimento” in questa o quella scelta remota del leader di Alleanza Nazionale, mi pare difficile negare che la crisi attuale sia precipitata a causa del crescente imbarazzo che il Presidente della Camera deve aver provato per le intemperanze che hanno segnato diversi passaggi cruciali di questa legislatura. L’insofferenza che Berlusconi ha sempre manifestato nei confronti delle forme della politica si è trasformata progressivamente nel rifiuto arrogante di qualsiasi mediazione nel dar voce ai propri umori. Invece di moderare questa tendenza, che senza alcun dubbio non si addice a chi ha responsabilità istituzionali, c’è stata una gara da parte di buona parte degli esponenti più in vista della maggioranza nell’assecondarla. L’aggressione verbale sistematica nei confronti di qualunque voce critica, anche quando proveniente da ambienti niente affatto pregiudizialmente ostili al centrodestra, è diventata abituale. Solo grazie al clima generato da questo atteggiamento diffuso si può spiegare il comportamento di chi ha invocato per Fini il “trattamento Boffo” per la sua insubordinazione. In un paese in cui le parole hanno ancora un peso, e le istituzioni una dignità, un’intimidazione così grave rivolta al Presidente della Camera avrebbe suscitato reazioni indignate da parte di chiunque, e non solo dalle opposizioni. Invece nulla. Nessuno tra gli esponenti di spicco del PdL ha preso le distanze dalla dichiarazione di Giorgio Straquadanio, il deputato milanese che ha invocato per Gianfranco Fini la stessa sorte toccata a Dino Boffo. Al contrario, quando la campagna di stampa per distruggere l’immagine del Presidente della Camera è puntualmente iniziata, abbiamo assistito a una gara a chi urlava più forte nel chiederne le dimissioni. Un vociare scomposto e dai toni insolenti, il cui unico scopo sembra essere quello di mostrare al capo che la propria solerzia nel chiedere la testa del traditore non teme rivali.

 

Non si può escludere che la campagna per ridurre al silenzio Gianfranco Fini espellendolo dalla vita pubblica raggiunga il proprio obiettivo. Nonostante il Presidente della Camera per il momento appaia un obiettivo meno indifeso rispetto al povero Boffo, è difficile immaginare che esca indenne dal torrente di maldicenze, insinuazioni e accuse che gli vengono rivolte, anche se si rivelassero infondate.  Che ottenere questo risultato comporti un indebolimento complessivo della credibilità delle istituzioni democratiche del paese non è cosa di cui i “piazzisti della libertà” si diano pensiero. Nemmeno, a quanto sembra, se ne preoccupa il loro leader.

 

Comunque vadano le cose, credo che siano in molti in queste ore, anche nelle file del PdL, a chiedersi chi sarà il prossimo se Fini dovesse cadere. Un ministro? Un giudice della Corte Costituzionale? O qualcuno ancora più in alto? Quanto può reggere una democrazia se l’intimidazione del dissenziente diventa lo strumento principale di coesione della maggioranza parlamentare? Se la piaggeria e la compiacenza nei confronti del capo diventano i requisiti indispensabili per entrare nelle sue grazie e fare carriera? Credo sia arrivato il momento di mettere sul piatto della bilancia di questa terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi anche la classe dirigente che ha scelto per il paese. Sono queste le persone cui vogliamo affidare il nostro futuro?

 

 

Un versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su Il Riformista il 15 agosto 2010


8 agosto 2010

La strategia contro Fini

Berlusconi contro tutti?

Mi chiedo se qualcuno dei partecipanti alle allegre serate di Tor Crescenza trova il tempo, tra cori e barzellette, di riflettere sui risultati raggiunti fino a ora dalla campagna per riprendere il controllo del PdL. “Ghe pensi mi” aveva annunciato il capo dei “piazzisti della libertà” all’inizio di luglio, stanco delle insubordinazioni di Fini e dei suoi accoliti. Sembrava l’annuncio di una sagace strategia di riconquista, e si è rivelata invece una fanfaronata con cui il titolare della ditta ha tentato di venir fuori dalle difficoltà generate dalla sua incapacità di tenere insieme una coalizione basata su un progetto politico. Se quella che si riunisce nel maniero dalle parti della via Flaminia fosse la direzione di un partito, e non la corte di un califfato postmoderno, qualcuno a questo punto avrebbe cominciato a manifestare perplessità. Facendo notare che il maldestro tentativo di mettere alla porta il Presidente della Camera non è stata una mossa troppo brillante. A qualche settimana dal roboante proclama la maggioranza si è persa per strada un bel po’ di parlamentari – ben più di quelli che venivano accreditati come “seguaci” di Fini – e questo lascia pensare che dopo le vacanze, alla ripresa dell’attività, il governo avrà le sue difficoltà a tirare avanti.

Ora ci dicono che una nuova, ancor più sofisticata strategia, è stata messa a punto dal presidente chansonnier e dai suoi consiglieri-coristi. Presentare al parlamento una serie di provvedimenti su cui porre la fiducia. Forse cominciando proprio da quel processo breve che – come è noto – è al centro delle preoccupazioni degli italiani. Allo stato attuale non è chiaro se lo scopo di questa nuova iniziativa è rafforzare il governo o accelerarne la caduta, per poi andare alla elezioni lamentando il solito complotto della sinistra, dei “poteri forti”, dei giudici politicizzati e (perché no?) della destra per impedire a Silvio Berlusconi di governare. A giudicare da quel che si legge in questi giorni si direbbe che la seconda ipotesi è quella più probabile. Un programma minimo il cui scopo non è cercare il consenso in parlamento per una nuova maggioranza, ma assicurarsi che essa non ci sia. In modo da ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle camere e le nuove elezioni con l’attuale sistema elettorale prima che Fini metta radici sul territorio e che il PD si riprenda dallo stato vegetativo in cui si trova da mesi. Magari avendo come avversario principale un’aggregazione dominata da uno dei demagoghi che, sulla scia di Di Pietro, si affacciano all’orizzonte dell’opposizione. Chi sogna di “vincere facile” non potrebbe desiderare di meglio.

