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il blog di Mario Ricciardi


Diario


16 gennaio 2011

Ancora sulla Fiat

Dopo il referendum

La sconfitta del “no” nel referendum cui hanno preso parte i lavoratori è indiscutibile. Chi ha votato contro l’accordo è in minoranza. Tuttavia, la distanza rispetto ai favorevoli risulta meno netta del previsto. Anche la distribuzione, tra lavoratori che svolgono mansioni diverse, dei consensi al nuovo contratto è degna di nota. L’impressione è che ci sia stata una vittoria di misura dei favorevoli, ottenuta con il contributo decisivo di chi è più avvantaggiato dai termini proposti dall’azienda (tra gli operai, quelli addetti alla verniciatura rispetto a quelli che si occupano di montaggio o lastratura). Se la Fiat e i sindacati che hanno firmato l’accordo possono dire di aver prevalso, la Fiom dal canto suo può rivendicare un risultato notevole da cui – pur non avendo dato indicazioni esplicite per il voto – potrebbe trarre consensi, e la forza per ingaggiare una battaglia su altri fronti. A cominciare da quello legale, come i suoi dirigenti hanno già annunciato nei giorni scorsi, quando si era ormai delineata la probabilità di una sconfitta dei sostenitori del “no” nel referendum. Direi che del nuovo contratto di lavoro a Mirafiori sentiremo parlare ancora.

 

D’altro canto, era difficile che il voto nel referendum sciogliesse tutti i nodi di questa complessa questione. La strada che può condurre al rilancio della produzione negli stabilimenti Fiat del nostro paese è lunga, e per un bel tratto è ancora in salita. Intendiamoci, le difficoltà di cui parlo non dipendono unicamente dall’ostilità che una parte consistente dei lavoratori ha mostrato con il voto alle nuove condizioni di lavoro. Tanto per fare un esempio, le misure che il governo cinese sta prendendo per scoraggiare l’aumento del traffico nelle maggiori città del paese sono tali da creare in prospettiva problemi per diversi produttori di auto, non solo per la Fiat. La competizione per i mercati internazionali (in Asia o in Africa) potrebbe presto avere nuovi concorrenti cinesi, più agguerriti rispetto agli storici produttori statunitensi e europei. Alla fine, è verosimile che la scommessa per rilanciare la produzione dell’auto in Italia sarà vinta o persa per via di un’intricata combinazione di fattori – non solo il lavoro – e circostanze.

 

Lascio volentieri il compito di fare previsioni a chi è più competente di me su queste cose per limitarmi a fare alcune osservazioni politiche. Un eventuale rafforzamento della Fiom sul piano del consenso dentro e fuori le fabbriche non è qualcosa che lascia promettere nulla buono per le prospettive della sinistra moderata e riformista. Nel corso di questa vicenda i dirigenti di quel sindacato hanno costantemente – e temo volutamente – alimentato un equivoco, affermando che il referendum fosse viziato dai termini della proposta rivolta dall’azienda ai lavoratori, che erano quelli di un’offerta-minaccia (se fai a, avrai accesso a b, che potrebbe rivelarsi per te un vantaggio, ma se non lo fai, io faccio c, che per te è certamente uno svantaggio). Non c’è dubbio che le “offerte-minaccia” impongano limiti alla libertà di scelta delle persone cui sono rivolte. Tuttavia, il quesito posto nel referendum non aveva questa forma. L’equivoco colpevole è alimentato dal fatto che i dirigenti della Fiom estendono in modo indebito alla trattativa contrattuale concetti e principi che trovano la propria applicazione alle istituzioni politiche fondamentali.

 

In una trattativa sindacale – come in qualsiasi negoziato – l’offerta-minaccia non è necessariamente illegittima sul piano morale. Anche se la sua efficacia dipende dai rapporti di forza tra le parti, che possono essere la conseguenza di ingiustizie passate. Comunque, ci sono circostanze in cui accettare una proposta che ha questa forma è, tutto considerato, la cosa migliore da fare, nel senso che tutte le alternative appaiono meno attraenti. Tentando di trasformare una trattativa contrattuale in una battaglia politica di principio la Fiom è anche riuscita a tenere in secondo piano il fatto di non avere un’alternativa credibile da offrire ai lavoratori. Non c’è dubbio che il nuovo contratto è per certi versi meno vantaggioso e che la possibilità di avere accesso alle opportunità che esso offre ai lavoratori, ad alcuni più che ad altri, dipende dal successo del rilancio della produzione, un esito niente affatto certo o determinabile, come abbiamo detto. Ma la prospettiva di lotta di cui parla la Fiom ha esiti francamente ancora meno certi e di dubbio vantaggio.

 

Detto questo, rimane da rilevare che i lavoratori che ieri hanno partecipato al referendum lo hanno fatto in una condizione di profonda solitudine politica. Gli unici che sono andati a cercarli sono stati gli agitatori professionali della sinistra della chiacchiera. Dal partito che dovrebbe essere il punto di riferimento della sinistra moderata, liberale e riformista, hanno avuto ben poco. Nemmeno la consolazione di sentirsi dire che se ora non c’è alternativa, da domani ci impegneremo per migliorare le condizioni di vita di chi è costretto a fare sacrifici per tenersi stretto un posto di lavoro. In qualche caso, si sono sentiti (e letti) persino infastiditi rimbrotti per chi aveva la sfrontatezza di non capire in quale direzione marcia il progresso. Uno spettacolo di povertà ideale che un tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ancora più triste se si pensa che, dall’altra parte, Marchionne ha goduto del sostegno convinto e un po’ vigliacco di tutti quelli che sono ben felici che sia qualcun altro a fare la voce grossa, per poi goderne i vantaggi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 16 gennaio 2011

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