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il blog di Mario Ricciardi


Diario


19 dicembre 2008

Sacralità della vita

Con un atto di indirizzo che non poteva mancare di suscitare polemiche il ministro Sacconi ha impresso una nuova svolta alla drammatica vicenda di Eluana Englaro. Con questo provvedimento, infatti, il ministro del Welfare impedisce alle strutture che appartengono al – o sono convenzionate col – servizio sanitario nazionale di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale di pazienti che si trovano in stato vegetativo. Anche se l’atto di indirizzo non riguarda direttamente Eluana, è evidente che la sua applicazione è destinata inevitabilmente a interferire con l’esecuzione delle sentenze che hanno aperto la strada alla sospensione dei trattamenti cui la donna è sottoposta da più di quindici anni per mantenerla in vita. Senza renderlo impossibile, l’iniziativa del governo ostacola seriamente l’esercizio di un diritto da parte di un privato. Una scelta che potrebbe creare un pericoloso precedente nei rapporti tra esecutivo e giudiziario.

Anche se ispirato dalle migliori intenzioni, l’intervento del governo mostra – casomai ce ne fosse bisogno – che il nostro paese ha bisogno di una legge che stabilisca se, e sotto quali condizioni, una persona può chiedere di non essere sottoposta a trattamenti sanitari che la tengano in vita quando ciò è contrario alle sue convinzioni. Appare chiaro che il principio enunciato dall’art. 32 della Costituzione non è sufficiente per fornire una guida affidabile e che quindi esso deve essere integrato dalla legislazione ordinaria. Tuttavia, l’approvazione di una legge si scontra con una difficoltà da non sottovalutare. In questo momento, nel parlamento italiano – e probabilmente anche nella società civile – non c’è un consenso sulla questione di fondo se le persone abbiano o meno il diritto di decidere dei modi e dei tempi della propria morte. In altre parole, gli italiani sono divisi sull’esistenza o meno di un diritto naturale di disporre della propria vita che giustificherebbe l’attribuzione a ciascuno della facoltà di compiere i passi necessari per porle fine.

 Si tratta di una divisione che in parte è indipendente dalle convinzioni religiose delle persone e che dunque sarebbe meglio affrontare lasciandosi alle spalle distinzioni – come quella tra laici e cattolici – che ostacolano, piuttosto che favorire, il dialogo. Non c’è dubbio che per molti la vita umana è sacra, e che ciò vuol dire che essa è inviolabile. Si badi bene, l’inviolabilità non comporta che essa non possa mai essere distrutta. Quando preservarla è incompatibile con la difesa di qualcosa di altrettanto sacro, come la vita di un innocente ingiustamente minacciata, si può accettare il rischio di porle fine. Questa è la giustificazione tradizionale della legittima difesa accettata da filosofi sia non credenti sia credenti di diverse denominazioni. Sulla base dello stesso argomento i cattolici giustificano l’aborto quando esso sia necessario per salvare la madre.

Tuttavia, sull’interpretazione della sacralità della vita emergono nel dibattito contemporaneo dissensi che talvolta sono motivati dalla fede. Per il filosofo Ronald Dworkin, ad esempio, la sacralità della vita richiede che una persona abbia il diritto di disporre della propria vita e possa porle fine, o disporre che ciò avvenga, se non si è in condizione di farlo in modo autonomo, quando la sopravvivenza continuerebbe a dispetto delle proprie meditate convinzioni sulla dignità umana. Se sopravvivere indefinitamente privi di coscienza per un intervento artificiale è contrario alla propria idea di una vita dignitosa si ha il diritto di chiedere che ciò sia impedito e di pretendere che la propria volontà venga rispettata anche qualora non si è più in condizione di esercitarla.

Per i credenti questa interpretazione della sacralità della vita è insostenibile perché assume la disponibilità di qualcosa su cui gli esseri umani non possono vantare la proprietà, ma solo una gestione fiduciaria. In tale prospettiva la vita è un dono che non è possibile rifiutare o restituire, che si ha l’onere di custodire fino a quando essa non si estingue naturalmente. Ciò spiega perché sono esclusi sia l’accanimento terapeutico sia l’intervento diretto a por fine alla vita, il primo perché futile e inutilmente oneroso il secondo perché contrario alla proibizione assoluta di uccidere l’innocente. Si tratta di un’interpretazione alternativa della sacralità della vita che è indubbiamente coerente. Tuttavia, essa non può essere condivisa da chi non accetta la premessa dell’argomento, che riposa su salde convinzioni teologiche che sfuggono alla dimostrazione. La volontà di Dio, per dirla con Rawls, non è una ragione pubblica e quindi non può essere presa in considerazione come considerazione rilevante di un accordo che riguarda principi politici.

Da questo dato – che anche diversi credenti riconoscono – bisogna partire per discutere della legge. Senza cercare di aggirarlo o di negarlo.
           

Pubblicato su Il Riformista del 18 dicembre 2008

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