 

La prospettiva di un “Berlusconi contro tutti” che riesce a ottenere la vittoria in un plebiscito sulla propria leadership carismatica non è di quelle che lasciano dormire sonni tranquilli. Soprattutto se si ha a cuore quel che rimane del senso delle istituzioni in questo paese. Se dotato di una maggioranza significativa, un governo del Popolo della Libertà e della Lega tenterebbe probabilmente di trasformare la nostra democrazia parlamentare in un regime presidenziale privo di contropoteri e di controlli costituzionali efficaci. Una forma di governo che ci allontanerebbe definitivamente dalla tradizione delle liberaldemocrazie occidentali per avvicinarci a democrazie autoritarie come quelle che negli ultimi anni si stanno affermando in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica o nell’America del Sud. Se c’è una cosa che questa legislatura ci ha insegnato è che sono in tanti ad avere come massima ambizione nella vita quella di prender parte ai cori che allietano le serate del nostro presidente chansonnier. Un nuova vittoria elettorale farebbe aumentare ancora il numero degli aspiranti, rendendoli sempre meno disposti a tollerare chi si rifiuta di cantare all’unisono.

 

Mai nella storia recente del paese le sue sorti sono state così strettamente legate a quelle del parlamento. In quella sede si deciderà il destino della nostra forma di governo nelle prossime settimane. La speranza è che l’esempio di parlamentari del centro-destra come Chiara Moroni e Barbara Contini inneschi una reazione tra coloro che in quello schieramento credono ancora che sia possibile restituire dignità alla politica restaurando la dignità del parlamento.

 

Pubblicato su Il Riformista l'8 agosto 2010


1 agosto 2010

Sopravviveremo a Berlusconi?

Un declino lento e inesorabile

Che il rapporto personale tra Berlusconi e Fini fosse ormai incrinato in modo irrimediabile si era già capito in aprile, nell’assemblea in cui i due si scontrarono duramente alla presenza dei dirigenti del PdL e davanti alle telecamere. In quella occasione, il presidente del Consiglio ottenne dalla maggioranza dei presenti la ratifica di un nuovo modo di concepire la rappresentanza politica della destra italiana. Non partito, ma popolo. Un’aggregazione di “piazzisti della libertà” che si riconoscono nel proprio capo carismatico e sono disposti a seguirlo ovunque. Pronti ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di realizzarne la volontà. Anche contro le convenzioni costituzionali, il buon senso e la decenza. Sicuri che l’aver vinto le elezioni dia a quel leader il diritto di fare ciò che vuole. Mai sfiorati dal dubbio che egli possa sbagliare. Se questo giudizio vi sembra troppo duro, provate a fare un esperimento mentale. Vi ricordate di un’occasione in cui uno degli attuali dirigenti del PdL abbia detto in pubblico di non essere d’accordo con il capo? O almeno di avere delle caute riserve, un dubbio, una vaga perplessità? Non credo. La spiegazione è che coloro che ci hanno provato sono stati messi da parte oppure cacciati, senza tanti complimenti. Gli ultimi a essere accompagnati alla porta sono stati Gianfranco Fini e il gruppo di deputati e senatori che hanno deciso di seguirlo nell’avventura dall’avvenire incerto che hanno chiamato – con un certo ottimismo – “Futuro e Libertà”. Perché per immaginare un futuro per la libertà in un paese che l’affida ai piazzisti ci vuole davvero una straordinaria fiducia nel prossimo e anche una buona dose di temerarietà.

 

A questo punto, infatti, si aprono diversi scenari, nessuno dei quali entusiasmante. Se Berlusconi si è deciso a far precipitare la situazione – nonostante la cautela che, in privato, gli consigliavano i più responsabili tra i suoi seguaci – è perché deve avere in mente una strategia per liberarsi del fastidio che Fini gli ha dato fino all’altro ieri. Le opzioni non gli mancano. Una è quella di recuperare un po’ di voti in parlamento per rinsaldare la maggioranza. Se riuscisse a convincere qualche finiano tentennante, magari tra i ministri o i sottosegretari, oppure a reclutare parlamentari che in questo momento appartengono a altri gruppi, il Presidente del Consiglio potrebbe rimanere in sella tirando a campare ancora per qualche tempo. La speranza, in questo caso, è che la minaccia rappresentata da Fini potrebbe sgonfiarsi. Magari con l’aiuto di una campagna di stampa che lo screditi. Un Fini la cui credibilità è affievolita da uno scandalo sarebbe più facilmente messo in condizioni di non nuocere. Se questa strada risultasse impraticabile, rimane l’opzione delle elezioni anticipate. Che verrebbero ancora una volta presentate come un “giudizio di Dio”. La battaglia tra il bene e il male, e tutti gli altri spropositi con cui siamo familiari da anni.

