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Diario


24 ottobre 2009

Su Giuliano Vassalli



Con la morte di Giuliano Vassalli è scomparsa una delle figure più rappresentative della cultura giuridica italiana della seconda metà del novecento. Uno studioso che nel corso della sua lunga carriera ha insegnato in alcune delle più importanti facoltà di giurisprudenza del nostro paese e ha ricoperto gli incarichi di maggiore prestigio cui un giurista può ambire, quello di Ministro di Grazia e Giustizia e di giudice, e poi presidente, della Corte Costituzionale. Nato a Perugia nel 1915, Giuliano Vassalli era figlio di Filippo, uno dei più autorevoli civilisti italiani, ideatore e primo curatore di un “trattato” di diritto civile che include lavori che sono diventati veri e propri classici della disciplina e costituisce ancora oggi un punto di riferimento essenziale per studiosi e professionisti. Come molti giovani intellettuali della sua generazione, Giuliano Vassalli partecipa ai Littoriali della Cultura, nel 1935, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal discorso del 2 ottobre con cui Mussolini annuncia la dichiarazione di guerra all’Etiopia. Per chi è cresciuto in un tempo in cui il sentimento nazionale è spesso guardato con sospetto – per non dire con disprezzo – è facile dare un giudizio negativo di questo episodio. Tuttavia, una maggiore consapevolezza storica non dovrebbe far dimenticare che, per le persone nate e cresciute nella prima metà del “secolo breve”, l’amor di patria era un sentimento positivo, coltivato dalla cultura pubblica, e ben prima del fascismo, come un requisito indispensabile delle virtù politiche di un cittadino. In ogni caso, per Vassalli l’infatuazione fu di breve durata. Poco tempo dopo egli è già impegnato nel tentativo di riorganizzare il partito socialista. Alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, il ventisettenne Vassalli è militare a Roma, ma decide ben presto di passare in clandestinità per diventare una delle figure di spicco della resistenza nella capitale. L’anno dopo, viene catturato: «Mi presero per una soffiata, in via del Pozzetto, a pochi passi dal Parlamento. Una volta in macchina, cercai per due volte di buttarmi, aprendo lo sportello... Vidi che andavamo verso piazza Venezia, avevo capito che non c’era più niente da fare. Meglio uccidersi, che finire là. A via Tasso, nella primavera del 1944, c’erano i segregati dal mondo, i prigionieri più pericolosi, quelli che venivano interrogati di continuo dalle SS: loro la chiamavano “la prigione di casa”. Quando ci arrivai, il 3 aprile, ero sicuro che non ne sarei uscito vivo. Ero già cieco dalle botte subite nel tragitto, rimasi con i grumi di sangue negli occhi per 20 giorni, ero talmente ferito che mi avvolsero in una coperta e cacciarono via tutti i civili che si erano fermati davanti al portone, nessuno doveva vedere in che stato mi avevano ridotto». In questo modo, a più di cinquanta anni di distanza, Vassalli rievocava l’esperienza della prigionia e della tortura in un’intervista concessa a Barbara Palombelli. Nel tono dimesso, e nell’assoluta mancanza di enfasi, c’è lo stile di un uomo capace di rischiare la vita per le proprie idee, ma per nulla incline alle pose da eroe.

Liberato dalla prigionia alla vigilia dell’ingresso degli alleati a Roma per intercessione di Pio XII e di Virginia Agnelli, dopo la guerra Vassalli ritorna alla professione forense e agli studi, ma senza mai abbandonare la passione politica. Dal 1983 al 1987 è senatore per il partito socialista, e nel 1992 è il candidato ufficiale dal partito per la carica di Presidente della Repubblica. Come studioso di diritto penale egli verrà ricordato per il costante impegno con cui si è dedicato sia a chiarirne il contenuto sia a promuoverne la riforma quando esso appariva incompatibile con la difesa dei diritti dei cittadini e le esigenze della giustizia. Di questa tensione morale, oltre che civile, sono testimonianza gli ultimi studi che egli ha pubblicato, sulla giustizia penale internazionale e sul pensiero di Gustav Radbruch. Una figura, quella del grande giurista tedesco, cui Vassalli si sentiva probabilmente vicino spiritualmente per il comune impegno socialista e antifascista.

Pubblicato su Il Riformista il 24 ottobre 2009


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