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il blog di Mario Ricciardi


Diario


11 maggio 2010

Michael Sandel e Allen Buchanan

Genetic Enhancement and Ethics

La maratona di Boston è uno degli appuntamenti più popolari per i cultori di questo tipo di sport negli Stati Uniti. Dal 1897, l’anno in cui si è disputata per la prima volta, questa gara consente ai partecipanti di misurarsi con una delle discipline più antiche e prestigiose, le cui origini risalgono alla Grecia antica. Chi partecipa oggi a questa competizione può contare – a differenza dei pionieri che rilanciarono la disciplina alla fine dell’ottocento – sugli straordinari risultati che negli ultimi anni sono stati raggiunti dai fabbricanti di scarpe nel mettere a punto prodotti sempre più sofisticati, fatti con materiali leggeri e confortevoli, che aiutano a sopportare meglio la fatica. Non c’è dubbio che la tecnologia che c’è dietro questi piccoli gioielli abbia consentito ai partecipanti alla gara che si svolge nella città statunitense di migliorare le proprie prestazioni. Se l’allenamento rimane indispensabile per avere qualche possibilità di vincere – o almeno di arrivare al traguardo – non bisogna sottovalutare il contributo dato dalle scarpe adatte. Eppure, noi non consideriamo scorretto il miglioramento delle prestazioni di un atleta ottenuto grazie a un paio di scarpe. Se lo stesso tipo di calzature sono disponibili anche per gli altri partecipanti alla gara che desiderano usarle, nessuno solleva obiezioni. Ben diversa sarebbe la nostra reazione se scoprissimo che il buon risultato di un atleta non dipende dalla scelta oculata delle scarpe da indossare per la corsa ma dal fatto che ha preso la metropolitana. Anche le linee ferroviarie urbane migliorano le nostre prestazioni perché ci consentono di muoverci velocemente da un punto all’altro di una grande città. Tuttavia, prendere il treno non è un modo accettabile per migliorare le proprie prestazioni atletiche. Chi ci prova e viene scoperto, come è capitato a una maratoneta che partecipava alla gara di Boston nel 1980, viene squalificato.
 
L’esempio della maratoneta che si aiuta prendendo la metropolitana è uno di quelli impiegati da Michael Sandel, uno dei più autorevoli filosofi statunitensi, per illustrare il punto di partenza della sua riflessione sui dilemmi etici che ci pongono gli straordinari progressi fatti nel campo della genetica in un libro che ha fatto molto discutere, The Case Against Perfection, pubblicato nel 2007. Sandel è un filosofo della politica che insegna a Harvard, di orientamento progressista, me nel suo libro egli presenta diverse critiche all’atteggiamento prevalente tra i liberali sull’uso dei risultati della ricerca genetica nel migliorare le capacità degli esseri umani. Come Jurgen Habermas, un altro filosofo progressista, Sandel sostiene che l’eugenetica “liberale” rischia di erodere aspetti essenziali della nostra concezione condivisa di ciò che vale, dando luogo a affetti moralmente perversi.
 
Come si è detto, a differenza dei nostri antenati, noi oggi abbiamo a disposizione metodi sempre più efficaci per migliorare le nostre prestazioni. Non si tratta solo di scarpe più confortevoli o di mezzi di trasporto più veloci e sicuri. La genetica ci mette in condizione di aumentare le nostre abilità da diversi punti di vista – che vanno dalla capacità di attenzione alla resistenza fisica – e non è fuori luogo sostenere che a breve la possibilità di “disegnare” esseri umani in modo da renderli sempre più efficienti nell’ottenere certi risultati sarà una possibilità reale, che potrebbe essere accessibile anche a larghe fasce della popolazione nei paesi più sviluppati. Secondo alcuni non è più una fantasia immaginare un futuro in cui saremo in grado di intervenire per correggere i nostri difetti o per migliorare le nostre capacità fisiche e mentali in modi che oggi appiano incredibili. In diversi casi questi interventi sono infatti possibili già oggi, almeno per quel che riguarda i non ancora nati, adoperando le nuove tecniche sugli embrioni.
 