 

D’altro canto, se invece il governo cadesse, non mi pare che la prospettiva di un esecutivo tecnico sia da salutare con entusiasmo. In primo luogo perché esso si troverebbe a far fronte alle critiche – non del tutto infondate – che si possono muovere a una soluzione di questa specie in un regime che è di fatto maggioritario, anche se di un genere piuttosto anomalo nel panorama delle democrazie occidentali. Poi perché i governi tecnici che abbiamo avuto in passato, pur avendo fatto spesso cose necessarie e perfino giuste, hanno contribuito ad alimentare lo scontento nei confronti della classe dirigente di questo paese su cui Berlusconi – quando gli fa comodo – si appoggia per sostenere di essere l’uomo nuovo, il nemico dei “poteri forti” e dell’establishment. Anche in questo caso potremmo aspettarci gesti clamorosi, dichiarazioni eccessive, dossier e campagne per mettere in cattiva luce chiunque si frappone tra il popolo e il suo capo.

 

La domanda da farsi a questo punto è sempre la stessa: quanto può reggere ancora questo paese a una fibrillazione continua che coinvolge tutte le istituzioni che appartengono alla struttura di base della società? Cosa rimarrà quando qualunque corpo intermedio, qualsiasi contrappeso, sarà stato travolto da una guerra senza esclusione di colpi? C’è chi dice che il declino di Berlusconi sarà come quello di Francisco Franco: inesorabile, ma lungo. Forse chi lo sostiene ha ragione. C’è una differenza significativa, tuttavia, che induce al pessimismo. Pur con qualche incertezza, Franco si era posto il problema della sua successione. Mentre il Caudillo prendeva lentamente congedo dalla politica e dal mondo – nel suo caso le due cose coincidevano – c’era una classe dirigente che lavorava alla transizione e che si poneva il problema della riconciliazione nazionale. In Italia a destra non si vede niente del genere. Chi ci prova – come dimostra il caso Fini – è considerato un traditore e licenziato senza preavviso. Tutto lascia pensare che, quando alla fine cadrà, Berlusconi avrà creato le condizioni per portare con sé tutto il paese.

 

Pubblicato su Il Riformista l'1 agosto 2010


30 maggio 2010

La finanziaria e l'equità

Con la presentazione, da parte del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia, dei lineamenti della prossima manovra finanziaria il dibattito politico è entrato in una nuova fase. Destinata a durare, salvo sorprese, fino all’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento. Abbiamo letto in questi giorni delle prime reazioni dell’opposizione alle misure illustrate da Berlusconi e Tremonti. Alcuni si dicono disposti a ragionare nel merito delle proposte, riservandosi eventualmente di sostenerle qualora risultassero politicamente accettabili. Altri hanno già sbattuto la porta in faccia al Governo accusando la maggioranza di fare “macelleria sociale”. Sullo sfondo pesano le parole del Presidente della Repubblica che ha invitato le forze politiche e cercare soluzioni condivise a una crisi finanziaria che – come abbiamo avuto modo di vedere nelle scorse settimane – minaccia la stabilità della moneta unica europea e quella della stessa Unione. In casi come questo, prima di formulare un giudizio, si dovrebbe fare qualche passo indietro per mettere meglio a fuoco la questione sul piano dei principi. Perché è anche di questo che stiamo parlando: alla fine vogliamo capire non solo se la manovra ha qualche possibilità di essere efficace, ma anche se è giustificabile politicamente. Se i sacrifici che essa impone agli italiani sono equi o meno.

 

La prima cosa che dovremmo chiederci è da che punto di vista dovremmo valutare le misure che ci vengono proposte. Quali sono le posizioni sociali rilevanti nel valutarne gli effetti? Sappiamo che gli scontenti sono molti. Certamente i dipendenti pubblici, che hanno già duramente protestato per gli interventi che riguarderebbero le retribuzioni e le assunzioni. Una certa preoccupazione è stata manifestata anche da alcuni amministratori locali – non solo dei partiti di opposizione – che temono che i tagli li costringeranno a alzare le imposte per mantenere invariato il livello dei servizi offerti ai cittadini. Abbiamo appreso anche che gli imprenditori si sono detti, grosso modo, soddisfatti delle misure per il contenimento della spesa, pur rilevando che il governo dovrebbe fare di più per promuovere lo sviluppo. Dobbiamo concludere che questa finanziaria – come si sarebbe detto una volta – è scritta dal punto di vista dei padroni?

 

Proviamo a ragionare su un esempio. Nel corso della conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha sottolineato che gli interventi sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti sarebbero giustificati dal fatto che nel settore pubblico ci sono stati negli ultimi anni incrementi salariali maggiori di quelli che si sono avuti nel privato. Ciò sarebbe avvenuto, a suo dire, a fronte di un’asimmetria di posizione tra i dipendenti pubblici – che hanno la garanzia del “posto fisso” – e chi lavora per un privato, che invece rimane esposto al rischio del licenziamento se l’economia va male. Gli statali sono colpiti, ma non dovrebbero lamentarsi perché sono più protetti.

