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Diario


13 settembre 2009

Fini e il futuro della destra italiana

Menzionando i “grembiulini” nel suo discorso di Gubbio, Gianfranco Fini ha riportato per qualche giorno in auge uno dei luoghi comuni di un’Italia che credevamo ormai scomparsa. L’ossessione di certi preti di campagna per il complotto massonico affonda le proprie radici nella memoria delle agitazioni risorgimentali contro il Papa Re che ormai da tempo nessuno sentiva il bisogno di evocare, probabilmente per non correre il rischio di farsi ridere in faccia. Che Fini, che certo non è uno sprovveduto, abbia ritenuto opportuno smentirla è soprattutto il segno del nervosismo che da qualche tempo c’è tra le file del PdL. Intendiamoci, nessuno crede che nell’immediato futuro sia immaginabile una contrapposizione netta tra il presidente della Camera e Silvio Berlusconi per contendersi la leadership della destra italiana. Per il momento, e questo Fini lo sa bene come chiunque altro, la battaglia è persa in partenza. Anche ambienti che tradizionalmente sono vicini a Fini, e lo hanno sostenuto sul piano elettorale, probabilmente gli si rivolgerebbero contro se lui rompesse l’unione del PdL chiedendo una conta all’interno del partito per risolvere il conflitto sempre più evidente con il capo del governo. Se Berlusconi è destinato a cadere, perdendo la guida del partito, non sarà certo per via della dialettica interna o di un congresso.

Come ha scritto su queste pagine Peppino Caldarola, le critiche che negli ultimi tempi Fini ha rivolto alla linea del PdL – e implicitamente a chi la decide – non hanno lo scopo di precipitare una resa dei conti che sarebbe l’equivalente politico di un suicidio. Nemmeno, è assurdo persino pensarlo, quello di accreditarsi come leader di sinistra. Banalmente, ma in un paese machiavellico come il nostro la banalità può rivelarsi rivoluzionaria, il presidente della Camera sta approfittando della posizione in cui si trova, che gli consente un certo distacco dalla politica spicciola, per disegnare il profilo di una destra moderata e ragionevole che – libera dall’ipoteca di Berlusconi e del suo macroscopico e ramificato conflitto di interesse – si candida a guidare il paese.

Due temi, tra quelli che Fini ha sollevato in questi mesi, sono significativi da questo punto di vista: la difesa delle prerogative del parlamento e dell’equilibrio tra i poteri costituzionali e i rapporti con la Chiesa Cattolica. Per quel che riguarda il primo aspetto, la posizione di Fini nasce verosimilmente da una considerazione politica, nel senso nobile dell’espressione. Nessun regime, nessuna forma politica può sopravvivere a un periodo prolungato di conflitto interno senza logorarsi. L’avventura politica e lo stile sia di leadership sia di governo di Berlusconi nascono invece dal conflitto e di esso si alimentano. Lo stesso capo del governo ha più volte riconosciuto di essere l’uomo delle sfide, che riesce a dare il meglio di sé quando si trova sotto pressione o in una situazione di emergenza. Anche se è possibile che ci sia un pizzico di esagerazione in questa rappresentazione che egli vorrebbe accreditare della propria personalità – per dirla tutta, a volte si ha l’impressione che è proprio nel conflitto che Berlusconi invece mostra il peggio di sé – non c’è dubbio che essa ha avuto e ha ancora una certa presa sull’elettorato. Così si spiega la tentazione ricorrente in questi anni di forzare la mano, di creare il caso, di alzare il tono della polemica tutte le volte che c’è una difficoltà all’orizzonte. Tuttavia, e da qualche tempo sono molti a destra a pensarlo, c’è un limite fisiologico oltre il quale il conflitto permanente diventa destabilizzante e produce seri guasti. Come sempre in politica è difficile dire se abbiamo raggiunto questo punto, o se siamo in procinto di farlo. Ma quel che è certo, è che Fini scommette sul fatto che il limite c’è, e prima o poi saranno gli italiani stessi – a cominciare da quelli di destra – a far capire che è stato superato. Con le sue dichiarazioni sul parlamento e sull’equilibrio tra i poteri Fini segnala che lui è l’uomo della normalità a chi si sta stufando di quello dell’eccezione.

Sulla questione dei rapporti con la Chiesa Cattolica, invece, la posizione del presidente della Camera è forse più tattica che di principio. Difficile che egli possa immaginare una destra moderata che governa questo paese senza un rapporto saldo con il Vaticano e con l’episcopato italiano. Ciò nonostante, a un politico di grande esperienza come il presidente della Camera non può sfuggire la posizione di straordinaria debolezza a partire dalla quale l’attuale capo del governo – che pure è stato l’uomo che più di ogni altro ha contribuito a laicizzare la mentalità e i costumi degli italiani – ha impostato il suo rapporto con la Chiesa. Non sono certo i vescovi italiani, e ancor meno il Papa, ad aver bisogno di Berlusconi, è lui a non poter fare a meno di loro. Tale bisogno diventa pressante proprio quando la situazione è più difficile e il governo è costretto a prendere misure impopolari o a sfidare la sensibilità di una parte dell’elettorato cui da sempre la Chiesa è vicina. Fini quindi non è l’uomo dei “grembiulini”. L’erede dei bersaglieri che assaltano Porta Pia. Al contrario è un politico ragionevole che si rende conto che una destra moderna non può governare un paese multiculturale e complesso come è diventato il nostro senza trovare un nuovo punto di equilibrio alto, che non dipenda dalle contingenze, con la Chiesa italiana e con il Vaticano.

Pubblicato su Il Riformista il 13 settembre 2009


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 13/9/2009 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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