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il blog di Mario Ricciardi


Diario


23 agosto 2009

The Idea of Justice



Si dice spesso che viviamo nell’epoca della globalizzazione. Se c’è uno studioso che incarna in maniera esemplare questa caratteristica del tempo in cui viviamo è Amartya Sen. Nato in India, a Santiniketan, in una famiglia di grandi tradizioni intellettuali, Sen si è imposto come uno degli economisti più influenti della seconda metà del ventesimo secolo. Ispirandosi ai pionieri del pensiero economico moderno – e in particolare ad Adam Smith – egli ha sempre difeso l’idea che lo studio dell’economia non si esaurisce nella costruzione di modelli matematici del comportamento razionale di agenti disincarnati, che ben poca somiglianza hanno con esseri umani in carne e ossa. Per Sen, i teoremi degli economisti devono tener conto del mondo reale, non importa quanto esso risulti recalcitrante alla semplificazione necessaria per la formalizzazione.

Un rapido sguardo alle tappe principali della sua biografia rivela una carriera eccezionale, che lo ha portato a insegnare in alcune delle più prestigiose università del mondo, culminata con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia nel 1998. Sen si è distinto per aver cercato di coniugare il rigore dell’analisi, espressa nelle forme del simbolismo matematico, con una profonda sensibilità alle dimensioni etiche e politiche della disciplina. Negli ultimi anni, questo aspetto del suo lavoro è diventato prevalente, al punto che il suo nome è divenuto familiare al grande pubblico come quello di uno dei più autorevoli e interessanti pensatori politici e morali del mondo contemporaneo, un autore i cui contributi al dibattito sulla giustizia non hanno nulla da invidiare in originalità e profondità a quelli di John Rawls o di Robert Nozick.

Tuttavia, a differenza di questi due suoi colleghi statunitensi, fino a oggi Sen non aveva ancora proposto la propria “teoria della giustizia”. Tutti i suoi interventi su questo tema, alcuni dei quali sono già considerati classici, sono brillanti critiche o confutazioni delle idee di altri autori o proposte schematiche del modo migliore di affrontare alcuni aspetti specifici del problema, come quello della natura dei concetti di libertà e di eguaglianza e dei loro rapporti. Per questo, la notizia che nei giorni scorsi Sen ha finalmente dato alle stampe la sua teoria della giustizia è un evento. Una novità attesa da tempo sia dalla comunità internazionale degli studiosi di filosofia politica e morale, sia da quanti credono ancora che la prospettiva di una società giusta non sia affatto stata consegnata al cimitero delle utopie non realizzate dal fallimento del socialismo. The Idea of Justice, questo è il titolo del nuovo libro di Sen, pubblicato dalla Penguin (Londra, 2009, £25.00) è un’opera impressionante, e non solo per le dimensioni che raggiungono quasi le cinquecento pagine. Tirando le fila di decenni di riflessione, Sen è riuscito a mettere insieme e a far interagire in modo fertile il meglio del pensiero politico e economico occidentale con alcune delle testimonianze più vitali e significative della filosofia indiana, il tutto presentato in una forma accessibile ai non addetti ai lavori, anche grazie alla ricchezza e alla vivacità degli esempi che ne illustrano gli argomenti. Non è difficile prevedere che questo è un libro di cui si parlerà a lungo, e che è destinato a entrare con A Theory of Justice di Rawls e Anarchy, State and Utopia di Nozick nella lista delle letture obbligate per chiunque abbia intenzione di prendere sul serio l’idea di giustizia e le sue implicazioni.

La caratteristica principale della teoria della giustizia di Sen – che la distingue da quella di Rawls e quindi dall’orientamento predominante nel dibattito contemporaneo – consiste nel metodo che egli adotta. Invece di partire dalle caratteristiche ideali che dovrebbe avere una società giusta, Sen muove dai giudizi comparativi di giustizia che ciascuno di noi formula normalmente nella vita quotidiana quando esprime un giudizio su un’azione o su un’istituzione. Si tratta di quelle situazioni in cui, per esempio, si dice che un modo di comportarsi o una regola sono ingiuste. La tesi di Sen, che egli difende in una delle parti più stimolanti del libro, è che – contrariamente a quel che sostiene Rawls, e con lui molti dei filosofi politici contemporanei – un resoconto teorico completo della giustizia non è né sufficiente, né necessario, per formulare giudizi di questo tipo. Quello che Sen chiama l’approccio “trascendentale” al problema della giustizia è una falsa partenza, che corre il rischio di relegare questo concetto all’irrilevanza politica. Piuttosto che inseguire la chimera di una completa teoria che ci consenta di decidere in ogni caso quale assetto sociale è quello giusto, Sen ritiene che si debba ricostruire le diverse dimensioni dei nostri giudizi su ciò che è giusto, partendo non dall’ideale ma piuttosto dal concreto, e in particolare dall’ingiustizia. In tal modo, Sen si riconnette a una tradizione alternativa – rispetto a quella contrattualista cui si ispira Rawls – che vede in Smith, Marx e John Stuart Mill alcuni dei suoi esponenti più significativi. Ciò che conta, quindi, non è semplicemente l’assetto giusto delle istituzioni sociali, ma l’esito complessivo che esse hanno per la vita delle persone. Nel proporre questo aspetto della propria teoria, Sen riprende e elabora in maniera sistematica le proprie idee sul “capabilities approach” che egli ha sviluppato – insieme alla filosofa Martha Nussbaum – in una serie di lavori pubblicati a partire dagli anni ottanta. L’idea di fondo di questo modo di affrontare il problema della giustizia è che per valutare lo stato di una società si debba considerare il modo in cui esso influisce sulle “capacità” delle persone di realizzare il proprio potenziale umano.

Con la pubblicazione di The Idea of Justice si può dire che il panorama della filosofia politica contemporanea si arricchisce di un nuovo modello sia sul piano del metodo sia su quello delle proposte politiche. Un approccio che, e questo è il merito maggiore del libro di Sen, cerca di rispondere direttamente all’accusa di irrilevanza che spesso è stata rivolta alla filosofia politica normativa come la concepiva Rawls affrontando aspetti dell’ingiustizia che essa lasciava sullo sfondo. Non a caso, uno spazio molto importante è dedicato da Sen alla questione della povertà e del sottosviluppo, uno dei temi su cui si è sempre concentrata anche la sua riflessione come economista, viste nella loro prospettiva internazionale. Di grande interesse sono a questo riguardo i capitoli in cui l’autore affronta il rapporto tra giustizia e democrazia e la giustizia internazionale. Anche in questo caso il confronto, e il dissenso, con Rawls è significativo.

Insomma The Idea of Justice è un libro che entra nel vivo delle questioni più scottanti del tempo in cui viviamo e ne parla con voce autorevole e pacata rivolgendosi in primo luogo a chi ha a cuore le prospettive di una sinistra riformista e liberale. Forse queste qualità non saranno sufficienti ad assicurargli lo stesso spazio del nuovo romanzo di Walter Veltroni nel dibattito precongressuale del PD, ma c’è da sperare che non passi del tutto inosservato.

Pubblicato su Il Riformista il 23 agosto 2009

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