 

L’argomento ha una certa forza. Tuttavia, esso non tiene conto di alcuni profili del pubblico impiego che andrebbero considerati perché non sono affatto irrilevanti. L’inamovibilità di alcune categorie di dipendenti pubblici non è un privilegio irragionevole, ma una garanzia di autonomia, che è giustificata dal pubblico interesse ad avere funzionari, magistrati o docenti che svolgano il proprio compito con serenità, senza essere sottoposti alla minaccia di perdere il posto di lavoro se si rifiutano di assecondare pretese irragionevoli o illegittime da parte di qualcuno. Non c’è dubbio che negli ultimi decenni all’ombra di questa garanzia c’è stato chi non ha fatto il proprio dovere, ma questa non è una buona ragione per ignorare il principio che giustifica la posizione di certi dipendenti pubblici. C’è spazio per rivedere ciò che non funziona, ma non si può assimilare dipendenti pubblici e privati come porterebbe a fare la tendenza – oggi molto popolare, soprattutto nella cultura di una parte del centro-destra – a confondere chi lavora per l’interesse generale e chi lavora alle dipendenze di un imprenditore. La Repubblica italiana non è un’impresa.

 

Inoltre, si dovrebbe tenere conto del fatto che all’interno del settore pubblico ci sono differenze che dovrebbero suggerire maggior cautela nel fare comparazioni con i dipendenti privati. Le fasce di retribuzione più basse hanno subito negli ultimi anni un relativo impoverimento a causa dell’aumento del costo della vita. Una busta paga che, al netto delle tasse, si aggira intorno ai duemila euro non è sufficiente da sola a mantenere un tenore di vita paragonabile a quello che avrebbe reso possibile l’equivalente in lire nel 1995. Un confronto affidabile poi dovrebbe tener conto anche delle rispettive qualificazioni. Siamo sicuri che, a parità di livello di istruzione, un lavoratore del settore pubblico abbia una retribuzione paragonabile a ciò che guadagnerebbe nel settore privato? Siamo certi che, dove c’è una differenza, essa sia compensata dalla sicurezza del posto di lavoro? Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo provvedimento non è promuovere l’eguaglianza, o diminuire la disuguaglianza, tra gli italiani. La manovra finanziaria è indispensabile per evitare una situazione che sarebbe disastrosa per chiunque. Come nel caso dei provvedimenti necessari per affrontare un’emergenza sanitaria, anche in questo gli effetti distributivi non sono rilevanti. L’unica cosa che conta è l’efficacia delle misure. Tuttavia, se le ineguaglianze sociali ed economiche non sono giuste, l’applicazione del principio dell’interesse comune risulta ingiustificata.

 

Qualora l’operazione di salvataggio riuscisse, chi ha le aspettative più alte si avvantaggerebbe di più, perché ha più da perdere se le cose andassero male. Quindi non possiamo assumere il punto di vista dell’eguale cittadinanza per valutare la manovra, e dobbiamo invece chiederci quali effetti avrebbero i provvedimenti proposti per i meno avvantaggiati. Almeno, dovrebbe chiederselo chi attribuisce ancora qualche importanza alla giustizia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 maggio 2010


25 aprile 2010

La svolta di Fini

Popolo non partito

La cosa non è giunta inattesa. Segni premonitori l’avevano annunciata. Prima la “svolta del predellino”. Poi i gazebo per la consultazione sul nome della nuova formazione politica. La maggioranza dei partecipanti si era pronunciata per “popolo” delle libertà, invece di “partito”. Dobbiamo confessare di aver sottovalutato la portata di questi eventi. In fondo, abbiamo pensato, la scelta del consumatore è sovrana – il suo verdetto insindacabile – e quindi, se da un sondaggio risulta che preferisce “popolo” a “partito”, è fuori luogo sollevare obiezioni. Anche perché, sia nello scrivere sia nel parlare, tutti tendiamo a usare degli acronimi. PdL è comodo e succinto. La “L” è essenziale perché aiuta a distinguerlo dal PD, che suona quasi nello stesso modo ma è all’opposizione. La “P” è meno importante. Chi volete che faccia caso alla parola che rappresenta? Va bene è “popolo”, ma potrebbe essere anche “parallelepipedo”, “parco” oppure “perimetro”, che differenza volete che faccia? Nel paese dove l’amore trionfa sull’odio un parco della libertà ci starebbe benissimo. Quella del perimetro della libertà, poi, è una splendida immagine.

 

Ci siamo sbagliati. Sarà stata arroganza o forse distrazione, ma alla fine ci siamo convinti che comunque di un partito si stava parlando. Un partito personale – indubbiamente – ma pur sempre un partito. Poi arriva il giorno della resa dei conti con il “cofondatore” Fini, e qualcuno dal palco dell’auditorium della Conciliazione ci ricorda che “nomina sunt consequentia rerum”. Mica abbiamo scherzato, ci avverte con voce stentorea, proprio di popolo si trattava. Non un partito, che chiunque sarebbe in condizione di mettere insieme, ma qualcosa di nuovo, di diverso e di ineffabile. Perché lo sappiamo bene che i partiti hanno un’organizzazione, una struttura, degli organi decisionali. La loro attività è retta da regole, scandita da procedure. Si fanno le convocazioni, si discute e si vota. La leadership può finire in minoranza. Tutte cose noiose e datate. Che sanno di vecchia politica. Poco televisive. Inadatte alla nuova era in cui abbiamo la fortuna di vivere. Un popolo invece esiste prima delle regole e delle procedure. Non c’è bisogno di convocarlo o di farlo votare. Al contrario, un popolo si manifesta perché il Capo ne interpreti lo spirito e lo trasformi in azione. Come ha fatto Fini a non capire? Anche lui non ha colto i segni che annunciavano l’avvento. Non ha riconosciuto l’epifania cui aveva il privilegio di assistere da una posizione di prima fila. Quale follia lo ha accecato? Quale perfido veleno si è insinuato nel suo animo?

