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Diario


19 settembre 2010

A che serve un partito?

Su Petruccioli

La relazione tenuta ieri da Claudio Petruccioli – nel corso della dodicesima assemblea annuale di Libertà Eguale che si sta svolgendo, come di consueto, a Orvieto – ruotava essenzialmente intorno a due questioni. La prima riguarda la natura stessa della democrazia, e le sue possibilità di sopravvivenza in società che appaiono sempre più dominate da una concezione “meccanica” del governo, che affievolisce fin quasi a estinguere gli spazi della politica. La seconda, riguarda le forme della partecipazione, e i limiti di un modo di concepire i partiti che sottovaluta l’importanza dell’organizzazione per farsi prendere dalla suggestione di nuove aggregazioni dai contorni sfumati, come il “nuovo Ulivo” di cui si parla sempre più insistentemente da alcuni giorni. Apparentemente si tratta di due temi collegati solo in modo estrinseco, accidentale. Da un lato c’è un problema classico della filosofia politica, quello della natura della democrazia, rivisitato alla luce delle trasformazioni cui stanno andando incontro le nostre società negli ultimi anni. Dall’altro, uno contingente, di strategia. Che indubbiamente appare più urgente mano a mano che l’attuale maggioranza di Governo si sfarina, rivelando l’incapacità del suo capo di tenerla insieme attraverso una visione comune, senza ricorrere di volta in volta al bastone o alla carota per intimorire i dissidenti e allettare gli scontenti. Ma che rimane tuttavia questione pratica piuttosto che teorica.

 

Invece, per chi vuole andare oltre le apparenze, le riflessioni di Petruccioli hanno suggerito una prospettiva che tiene insieme i due profili e ne mostra una possibile connessione profonda, su cui vale la pena di interrogarsi. Se si interpreta la democrazia in modo non puramente formale e procedurale, il legame tra questo ideale di deliberazione collettiva e i modi della partecipazione politica è dato dalla stabilità dei partiti – dalla loro “padronanza di sé” come dice Petruccioli – che può essere garantita soltanto da una certa continuità nell’organizzazione. L’idea del partito aperto, fluido, “contendibile”, che negli ultimi tempi ha avuto molti seguaci nel centrosinistra, si rivela una pessima illusione. Una fantasia che non ha nulla a che fare con il dibattito aperto e vivace tra le diverse posizioni che possono emergere all’interno di un partito, confrontandosi in vista della messa a punto di una linea politica condivisa. Se non c’è la padronanza di sé che solo un certo livello di organizzazione interna riesce a generare e a sostenere, ciò che rimane è ben poco. Ascoltando Petruccioli viene in mente che non c’è una distanza abissale tra il partito “contendibile”, aperto alle scalate, che secondo alcuni sarebbe diventato o dovrebbe diventare il PD, e il partito azienda, quello che ha un proprietario invece che un leader. A pensarci bene, infatti, entrambi sono figli dello stesso sentimento di ostilità verso la partecipazione politica intesa in modo tradizionale.

 

Del resto, non può essere un caso che nel nostro paese i due fenomeni si manifestano entrambi quando i partiti come li avevamo conosciuti per più o meno un secolo collassano e si estinguono in seguito alla crisi innescata dalle inchieste sulla corruzione degli anni novanta. L’enfasi di Petruccioli sull’organizzazione – che vuol dire, tra le altre cose, articolazione interna dei ruoli, capacità di riconoscere e rispettare i compiti, disponibilità a lasciar emergere la volontà collettiva come è stata elaborata nei luoghi che hanno tale compito – non è figlia della nostalgia per i bei tempi andati (che, per altro, sarebbe del tutto legittima, considerando quanto sono brutti quelli presenti). Infatti, essa si lega a una concezione esigente della democrazia che la interpreta come un modo di essere in relazione con gli altri piuttosto che come un modo di prendere le decisioni. Una rilettura, si potrebbe dire riprendendo l’espressione di John Dunn, del “mito degli eguali” che la sottragga al triste destino che le riserva l’essere diventata la forma politica che ha mantenuto per tre secoli “l’ordine dell’egoismo”. Una visione suggestiva, anche per un liberale come me. Rimane da chiedersi se c’è qualche speranza che diventi qualcosa di più di una visione. La tendenza a sostituire il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose – come avrebbe detto Isaiah Berlin, che ne aveva orrore, citando Engels – appare irresistibile. Forse la politica democratica come l’abbiamo pensata sulla scia dei classici è davvero giunta in prossimità del capolinea, e ciò che stiamo vedendo in questi anni nel nostro paese è solo la manifestazione locale di un fenomeno globale.

 

Pubblicato su Il Riformista il 19 settembre 2010

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