L’esempio del maratoneta scorretto serve a Sandel per mostrare che non è affatto vero che ogni miglioramento, per il semplice fatto di essere tale, sia auspicabile. Nello sport, ad esempio, un miglioramento delle prestazioni che avviene a prezzo di una scorrettezza non è accettabile perché contrario al dovere di “fair play” che ogni giocatore dovrebbe rispettare nei confronti dei concorrenti. Ovviamente, nel caso dei miglioramenti ottenuti attraverso le tecnologie genetiche, il problema che si pone non riguarda solo la correttezza (fairness), come nel caso delle competizioni sportive. L’obiezione di Sandel è che, anche se non avessero controindicazioni dal punto di vista della salute e fossero disponibili a tutti, alcuni di questi interventi – sia quelli già possibili, sia quelli soltanto concepibili – ne avrebbero di carattere morale. Si pensi, tanto per richiamare un altro esempio che Sandel richiama nel suo libro, al caso di due lesbiche sorde che hanno chiesto e ottenuto che una delle due venisse fecondata con il seme di un donatore affetto dallo stesso problema, proveniente da una famiglia in cui la sordità è presente da diverse generazioni.
 
Questo esempio ci disturba in modo particolare perché troviamo intuitivamente ingiusto infliggere a una persona non ancora nata una condizione di oggettivo svantaggio – come la sordità indiscutibilmente può essere, anche in paesi sviluppati – soltanto perché i genitori ritengono che quel difetto sia un tratto importante della propria identità personale che desiderano trasmettere ai propri figli. La tesi di Sandel è che dovremmo trovare altrettanto spiacevole l’idea di “disegnare” i propri figli anche in casi in cui il tratto che viene trasmesso al nascituro non è necessariamente causa di svantaggio, come potrebbe essere per certe caratteristiche fisiche (si pensi a chi cerca di ottenere figli con un certo colore dei capelli o degli occhi, oppure con un certo tipo di conformazione fisica). La questione di fondo sollevata dal filosofo statunitense è che tutti questi tentativi di migliorare gli esseri umani soffrono di uno stesso difetto morale, che egli identifica nella tentazione di esercitare controllo sulla vita, cancellandone il valore di “dono”.
 
Gli argomenti di Sandel sono ben formulati, e fanno pensare. Tuttavia, lasciano uno spazio importante ai difensori della “eugenetica liberale” che è stato sfruttato in questi anni da Allen Buchanan, un altro filosofo statunitense, per sostenere che ci sono dei casi in cui i miglioramenti di cui parla Sandel avrebbero vantaggi benefici per gli esseri umani, e per la società nel suo complesso, che sarebbe sbagliato ignorare. Si pensi, ad esempio, alle straordinarie potenzialità che la genetica offre sia nelle cura di malattie sia nel prevenirne l’insorgere. Su questi temi Buchanan è già intervenuto in passato, e ora sta scrivendo un libro che dovrebbe uscire alla fine dell’anno per Oxford University Press, Beyond Humanity?, in cui replica alla tesi di Sandel. Insomma, la discussione sulla “gen-etica” continua, e dobbiamo esseri grati agli organizzatori dell’incontro tra i due filosofi che si è svolto ieri al San Raffaele di Milano, per aver messo a disposizione del pubblico italiano un’importante opportunità per riflettere su una questione che è destinata a avere rilievo crescente nel dibattito pubblico e nella discussione politica di tutti i paesi negli anni a venire.
 
Pubblicato su Il Riformista l'11 maggio 2010


7 maggio 2010

Buchanan e Sandel al San Raffaele

On Enhancement and Genetics

 

 

 

Segnaliamo un dibattito che vale la pena di seguire, organizzato al San Raffaele da Roberto Mordacci. Discutono due dei più autorevoli filosofi contemporanei. Introduce Armando Massarenti.

 

 

 

 

 

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