 

Poteva sedere al desco del Capo. Ascoltarne la parola, illuminarsi per la sua saggezza, ridere per le sue barzellette. Invece no, si è accanito nel voler avere delle idee, e nell’esprimere dei dubbi, cose decisamente sconvenienti nella nuova era. La vecchia politica si vantava di essere basata sulle idee. Chiacchiere, che non si addicono a un popolo. Non ha capito che oggi c’è una sola cosa che conta davvero: fare. Fare sempre e comunque, fare qualsiasi cosa, purché si possa dire di averla fatta. Perché un popolo è sempre in movimento, non si ferma mai, altrimenti c’è il rischio che cominci a pensare, e anche questa è una cosa poco televisiva.

 

Ormai è troppo tardi per cambiare idea e per pentirsi. Lo strappo si è consumato. Chi nelle prossime ore si pentirà e chiederà scusa potrà contare sulla generosità del capo, che ha un gran cuore e lo accoglierà a braccia aperte. Invece, chi persiste nell’errore verrà cacciato con ignominia dalla sua casa e costretto a vagare per sempre nelle tenebre, in compagnia di comunisti e pubblici ministeri. Per gli ingrati non c’è futuro nel paese dell’amore. A noi non rimane altro che fare ammenda per essere stati ancora una volta non all’altezza della situazione. Per aver creduto che questa del “popolo” invece del partito fosse solo un’altra trovata da piazzista. 

 

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 aprile 2010

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi fini partito popolo

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 25/4/2010 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 marzo 2010

Su Walter Lippmann

L'autocrazia del plebiscito

«Ovunque gli esseri umani oggi sono consapevoli che in qualche modo devono avere a che fare con questioni più intricate di quelle che qualsiasi chiesa o scuola li abbia preparati a comprendere. Sempre più, essi sanno che non possono capirle, se i fatti non sono velocemente e agevolmente a disposizione. Sempre più, essi sono sconcertati perché i fatti non sono disponibili; e si chiedono se il governo attraverso il consenso può sopravvivere in un’epoca in cui la fabbrica del consenso è un’impresa privata priva di controlli. In effetti, la presente crisi della democrazia occidentale è in senso stretto una crisi del giornalismo». Chi scrive è Walter Lippmann, forse il più autorevole “columnist” statunitense della prima metà del ventesimo secolo. Siamo nel 1920, all’indomani della prima guerra mondiale, che ha visto Lippmann impegnato nell’intelligence. Come molti intellettuali liberal, egli ha accolto la tesi del Presidente Wilson, che giustificava la partecipazione degli Stati Uniti a un conflitto che molti cittadini americani consideravano una bega degli europei – dalla quale sarebbe stato bene tenersi lontani – sostenendo che combattere a fianco di Francia e Regno Unito era necessario per “rendere il mondo un posto sicuro per la democrazia”.

 

Alla fine della guerra, le cose vanno in modo molto diverso da come Lippmann e tanti altri progressisti, su entrambe le sponde dell’oceano, avrebbero desiderato. La pace imposta ai perdenti è tutt’altro che equa, e la rivoluzione Russa peggiora la situazione innescando una reazione di panico nei paesi occidentali. Si comincia a parlare di un “pericolo rosso” che minaccia la prosperità e la sicurezza delle classi medie. La nuova battaglia non si combatte però nelle trincee, ma nelle redazioni dei giornali che appartengono a grandi gruppi che stanno acquistando un peso crescente nell’influenzare la pubblica opinione. Tornato al suo tavolo di lavoro nella redazione di The New Republic, il giornale che ha contribuito a fondare nel 1914, Lippmann si rende conto che l’atmosfera è cambiata. Ora il pubblico statunitense si trova avvolto in uno «pseudo-ambiente di resoconti, dicerie e ipotesi» che impedisce di accedere alla verità. Novanta anni dopo, Liberty and the News, di cui nel 2008 è uscita una nuova edizione per Princeton University Press, rimane un libro di straordinario interesse. Una delle più convincenti ricostruzioni del ruolo della stampa in una democrazia liberale, e delle più lucide diagnosi delle distorsioni cui è vulnerabile il giornalismo.

 

Le difficoltà che la democrazia – intesa come “government by consent” – incontra in una società in cui si sono perfezionate le tecniche di produzione del consenso – “the manifacture of consent” – sono tali da mettere in discussione una delle assunzioni fondamentali della sovranità popolare, quella che i cittadini sono in grado di valutare in modo autonomo le politiche proposte dai governi, e di giudicarle, facendo sentire la forza della propria approvazione o della propria disapprovazione attraverso il voto. Lippmann sostiene che questa premessa della teoria democratica è messa in pericolo dal modo in cui si è trasformato il giornalismo. Ormai le scelte politiche dipendono esclusivamente dal rapporto diretto tra esecutivo e opinione pubblica. Le mediazioni del parlamentarismo ottocentesco sono completamente saltate. Per questo sarebbe cruciale avere un modo di fare informazione che privilegi l’accuratezza nel riportare i fatti rispetto al compiacimento dei pregiudizi o delle paure diffuse. Tuttavia, questa è la conclusione del suo ragionamento, il business dell’informazione non ha alcun interesse se non quello di fare profitto. Ciò ha prodotto l’emersione di  un nuovo sistema di governo, che Lippmann chiama “autocrazia del plebiscito”. Nata come “government by consent” la democrazia si è trasformata in “government by newspapers”.

