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il blog di Mario Ricciardi


Diario


4 aprile 2010

Sull'ultimo libro di Tony Judt

Ill Fares the Land

«Ill fares the land, to hastening ills a prey, where wealth accumulates, and man decay». Questi versi da The Deserted Village di Oliver Goldsmith (1770), hanno suggerito a Tony Judt, uno dei più autorevoli storici contemporanei, che  insegna alla New York University dove dirige il Remarque Institute, il titolo del suo ultimo lavoro. Ill Fares the Land. A Treatise on Our Present Discontents (Allen Lane, London 2010) è un libro che si legge d’un fiato. In poco più di duecento pagine l’autore condensa un bilancio dell’esperienza di quasi cento anni di promozione dell’eguaglianza attraverso l’intervento pubblico, spiegando perché questa tendenza politica rallenta, e infine si interrompe, alla fine del ventesimo secolo. Con il collasso dell’Unione Sovietica anche le socialdemocrazie entrano in crisi. Da un lato, sembrano aver realizzato i propri scopi, dall’altro, hanno progressivamente perso i propri riferimenti sociali. Gli anni dal 1989 al 2009, scrive Judt, sono “consumati dalle locuste” che segnano l’ascesa di un nuovo senso comune. L’individualismo prende il sopravvento sull’eguaglianza. Si afferma l’idea che il perseguimento del proprio interesse materiale sia una virtù, l’unica a dare un senso di direzione collettiva a persone che conoscono il prezzo di ogni cosa, ma ne ignorano il valore. Ecco perché “la ricchezza si accumula, e gli uomini vanno in rovina”.

 

Come ben sanno i lettori dei suoi libri e degli interventi che scrive per la New York Review of Books, Judt può essere eloquente e suggestivo. Tuttavia, questo non è un libro che fa leva solo sull’indignazione che molti provano per lo stato presente dei nostri costumi. Tutt’altro. Grazie alla sua straordinaria competenza di storico della contemporaneità, Judt mette insieme dati economici e idee politiche, trasformazioni sociali e della cultura, in un quadro affascinante e pieno di spunti di riflessione. Riprendendo la tesi di Richard Wilkinson e Kate Pickett – gli autori di The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better, London, Allen Lane 2009 – egli sostiene che «l’ineguaglianza è corrosiva. Fa marcire la società dall’interno. L’impatto delle differenze materiali ci mette un po’ per mostrarsi: ma col passare del tempo la competizione per lo status e per i beni cresce; le persone sentono un crescente senso di superiorità (o di inferiorità) per via dei propri averi; i pregiudizi nei confronti di chi occupa i gradi più bassi della scala sociale diventano più radicati; il crimine si diffonde e le patologie che dipendono dallo svantaggio sociale diventano più marcate. L’eredità della ricchezza senza regole è davvero amara».

 

Oltretutto, la situazione in cui ci troviamo dipende in larga misura da una distorsione concettuale, frutto dell’illusione che sia possibile edificare una scienza economica priva di presupposti morali. Come in altri libri usciti negli ultimi mesi, anche in questo c’è una rivalutazione del pensiero di John Maynard Keynes, che viene contrapposto ai difensori delle capacità di autoregolazione dei mercati. Per Judt, gli ultimi venti anni mostrano che non è affatto vero che, lasciato completamente libero, il capitalismo genera sempre maggiore ricchezza, che andrà a vantaggio di tutti. Al contrario, anche se la percezione della diseguaglianza è in molti casi diminuita, ciò non vuol dire che in termini reali le persone siano oggi più vicine di quanto lo fossero negli anni settanta, al culmine della grande stagione delle socialdemocrazie e del riformismo liberale. Non c’è dubbio che i liberali di sinistra che in questi anni hanno sostenuto che è possibile coniugare la libertà e l’eguaglianza devono una risposta a quei critici, come Judt, che li accusano di aver commesso un grave errore.

 

La crisi economica ha reso nuovamente palese la straordinaria diseguaglianza che c’è nelle società occidentali. Per questo Judt propone per la sinistra un ritorno alla socialdemocrazia, ma nello spirito di una “socialdemocracy of fear” (l’espressione è ispirata da quella impiegata da Judith Shklar per caratterizzare la prima fase del liberalismo europeo). Una socialdemocrazia consapevole di muoversi in un mondo ostile, che deve recuperare il terreno perduto mettendo in primo piano l’esigenza di restaurare la stabilità e la sicurezza per le generazioni future in una società che altrimenti sarebbe destinata a un conflitto sociale crescente. Una proposta su cui vale la pena di riflettere, anche alla luce di quel che è successo nelle ultime elezioni.

 

Pubblicato su Il Riformista il 4 aprile 2010

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