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il blog di Mario Ricciardi


Diario


1 novembre 2009

Tony Blair e l'Europa



A giudicare da quanto si legge sulla stampa internazionale la candidatura di Tony Blair alla nuova carica di Presidente prevista dal Trattato di Lisbona sta perdendo colpi. Non piace a diversi europei e non raccoglie un consenso unanime nemmeno nel Regno Unito, dove i Laburisti la sostengono con poco entusiasmo e i Conservatori la avversano. Dalle reazioni che ci sono state da quando la candidatura dell’ex Primo Ministro britannico ha cominciato a circolare si capisce che le ragioni di questa ostilità sono diverse, e niente affatto omogenee.

Cominciamo da quelle di casa. Cameron e i Conservatori sono ostili alla candidatura di Blair, ma forse lo sarebbero altrettanto a quella di qualsiasi altro uomo politico britannico. Dal punto di vista dei Conservatori – che mantengono un atteggiamento di diffidenza nei confronti dell’Unione che è in parte motivato dal tradizionale scetticismo di quel partito verso le costruzioni politiche artificiali e in parte è di principio, per via della legittimazione democratica indiretta delle istituzioni comunitarie – un Presidente europeo inglese è un problema molto serio. Renderebbe infatti difficile la posizione del governo su tutti i dossier che riguardano l’Unione, trasformando la politica estera in interna. Una cosa che un partito Conservatore che probabilmente sta per vincere le elezioni politiche non può permettersi. L’atteggiamento dei Laburisti è diverso, e non esente da una certa doppiezza. Sul piano formale, della posizione ufficiale del partito, c’è il sostegno dell’attuale Primo Ministro, Gordon Brown, alla candidatura di Blair. Un endorsement che ha il suo peso, ma che non bisogna sopravvalutare. Infatti, il sostegno di Brown al suo predecessore a Downing Street era in un certo senso obbligato sia per solidarietà di partito, sia per non riaccendere le polemiche sull’ostilità sotterranea tra i due che hanno segnato gli ultimi anni. Sostenendo Blair, l’attuale Primo Ministro britannico guadagna politicamente poco, ma non perde nulla. Ciò detto, Brown non ha completo controllo del partito, e non sono pochi tra i Laburisti a essere freddi sulla candidatura del loro ex leader. In parte, perché non gli perdonano certe scelte di politica estera, in particolare quella di partecipare alla guerra in Iraq a fianco degli Stati Uniti, e in parte perché vorrebbero che “The Boy” andasse finalmente in pensione, e non ritrovarselo a interferire con la politica britannica da un nuovo ruolo che gli darebbe una visibilità almeno pari a quella che aveva come Primo Ministro.

La stessa ambiguità che c’è tra i Laburisti si trova anche tra i socialisti europei. Fuori del Regno Unito sono pochi a sinistra ad amare Blair. La scelta del PSE di reclamare per un proprio esponente l’altro incarico di prestigio previsto dal Trattato, quello di Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, non è certo un aiuto per l’ex premier britannico. Tra i possibili candidati a questa carica ci sono Massimo D’Alema – implicitamente sostenuto, con un lodevole gesto di ragionevolezza politica, dal governo Berlusconi – e l’attuale titolare del Foreign Office, e possibile candidato alla leadership del partito, David Miliband. Se Miliband dovesse decidere di non partecipare alla corsa per diventare il nuovo segretario dei Laburisti la sua candidatura a responsabile della politica estera europea acquisterebbe forza, a scapito di quella di Blair per la Presidenza. Tuttavia, a Miliband si potrebbero fare le stesse obiezioni che sono state rivolte a Blair, e questo ci porta alle ostilità diffuse nel continente, e non solo a sinistra, nei confronti di una candidatura britannica per l’incarico di Presidente. La battuta di José Luis Zapatero che ha auspicato “un presidente che sia un vero europeo” – oppure le perplessità manifestate da Helmut Schmidt – esprimono uno stato d’animo diffuso, sia a destra sia a sinistra dello schieramento politico. L’idea di fondo è che un candidato britannico non è adatto perché viene da un paese che sta con un piede fuori dall’Unione. Blair poi è meno adatto di qualunque altro dei suoi connazionali perché ha fatto scelte in politica estera che sono incompatibili con il “senso comune” di buona parte degli europei continentali che, a dispetto di ogni evidenza contraria, sono convinti che la guerra è stata superata dalla storia.

Per quel che riguarda il primo punto – ovvero l’ostilità nei confronti di un candidato britannico in generale – essa ha a che fare direttamente con il grande problema irrisolto dell’Unione Europea, che nel dibattito politico interno del Regno Unito è da sempre al centro della discussione. Molti leader politici continentali, e forse anche buona parte dei cittadini europei, aderiscono consapevolmente, o forse soltanto per pigrizia mentale, alla tesi che un sempre maggiore livello di integrazione politica europea sia una necessità imposta da “vaste forze impersonali” che governano la storia. Questa convinzione spiega un atteggiamento nei confronti della sovranità popolare che a molti politici e cittadini britannici appare almeno peculiare. Un buon esempio è quello dei referendum indetti in diversi paesi per confermare la ratifica del Trattato di Lisbona. Se la risposta dell’elettorato non è in armonia con lo “spirito del tempo”, come è avvenuto, si vota di nuovo, e si continua fino a quando non viene fuori la risposta giusta, come è accaduto di recente in Irlanda. Non c’è dubbio che un problema c’è, dal punto di vista dei principi, in questo atteggiamento. Questa è la ragione di fondo della freddezza di molti britannici nei confronti dell’Unione, che unita a considerazioni di interesse nazionale, spiega l’adesione selettiva alle politiche e alle istituzioni comunitarie. Ciò non vuol dire ovviamente che il Regno Unito non sia parte dell’Europa che è solo una battuta per nascondere un problema di sostanza, di cui molti europeisti si rifiutano di discutere seriamente.

Per quel che riguarda invece l’ostilità personale nei confronti di Blair, essa è in larga misura ispirata dalla diffidenza nei confronti di uno stile di Leadership che contribuirebbe a configurare un ruolo più politico e meno di mediazione per il nuovo Presidente dell’Unione. Da questo punto di vista, si può ben dire che la candidatura dell’ex Primo Ministro britannico – sia che fallisca, come ora appare più probabile, sia che abbia successo – è quella che più di ogni altra può farci capire in che direzione sta andando la nuova Europa prevista dal Trattato.

Pubblicato su Il Riformista del 1 novembre 2009

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