 

La via d’uscita da questa situazione proposta da Lippmann è la promozione di un costume di imparzialità e di distanza rispetto al potere da parte dei giornalisti, e la creazione di agenzie che garantiscano la disponibilità di informazioni affidabili su tutti i settori cruciali delle vita pubblica. Negli Stati Uniti la polemica di Liberty and the News ha avuto un effetto duraturo, ed è stata all’origine della cosidetta “fairness doctrine” che per molti anni ha retto la prassi dei grandi network di informazione. Negli anni ottanta, però, è iniziata un’inversione di tendenza, che ha progressivamente eroso l’autorevolezza della stampa, che oggi non viene più considerata dal grande pubblico un esempio di imparzialità e di affidabilità. La nuova edizione del libro di Lippmann contiene una bella post-fazione di Sidney Blumenthal che ricostruisce i diversi tentativi, in particolare a partire dall’undici settembre, di intervenire nelle decisioni degli organi di informazione da parte di esponenti del governo statunitense, che hanno cercato di impedire la diffusione di notizie scomode. Pressioni cui non sempre i responsabili delle testate hanno avuto la forza di resistere. Per i cinici, l’ennesima dimostrazione che “tutto il mondo è paese”. Per chi ha a cuore le sorti delle nostre democrazie, una buona ragione per leggere le riflessioni di Lippmann e riflettere su libertà e giornalismo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 21 marzo 2010


3 gennaio 2010

Una stagione costituente?

 

A giudicare dalle prime reazioni al messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica si direbbe che qualcosa sta cambiando nella politica italiana. Non è più uno scandalo ipotizzare riforme condivise tra maggioranza e opposizione. Anche se non mancano – a destra e a sinistra – i nemici del dialogo, da qualche tempo la prospettiva di un compromesso che ponga le basi per un nuovo spirito di collaborazione tra le forze politiche che sono intenzionate ad affrontare la sfida di tali riforme viene indicata da molti come l’unica via d’uscita ragionevole da una situazione di stallo che corre il rischio di arrecare seri danni alla stabilità del paese.

 

L’aggressione a Silvio Berlusconi è stata, in tal senso, un punto di rottura. L’immagine del volto insanguinato del Presidente del Consiglio è diventata il simbolo di un deterioramento inaccettabile del costume civile degli italiani, una degenerazione cui bisogna opporsi prima che produca effetti che potrebbero essere difficili da controllare. Per contrastare questa tendenza non basta, come sostengono alcuni, mettere mano alle diverse riforme che da più parti si segnalano come necessarie, da quelle economiche a quelle istituzionali e costituzionali. C’è bisogno di qualcosa di più, di un nuovo spirito costituente. La determinazione limpida e ferma, da parte delle principali forze politiche presenti in parlamento, di por fine alla lunga transizione che stiamo vivendo dai primi anni novanta, per raggiungere finalmente un assetto politico stabile.

 

Siamo dunque alle soglie di una stagione costituente? Per il momento l’unica certezza è che settori della maggioranza e dell’opposizione manifestano una disponibilità al dialogo dopo mesi di polemiche e accuse reciproche, ma è ancora presto per valutarne le conseguenze. Ci sono diverse cose che possono andar male, condannando al fallimento la prospettiva di riforme istituzionali e costituzionali condivise. Un primo ostacolo molto serio è stato evidenziato da Angelo Panebianco. Nonostante le intenzioni di Pier Luigi Bersani, che sembra interessato alla prospettiva del dialogo con la maggioranza, la situazione interna del PD non è affatto propizia per un’iniziativa che richiederebbe grande coesione interna e chiarezza degli obiettivi da raggiungere. Un partito debole e diviso non è un interlocutore credibile per una trattativa, e corre il rischio anzi indurre in tentazione chi – tra gli esponenti della maggioranza – vuole usare il dialogo in modo strumentale. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni di queste settimane si intravedono atteggiamenti di questo tipo. Un secondo ostacolo alla prospettiva di riforme condivise potrebbe essere lo stesso Silvio Berlusconi. Per quanto l’aggressione lo abbia comprensibilmente provato, è presto per dire fino a che punto essa ha inciso sul carattere e sulle opinioni del leader del PdL. Berlusconi fino ad ora è apparso incapace di concepire un futuro nel quale egli non ha un ruolo, e questo non è l’atteggiamento migliore per ragionare sul lungo periodo. Perché l’auspicata stagione costituente abbia successo, oltre a un’opposizione forte, ci vuole anche una maggioranza capace di pensare in modo impersonale.

 

Questa è la differenza cruciale tra riforme come quelle che incidono sul funzionamento dei mercati o di certi settori della pubblica amministrazione e un più complessivo disegno di riorganizzazione di settori fondamentali della vita pubblica come la giustizia, oppure vere e proprie modifiche della costituzione. Mentre le prime si possono fare, e normalmente si fanno, con una maggioranza politica, le seconde dovrebbero essere condivise e sostenute da uno schieramento non partigiano. Una leadership politica forte – e quella di Berlusconi non è detto che lo sia, nonostante la maggioranza nominale di cui gode in questo momento in parlamento – può certamente incidere in modo significativo su settori come le pensioni, il lavoro o la scuola, portando avanti la propria idea di società. Lo hanno fatto in passato la Thatcher e Reagan nei rispettivi paesi, con effetti duraturi e talvolta salutari. Meno accettabile sarebbe l’idea di una maggioranza politica che riscrive da sola le regole della costituzione o di un settore delicato come quello dell’amministrazione della giustizia.

