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il blog di Mario Ricciardi


Diario


28 novembre 2010

Classici dell'economia

Su Sergio Ricossa

La rottura di un tubo, con conseguente perdita d’acqua, nell’appartamento del piano superiore, è stata l’occasione per una piacevole riscoperta. In fondo a uno scaffale, pericolosamente vicino al punto del solaio da cui l’acqua colava copiosa, c’era un libro di Sergio Ricossa, miracolosamente sfuggito alla piccola inondazione. Si tratta di Grandi classici dell’economia. Cento trame, pubblicato per la prima volta nel 1991. La copia che posseggo non è quella che avevo letto, prendendola in prestito da mio nonno, ma un’edizione Bompiani più recente. Uscita in un periodo in cui l’editore milanese faceva dei tascabili dalle copertine inspiegabilmente brutte. Cosa c’è in questo libro dal titolo insolito? L’idea si ispira a un genere diffuso, specie nei paesi di lingua inglese, dove i libri che raccolgono le trame dei grandi romanzi hanno un certo successo e sono in circolazione da tempo (proprio nei giorni scorsi ne ho vista una nuova versione in libreria, con un titolo che non posso fare a meno di menzionare, Brideshead Abbreviated. The Digested Read of the Twentieth Century). Non è difficile capire come mai. Promemoria per lettori smemorati, salvagente per studenti svogliati, scorciatoia per chi non vuole farsi cogliere di sorpresa da un commensale di buone letture, questi lavori hanno indiscutibilmente una certa utilità. O forse dovrei dire che l’avevano, dato che temo che ormai ignorare la trama di un classico non sia più un problema né a scuola né in società.

 

In ogni caso, l’originalità del libro di Ricossa stava nel fatto che invece di contenere le trame dei romanzi, compendiava quelle dei classici dell’economia (e non solo, giacché mettere insieme cento classici non è facile). “In che senso le trame?” Immagino vi stiate chiedendo. In effetti, Ricossa scherzava. A parte The Fable of the Bees di Bernard de Mandeville (1705), che tutto sommato una trama ce l’ha, gli altri lavori sintetizzati nelle 277 pagine (indici esclusi) del libro non raccontano una storia. Troviamo invece saggi, trattati, lezioni. Si comincia con l’antichità e il medio evo, che ci consegnano poca roba: Senofonte, Marco Terenzio Varrone, Sullavarizia di Poggio Bracciolini, e due pesi massimi del pensiero come Aristotele e Tommaso d’Aquino. Segue una lunga lista che comincia con Bernardo Davanzati su cambi e monete (1588) e finisce quasi quattro secoli dopo con una raccolta di saggi sulla pianificazione economica di Ragnar Frisch uscita nel 1976.

 

In mezzo c’è un po’ di tutto. Sfogliandolo mi rendo subito conto di qualcosa che forse non mi era così chiaro quando lo lessi da studente. Allora ricordo di essere rimasto soprattutto affascinato dallo stile di Ricossa. L’economista torinese, erede di una grande tradizione di economisti liberali che hanno insegnato nell’università del capoluogo piemontese (basta pensare a Luigi Einaudi, che nel libro è presente come autore delle Prediche inutili), scriveva in modo chiaro e asciutto. Scegliendo spesso il registro dell’ironia. Oggi, tuttavia, mi colpisce molto anche la parzialità di certi resoconti. Non tanto perché essi siano “opinionated”, come si dice, ma perché talvolta sono un po’ “unfair” nei confronti degli autori affrontati. Ricossa non si preoccupa di nascondere le sue simpatie e le sue antipatie, e questo va bene. Ma il punto è che in qualche caso l’antipatia è tale che non si capisce nemmeno perché un libro sarebbe diventato un classico. Come avviene per la General Theory di Keynes. Trattamento ben diverso ricevono autori che Ricossa ammira, come Menger, Böhm-Bawerk, Mises e Schumpeter, per menzionare alcuni tra i più noti.

 

Tutto considerato, non consiglierei a uno studente questo libro come guida ai classici del pensiero economico. Ma credo che sia un bel contributo all’autobiografia intellettuale di un uomo libero, che ha avuto la forza di difendere posizioni libertarie quando in questo paese si rischiava l’impopolarità, e talvolta anche molto di più, nel farlo. Dopo aver asciugato il libro, e messolo al riparo da ulteriori pericoli idraulici, mi viene in mente che il catalogo di classici proposto da Ricossa è una splendida illustrazione del contributo che l’economia ha dato alla discussione politica, soprattutto dai tempi di Adam Smith. Molti degli autori di cui si parla in queste pagine sono stati dei pensatori di straordinario rilievo, capaci di mutare il nostro modo di vedere la società in cui viviamo. Filosofi mondani, per riprendere la felice espressione di Robert Heilbroner. Oggi, più di un tempo, gli economisti contendono ai cultori di altre discipline o saperi le prime pagine dei giornali, pronunciandosi sugli avvenimenti del momento per formulare critiche, suggerire soluzioni, avanzare ipotesi. Eppure l’economia come scienza sembra aver perso la capacità di parlare al mondo che manifestava nelle pagine di molti degli autori di cui si occupa Sergio Ricossa nel suo bel libro.

 

Pubblicato su Il Riformista il 28 novembre 2010

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