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il blog di Mario Ricciardi


Diario


15 ottobre 2010

Sulla riforma dell'università

La riforma dell’università è finita su un binario morto? C’è chi se ne duole e chi se ne compiace, ma ormai sono in tanti a pensarlo. Le voci di una fine anticipata della legislatura si fanno più insistenti da qualche giorno e – se si votasse davvero a marzo, come dicono alcuni – gli spazi di manovra per l’approvazione di un provvedimento controverso, che inciderebbe profondamente sulla vita degli atenei italiani, sarebbero esigui. In campagna elettorale si tende normalmente a sfruttare qualunque appiglio per mettere in difficoltà l’avversario, e quella cui stiamo probabilmente andando incontro potrebbe essere una delle peggiori della storia recente. Chi vuole portare a casa lo scalpo del premier ha tutto l’interesse a impedire che egli possa vantarsi di aver riformato, dopo diversi tentativi, l’università di questo paese. Persino all’interno della maggioranza potrebbe esplodere il malcontento per questa o quella scelta di fine legislatura del governo, e gli scontenti troverebbero nella riforma un bersaglio facile e vantaggioso. Anche perché, non dobbiamo dimenticarlo, essa è associata nel bene e nel male con il ministro che l’ha proposta. Se la riforma viene approvata, il peso di Maria Stella Gelmini nel PdL potrebbe crescere molto. Una prospettiva che alcuni esponenti di quella formazione, e forse anche alcuni alleati, potrebbero trovare poco attraente.

 

Dalla prova di forza con Tremonti sulla questione dei fondi da destinare all’assunzione di nuovi professori associati (in un primo tempo si era detto 9000 in 6 anni, poi 4500 in 3) la Gelmini non è uscita bene. Tra le righe della sua dichiarazione di mercoledì sera, subito dopo l’incontro di Berlusconi con il ministro dell’economia, si legge il disappunto per aver dovuto rinunciare a un provvedimento che poteva dare ossigeno alle università che corrono il rischio di trovarsi con un corpo docente ridotto dai pensionamenti e senza la possibilità di sostituire chi lascia per via delle misure prese per portare sotto controllo la spesa pubblica. Tra l’altro, vale la pena di ricordare che era stata proprio la Gelmini a intervenire a “furor di popolo” (e a concorsi già banditi) cambiando le regole per diminuire il “potere dei baroni”. Ora che, più o meno a due anni di distanza dal decreto che sospendeva le procedure di selezione, le nuove regole ci sono, l’ostacolo posto da Tremonti è una sconfitta dura da digerire, che oltretutto corre il rischio di avvalorare le critiche di chi sostiene che approvare la riforma senza lo stanziamento di nuove risorse potrebbe affossare l’università pubblica invece di aiutarla a rialzarsi e spingerla a procedere più spedita. Sui fondi per i nuovi associati la Gelmini verosimilmente contava anche per disinnescare – o almeno ridimensionare – le proteste dei ricercatori che in diversi atenei hanno scelto di astenersi dalla didattica (che, sulla base della legge attuale, non rientra tra i loro compiti, e per la quale spesso non vengono retribuiti).

 

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi se la mancata approvazione della riforma sarebbe un male o un bene. Non c’è dubbio che è necessario dare nuovo slancio all’università. Dalle procedure di reclutamento, al governo degli atenei, fino alla distribuzione delle risorse, sono molte le cose che funzionano male e vanno messe a posto per non restare indietro rispetto ai paesi più avanzati. Su questi punti centrali la riforma interviene cercando di mettere ordine. Si stabilisce un percorso di ingresso alla carriera accademica che passa attraverso contratti a tempo determinato e continua con un giudizio nazionale di idoneità al quale segue la chiamata da parte delle università dei professori, che passerebbero in questo modo al tempo indeterminato, la “tenure”. Si prevedono forme di valutazione più stringente dell’operato dei docenti, che dovrebbero essere ancorate anche a indici non soggettivi, come il numero di pubblicazioni nelle riviste più prestigiose o la partecipazione a ricerche. Nella stessa prospettiva si modifica anche il sistema del finanziamento pubblico, rendendolo più sensibile ai risultati ottenuti dalle diverse strutture, in modo da premiare i migliori. Si cambia l’organizzazione interna degli atenei riducendo le facoltà, potenziando la figura del direttore generale, che diventa un manager, e differenziando le funzioni tra senato accademico e consiglio di amministrazione, che sarebbe composto al quaranta per cento da consiglieri esterni all’università stessa. Bisogna riconoscere che la Gelmini è riuscita progressivamente a mettere insieme un disegno organico. Anche grazie ai consigli che verosimilmente devono esserle arrivati dallo stesso mondo accademico, verso il quale nel tempo il ministro sembra diventata meno diffidente, e al contributo decisivo in aula di esponenti della maggioranza come il relatore al senato Giuseppe Valditara, si è delineato un compromesso tra libertà delle università e controllo pubblico che potrebbe almeno porre fine a un lungo periodo di incertezze e estenuanti fibrillazioni che hanno profondamente logorato il clima all’interno dell’università italiana abbassando il morale di chi vi lavora.

 

Certo se si pensa al tempo medio di una procedura di reclutamento nel Regno Unito quelle disegnate dalla riforma non sembrano particolarmente spedite. Neppure sembra condivisibile l’entusiasmo un po’ eccessivo che il ministro a volte ha manifestato per l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione delle università. In un paese dove i conflitti di interesse sono endemici – e lasciano buona parte della popolazione indifferente – la presenza di persone che non hanno le idee chiare sullo scopo delle università potrebbe in certi casi rivelarsi una pessima idea. Si è avuto talvolta l’impressione che il modello che ispirava il proposito di riformare l’università, soprattutto nelle prime fasi, fosse quello di certe “Business School”. Istituzioni lodevoli di cui nessuno ha intenzione di mettere in discussione l’importanza e l’utilità, ma che sarebbe avventato prendere come paradigma cui ogni realtà accademica dovrebbe uniformarsi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2010 


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/10/2010 alle 21:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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