 

Per affrontare questo secondo tipo di riforme ci vuole qualcosa di più che una semplice maggioranza parlamentare. Ci vuole un accordo che le diverse parti politiche possano riconoscere come equo nel senso che promuove un atteggiamento di “fair play” tra le forze e i poteri che contribuiscono in vario modo al processo democratico. Chi affronta una revisione costituzionale dovrebbe essere in grado di assumere un punto di vista imparziale – come se scegliesse sotto un “velo di ignoranza” – che non tenga conto del proprio tornaconto.

 

Che questo ideale sia realizzabile date le condizioni attuali del costume civile degli italiani non è affatto certo. Tuttavia, questo è il senso ultimo della sfida che abbiamo di fronte, e questo è il banco di prova su cui si misurerà la capacità dell’attuale leadership di maggioranza e opposizione di essere moralmente all’altezza del proprio compito.

 

Pubblicato su Il Riformista il 3 gennaio 2010

 


20 dicembre 2009

Cosa è accaduto agli italiani?

Cosa è accaduto agli italiani? Credo che l’attentato a Silvio Berlusconi abbia squarciato il velo che copriva pudicamente un aspetto poco presentabile dello stato presente dei costumi degli italiani, portando alla luce una realtà sgradevole. C’è chi odia Berlusconi, e non ha alcun pudore a dar voce a questo sentimento nei social network che frequenta su internet o negli spazi che quotidiani o trasmissioni radiofoniche mettono a disposizione del pubblico. C’è perfino chi rivendica il diritto di odiarlo. Come se fosse una cosa normale. Un atteggiamento politico come un altro. L’odio, che non dovrebbe avere spazio nella politica di una società decente – o anche solo ben ordinata – sembra diventato la passione dominante del paese.

 

Per i sostenitori di Berlusconi questo fenomeno ha spiegazioni semplici. C’è chi lo attribuisce al risentimento di militanti la cui parte politica ha subito cocenti sconfitte. Chi invece lo riconduce all’invidia che in alcuni verrebbe scatenata dal non poter vantare gli stessi risultati realizzati prima dall’imprenditore e poi dal capo del governo. Insomma, l’odio nei confronti di Silvio Berlusconi sarebbe alimentato dalle qualità dell’uomo e dai suoi successi. Esso sarebbe niente altro che la reazione di persone mediocri verso qualcuno che – per i suoi talenti e per averli fatti fruttare – li mette al cospetto dei propri fallimenti. Non nego che il risentimento e l’invidia siano una delle cause dell’ostilità viscerale che certi nostri concittadini nutrono per il Capo del Governo. Tuttavia, temo che farne solo una questione di risentimento o di invidia sia tentare di sminuire un problema che ha proporzioni ben diverse, e segnala un malessere più profondo. Tanto per cominciare, se è vero che sono in tanti a nutrire sentimenti poco amichevoli per Berlusconi, non credo che egli sia l’unico a trovarsi in questa condizione.

 

Basta ascoltare le telefonate degli ascoltatori di certe trasmissioni radiofoniche, o leggere i messaggi che arrivano su diversi forum on-line, per rendersi conto che gli italiani sembrano in questo momento particolarmente predisposti a odiare. Manifestano questo sentimento facilmente, e nei confronti di diversi destinatari. Non è solo Berlusconi a essere odiato, ci sono di volta in volta anche gli altri politici, i magistrati, i dipendenti pubblici, i docenti universitari, i cineasti, gli imprenditori, gli immigrati, e la lista potrebbe continuare a lungo.

 

Sembra quasi che la prima contrarietà, il più piccolo torto – immaginario o reale – abbiano l’effetto di scatenare l’invettiva. Leggendo certi forum o ascoltando certi commenti si ha l’impressione di vivere in un paese dominato dalla corruzione e dal malaffare, dove le “caste” (una parola che negli ultimi anni viene ripetuta in modo ossessivo) controllano qualsiasi cosa. Non sorprende che in un clima del genere una mente debole si sia lasciata impressionare al punto da colpire il bersaglio della propria ossessione personale. Ma chi ne ha gioito ha poco da sorridere. Siamo tutti i destinatari di una piccola parte dell’odio che è in circolazione in questo paese, e nessuno può sperare di essere del tutto al riparo dalla conseguenze di queste ondate di rabbia.

 

Forse quel che sta accadendo è che gli italiani si sono svegliati dopo un lungo sonno. Si erano addormentati pensando di vivere in un paese prospero, una potenza europea, un posto dove il benessere e la sicurezza non sarebbero mai stati messi in discussione. Hanno sognato una vita spensierata e piena di opportunità. Sempre giovani e con un futuro davanti. Invece, aprendo gli occhi, si sono ritrovati invecchiati e imbruttiti. Guardandosi nello specchio hanno visto la spiacevole verità. Probabilmente il momento in cui si siamo addormentati coincide con la crisi della Prima Repubblica che poi avrebbe aperto la strada all’ingresso in politica di Silvio Berlusconi. Questa coincidenza temporale potrebbe spiegare perché lui sia il destinatario di una porzione consistente dell’odio che c’è in circolazione. L’illusione del grande cambiamento, l’improvvisa accelerazione di una vita politica che sembrava destinata a non mutare mai, hanno alimentato la fantasia di grandezza di un paese che invece si era affacciato al nuovo mondo seguito al 1989 meno robusto e capace di reagire di altri. Oggi scopriamo che il cambiamento è avvenuto per molti versi in peggio, e che potremmo aver perso definitivamente l’occasione. Di qui la delusione del risveglio, e il desiderio di trovare un colpevole, qualcuno su cui riversare la propria rabbia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 20 dicembre 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi odio tartaglia

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 20/12/2009 alle 8:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 dicembre 2009

Absolute Power Corrupts Absolutely

 

«Power tends to corrupt and absolute power corrupts absolutely». La frase di Lord Acton è diventata giustamente famosa perché esprime in modo succinto ed efficace una delle convinzioni che ispirano le politiche del liberalismo. La tendenza del potere a corrompere diventa sempre più accentuata con la diminuzione degli ostacoli che esso incontra. Per questo un potere assoluto corrompe assolutamente. Per un liberale cattolico come Acton, la tentazione di rimuovere i controlli costituzionali nell’esercizio del potere – sia esso civile o ecclesiastico – non è solo politicamente perniciosa, ma assume un carattere blasfemo. Le persone della generazione di Lord Acton avevano ben presenti i guasti prodotti in buona parte dei paesi europei dai tentativi di imporre un potere assoluto, privo di qualsiasi controllo costituzionale. Che fossero ispirate dalle forze rivoluzionarie o da quelle della reazione, queste tendenze erano accomunate dalla stessa mentalità.

 

Per capire perché Acton considerasse blasfema l’idea di un potere assoluto bisogna ripercorrere la storia dell’assolutismo politico. Quando il sovrano pretende di essere legibus solutus, egli afferma la propria autonomia dal diritto naturale e quindi – sia pure indirettamente – dalla volontà di Dio. Nella prospettiva cristiana, l’esercizio del potere sovrano è un officio, non un diritto assoluto. Una posizione di autorità politica si giustifica soltanto se chi la ricopre esercita il proprio potere per il bene comune e nel rispetto dei diritti naturali delle persone che gli sono affidate. Nel corso del novecento, ci sono diversi storici delle idee che hanno mostrato che nella genesi del costituzionalismo – che è una delle fonti intellettuali del liberalismo – si riconosce l’impronta della riflessione politica del cristianesimo medievale. Per questo c’è chi sostiene che Tommaso d’Aquino è stato in un certo senso il primo Whig, cioè l’antenato remoto del liberalismo moderno. La tensione continua tra trono e altare non ha origine soltanto in una lotta per la supremazia temporale, ma anche in un profondo dissenso sui principi del governo legittimo. Reclamando il potere assoluto, il sovrano si sostituisce a Dio, e questo non può certo piacere al vicario di Cristo.

 

Con la rivoluzione francese l’assolutismo politico muta il suo carattere. Se in passato il Principe aveva indossato le pantofole del Papa, ora è la Nazione – come ha scritto F.W. Maitland – che tenta di infilarsi le ambite calzature. Per questo Edmund Burke, un Whig, inorridisce alla notizie che giungono dall’altra parte della Manica. L’idea di una sovranità popolare che non conosce limiti, di un potere assoluto che pretende di parlare per conto della volontà generale, non promette niente di buono. Sono gli anni in cui nasce la pubblica opinione, e la stampa britannica non si lascia sfuggire l’occasione per vantare i benefici di un governo costituzionale confrontandoli con il regime di terrore instaurato dai rivoluzionari. C’è una famosa vignetta che raffigura il contrasto tra la libertà francese e quella britannica con immagini che non lasciano spazio al dubbio.

 

Ciò che segue è tristemente noto. L’assolutismo contemporaneo si vanta della propria legittimazione popolare, e si fa scudo del consenso, per travolgere ogni ostacolo. Gli alberi della libertà piantati dai rivoluzionari del 1789 talvolta producono frutti velenosi, che uccidono la democrazia alimentando nei governanti l’illusione blasfema di potersi sostituire a Dio. Per questo gli avversari dei totalitarismi del novecento – da Hannah Arendt a Isaiah Berlin – mettono in guardia da chi chiede libertà illimitata a nome del popolo. La libertà assoluta di chi governa si manifesta come arbitrio perché il potere senza responsabilità corrompe moralmente.

 

Chi conosce la storia non si stupisce che un leader democratico popolare come Silvio Berlusconi possa avvertire la tentazione del potere assoluto. In particolare, quando si trova – come accade in questi giorni – in difficoltà. L’essere il bersaglio di accuse di ogni tipo, fondate o meno, deve essere causa di grande frustrazione per una persona che ha sempre fatto della sua capacità di piacere la chiave del proprio successo. Comprendere, tuttavia, non vuol dire perdonare. Soprattutto in un caso come quello del nostro Presidente del Consiglio. Le periodiche invettive contro le garanzie costituzionali e i poteri neutri cui ormai Berlusconi ci ha abituato da qualche anno non sono le dichiarazioni di intenti di un novello Mussolini che si propone di instaurare un regime dittatoriale. Esse sono invece la confessione di una debolezza. Lo sfogo di una persona che si rende conto di aver fallito il proprio obiettivo più ambizioso, quello di essere uno statista liberale. Anche per i liberali le costituzioni, se non funzionano bene, si possono cambiare. Ma nessun liberale potrebbe accettare cambiamenti che aumentano il potere del capo del governo senza adeguate garanzie. La divisione dei poteri richiede che essi siano in equilibrio. Non che uno prevalga sugli altri.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 dicembre 2009

 

 

sfoglia     novembre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA